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Risultati da 41 a 50 di 52
  1. #41
    Paul Atreides
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    Originally posted by Otto Rahn
    piu' che astratto e' un discorso da 5 righe

    Comunque ai fini del discorso sottolineo il tuo "se si vuole avere una minima credibilita' politica occorre..."

    Ecco io credo di non avere e che mai avro' quella credibilita' di cui tu parli.
    A ben vedere devo ammettere di non potermi situare su un piano concreto di politica attiva, la mia e' molto piu' metapolitica.
    Io disprezzo l' economia, quello che oggi e' divenuta e
    l' importanza che ha assunto.
    Il fatto che la si sia trasformata in "Scienza".
    Che oggigiorno si possa divenire "Dottori" in economia e via dicendo.
    Il mondo e la societa' che ho in mente nascono di la' dal punto zero del crollo di tutte le borse mondiali.
    Io credo che un conto sia il ruolo assolutamente spropositato occupato dall'economia oggi, un altro sia il riconoscere che l'economia, come produzione-scambio-consumo, sia sempre esistita

    Inoltre, a parte il fatto che a me interessano molto gli studi sul dono, come forma sociale e antiutilitaristica di economia [il che significa che anche l'economia può essre approcciata in modo differente rispetto all'oggi], credo che una metapolitica sganciata dalla politica sia non solo ''antitradizionale'' [ a me ricorda tanto Agostino e la ''città di Dio''] ma anche un'astrazione, un bel sogno ad occhi aperti e nulla più

    Ti ricordo, infine, che l'unica esperienza contemporanea di eliminazione radicale di Borsa e moneta è quella della Kampuchea di Pol Pot. Vale a dire, il delirio komunista nella sua espressione più pura

  2. #42
    suum cuique
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    [QUOTE]
    Originally posted by Paul Atreides
    Io credo che un conto sia il ruolo assolutamente spropositato occupato dall'economia oggi, un altro sia il riconoscere che l'economia, come produzione-scambio-consumo, sia sempre esistita
    Su questo nulla da eccepire anzi concordo.
    Ribadisco la mia critica all' economia odierna, concepita autonomamente, indipendente da ogni vero nucleo superiore.


    Inoltre, a parte il fatto che a me interessano molto gli studi sul dono, come forma sociale e antiutilitaristica di economia [il che significa che anche l'economia può essre approcciata in modo differente rispetto all'oggi], credo che una metapolitica sganciata dalla politica sia non solo ''antitradizionale'' [ a me ricorda tanto Agostino e la ''città di Dio''] ma anche un'astrazione, un bel sogno ad occhi aperti e nulla più
    Se dici che e' un errore sganciare i due ambiti sono d' accordo.
    Ma allora se partiamo da un piano superiore "il problema economico" viene a cadere, perche' la soluzione di esso sara' consequenziale alla soluzione di ben altri nodi.

    Lungi dall' essere un bel sogno il piano metapolitico di cui parlo e' quel piano essenziale e imprescindibile che bisognerebbe assumere prima di ogni qualsivoglia azione politica.
    La tela su cui dipingere il quadro.

    Tutto cio' e' piu' concreto se vogliamo dei programmi, dei decaloghi, delle formule trite e ritrite diffuse da partiti e movimenti dell' Area.
    Si deve partire dalla materia prima, l' unita'- uomo.

    Tutte le critiche fatte a un Evola ad esempio, ai miti incapacitanti, alle altezze idealistiche, si rivoltano contro coloro che le hanno formulate.
    Se non si e' all' altezza di tali compiti non si cerchino scuse.
    Invece oggi mi pare si cerchino alibi o si releghi la beneamata Tradizione su un piano astratto, di studio e citazione colta.



    Ti ricordo, infine, che l'unica esperienza contemporanea di eliminazione radicale di Borsa e moneta è quella della Kampuchea di Pol Pot. Vale a dire, il delirio komunista nella sua espressione più pura
    VADE RETRO SATANA (riferito a Pol Pot)

    Io parlo di crollo di tutte le borse mondiali per indicare il superamente dell' attuale paradigma globale. Qualcosa di ben piu' radicale ed epocale che l' instaurazione di una sanguinaria dittatura comunista.

  3. #43
    Paul Atreides
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    X Otto Rahn

    Infatti io sostenevo l'inscindibilità della relazione metapolitica-politica

    Che poi la prima sia superiore alla seconda mi pare evidente

    Sul discorso ''antropologico'' convengo. Così come convengo che è uno dei fallimenti clamorosi dell'area

  4. #44
    Dalla parte del torto!
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    Originally posted by S.P.Q.R.
    lo so è piu forte di me
    La cosa ci sgomenta e ci atterrisce al punto che stiamo pensando di cambiare linea politica per venire incontro alle tue idee(?)
    Sinistra Nazionale!

  5. #45
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    Originally posted by Rodolfo
    La cosa ci sgomenta e ci atterrisce al punto che stiamo pensando di cambiare linea politica per venire incontro alle tue idee(?)

    che risate, Visto che avete lo 0,00000001% fareste meglio a cambiarle le vostre idee

  6. #46
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    La «sinistra» nella Repubblica Sociale Italiana

    Roberto Vultaggio



    Pur minoritaria e priva di grossi centri decisionali, la sinistra nel movimento fascista ricoprì per tutto l'arco del regime mussoliniano al potere un ruolo ideale trainante, spingendo affinchè, nell'impossibilità di realizzare subito i programmi dottrinari e rivoluzionari sansepolcristi, antiplutocratici e anticapitalistici, frenati dalle componenti reazionarie di destra annidiate all'interno delle strutture delle gerarchie fasciste, la purezza della causa della rivoluzione voluta da Benito Mussolini venisse attuata quanto prima, sradicando la pusillanime e antipopolare quotidianeità dell'Italietta borghese, subordinata alla massoneria ed agli inglesi.

    Oltre alla labilità e all'obliquità dell'individuo italiota, c'è da aggiungere che anche l'evento bellico bloccò il corso della rivoluzione delle Camicie Nere.

    La pulsione rivoluzionaria del fascismo repubblicano purtroppo venne messa in opera quando le probabilità concrete di una permanente attuazione della socializzazione era in gran parte vanificata dal corso della guerra.

    Nel complesso, malgrado si combattesse nel territorio della nazione, il governo della Repubblica Sociale Italiana dette vita a un corpo legislativo imponente, creato nel giro di quindici anni, a testimonianza di uno sviluppo tutto sommato lineare e in coerente rispondenza a direttrici sostanzialmente univoche.

    I codici mussoliniani sono permeati da un dinamismo e da un decisionismo raro, se non unico, da non porre neanche a confronto con l'abituale farragine immobilista che è caratteristica costante dei vari ordinamenti italiani di ogni epoca.

    Il principio e la welthaschauung della Rivoluzione fascista, specialmente se considerata a livello di forze europee, dal punto di vista dell'influenza che sprigionò su tanti ambienti anche fuori dall'Italia, si può dire che avesse una valenza culturale e di civiltà prima ancora che politica. Il Fascismo volle creare un uomo nuovo, una nuova civiltà, oltre che una nuova società.

    La risoluzione del problema sociale e del riscatto di tante aree depresse della nazione, eredità della povertà in cui la monarchia savoiarda teneva la nazione, e la riscoperta dei princìpi della Tradizione romana, dovevano costituire i bastioni su cui edificare il Nuovo Ordine guerriero e gerarchico e dare organicità alle aspettative rivoluzionarie del Fascismo.

    L'integrazione delle masse nello Stato e la loro mobilitazione nelle strutture del partito rivoluzionario davano luogo alla concreta possibilità di scolpire una diversa filosofia del potere e una completa visione del mondo, nella quale il compito della nuova élite era quello di fondare un nuovo corso politico e una rigenerazione di tutto il corpo della nazione.

    Se, infatti, è l'attivismo politico a contrassegnare l'ascesa della rivoluzione fascista, d'altro lato si evidenzia la sua instancabile determinazione a dare un basamento, un corpo ideale, una base culturale per una più concreta presa di coscienza del popolo.

    La rivoluzione fascista rappresenta, primo esempio in Europa, un cuneo atto a scardinare l'egemonia del capitalismo e del marxismo.

    Durante la Repubblica Sociale Italiana, finalmente, la rivoluzione si liberò di tutte quelle zavorre che durante il regime avevano arrestato la rivoluzione sociale e popolare voluta da Mussolini; la monarchia traditrice, le congreghe capitalistiche al servizio dei nemici dell'Asse, lo stesso Vaticano e la massoneria furono dichiarate nemiche dello Stato repubblicano in guerra contro le democrazie demoplutocratiche, tiranne delle nazioni che volevano marciare in ossequio alle loro radici e alle loro realizzazioni in ogni campo della società e non sotto il giogo dello sfruttamento economico-mercantile proprio di quei Paesi in balia del capitale della banca ebraica.

    Il Fascismo divenne un ideale europeo dopo che si affermò in Germania, ma trasse la sua forza dall'esempio italiano; Mussolini fece la rivoluzione e la sua opera bastò a mettere in moto un meccanismo di vita che oltrepassò presto i confini italiani, proponendosi come modello di rivoluzione europea. Si trattava del prototipo di una nuova civiltà.

    Lo Stato sociale che era programmato dal Fascismo delle origini potè avere un risvolto pratico solo dopo i tragici eventi dell'estate del 1943, in cui si ritornava al suo vero volto storico.

    Tutte quelle strutture conservatrici e capitalistiche che per 20 anni avevano sabotato continuamente il Fascismo, ingabbiandolo nella conservazione, scelsero subito, secondo natura, la parte in cui schierarsi, cioè la parte dei nemici del fascismo.

    Mussolini non appena liberato dai tedeschi a Campo Imperatore lanciò agli italiani un messaggio che agitava l'antica bandiera rivoluzionaria: «Annientare le plutocrazie parassitarie e fare del lavoro il soggetto dell'economia e la base infrangibile dello Stato». Annunciando, così, a squadristi, operai e studenti che la rivoluzione proletaria e fascista era ritornata.

    Nella Repubblica Sociale Italiana la partecipazione delle masse alla vita pubblica dello Stato fu l'apoteosi rivoluzionaria e fu così che riemerse l'anima popolare del fascismo.

    Il fascismo repubblicano espresse subito la volontà di superare la politica burocratica e di arrivare istantaneamente alla base dei problemi. La prima riunione del governo sancì l'elaborazione di una costituente eletta dal popolo, al fine di elaborare il progetto di «una repubblica unitaria nel campo politico e decentrata in quello amministrativo, con un pronunciatissimo contenuto sociale (...) tale cioè di stabilire il posto, la funzione e la responsabilità del lavoro». La riemersa concezione rivoluzionaria cui si doveva ispirare questa prima indicazione programmatica, comprendeva il superamento della subordinazione del lavoro al capitale, con un'accentuata preminenza del ruolo dell'operaio nella nuova struttura socio-economica. Da alcuni settori venne anche richiesta con determinazione l'abolizione della proprietà privata.

    Accanto al Duce vennero affiancandosi i più fedeli all'Idea rivoluzionaria, con ex-socialisti ed ex-comunisti. L'uomo di punta del Fascismo repubblicano fu Alessandro Pavolini, segretario del PFR, già squadrista negli anni '20, intellettuale e ministro; ora incarnava l'ala degli intransigenti, di coloro i quali intendevano attuare i postulati della Rivoluzione per instaurare un «regime di popolo».

    Pavolini intendeva edificare un partito nuovo, un «... ordine di combattenti e di credenti» a base élitaria e non quantitativa. Il nuovo partito rivoluzionario sarebbe stato un «partito di lavoratori, un partito proletario animatore di un nuovo ciclo senza remore plutocratiche (...)» e ispiratore di postulati «più propriamente che sociali, socialisti».

    Esaltante era il grado di presa che il fascismo riusciva ad avere ancora sul popolo, il quale, pur fiaccato dalla guerra e dalle sconfitte sul piano militare, seppe dare al fascismo repubblicano all'incirca duecentocinquantamila nuovi iscritti. Ciò la dice lunga sulla presunta impopolarità sbandierata dai detrattori della Repubblica Sociale Italiana.

    La mancata convocazione della Costituente, sempre rinviata in attesa di tempi migliori che purtroppo non vennero, si rivelò un errore politico poichè impedì di dare tutto il riconoscimento che spettava ai «18 punti di Verona».

    In questo contesto si doveva attuare, come affermò Mussolini, lo «smantellamento del capitalismo e del latifondismo» attraverso la «... immissione del controllo e degli interessi dei lavoratori con la conseguente ripartizione degli utili in tutte le aziende, anche di quelle statali», e la «libera azione del sindacato». Questo progetto costituiva una indicazione fondamentale per l'attuazione della socializzazione, poi commutata in Legge il 12 febbraio 1944. AI secondo punto del progetto, si affermava: «la gestione dell'azienda, sia essa a capitale pubblico o privato, è socializzata; ad essa prende parte il lavoro. Le aziende a capitale pubblico sono amministrate da un Consiglio di Gestione, eletto da tutti i lavoratori dell'azienda, operai, impiegati e tecnici».

    Tale struttura non rimase inapplicata, ma nonostante problemi di ogni genere, guerra e bombardamenti indiscriminati, sabotaggi degli industriali e azioni di guerriglia dei partigiani, trovò immediata applicazione in alcune industrie del Nord Italia.

    Si cominciò con aziende editoriali, come "il Corriere della Sera", "Il Lavoro"; poi fu la volta dell'industria grafica, cartaria e meccanica. Furono socializzate: Mondadori, Garzanti, Vallardi, Ricordi, Alfa Romeo, Metalmeccanica e altre aziende minori. In tutti questi casi non valsero ad impedire la continuità di funzionamento le accanite opposizioni padronali e cielleniste. Un discorso a parte meriterebbe l'alleanza tra capitalisti ed emissari del CLN, ai quali era invisa la legislazione sociale della Repubblica Sociale fascista, per egoismo di classe o per mero calcolo politico. Si chiarirebbero così le idee su quali furono i reali motivi del sabotaggio alla socializzazione, che attraverso la propaganda e l'istigazione sovversiva tolse alla classe dei lavoratori una serie di importanti conquiste acquisite attraverso la legislazione rivoluzionaria del rinato partito rivoluzionario, perdute poi di fatto all'atto della restaurazione democratico-capitalistica del dopoguerra.

    È bene ricordare come tra le prime misure del CLNAI dopo il 25 aprile 1945, e, poi, tra i primi atti legislativi della Repubblica post-bellica ci sia stata l'abrogazione delle Leggi sociali del 1944, un punto sul quale tutti i partiti del Comitato di Liberazione mostrarono una concordia degna della peggiore malafede. Ma non poteva essere altrimenti.

    Alcuni degli obiettivi che i lavoratori raggiunsero con la socializzazione, costituiscono ancor oggi un lontano miraggio per ciò che rimane del movimento operaio, miracoli dell'ipocrisia ideologica che fa negare la validità anche a quanto di buono crea la parte politica avversaria.

    Grazie alla subordinazione italiana a interessi extranazionali dettati dalla massoneria e dall'Alta Finanza fu raggiunto il grottesco risultato per cui le masse operaie del Nord furono spinte a rinnegare misure che le toglievano d'un colpo dalla secolare sudditanza nei confronti del padronato, e a simpatizzare per il Sud, alla testa del quale c'era il fior fiore della classe conservatrice e industriale, unitamente alla monarchia ed ai settori più retrivi del clericalismo, alla massoneria, retto come un burattino dalla amministrazione alleata, ispirata dal capo del conservatorismo europeo Winston Churchill.

    I lavoratori italiani, fomentati a combattere per la classe padronale, anzichè per i propri diritti, persero così un'occasione storica e scontarono presto l'inganno: l'alleanza tra Togliatti e la monarchia traditrice avrebbe dovuto aprire gli occhi e tutto passò, grazie ad una abile mistificazione, come frutto della propaganda fascista.

    La Repubblica Sociale Italiana, in ogni caso, assunse la valenza di movimento rivoluzionario che, incontestabilmente, ruppe i ponti con I'usurocrazia capitalistica che fin dal sua comparsa aveva sempre ostacolato e sabotato il movimento fascista ogni qual volta questo faceva appello e si dirigeva verso la sua politica sociale e rivoluzionaria, antiplutocratica e popolare.

    I vertici repubblicani non si fecero scrupoli, quando se ne presentò la necessità, a passare alle vie di fatto nei confronti degli industriali. Ad esempio, negli scioperi del 1944 a Milano ed a Torino (ispirati dagli anglo-alleati e mossi dai movimenti clandestini), gli industriali Donegoni e Marinotti (due dei più grossi industriali d'Italia), in base a sospetti di complicità, vennero subito arrestati. Misure del genere rivelano che un'aria diversa spirava sul fascismo repubblicano e una diversa determinazione ne ispirava le decisioni.

    Tutto finì nell'aprile 1945 quando, approfittando dello scatenato odio antifascista, furono eseguite innumerevoli esecuzioni di innocenti. Le stragi del 1945 furono un olocausto che non colpì una minoranza forte, ma che si abbattè su gente del popolo, militi provenienti nella grande maggioranza dalle fila popolari e giovanissimi che avevano inteso battersi per un ideale rivoluzionario e per l'onore scalfito dalla viltà e dall'ipocrisia, dal tradimento e dalla codardia, d'una parte inetta che preferì la posizione personale, all'ombra degli inglesi, della mafia e della massoneria, alla grandezza della Patria in armi.

    Roberto Vultaggio

  7. #47
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    LA SOCIALIZZAZIONE

    La Socializzazione è il nocciolo, è l'essenza, è il perno attorno al quale ruota tutta la legislazione sociale della RSI, che riassumeva, per l'appunto, nel trinomio «Italia, Repubblica, Socializzazione» quella che era la ragione stessa della sua esistenza, del suo inveramento nella Storia. La rivendicazione della dignità e del ruolo dell'Italia, l'affermazione del credo repubblicano, l'indirizzo socializzatore in economia indicavano i pilastri sul quale si sarebbe costruito il nuovo Stato.
    Ma soprattutto il disegno socializzatore che ponendo alla base del nuovo Stato una diversa concezione del «lavoro» e del «capitale» era tale da rappresentare un enorme strappo con gli assetti politici e sociali precedenti. Non si trattava, infatti, unicamente di una innovazione che introduceva nella società forti elementi di giustizia sociale, ma di qualcosa di infinitamente più radicale e vasto, tale da improntare di sé tutto l'ordinamento giuridico dello Stato, dando ad ogni singolo cittadino un più vasto ruolo, anche spirituale e civile, all'interno della Comunità nazionale.
    Di tutto questo poco si è parlato in questi cinquant'anni; quando lo si è fatto si sono dette molte inesattezze, a partire da quelle riportate da un giornale d'«area» che sosteneva che l'ispirazione della Socializzazione sarebbe venuta a Mussolini da Bombacci. Un'inesattezza forse non innocente perché destinata a squalificare, in un certo senso, il concetto stesso di Socializzazione, colorandola di rosso e facendone un'idea d'ispirazione comunista. Nulla di meno esatto è stato scritto e detto; anche se, purtroppo, questa tesi è stata avvalorata da quanto asserito da Marco Tarchi nel suo libro "Teste Dure". Non sappiamo come egli abbia fatto sua quest'idea che, poi, smentisce decisamente allorché egli stesso sottolinea l'estrema segretezza con cui fu condotto tutto il lavoro preparatorio sulla Socializzazione, sin dal suo inizio nel gennaio del '44 e, cioè, nella preparazione di quella dichiarazione programmatica che il Consiglio dei Ministri approvò l'11/1/1944.
    Un'attività spasmodicamente, non solo riservata, ma addirittura segreta, espressamente richiesta da Mussolini che conosceva i pericoli ai quali il nuovo ordinamento sarebbe andato incontro, e quindi volle che tutto il lavoro preparatorio fosse condotto con estrema riservatezza. E Tarchi di questo parla nel suo libro; ricorda, come la dichiarazione programmatica dell'11 gennaio non fu in alcun modo comunicata ai membri del Governo. Giunse sul tavolo del Consiglio dei Ministri solo l'11 gennaio, portata da Mussolini, senza che neppure il segretario del PNF ne fosse a conoscenza. E, più o meno, lo stesso si verificò per il Decreto del 12 febbraio '44, che fu comunicato, per ragioni formali di tecnica legislativa, ai Ministri delle Finanze e Giustizia per quanto concerneva il necessario «concerto» solo 24 ore prima della sua discussione in Consiglio. Questo dimostra quanto poco fondata sia l'idea che la Socializzazione possa essere stata concepita e suggerita a Mussolini da altri e che tutto il lavoro preparatorio si svolse all'interno della ristretta cerchia del Ministero dell'Economia Corporativa.
    Un'altra inesattezza è quella che vorrebbe la Socializzazione frutto di un'intuizione improvvisa, nata "ex nibido" e, addirittura, secondo una interpretazione malevola, per ingannare, per ordire un ultimo inganno alle masse lavoratrici italiane illudendole con il «miraggio» della «partecipazione alla gestione delle imprese». Anche questa è una grossa, voluta e tendenziosa inesattezza. Non è che non vi sia stata improvvisazione nella preparazione e nel varo della legge, ma sarebbe meglio dire, che c'è stata efficienza e rapidità; se si pensa che il Tarchi fu nominato Ministro per l'Economia Corporativa il 3 dicembre '43 e che già l'11 gennaio '44 il Consiglio dei Ministri fu chiamato ad approvare la "Dichiarazione Programmatica" e che solo un mese dopo lo stesso Consiglio licenziò il "Decreto fondamentale sulla Socializzazione". Quindi si può parlare di accelerazione dei tempi, tale da far invidia ad uno Stato che impiega lunghi mesi, quando non anni, per certe «quisquilie» di ordinaria amministrazione.
    Ma ciò non significa che ci sia stata improvvisazione; in realtà la Socializzazione, l'idea stessa di questa innovazione economico-politica affonda le sue radici negli strati più profondi del pensiero fascista. Va infatti ricordato, soprattutto ai più giovani che non ne sono a conoscenza, che l'idea della «partecipazione operaia alla gestione dell'imprese» figurava sia nel programma dei Fasci di Combattimento nel '19, sia in quello del PNF nel '21; essa scomparve, poi, dallo statuto del Partito Fascista in seguito alle "concessioni" fatte da Mussolini a certa borghesia per giungere al potere. Ma soprattutto va ricordato che, all'interno del Partito, la concezione socializzatrice continuò ad essere presente, specie entro i Sindacati fascisti, e che lo stesso Mussolini il 23 marzo '36 alla 2ª Assemblea Nazionale delle Corporazioni delineando i caratteri della nuova economia e del nuovo Stato, in un'Italia che era appena uscita dall'esperienza delle sanzioni conseguenti alla Guerra d'Etiopia, diceva, tra l'altro: «Quanto alla grande industria che lavora direttamente o indirettamente per la difesa della Nazione e ha formato i suoi capitali con le sottoscrizioni azionarie, e pure l'altra industria sviluppata che continua sempre più ad assumere caratteri capitalistici o supercapitalistici, che pone dei problemi non più di ordine economico ma sociale, essa sarà costituita in grandi unità corrispondenti a quelle che si chiamano le "industrie chiave"; esse assumeranno un carattere speciale nell'orbita del nuovo Stato».
    Questo concetto, che l'impresa capitalistica e supercapitalistica dovrebbero assumere una fisionomia particolare nell'ambito dell'economia nazionale, e in particolare le "industrie chiave" che Mussolini usava nel '36, lo ritroveremo nella legge della Socializzazione.
    Questo è uno dei tanti elementi sui quali per evidenti ragioni di spazio non mi soffermo. Sono questi gli argomenti con i quali si può dimostrare che la Socializzazione non è nata dal nulla, che non è stata un'intuizione improvvisa, bensì la ripresa e la valorizzazione di un'idea precedente che, per motivi politici contingenti, il fascismo del dopo '24 e del pre 25 luglio aveva dimenticato ed abbandonato. Quindi la Socializzazione viene da lontano; essa era alla base stessa della concezione fascista dell'ordinamento economico dello Stato, cioè, di quelle che potremmo chiamare le idee sociali fondamentali, poi tradite da quello che potremmo chiamare in termini crudi (ma che non dobbiamo aver paura di usare, in quanto la realtà va guardata per quello che è, non per quello che si vorrebbe fosse): il fallimento dell'esperienza corporativa. Il fallimento, cioè, di quello che era il centro dell'esperienza fascista, in nome del quale, noi giovani di allora, siamo stati fascisti.
    Quella generazione, per intenderci, che non aveva fatto il fascismo, che non aveva fatto la Marcia su Roma, che non aveva partecipato allo squadrismo, ma che era diventata fascista durante il regime. Questi giovani sono stati fascisti soprattutto per questo: perché il fascismo rappresentava l'idea del rinnovamento delle strutture economiche e sociali del Paese in una più globale visione di rinnovamento dell'Italia. Quindi con un punto d'arrivo preciso; la trasformazione radicale delle strutture economico-sociali. Questa visione non si era concretizzata, o era stata attuata troppo marginalmente, parzialmente, incompiutamente, frammentariamente.
    E dopo il crollo del 25 luglio, dopo la tragedia dell'8 settembre, ci siamo ritrovati a domandarci: perché? E, come si può uscire da questa situazione fallimentare?
    Sono state due, a mio parere, le scintille. Due le modalità da cui è scoccata la scintilla della Socializzazione. Da un lato, la convinzione, che deriva, da quello che ricordavo prima: quanto sottintendeva nel suo discorso Mussolini nel '36; dall'altro la constatazione che l'industria italiana viveva soprattutto sullo Stato, grazie ai contributi dello Stato, finanziamenti dello Stato, diretti o indiretti, attraverso quello che al tempo era chiamato Istituto Mobiliare Italiano e che era lo strumento di programmazione dell'economia.
    L'evidente constatazione, quindi, che le grande industria italiana, assorbendo risorse di proprietà collettiva era strettamente vincolata al controllo pubblico. Questo era uno dei poli da dove doveva scoccare la Socializzazione.
    È possibile, ci si chiedeva, e fu Tarchi per primo a chiederselo, che un'industria che assorbe risorse collettive sia svincolata da ogni possibile controllo della Comunità nazionale? E che i profitti di quest'industria non ritornino a vantaggio della società tutta?
    Guardate che questo è un interrogativo di enorme attualità, perché oggi il fenomeno è più ampio di allora, ancora più radicale e spudorato di quanto non lo fosse nel '43. Quindi queste nostre rievocazioni non possono avere unicamente un valore storico e non possono essere rivolte a chiarire solo aspetti, pur importanti, del passato, ma assumono un drammatico valore attuale.
    Queste erano dunque le ragioni, i motivi che ci guidarono. Un altro era quello che scaturiva dal fallimento del corporativismo. Perché questa esperienza si era chiusa in modo negativo? Perché le corporazioni che dovevano costituire lo strumento per la disciplina dell'economia, e quindi del controllo dell'economia privata, dell'industria privata, del capitale privato non sono riuscite nel loro compito?
    Perché si era verificato il fenomeno, accentuato in maniera macroscopica durante la guerra, del controllo burocratico. Quel controllo che avrebbero dovuto esercitare le corporazioni, quella disciplina che avrebbe dovuto essere impressa dalle corporazioni era stata, in realtà, demandata ad organi di carattere burocratico nei quali avevano prevalenza gli elementi capitalistici? A questo punto è legittimo domandarsi il perché tutto questo sia avvenuto?
    La risposta che si credette di dare fu questa: «è avvenuto perché è mancato l'impulso dei sindacati»; perché il sindacato doveva essere lo strumento per la costruzione dell'ordinamento corporativo, doveva essere lo strumento per convogliare le energie dell'economia nel quadro di un ordinamento che superasse, andasse oltre il precedente quadro economico-sociale. La sua funzione associativa lo ridusse a mero strumento burocratico, con i suoi meriti, per carità; non si vuole qui fare un processo al sindacalismo fascista che pure ha grandi meriti, ma al quale ad un certo momento è mancata, dagli anni Trenta in poi, la capacità di operare un vero cambiamento, l'impulso ad operare in direzione di una ristrutturazione dell'economia. Ad ulteriore chiarimento di ciò, va detto che questo si è verificato perché l'edificio si iniziò a costruirlo dal tetto, mentre per rendersi veramente padroni del meccanismo economico, per mettersi nella condizione di conoscerlo e quindi di regolarlo, occorreva partire dal basso. Occorreva partire dall'impresa, socializzare l'impresa per poter socializzare l'economia e quindi socializzare lo Stato. Questa è stata la sintesi della Socializzazione. E senza dilungarsi troppo (questo discorso per essere chiarito appieno richiederebbe parecchi libri), intendiamo delineare rapidamente le tappe attraverso le quali si è cercato di realizzare la Socializzazione.
    La prima tappa fu una relazione presentata da Benito Mussolini, nell'autunno '43, intitolata: "L'organizzazione economico-sociale dello Stato Fascista Repubblicano". Ed una relazione che Tarchi pubblicò in appendice al già citato "Teste dure", con qualche lacuna, con qualche taglio e di cui, tutt'ora, possiedo copia, e che non ho nessuno difficoltà a rendere pubblica, la cui conoscenza è importante in quanto si tratta veramente di un documento rivoluzionario. Un documento che affronta crudamente il problema del fallimento dell'esperienza corporativa; che sviscera, senza mezzi termini, i problemi dell'economia italiana e che addita quelle si pensava dovessero essere le soluzioni (e delle quali mi sembra opportuno qui riportare i dati salienti e fondamentali) e il meccanismo di formazione del piano economico, ossia del piano in cui si parlava di economia programmata, già nel novembre '43. Anticipando, quindi, di decenni, i discorsi che sono stati fatti e che non sono mai stati realizzati.
    Le corporazioni elaborano un programma nazionale di massima per i vari rami della produzione. Questo piano viene inviato per lo studio dei particolari di attuazione ai Consigli locali dell'economia corporativa e a quelli delle singole aziende. Sulla base del piano nazionale vengono studiati e determinati i piani provinciali e aziendali che costituiscono le parti via via più precise e minuziose del programma unitario. I programmi aziendali vengono sottoposti all'approvazione dei Consigli della Economia Corporativa per essere armonizzati nel più vasto quadro di programmazione nazionale.
    Qual'era il fine ultimo di tutto questo?
    Si voleva giungere ad un'economia programmata, ma non burocratizzata. Un'economia in cui il programma emergesse dal basso, scaturisse, quindi, da un programma nazionale unitario, frutto delle esperienze aziendali e dalle necessità delle singole unità territoriali che, poi, si sarebbe dovuto armonizzare nel più vasto concerto nazionale. Allora, come si può facilmente arguire, si era concepito un doppio iter: il quadro generale che scendeva verso il basso e le esigenze particolari che risalivano verso il quadro generale per essere armonizzati.
    Era questo, il caposaldo vero della Socializzazione e della programmazione economica!
    Ma dal punto di vista istituzionale come questa concezione poteva e doveva attuarsi?
    Questa relazione servì a Mussolini per delineare in modo efficace e chiaro la parte economico-sociale del programma di Verona. I 18 Punti del "Manifesto di Verona", largamente conosciuto, ma che ci pare necessario rileggere nelle sue linee fondamentali, evidenziandone i punti qualificanti che erano, nella fattispecie, l'asse portante di tutto il programma.
    Il "Manifesto di Verona" enunciava che nella RSI il soggetto primario era il lavoro manuale, tecnico, intellettuale in ogni sua manifestazione, riaffermando il principio della proprietà privata che però, si sosteneva, non deve diventare disintegratrice della personalità fisica e morale di altri uomini attraverso lo sfruttamento del loro lavoro. Arrivando ad affermare che l'economia nazionale è tutto ciò che ha dimensioni e funzioni tali da fuoriuscire dall'interesse privato per divenire interesse collettivo e che quindi va ricondotto a quella sfera di azione e intervento propria dello Stato. E continua sostenendo che in ogni azienda le rappresentanza degli operai e dei tecnici coopereranno alla determinazione dei salari, affermando il principio della partecipazione integrale dei lavoratori alla gestione dell'impresa.
    Principio che viene reiterato, con ancora maggiore efficacia e precisione, nella dichiarazione programmatica dell'11 gennaio '44. Infatti, in tale documento, non solo veniva affermato il principio della partecipazione dei lavoratori alla gestione dell'impresa, ma veniva altresì dichiarato e posto in primo piano un altro principio: la necessità che le "industrie chiave" fossero direttamente gestite dallo Stato.
    Il principio della "Statizzazione", diciamolo chiaramente, delle industrie ritenute vitali per l'economia nazionale. Anche a questo riguardo dobbiamo fare chiarezza, dissipando gli equivoci che nascono quando si parla di «statizzazione» o «nazionalizzazione»! Perché, come prima accennavo e mi preme di ulteriormente sottolineare, la «statizzazione» era concepita nell'ampio quadro della Socializzazione dell'economia e non era, né voleva essere, una «nazionalizzazione» di carattere burocratico. Non si trattava, cioè, di trasformare l'impresa in organo dello Stato, bensì di gestirla secondo interessi collettivi e lo strumento di questa gestione era individuato in quello che, potremmo dire, costituisce il più originale aspetto di questo disegno: l'«Istituto di Gestione e Finanziamento» (IGF), che doveva nascere dalla fusione dell'IMI e dell'IRI, quindi dalla fusione del finanziamento (che era proprio all'attività istituzionale dell'IMI) con quello della gestione (che era proprio all'attività dell'IRI). Da qui il nome di "Istituto di Gestione e Finanziamento", strumento attraverso il quale lo Stato attuava la propria politica economica non burocratizzando le imprese. Anzi, nella dichiarazione programmatica, dell'11 gennaio si riaffermava, con estrema chiarezza, che nelle imprese di proprietà dell'IRI, quindi incorporate nell'Istituto di Gestione e Finanziamento, i lavoratori non solo avrebbero partecipato alla gestione, ma sarebbero stati gli unici referenti della gestione stessa, mancando il capitale privato. Quindi la gestione delle imprese «statizzate» sarebbe stata di esclusiva competenza di produttori, tecnici ed operai.
    Nelle imprese private, invece, vi era l'altra grande novità: la «novità rivoluzionaria»! Nelle imprese private, che private rimanevano, i lavoratori di tutte le categorie, operai, tecnici e intellettuali partecipavano alla gestione attraverso delle «rappresentanze» da loro elette, nei Consigli di Amministrazione che avrebbero assunto il carattere di veri e propri "Consigli di Gestione", quindi, non più amministratori unici o presidenti, ma Consigli di Gestione, nei quali erano parte paritaria, i rappresentanti dei soci (cioè gli eletti dai detentori del "capitale") ed i rappresentanti dei produttori, eletti dall'assemblea di tutti i lavoratori dell'impresa.
    Nelle imprese, invece, a carattere non-societario, in particolare nelle imprese individuali, si sarebbe creato pure un Consiglio di Gestione, ma si sarebbe attuata una partecipazione dei lavoratori materialmente più ridotta, ossia un Consiglio di Gestione con soli poteri consultivi ma non deliberativi. Va tenuto conto, inoltre, di un fatto di fondamentale importanza; la figura del Capo dell'impresa che andava ad assumere un ruolo ben diverso in ambito aziendale, non rappresentando più, unicamente, gli interessi del capitale, ma assumendo un ruolo, in un certo senso, "pubblico", quale organo di gestione attraverso cui l'impresa organizzava la programmazione economica. Responsabile, quindi, della gestione aziendale d'innanzi agli organi di controllo e gestione della programmazione economica. Anche questa, ci pare, una notevole e originale concezione che poneva il capo dell'impresa quale centro motore della stessa.
    Il 12 febbraio '44 viene approvato il Decreto che dava forma giuridica a questa concezione ed al programma collegato. Resta da chiedersi perché, poi, questo decreto non ebbe completa attuazione? Per quale motivo, nei mesi che seguirono, nulla fu fatto?
    Si trattò di un errore gravissimo determinato da qualche inconveniente che fece perdere oltre sei mesi, tanto che l'applicazione della Socializzazione fu applicata, quando tutto stava per crollare, in modo incompleto e caotico. La Storia non si fa con i «se», ma non sappiamo cosa mai sarebbe avvenuto se la Socializzazione fosse stata già, a questo punto, attuata nella sua completezza; se l'economia italiana avesse subito quella rivoluzione profonda che era stata teorizzata.
    Ci sono diversi Istituti, realizzati in quel periodo, che sono rimasti e che nessuno ha osato porre in discussione. Ad esempio quello della unificazione dei contributi; i contributi unificati a carico del datore di lavoro non sono una invenzione dei governi del dopoguerra, sono opera del Fascismo Repubblicano introdotti, proprio, nel '44. Forse se attuata prima la Socializzazione avrebbe lasciato «delle tracce». Ma perché, come ci chiedevamo, non è stata realizzata?
    Anche a questo proposito sono circolate, e circolano parecchie inesattezze. Si è sostenuto, per fare un esempio, che questa sarebbe la riprova che l'idea della Socializzazione non era una cosa seria, che era lo «specchietto per le allodole», che il Governo fascista non avesse, in realtà, nessuna intenzione di renderla operativa! In verità le ragioni sono profondamente diverse; i ritardi nell'attuazione dipesero da tutta una serie di elementi contrari, cioè, dalla fiera opposizione dei filo-capitalisti, degli ambienti tedeschi che furono tra l'altro opportunamente strumentalizzati da questi ultimi che certo non volevano la Socializzazione e che per questo salivano le scale di Palazzo Ruck per chiedere i favori del Ministero della produzione bellica tedesca. E, bisogna dirlo, anche questo può dispiacere ma va detto, per l'opposizione venuta anche da ambienti del Governo Repubblicano: segnatamente dal Ministero dell'Agricoltura e da quello delle Finanze.
    Il Ministro dell'Agricoltura paventava la trasformazione della struttura arcaica dell'agricoltura italiana, che in linea di principio non era esclusa dall'essere socializzata. Infatti, la Legge sulla Socializzazione, interessava tutta l'economia nazionale e avrebbe dovuto essere applicata a tutti i settori produttivi e quindi anche al settore agricolo. Materialmente questo non poteva verificarsi d'un tratto, sarebbe stata necessaria una gradualità e, per il settore agricolo, si sarebbero dovuti studiare i problemi che ne derivavano, ma questo non significava certo che il settore agricolo, come quello commerciale potevano rimanere immuni dalla Socializzazione, e come questi il settore creditizio, cioè, le banche. Il Ministero dell'Agricoltura e con esso la potente Confederazione degli Agricoltori hanno fatto tutto il possibile per impedire che la Socializzazione si estendesse anche al settore agricolo.
    Industriali, agricoltori, ambienti bancari: questi hanno avuto voce soprattutto al Ministero delle Finanze; hanno continuamente posto ostacoli che si concretavano nel far giungere al Duce «appunti» e «promemoria» che servivano per indirizzare, per ispirare la volontà del Capo. In questo senso, come sostenevo prima, si inseriva l'ostilità tedesca. Queste sono le ragioni vere della ritardata applicazione della Legge.
    Mussolini è stato esitante per lungo tempo, per molti mesi e si decise, ironia della Storia, solo quando sulla "Stampa" di Torino apparve il famoso articolo di Concetto Pettinato: «Se ci sei batti un colpo»; se questo governo c'è si faccia sentire. Perché non ha fatto questo e quest'altro, tra l'altro non ha realizzato la Legge sulla Socializzazione delle Imprese.
    Fu questo l'elemento decisivo che portò Mussolini, per smentire queste affermazioni, ad autorizzare il Decreto del giugno '44 e l'entrata in vigore del Decreto del febbraio precedente. Così finalmente la Socializzazione potè entrare nella sua fase di attuazione, frenata però da molte pastoie perché, come ultimo baluardo di resistenza, si convinse Mussolini a non attuarla totalitariamente in tutto il settore industriale e di farlo per gradi, iniziando dalle imprese editoriali. Poi si dovettero vincere le resistenze tedesche che si opponevano alla applicazione della legge nelle industrie che lavoravano per la guerra in quanto i Tedeschi le consideravano settori di loro interesse tanto da definirle "Aziende protette", e via discorrendo. Finché si giunse alla fine del '44, ai tragici echi che preludevano alla fine della RSI e la Socializzazione si concluse in modo piuttosto amaro con gli esperimenti condotti dal Ministero del Lavoro nelle grandi industrie piemontesi, soprattutto alla FIAT e alla Montecatini, che dettero purtroppo risultati non esaltanti.
    Questo è il quadro storico, un quadro forzatamente sommario; ci si dovrebbe, per meglio capire, addentrare nei particolari, cosa non possibile nei limiti di un saggio giornalistico. Ma voglio dire un'ultima cosa; quello era solo il punto di partenza; la direttiva era «socializzare l'economia per socializzare lo Stato». La Socializzazione delle Imprese doveva essere il punto iniziale per creare una struttura sindacale che rispondesse alla nuova concezione dell'impresa: un'impresa non più capitalistica!
    Dalla nuova struttura sindacale avrebbe dovuto generarsi una nuova struttura corporativa della quale esisteva già una bozza di decreto istitutivo. Una struttura corporativa che avrebbe dovuto essere, a sua volta, l'espressione di una realtà nuova che nel frattempo si sarebbe creata. A questo punto noi ci fermammo perché nei prodromi della RSI si era parlato di una Costituente che avrebbe dovuto scaturire dal nuovo assetto dello Stato e, quindi, non era il caso di anticipare i tempi di quella che avrebbe dovuto essere l'Assemblea Costituente.
    Ma nelle nostre menti vi era anche un ulteriore anello della struttura del nuovo Stato: quella che era stata in embrione la "Camera dei Fasci e delle Corporazioni", esperimento con esito negativo come tutta l'esperienza corporativa del Ventennio, ma che avrebbe potuto rinnovarsi attraverso la ristrutturazione dell'organismo corporativo per divenire l'organo rappresentativo non delle categorie e dei ceti sociali, come spesso il corporativismo viene inteso, ma come la rappresentanza organica degli interessi e delle esigenze del popolo lavoratore e produttore.

  8. #48
    Dalla parte del torto!
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    Originally posted by S.P.Q.R.
    che risate, Visto che avete lo 0,00000001% fareste meglio a cambiarle le vostre idee
    Ma ti fai di qualcosa di pesante o sei così al naturale?
    Sinistra Nazionale!

  9. #49
    Paul Atreides
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    Cornelio, mi spiace, ma non puoi rispondere con dei copia/incolla. Non ha senso discutere così.

    Oltretutto i tuoi copia/incolla sono ricostruzioni storiche ma NON dicono nulla su come OGGI queste idee possano essere applicate

    Quindi, oltre a non mettere nulla di tuo nella discussione, c'infili pure messaggi kilometrici che parlano di tutt'altro

  10. #50
    email non funzionante
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    Ti rispondo da profano, perchè di economia pratica non ne capisco molto: secondo me la socializzazione non si può dire a priori che non possa funzionare ancora adesso, per il semplice motivo che non la si è sperimentata neanche 60 anni fa. A me sembra un'idea-forza che ci possa distinguere sia dagli ultraliberisti e sia dai vetero-marxisti.
    Ora ti chiedo delucidazioni sui punti che hai postato sperando che cortesemente tu voglia darmene


    Flessibilizzazione come politica della redistribuzione, ovvero riduci i costi e non gli occupati [non è il ''McJobber''] in modo da recuperare maggiori quote d'investimento da riversare nella produzione

    Ridurre i costi non significa forse ridurre i salari?

    Formazione professionale a carico delle aziende

    Ma se riduci i costi come la paghi la formazione professionale?

    Concertazioni collettive [via europea del neo corporativismo]. Da collegare al punto 1. Ovvero niente flessibilizzazione ''deregolata''

    Ignoro cosa sia la concertazione



    Flessibilità burocratica nel lavoro [con garanzie immutate per il lavoratore]. Da equilibrare col punto precedente

    Altro punto oscuro


    Niente lavori totalmente improduttivi [con funzioni di ammortizzamento sociale] a carico dello stato

    Quali sarebbero i lavori improduttivi?

    Sussidi di disoccupazione ''a tempo''

    Quanto tempo?

    Federalismo reale

    Ogni regione si fa la sua politica economica?


    Lo Stato come unico depositario della sovranità monetaria

    Completamente d'accordo

 

 
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