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    Predefinito tratto da IL MATTINO CALTANET 23 dicembre 2004

    SU «BELFAGOR» I DOCUMENTI INEDITI DELL’ACCADEMIA DI SVEZIA

    Per Carducci un esame politico prima del Nobel

    L’assegnazione del premio Nobel è sempre stata una tombola, agli occhi del profano. I soloni di Stoccolma seguono solitamente vie ignote ai frequentatori di librerie. Le ultime scelte, compresa quella dell’austriaca Jelinek, sono state molto discusse e discutibili, persino all’interno della prestigiosa e apparentemte impenetrabile giuria. Consoliamoci, anche in passato era così. Persino ai tempi di Carducci, che fu sottoposto (a sua insaputa, si presume) a un esame politico e religioso. L’Accademia di Svezia prima di conferirgli il premio, nel lontano 1906, volle accertarsi che il suo conclamato repubblicanesimo e il suo rombante paganesimo non fossero un impedimento al real riconoscimento. È questo uno dei retroscena, basati su documenti scandinavi inediti, che Enrico Tiozzo, docente di letteratura italiana a Goteborg, racconta sul nuovo fascicolo della rivista «Belfagor». Per sostenere l’assegnazione del premio al poeta delle «Odi barbare», l’Accademia preparò un saggio di oltre dieci pagine, con una perlustrazione di tutte le sue opere, la citazione di intere poesie come «Miramar» e «Eolia» con delle osservazioni che si spinse fino a valutare in dettaglio la posizione di Carducci nei confronti della Chiesa e della monarchia sabauda. «È ovvio che in una natura poetica cosí focosa e mutabile come quella del Carducci si scontrino molte contraddizioni» si legge nel rapporto segreto. «Alla giusta ammirazione che desta questo scrittore, il quale senza dubbio è una delle grandi figure della letteratura mondiale, si mescola da molte parti, come avviene anche nel suo stesso Paese, una certa disapprovazione. Ciò avviene ai piú grandi; nessuno è perfetto. La disapprovazione non riguarda peró il suo talora appassionato amore per la repubblica; è cosa che riguarda lui solo e ognuno ha diritto di avere le proprie opinioni politiche. Del resto il suo atteggiamento antimonarchico con gli anni si è attenuato ed egli ha visto sempre piú nella dinastia reale italiana una difesa dell'indipendenza del Paese». Dalla documentazione esaminata da Tiozzo sono emersi anche i nomi di coloro che proposero Carducci al Nobel. A sostenerlo furono Ugo Balzani dell’Accademia dei Lincei, Rodolfo Renier, segretario dell’Accademia delle Scienze di Torino, Johan Vising dell’Università di Goteborg e dal socio dell’Accademia di Svezia, Carl Bildt. r. c.
    [mid]http://utenti.lycos.it/NUVOLA_ROSSA/ZEROBELLAGIOVENTU.mid[/mid]

  2. #12
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    Predefinito tratto da http://ww.pri.it

    Pubblicati i discorsi parlamentari di Giosue Carducci. Intervento del presidente del Pri durante la presentazione/Di idee repubblicane, si converte più avanti alla monarchia. Un percorso criticato, ma nel quale alcuni interpreti hanno intravisto un tracciato coerente

    Fu vate dell'Italia, cantore e apostolo dell'integrità della nostra nazione

    A Pietrasanta si è tenuto, il 19 marzo 2005, un convegno dedicato a Giosue Carducci, in occasione della pubblicazione dei "Discorsi parlamentari". Fra gli oratori, Giorgio La Malfa, di cui riproduciamo l'intervento.

    di Giorgio La Malfa

    Il 4 dicembre del 1890 Giosue Carducci fu nominato Senatore del Regno, per avere "con servigi e meriti eminenti illustrato la Patria". Carducci aveva allora 55 anni, essendo nato nel 1835. Pochi mesi dopo quella nomina, l'11 marzo del 1891, Carducci dovette fronteggiare, nella sua Università e nella ormai sua Bologna, quella che con termini moderni potrebbe definirsi la contestazione di un centinaio di giovani repubblicani e radicali che lo attaccarono aspramente per avere accettato di tenere un discorso promosso dal circolo monarchico.

    In effetti, la sua nomina al Senato era apparsa come il sigillo definitivo alla sua conversione dal repubblicanesimo alla monarchia e dal rivoluzionarismo dei suoi anni giovanili al conservatorismo della maturità. Vi era già stata l'"Ode alla regina" e vi era il sostegno caloroso al Primo Ministro Crispi, che pur con i suoi precedenti risorgimentali, si era rapidamente alienato le simpatie delle sinistre repubblicane e radicali.

    Ha scritto il professore Roberto Balzani nel saggio che accompagna la pubblicazione dei discorsi parlamentari di Carducci promossa dal Presidente del Senato, Marcello Pera, che quella nomina al Senato "accentua il tono crepuscolare di una senescenza accelerata" e di un "percorso conservatore di Carducci avviato su un terreno politico-letterario".

    Certamente il cambiamento determinatosi in Carducci nel corso degli anni '80 è notevole. Se si pensa che egli era stato l'autore dell'"Inno a Satana" e l'acceso difensore di Mazzini, di Garibaldi e dell'idea repubblicana, può apparire che le sue posizioni successive segnino un ripiegamento molto profondo. E tuttavia non tutti gli interpreti del percorso di Carducci hanno sottoscritto questa conclusione di un ripiegamento e di una progressiva adesione ad una visione conservatrice. L'interpretazione opposta ha trovato la sua espressione più forte e significativa in Benedetto Croce.

    Questi a proposito di Carducci parlò di una "linea rettissima" animata – ha scritto Spadolini – "dal culto dell'Italia nel senso classico risorgimentale dell'Italia come stato e nazione".

    Nella interpretazione crociana, la preoccupazione che lo mosse e che lo portò alla conversione monarchica fu la minaccia di una disgregazione dello stato nazionale. Egli fu difensore intransigente dell'unità d'Italia che una volta definì "l'amore, la fede, la religione della mia vita". Egli vedeva varie minacce. La prima era costituita in senso lato dal regionalismo, non la Repubblica ma le tante repubbliche. L'altra era il socialismo che minacciava attraverso la lotta di classe anch'essa l'unità della Nazione. Il terzo pericolo era costituito dalla riviviscenza cattolica anch'essa sostanzialmente antiunitaria. "Di qui la funzione di cemento unitario – scrive ancora Spadolini – che egli attribuisce da vecchio uomo di sinistra alla monarchia". Per questo Carducci si era accostato a Crispi al quale riconosceva una caparbia volontà di affermazione dello stato nazionale sia rispetto alle tendenze disgregatrici interne, sia rispetto all'evoluzione della situazione internazionale.

    In sostanza il giudizio conclusivo di Benedetto Croce su Carducci fu questo: "L'Italia, nel risorgere a nazione, nell'imprendere e condurre innanzi una larga ricognizione storica della sua vita civile, letteraria e artistica, nel rientrare del circolo della storia universale, produsse un poeta che della sua storia impregnata della nuova vita si fece voce possente". In sostanza, con un giudizio che io credo si debba fare ancor oggi nostro: "Il Carducci fu il poeta vate della nuova Italia".

    Ed è così che vogliamo continuare a vederlo oggi, mentre valgono tuttora le preoccupazioni per lo scarso senso nazionale ed anche quelle di una possibile disgregazione di quella unità che il Risorgimento seppe costruire. Le vicende della prima parte di questo secolo, ed in particolare la collusione tra la monarchia e il fascismo, hanno fatto venir meno il titolo per il quale Carducci da repubblicano si era fatto monarchico e la Repubblica, nata da quello che giustamente è stato chiamato il secondo Risorgimento, è divenuta essa l'elemento che tutela l'unità nazionale. L'Italia si è collocata nel quadro europeo secondo la visione che aveva accompagnato i patrioti del Risorgimento ma resta il pericolo, se non di un disgregazione dello Stato nazionale, di un suo indebolimento tale da rendere la comunità italiana troppo debole di fronte ai complessi problemi dell'oggi.

    E' davanti al Senato in questi giorni un progetto di riforma costituzionale che non può non alimentare delle preoccupazioni. Non tanto per la parte che riguarda le modifiche del Titolo V della Costituzione, che possono consentire forse un equilibrio fra lo stato centrale e le sue articolazioni regionali, quanto per le confuse riforme del bicameralismo e le incerte concezioni della forma di Stato e di Governo.

    Saggezza vorrebbe, anche di fronte alle polemiche di queste ultime ore, che la maggioranza scegliesse di stralciare dal testo attualmente all'esame del Senato le parti relative al cosiddetto premierato e al bicameralismo, da considerare con maggiore riflessione e possibile coinvolgimento delle forze dell'opposizione che fossero disponibili ad un esame serio di questi problemi per approvare speditamente invece la riforma del Titolo V.

    Resta infine aperto il problema dei risultati non del tutto esaltanti di quello che conviene chiamare il bipolarismo all'italiana. Ma affrontare in questa sede tale problema ci porterebbe troppo lontano dall'occasione di ricordare, nella circostanza della pubblicazione dei suoi discorsi parlamentari, il grande poeta originario di queste terre.

  3. #13
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    Carducci sfrattato

    La famiglia Carducci abitò a Santa Maria a Monte per oltre due anni in una casa in via Renaio, che dopo la morte di Giosuè avvenuta nel 1907, fu ribattezzata via Giosuè Carducci.
    Inoltre un tragico evento sconvolse questa famiglia con il suicidio o omicidio di Dante, fratello di Giosuè Carducci, da parte del Dottor Michele, suo padre.
    La casa di proprietà della famiglia Pieroni,agli inizi del 1900, fu lasciata in eredità alla casa per Anziani di Lari.
    Nel 1986, la casa per anziani di Lari decise di venderla, e per mezzo del dottor Francesco Belcari e di Carlo Carli e Virgilio Colombai, fu prospettato al comune, con all’ora sindaco Angiolo Diomelli, di acquistare questa importante dimora storica.
    Dopo diversi anni, esattamente con l’amministrazione Vellone, fu ristrutturata e trasformata in struttura mussale.
    Un intervento importante che costò all’amministrazione 900 milioni delle vecchie lire, ma sicuramente un buon investimento per il futuro;dobbiamo riconoscere il buon recupero architettonico della struttura e dell’abbattimento delle barriere architettoniche.
    Quindi anche Santa Maria a Monte ha un museo dedicato al Carducci.
    All’interno furono messi documenti, foto e libri riguardante la famiglia Carducci, soprattutto il periodo quando visse qui in Renaio dal 1856 al 1858.
    Dobbiamo però sottolineare che dalla Pasqua scorsa la documentazione, le foto riguardante il poeta non sono più al suo posto iniziale, quindi i visitatori che in questi mesi sono venuti sulla “fiorita collina tosca”, non hanno trovato il museo in ordine.
    E’ vero che un museo non deve essere statico, deve ospitare mostre, iniziative culturali, ma sicuramente devono convivere con la documentazione che riguarda il “padrone di casa”.
    Il museo Carducci, come dice la targa fuori della porta d’ingresso, non esiste più, lo spirito che all’inizio c’era è svanito, cioè la ricerca di libri sul Carducci, della documentazione che doveva trovare “casa” nella sua casa non è stato portato avanti.
    Ospita il punto turistico, parte dell’archivio storico, ma il museo è ridotto un po’ male.
    Il consiglio che diamo all’amministrazione, in particolare all’assessore alla cultura, è quello di fare un progetto, dare un’immagine a museo carducciano, riempire pareti di libri sul Carducci, creare un ambiente dove si respira aria dell’800.
    Così, anche nella “Guida ai musei della provincia di Pisa” comparirà il Museo Casa Carducci di Santa Maria a Monte.
    Una nota di colore: nel 1909 la casa editrice Zanichelli pubblicò un libro “Albo Carducciano”, a pagina 62, parla di Santa Maria a Monte e con una foto del paese e assente la casa e c’è questa nota:
    “Avremmo voluto riprodurre anche la facciata della casa abitata dai Carducci, ma per quanto abbiamo richiesto la fotografia, il nostro desiderio non potè essere appagato”.

    Santa Maria a Monte 12 novembre 2004 Il segretario Pri
    Alberto Fausto Vanni
    .................................................. ......
    tratto da
    http://www.repubblicanipisa.it/htm/comunicati.asp

  4. #14
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    CENTO ANNI FA VENIVA ASSEGNATO AL CANTORE DEL NOSTRO RISORGIMENTO IL PREMIO NOBEL
    Carducci, il poeta che abbracciò l’umanità

    La vita, le opere e gli ideali di Giosuè Carducci sono sintetizzati nelle parole che l’ambasciatore di Svezia pronunciò nel consegnarli nel 1906 - cento anni fa - il Premio Nobel per la letteratura: “Il testamento di Nobel prescrive che il Premio di letteratura debba essere conferito a quello fra gli scrittori moderni che abbia compiuto l’opera più grande e più bella in senso idealistico: e tutta l’opera vostra, illustre maestro, è improntata al culto dei più alti ideali che sono sulla terra; gli ideali della patria, della libertà, della giustizia fremono nelle vostre odi e riempiono, portato dai virili accenti della vostra lira, il cuore di un popolo; passano i monti e i mari, sorgono alla vostra invocazione come genio potente all’invito del mago, ed aleggiano sopra il mondo battagliero e invitto. Questa è l’opera vostra, della vostra anima, così romanamente forte, così italicamente gentile - sotto qualsiasi forma apparisce - sempre la stessa, e dalla quale imploriamo sul vostro venerando capo la benedizione che si chiama amore”. A queste parole così significative vi è poco da aggiungere, ma Benedetto Croce scrivendo del Carducci ha fatto della autentica poesia: “Tutto ciò che per un secolo gli spiriti italiani avevano bramato e cercato, dai repubblicani napoletani del 1700 e alla Giovine Italia del 1831; dai soldati di Murat a quelli che difesero Roma e cacciarono gli austriaci dai piani di Lombardia, ciò che aveva ispirato il canto dei Rossetti e dei Berchet, del Leopardi e del Manzoni, la prosa del Gioberti e del Guerrazzi, la congiura, la rivoluzione e la guerra, la letteratura e il pensiero italiano di un secolo intero, tutto risuonava in lui e si allargava in ampi giri nel suo spirito”. Testimone ed incitatore di quella generazione che chiuse con Roma capitale il luminoso periodo dell’Italia ricomposta in libero Stato, egli fu anche l’ispiratore di quell’altra che diede compimento all’Unità con Vittorio Veneto. Le sue strofe agitarono ed esaltarono per mezzo secolo la giovinezza della nostra Italia. E l’arte sua ribelle alle accademie letterarie come alle critiche politiche, uscì trionfante dalla lotta di tutte le forze retrive contro di lui congiurate. Carducci è il poeta della nostra storia, che ne esalti le antiche glorie o le recenti, come le antiche o le recenti sventure. Egli è stato il poeta della nostra terra, il poeta della nostra secolare storia, l’animatore possente delle millenarie gesta di questa nostra gente “dalle molte vite”, ma è anche il poeta che abbraccia tutta l’umanità. Ma dei molteplici aspetti del Carducci, vi è anche notevolissimo quello di appartenente alla Massoneria, il “fratello” devoto alla Istituzione e fedele sino all’ultimo ai suoi eterni principi di libertà. È facile trovare tracce del suo spirito massonico in tutte le opere che ha scritto e si può senza tema di smentita affermare che l’opera carducciana è la più alta espressione dei principi e del pensiero della Massoneria: un grande amore per la patria, una sana filosofia fondata sulla regione, un pagano sentimento della natura e un ardente anelito verso la giustizia. Questo è lo spirito che dominò la sua mente. Ma il cardine che meglio riflette e sintetizza il pensiero massonico è indubbiamente “L’inno a Satana”, contro cui si scagliò in furibonde polemiche il clericalume becero e astioso, additandolo come blasfemo e irriverente, mentre è un alto e nobilissimo grido di liberazione, di rivendicazione dei diritti della coscienza e del pensiero, voce di quella religione naturale che Bovio espresse filosoficamente. È l’intimo senso pagano che si ritroverà venti anni dopo nella più perfetta delle odi Barbare, “Alle fonti del Cliturno”. Il “garibaldinismo” fu il suo costante ispiratore e Roma, intesa come simbolo di quella grandezza italica che deve fondarsi sul diritto e sulla giustizia, fu la sua musa diletta. Due anni prima di morire, sentì il dovere di telegrafare al giornale “Il Secolo”, il 30 novembre 1905: “Né preci di cardinali, né comizi di popolo, io sono quello che fui nel 1867 e, tale, aspetto - immutato e imperturbabile - la grande ora”. E pochi giorni dopo sempre al giornale “Il Secolo” precisava: “Non transigo sulle cose essenziali: con il Vaticano e con i preti nessuna tregua di Dio, né preci. Essi sono i veri e costanti nemici dell’Italia”. Morì nel 1907 e al rito dei suoi funerali erano presenti più di novanta labari di Logge massoniche con alla testa il gonfalone del Grande Oriente, fiancheggiato dai vessilli del Supremo consiglio dei “33” e centinaia di fratelli con in mano il tradizionale ramoscello d’acacia, simbolo della resurrezione. Voglio terminare queste poche note sul Carducci con le parole che ha pronunciato al teatro Brunetti di Bologna due giorni dopo la morte di Giuseppe Garibaldi, improvvisando. Ne riporto solo alcune frasi che fanno ancora commuovere: “...Ei si fermò sul Campidoglio, levando alta la sua spada e battendo con il piede la terra, comandò a tutti i morti nelle sue battaglie, di risuscitare. Fu allora che suonò il canto delle moltitudini: Si scopron le tombe, si levano i morti, i martiri nostri son tutti risorti. E allora le rossi falangi corsero vittoriose la penisola, e l’Italia fu libera, libera tutta, per tutte le Alpi, per tutte le isole, per tutto il suo mare. E l’aquila romana tornò a distendere la larghezza delle ali fra il mare e il monte, e mise rauchi gridi di gioia innanzi alle navi che veleggiavano franche il Mediterraneo per la terza volta italiano. Liberato e restituito negli antichi diritti il popolo suo, conciliati i popoli attorno, fermata la pace, la libertà, la felicità, l’eroe scomparse: dicono fosse assunto ai concilii degli Dei della Patria. Ma ogni giorno, il sole, quando si leva sulle Alpi fra le nebbie del mattino fumanti e cade fra i vapori del crepuscolo, disegna fra gli alberi e i larici una grande ombra che ha rossa la veste e bionda la capelliera errante sui venti e sereno lo sguardo siccome il cielo. Il pastore straniero guarda ammirato e dice ai figliuoli: È l’eroe d’Italia che veglia su le Alpi della sua Patria”.

    Aldo Chiarle
    25/09/2006


    tratto da http://www.avanti.it/

  5. #15
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    Citazione Originariamente Scritto da nuvolarossa Visualizza Messaggio
    Carducci fu repubblicano, mazziniano ed anticlericale
    Talmente repubblicano, mazziniano ed anticlericale che scrisse: "Bianca Croce di Savoia, Dio ti salvi e salvi il Re"...

  6. #16
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    Serendipity ... sarebbe veramente uno scoop se fosse vero ... dove l'hai letto ? ... qual'e' la fonte ?

  7. #17
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    Ma veramente non è uno scoop, è una poesia famosissima di Giosuè Carducci, presente in tutte le raccolte delle sue opere... Io l'avevo imparata a memoria a scuola quand'ero bambino...



    Alla Croce di Savoia

    Noi con l'armi e con i cuori
    ci aduniamo intorno a te
    Dio ti salvi, o cara insegna,
    nostro amore e nostra gioia,
    Bianca Croce di Savoia,
    Dio ti salvi e salvi il Re.

    Giosuè Carducci

  8. #18
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    Serendipity ... stai a vedere che pcosta, che ha aperto questo thread, aveva ragione.
    Il nostro eroe e' passato dalla sinistra mazziniana alla monarchia ...
    La cosa mi lascia perplesso ... ma sembra che sia proprio cosi'.
    Vabbe' ... ad un grande poeta tutto si puo' perdonare ...
    Personalmente ho un buon ricordo del nostro Giosue' ... in anni giovanili feci un ritratto in china (50x70) che troneggio' per molti anni dietro la scrivania della preside di una scuola media della mia citta' intitolata al "nostro" ... la preside (Giuseppina Biso) era una nota mazziniana ...

    http://www.nuvolarossa.org/

  9. #19
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    Beh, nuvolarossa, ma essere "di Sinistra" non esclude l'essere "monarchici": l'attuale primo ministro del Regno di Spagna, Zapatero, è di Sinistra, come è di Sinistra (labourist) il premier del Regno Unito Tony Blair...

  10. #20
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    Serendipity ... e' l'essere "mazziniani" ... che non si sposa con la "monarchia" ... anche se, come dico spesso, e' meglio una "buona" Monarchia che una "cattiva" Repubblica ...
    Mi spiego meglio .... tra la Monarchia inglese e la Repubblica di Mao ... non avrei alcuna difficolta', ancorche' mazziniano, a scegliere la prima ... d'altronde lo stesso Mazzini visse a lungo in Inghilterra ... pur essendoci la Monarchia ...

 

 
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