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Discussione: Guerra e Pace

  1. #411
    SENATORE di POL
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    dal www.paginedidifesa.it

    " I leader iracheni a Prodi: non andate via dall’Iraq

    Pagine di Difesa, 14 aprile 2006


    Leader iracheni hanno chiesto al vincitore delle elezioni in Italia Romano Prodi di non ritirare le truppe, perché la situazione è troppo instabile e le forze irachene non sono ancora in grado di controllarla. "Speriamo che le truppe italiane restino in Iraq fino alla sconfitta del terrorismo e al completamento dell'addestramento delle nostre forze", ha detto all'Ansa, a Baghdad, Ridha Jawad Taqi, portavoce del Consiglio supremo della rivoluzione islamica (Sciri), il maggior partito sciita, al potere.

    "Speriamo che i rapporti siano più forti e la cooperazione maggiore tra i due governi e i due popoli nella lotta al terrorismo. Poi le forze italiane potranno andare a casa con i nostri ringraziamenti e la nostra gratitudine", ha aggiunto. "Nessun iracheno vuole vedere il ritiro delle truppe italiane nelle attuali condizioni, perché avrebbe un impatto negativo. Le forze irachene, polizia ed esercito non sono in grado di proteggere il Paese", ha detto Mohammad Jasem Labban, membro dell'Ufficio politico del Partito comunista iracheno. "Noi comunisti chiediamo a Prodi di lasciare i soldati finché risolviamo la questione del terrorismo e poniamo fine alla sua minaccia in Iraq", ha concluso. Il portavoce del presidente Jalal Talabani non vuole fare commenti su una "questione interna", ma ha auspicato che "l'impegno italiano di aiutare l'Iraq continuerà ".

    Le preoccupazioni della dirigenza irachena sono comprensibili: la stampa araba ha ricordato per le elezioni italiane il fenomeno Zapatero, il primo ministro spagnolo che appena eletto ordinò l'immediato rientro delle truppe. E la situazione in Iraq è talmente caotica che i leader hanno terrore di essere abbandonati a loro stessi, a una guerra civile, che peraltro non fanno molto per evitare. Agli atti terroristici dei sunniti, rispondono le quotidiane esecuzioni sommarie delle squadre della morte sciite. E sul campo politico, il primo ministro sciita Ibrahim Jaafari, si rifiuta di rinunciare all'incarico e di scendere a compromessi, malgrado curdi e sunniti lo abbiano sfiduciato. Ma la sua situazione appare estremamente delicata e il suo premierato sembra avere i giorni contati
    . "


    Saluti liberali

  2. #412
    SENATORE di POL
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    dal sito di IDEAZIONE...

    " Un futuro di democrazia

    di Nathan Sharansky

    da Ideazione di gennaio-febbraio 2006

    Se la Dottrina Bush significa associare la politica estera degli Stati Uniti al grado di libertà goduto dai cittadini di altri paesi, come ha sostenuto il presidente Bush nel suo secondo discorso inaugurale, quando ha dichiarato che l’America avrebbe «favorito le riforme dei governi delle altre nazioni specificando che un trattamento corretto dei cittadini sarebbe stato essenziale per mantenere buone relazioni», allora sono un sostenitore della Dottrina Bush da più di trent’anni. È la stessa politica a lungo difesa da Andrei Sakharov e che negli Stati Uniti è stata praticata per la prima volta dal senatore Henry M. Jackson, e poi utilizzata con effetti devastanti da Ronald Reagan per distruggere l’impero sovietico, liberare centinaia di milioni di persone, contribuendo così a proteggere la civiltà occidentale.

    La Dottrina Bush è stata avversata in primo luogo per la situazione attuale dell’Iraq. È difficile ricordare che soltanto otto mesi fa, un titolo di un giornale non certo noto per essere favorevole al presidente o alla dottrina che porta il suo nome, chiedeva, con stupore, “Bush aveva ragione?”. Quella settimana, gli elettori iracheni hanno stupito il mondo con una partecipazione del 60 per cento alle elezioni democratiche. Davanti a milioni di dita sporche di viola, i più accesi critici del presidente e della sua politica irachena, e in modo particolare dell’enfasi da lui posta sulla promozione della democrazia in Medio Oriente, sono rimasti quasi del tutto in silenzio. Per molti, le elezioni hanno mostrato chiaramente che, proprio come gli italiani, i tedeschi, i giapponesi, gli europei dell’Est, i russi, i sudamericani, e altri prima di loro, anche gli iracheni volevano davvero essere liberi. Coloro che invece avevano sempre sostenuto la necessità di aiutare gli iracheni a costruire una società libera, sono stati presi da una sorta di euforia collettiva.

    Euforia abbastanza comprensibile: le idee di queste persone erano state bollate dai critici di destra e di sinistra, come sogni utopici e niente più. E ciò nonostante, era inappropriata: le elezioni irachene ci hanno dimostrato che un Iraq democratico era possibile, e non che fosse inevitabile. Tuttavia, i critici del presidente, più scettici che mai, farebbero bene a ricordarsi quelle dita macchiate di viola. Perché se i sostenitori della Dottrina Bush hanno commesso l’ errore di pensare che le difficoltà fossero ormai superate, oggi i critici commettono un errore ancora più grande, quando sostengono che il progetto di costruire un Iraq democratico è destinato a fallire.

    Questo non vuol dire che il futuro sarà facile. Un Iraq democratico è possibile perché gli iracheni vogliono essere liberi e perché il presidente degli Stati Uniti ha giustamente compreso, come pochi altri leader del secolo scorso, che la sicurezza della sua nazione dipende dal progresso della libertà nel mondo. Il popolo iracheno che anela alla libertà e un leader mondiale che è determinato a garantirla costituiscono una combinazione formidabile. Grazie a questa, l’esperimento democratico iracheno, negli ultimi due anni, ha superato più di un ostacolo, dagli orrendi massacri sulle strade di Baghdad all’opinione pubblica contraria alla guerra in America. Ma se, con questi nemici, questa combinazione vincerà, è un’altra questione.

    Non facciamoci illusioni. Nessun regime antidemocratico del Medio Oriente, e di nessun’altra regione, desidera la libertà degli iracheni. I regimi che negano la libertà agli iraniani, ai siriani, ai sauditi, agli egiziani e molti altri, sanno che il successo dell’operazione irachena contribuirà a demolire il loro potere repressivo. E sono anche coscienti del fatto che la stragrande maggioranza dei loro (teoricamente) leali sudditi, da lungo tempo abituati all’arte dell’incoerenza ideologica, alzerà gli occhi verso l’Iraq libero, ponendosi questa semplice domanda: perché non qui?

    Alla formidabile opposizione dei regimi antidemocratici, bisogna aggiungere la determinazione dei terroristi islamici a portare scompiglio in Iraq, perché giustamente comprendono che un Iraq libero rappresenterà la loro colossale sconfitta nella guerra che da più di venticinque anni combattono contro il mondo democratico . Immaginate un Giappone occupato dopo la seconda guerra mondiale, circondato da regimi e gruppi terroristici disposti a fare tutto il possibile per impedire l’emergere di una democrazia, e capirete le proporzioni dell’attuale conflitto iracheno.

    Si può criticare l’amministrazione Bush per non aver riconosciuto le difficoltà inerenti alla democratizzazione del Medio Oriente, ma certo non per non aver dimostrato di avere la saggezza o il coraggio di tentare. Se non altro, il problema è stato non aver applicato la Dottrina Bush con sufficiente costanza. Ad esempio, lo scorso giugno, il segretario di Stato Condoleezza Rice ha tenuto un discorso davvero degno di nota al Cairo sull’importanza delle riforme democratiche nel Medio Oriente. Tuttavia, già prima della fine dell’estate, l’amministrazione ha compiuto ogni sforzo possibile per mantenere in vita il regime di Hosni Mubarak in Egitto, fornendo al contempo ben pochi aiuti all’opposizione democratica iraniana. Inoltre, ha sostenuto con entusiasmo il piano israeliano di disimpegno da Gaza, che ha del tutto scartato l’idea della centralità di una riforma democratica della Palestina nel processo di pace.

    Ugualmente infelice è stata la scarsa attenzione prestata alla trasformazione della Dottrina Bush in una politica bipartisan. Non c’è dubbio che non si tratti di una cosa semplice in un clima politicamente polarizzato. Ma se la Dottrina Bush riuscirà a trasformare la regione e il mondo, dovrà restare la politica degli Stati Uniti anche dopo il 20 gennaio 2009. Eppure, ogni critica che posso muovere all’attuazione della Dottrina Bush è bilanciata dal profondo apprezzamento del fatto che i suoi meriti sono tutt’ora oggetto di discussione. Per troppo tempo, la politica estera americana è stata improntata sul presupposto che aiutare i dittatori amici fosse essenziale per la pace e la stabilità. Questa illusione è crollata l’11 settembre 2001 e il presidente Bush è stato abbastanza coraggioso da tracciare un nuovo corso. Per questo, merita soltanto lodi e gratitudine.

    Tra i primi che gli sono riconoscenti ci sono i milioni di afgani e di iracheni che non vivono più sotto una tirannia, i milioni di libanesi che hanno iniziato a costruire una nazione libera, e il numero incalcolabile di democratici che cominciano a far sentire la propria voce in una regione un tempo caratterizzata soltanto da paura e repressione. Sono loro i veri beneficiari della Dottrina Bush e non dubito che l’America e il mondo siano molto più sicuri grazie al dono che è stato fatto loro.

    (© Commentary)

    (Traduzione dall’inglese di Arianna Capuani)
    08 giugno 2006
    "


    Shalom

  3. #413
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    Citazione Originariamente Scritto da Pieffebi
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    " Un futuro di democrazia

    di Nathan Sharansky

    da Ideazione di gennaio-febbraio 2006

    Se la Dottrina Bush significa associare la politica estera degli Stati Uniti al grado di libertà goduto dai cittadini di altri paesi, come ha sostenuto il presidente Bush nel suo secondo discorso inaugurale, quando ha dichiarato che l’America avrebbe «favorito le riforme dei governi delle altre nazioni specificando che un trattamento corretto dei cittadini sarebbe stato essenziale per mantenere buone relazioni», allora sono un sostenitore della Dottrina Bush da più di trent’anni. È la stessa politica a lungo difesa da Andrei Sakharov e che negli Stati Uniti è stata praticata per la prima volta dal senatore Henry M. Jackson, e poi utilizzata con effetti devastanti da Ronald Reagan per distruggere l’impero sovietico, liberare centinaia di milioni di persone, contribuendo così a proteggere la civiltà occidentale.

    La Dottrina Bush è stata avversata in primo luogo per la situazione attuale dell’Iraq. È difficile ricordare che soltanto otto mesi fa, un titolo di un giornale non certo noto per essere favorevole al presidente o alla dottrina che porta il suo nome, chiedeva, con stupore, “Bush aveva ragione?”. Quella settimana, gli elettori iracheni hanno stupito il mondo con una partecipazione del 60 per cento alle elezioni democratiche. Davanti a milioni di dita sporche di viola, i più accesi critici del presidente e della sua politica irachena, e in modo particolare dell’enfasi da lui posta sulla promozione della democrazia in Medio Oriente, sono rimasti quasi del tutto in silenzio. Per molti, le elezioni hanno mostrato chiaramente che, proprio come gli italiani, i tedeschi, i giapponesi, gli europei dell’Est, i russi, i sudamericani, e altri prima di loro, anche gli iracheni volevano davvero essere liberi. Coloro che invece avevano sempre sostenuto la necessità di aiutare gli iracheni a costruire una società libera, sono stati presi da una sorta di euforia collettiva.

    Euforia abbastanza comprensibile: le idee di queste persone erano state bollate dai critici di destra e di sinistra, come sogni utopici e niente più. E ciò nonostante, era inappropriata: le elezioni irachene ci hanno dimostrato che un Iraq democratico era possibile, e non che fosse inevitabile. Tuttavia, i critici del presidente, più scettici che mai, farebbero bene a ricordarsi quelle dita macchiate di viola. Perché se i sostenitori della Dottrina Bush hanno commesso l’ errore di pensare che le difficoltà fossero ormai superate, oggi i critici commettono un errore ancora più grande, quando sostengono che il progetto di costruire un Iraq democratico è destinato a fallire.

    Questo non vuol dire che il futuro sarà facile. Un Iraq democratico è possibile perché gli iracheni vogliono essere liberi e perché il presidente degli Stati Uniti ha giustamente compreso, come pochi altri leader del secolo scorso, che la sicurezza della sua nazione dipende dal progresso della libertà nel mondo. Il popolo iracheno che anela alla libertà e un leader mondiale che è determinato a garantirla costituiscono una combinazione formidabile. Grazie a questa, l’esperimento democratico iracheno, negli ultimi due anni, ha superato più di un ostacolo, dagli orrendi massacri sulle strade di Baghdad all’opinione pubblica contraria alla guerra in America. Ma se, con questi nemici, questa combinazione vincerà, è un’altra questione.

    Non facciamoci illusioni. Nessun regime antidemocratico del Medio Oriente, e di nessun’altra regione, desidera la libertà degli iracheni. I regimi che negano la libertà agli iraniani, ai siriani, ai sauditi, agli egiziani e molti altri, sanno che il successo dell’operazione irachena contribuirà a demolire il loro potere repressivo. E sono anche coscienti del fatto che la stragrande maggioranza dei loro (teoricamente) leali sudditi, da lungo tempo abituati all’arte dell’incoerenza ideologica, alzerà gli occhi verso l’Iraq libero, ponendosi questa semplice domanda: perché non qui?

    Alla formidabile opposizione dei regimi antidemocratici, bisogna aggiungere la determinazione dei terroristi islamici a portare scompiglio in Iraq, perché giustamente comprendono che un Iraq libero rappresenterà la loro colossale sconfitta nella guerra che da più di venticinque anni combattono contro il mondo democratico . Immaginate un Giappone occupato dopo la seconda guerra mondiale, circondato da regimi e gruppi terroristici disposti a fare tutto il possibile per impedire l’emergere di una democrazia, e capirete le proporzioni dell’attuale conflitto iracheno.

    Si può criticare l’amministrazione Bush per non aver riconosciuto le difficoltà inerenti alla democratizzazione del Medio Oriente, ma certo non per non aver dimostrato di avere la saggezza o il coraggio di tentare. Se non altro, il problema è stato non aver applicato la Dottrina Bush con sufficiente costanza. Ad esempio, lo scorso giugno, il segretario di Stato Condoleezza Rice ha tenuto un discorso davvero degno di nota al Cairo sull’importanza delle riforme democratiche nel Medio Oriente. Tuttavia, già prima della fine dell’estate, l’amministrazione ha compiuto ogni sforzo possibile per mantenere in vita il regime di Hosni Mubarak in Egitto, fornendo al contempo ben pochi aiuti all’opposizione democratica iraniana. Inoltre, ha sostenuto con entusiasmo il piano israeliano di disimpegno da Gaza, che ha del tutto scartato l’idea della centralità di una riforma democratica della Palestina nel processo di pace.

    Ugualmente infelice è stata la scarsa attenzione prestata alla trasformazione della Dottrina Bush in una politica bipartisan. Non c’è dubbio che non si tratti di una cosa semplice in un clima politicamente polarizzato. Ma se la Dottrina Bush riuscirà a trasformare la regione e il mondo, dovrà restare la politica degli Stati Uniti anche dopo il 20 gennaio 2009. Eppure, ogni critica che posso muovere all’attuazione della Dottrina Bush è bilanciata dal profondo apprezzamento del fatto che i suoi meriti sono tutt’ora oggetto di discussione. Per troppo tempo, la politica estera americana è stata improntata sul presupposto che aiutare i dittatori amici fosse essenziale per la pace e la stabilità. Questa illusione è crollata l’11 settembre 2001 e il presidente Bush è stato abbastanza coraggioso da tracciare un nuovo corso. Per questo, merita soltanto lodi e gratitudine.

    Tra i primi che gli sono riconoscenti ci sono i milioni di afgani e di iracheni che non vivono più sotto una tirannia, i milioni di libanesi che hanno iniziato a costruire una nazione libera, e il numero incalcolabile di democratici che cominciano a far sentire la propria voce in una regione un tempo caratterizzata soltanto da paura e repressione. Sono loro i veri beneficiari della Dottrina Bush e non dubito che l’America e il mondo siano molto più sicuri grazie al dono che è stato fatto loro.

    (© Commentary)

    (Traduzione dall’inglese di Arianna Capuani)
    08 giugno 2006
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    Shalom
    La GRANDE FINANZA PREFERISCE SEMPRE LA DEMOCRAZIA.

    EZRA POUND

  4. #414
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    con tutto il rispetto per la pound, in Cina la pensano un po' diversa. E mi ricordo anche più di un finanziere che aveva simpatie per Hitler.

  5. #415
    Hanno assassinato Calipari
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    Citazione Originariamente Scritto da calvin
    con tutto il rispetto per la pound, in Cina la pensano un po' diversa. E mi ricordo anche più di un finanziere che aveva simpatie per Hitler.
    Tipo il nonno di Bush.

  6. #416
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    di quella per la verità non ho mai avuto documentazione. Ma insomma un bel po' di finanzieri tedeschi che si entusiasmarono e sostennero Hitler ne conosco, prima e dopo la presa del potere in Germania.

  7. #417
    Hanno assassinato Calipari
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    Citazione Originariamente Scritto da calvin
    di quella per la verità non ho mai avuto documentazione.
    non c'è più cieco di quello che non vuol vedere

  8. #418
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    Citazione Originariamente Scritto da Ferruccio
    La GRANDE FINANZA PREFERISCE SEMPRE LA DEMOCRAZIA.

    EZRA POUND
    ...ma se le conviene si adatta benissimo anche alle dittature piu' spietate.

  9. #419
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    Predefinito a yuri

    non ho affatto escluso che la famiglia bush potesse avere simpatie per Hitler. Le aveva l'aristocrazia britannica, figurati se non poteva averle il capitalismo statunitense. Ho solo detto che nei miei studi sul nazismo, non ho mai trovato un documento sui rapporti a cui ti riferisci e di cui so che si fa un certo parlare, spero fondato e non perchè siete dei post salinisti del cazzo.

  10. #420
    Forumista assiduo
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    una simpatia comunque ampiamente documentata per Hitler era quella di Stalin, che portò al patto Molotov Ribbentropp nel '38, consegnò la Polonia alle due armate alleate e fece precipitare i partiti comunisti in occidente nella più assoluta irrisorietà. E ovviamente condannò la Francia alla caduta, che in parte si è anche meritata da sola.

 

 
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