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Discussione: I perche' della guerra

  1. #51
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    In Origine Postato da Ago
    Un bella bomba atomica e' non ne parliamo piu'! E' cosi' secondo condor che si combattere gente che non c'entra una mazza con il terrorismo e che non rappresenta nessun pericolo per l'occidente. Solo per fargli capire chi comanda, visto che sono passati piu' di 50 anni dall'ultima bomba atomica ed i pischelli cominciano ad alzare la testa e credono di poter fare quello che vogliono con il loro petrolio... Bravo il discorso non fa' una piega.

    Ammetti, caro RAZZISTA condor, non saresti felice di vedere un bel funghetto atomico sopra un qualsiasi paese arabo? Magari anche sopra la germania? E' vero o no che e' quello che desideri in cuor tuo?
    Io sono CONTRO l'uso delle armi atomiche come primo colpo. Pero' se siamo attaccati con quelle armi (o chimiche o biologiche), allora si puo', anzi si DEVE, rispondere per le rime

    La mia contrarieta' alle atomiche e' dovuta soprattutto al fatto che il loro uso "sciupa" il territorio che poi dovremo occupare noi.

    Comunque la mia previsione e' che in questa lunga e difficle crociata contro il terrorismo e i suoi fiancheggiatori (nell'Iraq no, ma successivamente si') saranna usate non una, ma diverse, bombe atomiche. Lo penso perche' le forze che si fronteggiano sono davvero enormi, soprattutto se l'asse Parigi-Berlino-Mosca-Pechino scendera' in campo a fianco degli islamici.

  2. #52
    SENATORE di POL
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    In Origine Postato da Fuori_schema
    Pieffebi e' fuggito a gambe levate....

    Qualcuno lo ha visto o era troppo veloce?



    Saluti

    Luca Loi
    A differenza dei parassiti di sinistra io ho anche altre cose da fare nella vita...

    Il signor Ago si ostina a dare i numeri..... non tenendo affatto conto dell'auto-produzione americana (compresa l'ALaska) di Petrolio e mischiando risi con bisi. Da nessuna parte c'è scritto che l'Iraq fa parte dell'Opec.
    E' un dato di fatto che la dipendenza USA dal petrolio medio-orientale si è quasi dimezzata in venti anni.
    E' un dato di fatto che sebbene le riserve irachene siano presumibilmente ingenti, il futuro sdel petrolio sta con ogni probabilità nell’Asia Centrale, per ora in Kazakistan, nei giacimenti del Caspio. Probabilmente in Cina nello Xin Xiang.
    Per rendere fruibile tale petrolio in modo adeguato occorreranno circa 5/10 anni. Si dovranno infatti costruire infrastrutture (oleodotti ecc...). . E per non i"intasare" il Bosforo, occorrerà farlo transitare via Turkmenistan, Afghanistan e Pakistan, fino al golfo persico. Il vecchio progetto Unocal (USA) e Delta Oil (sauditi) che secondo la vulgata antiamerikana ha influito sulla guerra afghana. Come è noto il presidente Kharzai è infatti un ex consulente Unocal.

    Shalom!!!


    P.S. = nel post precedente non si parlava di paesi OPEC ma di paesi arabi OPEC. Bisognerebbe saper leggere. Nel 2000 questa percentuale era intorno al 28% come risulta dal seguente articolo:
    http://www.axiaonline.it/promemoria/...lpunto1021.htm
    28 ottobre 2001
    Destabilizzanti le pretese di Osama bin Laden sul petrolio

    Lentamente il piano strategico di Osama bin Laden comincia ad emergere in tutta la sua
    drammaticità. L’attacco dell’11 settembre, culminato con la distruzione
    completa delle "Twin Towers" a New York, di un’ala del Pentagono a
    Washington e con la Casa Bianca salvata da un gruppo di giocatori di rugby a bordo del
    volo 93 schiantatosi in Pennsylvania è tutt’altro che completato. Dopo aver tentato
    di distruggere il cuore finanziario del capitalismo occidentale ora Al Qaeda punta al
    controllo del mercato del petrolio facendo leva sulla famosa "dottrina di
    Carter". Un progressivo allargamento dell'area di influenza americana a partite
    dall'accordo siglato tra il presidente statunitense Franklin D. Roosevelt e il sovrano
    saudita Abd al-Aziz, negli anni '30. Da allora gli Usa hanno avuto un accesso privilegiato
    alle enormi riserve di petrolio e gas naturale dell’Arabia Saudita a fronte della protezione incondizionata fornita al sovrano hashemita. Tra gli obiettivi di bin Laden
    c’è dunque quello di imporre all’Arabia Saudita un nuovo governo, rovesciando
    l’attuale regime di Riyadh ormai privo di qualsiasi legittimazione popolare e
    caratterizzato da uno stato di corruzione endemica. Basti pensare che per mantenere il
    controllo della situazione in Arabia Saudita è stata proibita ogni forma di dibattito
    politico, ogni libertà di parola e di riunione.
    Gli effetti per gli Stati Uniti di un simile evento sarebbero catastrofici e i dati
    parlano chiaro. Nonostante i tentativi dell’America di ridurre la dipendenza
    energetica dal Golfo persico, il 28% delle importazioni Usa provengono proprio da questa
    regione e in particolare dall’Arabia Saudita. Appare strategico, dunque, per
    l’amministrazione guidata da George W. Bush tentare di contrastare il progetto di bin
    Laden diversificando le fonti del proprio approvvigionamento e utilizzando il consenso
    internazionale, che si è venuto a creare dopo l’11 settembre, per ridisegnare le
    alleanze nell’area puntando a una maggiore cooperazione con Russia e Cina e tentando,
    in virtù della guerra in corso in Afghanistan, di aumentare il controllo geopolitico in
    un’area strategica (Afghanistan e Pakistan) per far transitare il petrolio ed il gas
    dell’Eurasia verso il Mare Arabico.
    La posta in gioco in questa partita è altissima e i rischi per l’Occidente sono
    altrettanto elevati. In una condizione di forte rallentamento economico di Usa, Europa e
    Giappone la domanda di petrolio si mantiene contenuta e il prezzo non appare sotto
    pressione. La disponibilità non dichiarata dell’Arabia Saudita ad aumentare la
    produzione di greggio, pur assottigliando i margini di capacità produttiva in eccesso,
    permette di mantenere il prezzo del greggio attorno ai 22 dollari al barile.
    Esistono tuttavia alcuni avvenimenti che potrebbero modificare radicalmente questa condizione e far schizzare il prezzo del greggio in modo anomalo pur in assenza un rovesciamento del regime di Riyadh da parte di forze vicine a bin Laden. Si tratta dell’allungamento della guerra in Afghanistan, con un conseguente aumento delle
    vittime tra i civili, e l’eventuale allargamento della guerra all’Iraq di Saddam
    Hussein. Nel primo caso, infatti, l’opposizione al regime di Riyadh e la pressione
    dei principali Paesi Arabi potrebbe spingere l’Arabia Saudita a chiudere i rubinetti
    del petrolio causando un repentino innalzamento dei prezzi. Nel secondo, verrebbe a
    sparire dal mercato il petrolio iracheno (2 milioni e 200 mila barili al giorno) e
    l’Arabia Saudita, vista la continua contrazione della capacità produttiva,
    risulterebbe incapace di aumentare la produzione con inevitabili effetti anomali sui
    prezzi. Questa complessa situazione rende lo scenario economico mondiale estremamente
    incerto. L’unica cosa che appare chiara è che, comunque finisca questa guerra, gli
    equilibri mondiali cambieranno radicalmente.
    Fabrizio Spagna

  3. #53
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    E dell' asse Manila-Ulan Bator-Alma Ata-Rangoon-Bangkok-Djakarta-Dacca-Mogadiscio-Luanda-Asuncion-Lima-Brasilia-Mexico City... Non parla nessuno?

    Saluti

    Luca Loi
    Vuoi una soluzione VERA alla Crisi Finanziaria ed al Debito Pubblico?

    NUOVA VERSIONE COMPLETATA :
    http://lukell.altervista.org/Unasolu...risiEsiste.pdf




  4. #54
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    In Origine Postato da Pieffebi
    A differenza dei parassiti di sinistra io ho anche altre cose da fare nella vita...

    Il signor Ago si ostina a dare i numeri..... non tenendo affatto conto dell'auto-produzione americana (compresa l'ALaska) di Petrolio e mischiando risi con bisi. Da nessuna parte c'è scritto che l'Iraq fa parte dell'Opec.
    E' un dato di fatto che la dipendenza USA dal petrolio medio-orientale si è quasi dimezzata in venti anni.
    Il nostro fantascientifico PierFrancescoBallista continua a dare i numeri contraddicendo persino l'Energy Information Administration americana......

    Gli regaliamo un articoletto per cercare di "acculturarlo" un po'...

    IRAQ: una guerra per il petrolio
    (di Nicolas Sarkis )

    (Riportiamo ampi stralci di un interessante articolo di Nicolas Sarkis, direttore di "Petrole et gas arabe" e uno dei maggiori esperti mondiali di questioni energetiche, pubblicato nel numero di ottobre/2002 della rivista francese "France-Pays Arabes")

    "Se l'Iraq invece di petrolio esportasse pomodori o pistacchi non avrebbe presentato alcun interesse per gli Stati Uniti e il presidente Bush non avrebbe lanciato una nuova guerra per rovesciare il regime di Saddam Hussein. Tuttavia, per il presidente americano e per quei suoi collaboratori che suonano i tamburi di guerra- soprannominati a Washington "Il contingente Cheney, Rummy, Condi, Wolf, Perle, W"- non è molto facile giustificare un intervento militare in Iraq per il fatto che questo paese possiede riserve petrolifere provate stimate almeno a 122 miliardi di barili, è il solo paese ad avere giacimenti giganti scoperti ma non ancora sfruttati, è uno dei molto rari grandi produttori di petrolio dove le società petrolifere americane sono totalmente assenti dagli inizi degli anni '70.
    In tutte le dichiarazioni fatte dagli alti responsabili americani a proposito dell'intervento militare in Iraq, la parola "petrolio" non è stata mai pronunciata…
    E' molto più comodo lanciarsi in questa avventura sotto la copertura della lotta contro "il terrorismo internazionale" divenuto il leit-motiv della politica americana dopo gli attentati dell'11 settembre. Anche se non si è potuto stabilire alcun legame fra l'Iraq e questi attentati…
    Quale che sia il fondamento delle accuse contro il regime iracheno, fatto sta che la retorica guerresca utilizzata dai fautori dell'amministrazione Bush non riesce a mascherare l'importanza primaria della questione del petrolio della nuova politica americana. I dati di base dicono che la produzione petrolifera degli Usa è in costante calo da circa 30 anni, durante i quali il loro consumo è aumentato e la loro dipendenza dalle importazioni di petrolio è in forte e rapida crescita. Da un picco di 9,44 milioni (mln) di barili/giorno (bg) del 1972, quando gli Usa erano il primo produttore mondiale di petrolio, la produzione petrolifera americana di petrolio greggio è caduta del 38,6% per scendere a 5,8 mln/bg nel 2001.
    Secondo le previsioni disponibili, non supererà 4,3 mln/bg nel 2020. Quanto alla dipendenza dal petrolio importato, compresi i condensati, è passata dal 30,1% del 1972 a 55,4% del 2001, con una domanda di 19,65 mln/bg e importazioni nette di 10,91 mln/bg, secondo le statistiche dell'Energy Information Administration Americane...
    La Task Force presieduta da Dick Cheney si è occupata del problema della dipendenza energetica degli Usa e ha elaborato, prima degli attentati dell'11 settembre, un lungo rapporto che raccomanda essenzialmente lo sviluppo delle risorse petrolifere e di gas degli Usa mediante, fra l'altro, la revoca delle moratorie che vietano l'esplorazione nella gran parte delle zone marine, soprattutto al largo della California e della Florida e in buona parte dell'Alaska…
    L'opposizione degli ambientalisti all'esplorazione petrolifera nelle zone marine, il trauma derivato dal disastro della Exxon Valdez in Alaska, lo scandalo Enron e il carattere molto impopolare degli aumenti del prezzo della benzina negli Usa hanno finito per mettere in crisi il programma energetico dell'amministrazione Bush.
    Dopo la tragedia dell'11 settembre, i mezzi individuati da questa amministrazione per coprire i bisogni petroliferi e di gas degli Usa sembrano orientarsi meno sullo sviluppo delle risorse nazionali e più sulla diversificazione e il controllo diretto delle fonti di approvvigionamento al di fuori delle frontiere. In quest'ottica, l'insediamento di un regime filo-americano in Iraq aprirà una via regale verso i giacimenti giganti di questo Paese e rinforzerà la presenza americana sulla scena petrolifera in Medio oriente e altrove.
    L'Iraq è il paese dove la produzione petrolifera può essere sviluppata più rapidamente e al minor costo, perciò la produzione irachena potrà essere portata, in pochi anni, a più di 6 mln/bg e sarà questo un eccellente mezzo di pressione sull'Arabia saudita, sull'Iran e su ogni altro paese i cui orientamenti politici non sono graditi a Washington.
    All'orizzonte 2010-2020, la crescita delle esportazioni dall'Asia centrale, dalla Russia e dall'Africa non potrà, al meglio, che compensare l'atteso declino della produzione in altri Paesi non-Opec. In tutti i casi, il Medio oriente resterà, ancora per decenni, la principale zona capace di coprire l'aumento del fabbisogno mondiale e la dipendenza energetica degli Usa e d' altri paesi importatori che, in rapporto a questa regione, continuerà a crescere per l'insieme della zona Ocde dal 55,2% del 2001 al 63,3% del 2010 e a circa 70% nel 2020.
    Per parte loro, i paesi arabi e l'Iran desiderano aumentare la loro produzione e le entrate petrolifere di cui hanno un gran bisogno. D'altra parte, questi paesi non hanno manifestato alcun segnale di volere minacciare la sicurezza degli approvvigionamenti dei paesi importatori. Nel contesto politico attuale, un conflitto armato in Medio Oriente rischia, invece, di frenare gli investimenti petroliferi necessari in tutto il mondo, di rafforzare i movimenti estremisti e di aprire la via a una serie di rovesciamenti politici imprevedibili che andrebbero incontro tanto agli interessi vitali degli Usa e degli altri paesi occidentali quanto agli imperativi della lotta contro il terrorismo.


    Nicola Sarkis

    Saluti

    Luca Loi
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    NUOVA VERSIONE COMPLETATA :
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  5. #55
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    Poi visto che ama molto i post lunghi con Copia&incolla lo "mazziamo" ulteriormente con questo....Referenze e fonti sono in basso (tutte americane).

    In quanto al "parassita" te lo rimando indietro in quanto faccio scommesse che tra te e me il parassita sei tu.


    Michael Klare*
    Dopo l'11 settembre, gli Stati uniti si sono lanciati nella guerra al terrorismo con tanto impeto da dare l'impressione che questo sia il solo obiettivo della politica estera dell'amministrazione Bush.
    In effetti il presidente Usa ha ribadito più volte di vedere oggi in questa campagna globale la sua principale responsabilità. Ma anche se lo sforzo compiuto dagli Stati uniti in questo campo è enorme, non si può certo dire che la lotta al terrorismo sia l'unica preoccupazione del governo americano. Fin dal giorno dell'investitura di Bush, la Casa bianca ha dedicato un'attenzione non minore ad altre due priorità strategiche: la modernizzazione ed espansione dell'apparato militare americano e l'acquisizione di ulteriori fonti petrolifere all'estero. Benché inizialmente diversi, questi obiettivi hanno finito per fondersi tra loro dando vita a un unico disegno strategico, che orienta oggi la politica estera americana. Questa nuova strategia non ha un nome ufficiale, e non sembra che a Washington sia stata esplicitamente formulata o espressa in una dichiarazione di principi. Ma senza alcun dubbio sono quelle tre priorità, confluite in un unico piano, che hanno determinato un profondo cambiamento nel comportamento dell'America sul piano militare. Per meglio comprendere la natura di questo cambiamento sarà utile esaminare le recenti iniziative degli Stati uniti in alcuni settori critici.
    L'Iraq e il Golfo Persico. Sembra ormai certo che l'amministrazione Bush stia preparando l'invasione dell'Iraq, con lo scopo ultimo di rovesciare Saddam Hussein e insediare a Baghdad un governo filo-americano.
    Per preparare quest'operazione, il dipartimento della difesa sta rafforzando la sua presenza militare nella regione del Golfo. L'obiettivo dichiarato di questa prossima invasione è distruggere la capacità irachena di produrre armi nucleari, chimiche e batteriologiche. Ma, come appare evidente, Washington intende eliminare ogni possibile rischio o minaccia per la produzione e il trasporto del petrolio di questa regione. Gli strateghi americani vogliono inoltre garantirsi l'accesso alle ingenti riserve petrolifere irachene, e impedire che finiscano sotto il controllo esclusivo delle compagnie petrolifere russe, cinesi o europee.
    L'Asia centrale e il Caucaso. Quando, poco dopo l'11 settembre, gli Stati uniti dispiegarono le loro truppe nella regione, dichiararono di avere un unico obiettivo: quello di sostenere le operazioni militari contro i taliban. Ma dopo la sconfitta di costoro, si è venuto a sapere che le truppe sarebbero rimaste nella regione per svolgere altre funzioni. Ora, visto che gli Stati uniti non fanno mistero del loro interesse per le ingenti riserve energetiche del bacino del Mar Caspio, tra queste funzioni c'è verosimilmente anche la sorveglianza delle vie del petrolio e del gas destinati ai mercati occidentali.
    Tanto più che recentemente gli Stati uniti hanno inviato istruttori militari in Georgia - tappa importante del percorso dell'oleodotto che collega il Mar Caspio al Mar Nero e al Mediterraneo - e hanno annunciato l'intenzione di ristrutturare una base aerea nel Kazakistan, sulle rive del Mar Caspio.
    La Colombia. Fino a poco tempo fa, l'impegno militare americano in questo paese aveva ufficialmente un unico scopo: la lotta contro il narcotraffico. Ma in questi ultimi mesi, la Casa bianca ha aggiunto al suo programma di assistenza militare due nuovi obiettivi: combattere la violenza politica e il «terrorismo» della guerriglia e proteggere gli oleodotti che collegano i giacimenti dell'interno alle raffinerie situate sulla costa. Per finanziare queste nuove priorità, l'amministrazione Bush ha chiesto al Congresso di approvare un aumento degli aiuti militari a Bogotà, che in buona parte (circa 100 milioni di dollari) dovranno servire alla sorveglianza dell'oleodotto.
    Questi tre casi, al pari di analoghi sviluppi in altre parti del mondo, esemplificano chiaramente la recente evoluzione della politica estera statunitense. Ma l'aspetto più significativo è la fusione delle sue tre maggiori priorità in un'unica strategia. A questo punto, si può comprendere l'orientamento globale della politica estera americana solo alla luce delle implicazioni di questo processo integrativo.
    Ma per maggiore chiarezza, è il caso di esaminare separatamente ciascuna di queste tre priorità, per poi analizzare le loro reciproche interconnessioni.
    Esercito e petrolio del XXI secolo Il primo di questi obiettivi, già definito dal candidato George W.
    Bush durante la sua campagna presidenziale, è assurto da allora a priorità assoluta del governo. Fin dal settembre 1999, in un importante discorso pronunciato a The Citadel, prestigiosa accademia militare a Charleston (Carolina del Sud), Bush aveva esposto il suo piano di «trasformazione» dell'apparato militare americano. Dopo aver rimproverato l'amministrazione Clinton di non aver saputo adeguare l'assetto militare alle nuove realtà del dopo-guerra fredda, il candidato repubblicano si era impegnato a intraprendere una totale revisione della strategia degli Stati uniti e ad avviare «la costruzione dell'esercito del XXI secolo». Questa trasformazione dell'apparato militare ha un duplice obiettivo: in primo luogo, assicurare l'invulnerabilità del territorio grazie a un efficace scudo antimissile, garantendo il mantenimento della superiorità americana nel campo delle armi a tecnologia avanzata; in secondo luogo, accrescere la capacità degli Stati uniti di invadere potenze regionali ostili quali ad esempio l'Iraq, l'Iran o la Corea del Nord.
    Bush ha quindi ribadito il suo sostegno alla messa a punto di un sistema antimissile globale per la difesa dei cinquanta stati americani, così come alla cosiddetta «rivoluzione del pensiero militare», che renderà sistematico l'uso dei computer, di sensori altamente sofisticati, materiali invisibili ai radar e altre tecnologie belliche avanzate.
    Secondo il presidente, questa politica garantirà la supremazia americana fino al più lontano futuro.
    Per conseguire il secondo di questi due obiettivi, Bush ha prospettato lo sviluppo della capacità di «proiettare la potenza», o in altri termini, di dispiegare a grande distanza ingenti forze militari, in grado di annientare qualunque nemico: un piano che richiede un forte impegno tecnologico, ad esempio nel campo dei sensori e degli aerei teleguidati, e comporta inoltre lo snellimento delle unità combattenti per accrescere al massimo la loro mobilità. Bush ha infatti detto testualmente: «Le nostre forze armate dovranno essere facilmente dispiegabili, agili e letali, con esigenze di supporto logistico ridotte al minimo. Dobbiamo poter essere in grado di proiettare la nostra potenza a grande distanza non nel giro di mesi, ma di poche settimane o pochi giorni (...) Dobbiamo accrescere la mobilità delle nostre unità pesanti per le operazioni terrestri e la potenza letale di quelle leggere, e facilitare a tutti i livelli il dispiegamento delle nostre truppe» (1). Subito dopo la sua investitura, Bush si è affrettato a dare al Dipartimento della difesa il mandato di procedere all'attuazione di queste disposizioni.
    Fin dall'inizio del 2001 ha dichiarato: «Su mia richiesta, il Segretario alla difesa Donald H. Rumsfeld ha avviato un'analisi approfondita delle forze militari statunitensi. Gli ho conferito un ampio mandato di revisione dello status quo, per portare avanti il progetto di una nuova architettura dell'apparato difensivo degli Stati uniti e dei loro alleati». Questa nuova architettura dovrebbe fondarsi in larga misura sulle tecnologie più avanzate, mirando però soprattutto a potenziare al massimo la capacità di proiezione della potenza militare.
    Bush ha infatti dichiarato, in termini quasi identici a quelli del suo discorso di The Citadel, che le forze terrestri americane dovranno avere «più mobilità e potenza letale», che quelle aeree saranno in grado di «colpire obiettivi distanti con assoluta precisione» mentre la marina «proietterà la nostra potenza a distanza, verso l'interno dei territori» (2). Questi obiettivi si riflettono negli orientamenti a lungo termine del bilancio del Pentagono. Donald H. Rumsfeld ha infatti dichiarato, al momento di presentare il bilancio della difesa per l'anno fiscale 2003 (con decorrenza il 1° ottobre dell'anno in corso), pari a 379 miliardi di dollari - 45 in più rispetto al 2002: «Abbiamo bisogno di forze armate pienamente integrate e preparate a un dispiegamento rapido, capaci di portarsi rapidamente su scenari distanti e di cooperare con le forze aeree e navali per colpire il nemico con velocità e precisione e con effetti devastanti (3)». Se è previsto un aumento delle somme stanziate per lo scudo antimissile e per la lotta al terrorismo, negli anni a venire la parte del leone spetterà allo sviluppo della «proiezione della potenza».
    Dopo l'11 settembre, una nuova nozione è entrata a far parte della dottrina strategica americana: quella dell'intervento armato preventivo contro il possibile uso di armi di distruzione di massa da parte di potenze ostili. Azioni del genere - sostiene la Casa bianca - potrebbero risultare necessarie per difendere i cittadini americani dalla minaccia dei cosiddetti «stati canaglia». Quest'affermazione, oltre ad essere un chiaro segnale di un cambiamento radicale della strategia americana, appare perfettamente coerente con gli altri due obiettivi dell'amministrazione: assicurare l'invulnerabilità del territorio statuntense e potenziare la capacità americana di invadere e conquistare potenze ostili.
    La seconda priorità dell'amministrazione, cioè l'acquisizione di nuove riserve di petrolio in territorio straniero, è stata esplicitata per la prima volta in un rapporto del National Energy Policy Development Group, pubblicato il 17 maggio 2001. Questo documento, redatto dal vicepresidente Richard Cheney, mette a punto una strategia destinata a far fronte al previsto aumento dei consumi petroliferi americani nel prossimo venticinquennio. Se è vero che il rapporto prevede alcune misure di risparmio energetico, le sue proposte sono però finalizzate in massima parte al reperimento di nuove fonti energetiche. Fin dalla sua pubblicazione, il rapporto Cheney ha suscitato reazioni polemiche su due punti: la proposta di nuove prospezioni petrolifere nel parco nazionale dell'Alaska e i rapporti con la Enron (ora fallita), che gli autori del testo avevano regolarmente consultato durante la sua stesura. Purtroppo però queste polemiche hanno distolto l'attenzione da altri aspetti, e in particolare dalle implicazioni internazionali del suo piano di politica energetica. Peraltro, è solo nell'ultimo capitolo di questo testo (intitolato «Rafforzare le alleanze globali») che appare in piena luce la reale portata del progetto di puntare sulle importazioni per far fronte all'incombente penuria di petrolio.
    Sempre secondo il rapporto Cheney, il greggio importato, che nel 2001 rappresentava il 52% del fabbisogno complessivo, dovrebbe arrivare nel 2020 al 66% (4). Ma dato che è previsto anche un aumento del consumo totale, nel 2020 gli Stati uniti dovranno importare il 60% di petrolio in più, passando dagli attuali 10,4 milioni di barili al giorno a circa 16,7 milioni (5). Ora, per attuare questo piano esiste un unico mezzo: convincere i produttori esteri a estrarre più petrolio, e a vendere agli Stati uniti una quota maggiore della loro produzione. Ma si dà il caso che molti dei paesi produttori non dispongono delle risorse per i necessari investimenti infrastrutturali; e inoltre sono spesso riluttanti a consentire ai clienti americani di entrare da padroni nel loro settore energetico. Stando così le cose, il rapporto raccomanda alla Casa bianca di considerare l'aumento delle importazioni di petrolio come «una priorità della nostra politica commerciale ed estera (6)». A tal fine, il rapporto consiglia al governo una duplice strategia. Primo obiettivo: aumentare le importazioni dai paesi del Golfo persico, dove si trovano circa due terzi delle riserve energetiche mondiali. In considerazione del fatto che nessun'altra regione del mondo ha le stesse potenzialità estrattive, si incita l'amministrazione a intraprendere vigorosi sforzi diplomatici per persuadere l'Arabia saudita e gli stati vicini ad affidare alle compagnia americane la realizzazione di grandi opere per modernizzare le loro infrastrutture.
    Secondo obiettivo: accentuare la «diversificazione» geografica delle importazioni, per ridurre in futuro i rischi economici delle turbolenze di una regione cronicamente instabile. Nel rapporto si osserva infatti che «la concentrazione della produzione petrolifera mondiale in una sola regione rischia di aggravare l'instabilità del mercato». Di conseguenza, «una maggior diversificazione delle fonti di approvvigionamento rimane un obiettivo importante (7)». Il rapporto suggerisce quindi una stretta collaborazione tra i vertici pubblici e le imprese americane del settore energetico, per incrementare le importazioni dal bacino del Mar Caspio, (soprattutto dall'Azerbaigian e dal Kazakistan), dall'Africa sub-sahariana (in particolare dall'Angola e dalla Nigeria) e dall'America latina (Colombia, Messico e Venezuela). Ma il rapporto Cheney sorvola su una realtà evidente per qualsiasi lettore appena un po' informato: praticamente tutte le regioni segnalate come potenziali fonti di petrolio sono cronicamente instabili, e spesso caratterizzate da un diffuso sentimento antiamericano. Se le rispettive élites sono in parte favorevoli alla cooperazione economica con gli Stati uniti, vasti settori della popolazione la osteggiano, per ragioni che vanno dal nazionalismo alle motivazioni economiche o ideologiche. Perciò gli Stati uniti potrebbero scontrarsi con varie forme di resistenza, che rischiano di degenerare in comportamenti violenti o anche in attacchi terroristici. Ecco perché nel rapporto Cheney è implicita - anche se sottaciuta - una dimensione di sicurezza, di significato non indifferente ai fini della politica militare americana.
    È qui che salta agli occhi il parallelismo tra la strategia militare e la politica energetica del governo Bush. In effetti, il progetto Usa di garantirsi l'accesso alle riserve petrolifere di regioni cronicamente instabili può essere realistico soltanto a condizione di possedere la capacità di «proiettare» in queste aree la propria potenza militare.
    Greggio, bin Laden e famiglia reale saudita Anche ammettendo che i maggiori responsabili politici non siano giunti a questa conclusione, sicuramente gli stati maggiori delle forze armate non hanno tardato a farlo. Nel rapporto della Quadriennial Defence Review (Qdr) del settembre 2001, il Dipartimento della difesa ha constatato che «gli Stati uniti e i loro alleati continueranno a dipendere dalle risorse energetiche del Medioriente (8)», una regione di importanza vitale, ma esposta a rischi di vario tipo sul piano militare. A questo punto il Qdr specifica le caratteristiche delle truppe e degli armamenti che serviranno agli Stati uniti per far fronte a questi rischi: precisamente quelle enumerate da Bush nelle sue dichiarazioni sopra citate. Il rapporto del Qdr conclude infatti con la constatazione che la strategia militare americana «si fonda sulla capacità delle forze statunitensi di proiettare la propria potenza in tutto il mondo» (9). La terza, grande priorità dell'amministrazione Bush, la battaglia contro il terrorismo, è stata esplicitata dal presidente in un discorso tenuto davanti al Congresso il 20 settembre 2001, a nove giorni dagli attentati di New York e Washington. Questa lotta, ha detto Bush, non sarà limitata a une serie di operazioni punitive o a una battaglia campale, ma richiederà una «campagna prolungata», che dovrà essere estesa a diversi teatri operativi e protratta finché «anche l'ultimo gruppo terroristico di portata globale sarà stato scoperto, bloccato e sconfitto». Successivamente, il presidente Bush ha inglobato nella guerra contro il terrorismo anche l'Iran e l'Iraq, che rappresenterebbero una minaccia in ragione della loro intenzione di sviluppare armi nucleari, chimiche e batteriologiche. Una strategia del genere richiede un duplice impegno: sul piano dell'intelligence, per individuare le reti terroristiche, e su quello militare, per distruggere i covi dei terroristi e punire gli stati che li proteggono.
    Sebbene questi due aspetti siano stati presentati come ugualmente importanti ai fini del successo dell'impresa, l'attenzione dei vertici dell'amministrazione si concentra soprattutto su quello militare, dove è più netta la convergenza con le altre due priorità dell'amministrazione.
    Molti aspetti della conduzione della guerra in Afghanistan illustrano ad esempio il concetto di «proiezione della potenza», esposto da Bush fin dal 1999, nel suo discorso a The Citadel. In preparazione della campagna, gli Stati uniti hanno organizzato ponti aerei per il trasporto di ingenti quantitativi di armi ed equipaggiamenti nei paesi alleati, e dispiegato un'imponente flotta nel Mare d'Arabia.
    Per i combattimenti terrestri sono state impiegate truppe di fanteria leggera, appoggiate da bombardieri a lungo raggio dotati di armi di precisione teleguidate. Grande importanza è stata attribuita alla manovrabilità delle truppe a terra, così come all'uso di apparecchi d'osservazione molto sofisticati, in grado di localizzare il nemico a qualsiasi ora del giorno o della notte.
    Un'operazione dello stesso ordine contro l'Iraq richiederebbe probabilmente il dispiegamento di decine di migliaia di soldati, con l'appoggio di massicci bombardamenti, in vari punti chiave del paese. «Non avremmo bisogno [a differenza del 1991] di occupare il territorio e di proteggerci i fianchi», ha spiegato al New York Times un alto ufficiale, «ma dovremmo piuttosto assicurare spostamenti rapidi di truppe per concentrarle su bersagli precisi (10)». E come in Afghanistan, l'invasione dovrebbe essere sostenuta dall'uso massiccio di forze speciali, affiancate da gruppi di dissidenti armati. La guerra al terrorismo è dunque ormai parte integrante dell'azione americana per salvaguardare le sue vie d'accesso al petrolio, in particolare nel Golfo persico e nel bacino del Mar Caspio. Vista in questa luce, la guerra in Afghanistan appare come un prolungamento di una guerra segreta in atto in Arabia saudita tra i gruppi radicali e la monarchia al potere, protetta da Washington. Da quando, dopo l'invasione irachena dell'agosto 1990, il re Fahd decise di autorizzare il dispiegamento delle truppe americane nel suo paese in vista dell'attacco all'Iraq, gruppi di estremisti sauditi, guidati da Osama bin Laden, stanno portando avanti una lotta clandestina per rovesciare la monarchia e cacciare gli americani dal paese. Lo sforzo degli Usa per distruggere la rete di al Qaeda in Afghanistan può quindi essere letto anche come un'azione volta a proteggere la famiglia reale saudita e assicurarsi così l'accesso alle risorse petrolifere di questo paese (11).
    Sviluppi dello stesso tipo si osservano nell'area del Mar Caspio.
    Durante la presidenza Clinton, il Dipartimento della difesa aveva stabilito rapporti con le forze armate dell'Azerbaigian, della Georgia, del Kazakistan, del Kirghizistan e dell'Uzbekistan, e iniziato ad addestrarle e a rifornirle di armi (12). Dopo l'11 settembre questa attività si è considerevolmente intensificata, tanto che le basi dell'Uzbekistan e del Kirghizistan vengono ora trasformate in strutture semi-permanenti. Inoltre, gli Stati uniti forniscono mezzi per ristrutturare una «base aerea di importanza strategica» nel Kazakistan.
    Il Dipartimento di stato ha dichiarato che quest'ultima mossa ha lo scopo di «migliorare la cooperazione tra Stati uniti e il Kazakistan, installando nel contempo una base americana interforze in questa regione ricca di petrolio (13). Gli Stati uniti aiuteranno inoltre l'Azerbaigian a costituire una flotta militare nel Mar Caspio, dove recentemente si sono verificati incidenti tra imbarcazioni di prospezione petrolifera dell'Azerbaigian e navi da guerra iraniane. Queste iniziative, giustificate con la necessità di agevolare la partecipazione dei paesi interessati alla lotta contro il terrorismo, sono anche parte integrante del piano americano di sorveglianza delle aree di produzione e trasporto del petrolio. Il terrorismo si annida nei pozzi di Saddam Quali che fossero le intenzioni iniziali dei leader politici americani, le tre priorità del governo in materia di sicurezza internazionale - potenziamento dell'apparato militare, ricerca di nuove fonti di petrolio e guerra contro il terrorismo - si sono ormai fuse in un unico obiettivo strategico, tanto che sarà sempre più difficile analizzarle separatamente. Il solo modo per individuare chiaramente la tendenza globale della strategia statunitense è vederla come una campagna tesa a conseguire un unico obiettivo: in sintesi, una «guerra per la supremazia americana». Se è ancora presto per valutare le conseguenze a lungo termine di questa confluenza delle priorità strategiche, si possono fare fin d'ora alcune osservazioni.
    Innanzitutto, questi tre obiettivi congiunti sviluppano un dinamismo molto superiore a quello che avrebbero isolatamente. Uno dei motivi potrebbe essere la difficoltà di criticare una strategia che integra tanti aspetti cruciali della sicurezza nazionale. Sui suoi diversi aspetti si potrebbero forse esprimere perplessità, o magari tentare di porre limiti alle spese militari o al dispiegamento di truppe nelle regioni ricche di petrolio. Ma nel momento in cui tutto viene accorpato sotto l'insegna unica della lotta contro il terrorismo, ogni contestazione diventa quasi impensabile. Tanto che la Casa bianca otterrà probabilmente per questa campagna integrata non solo l'appoggio del Congresso, ma anche quello della popolazione americana.
    Ma per le stesse ragioni, questa strategia comporta due pericoli non trascurabili: da un lato si rischia il ristagno, dall'altro la dispersione per eccesso. In effetti, gli Stati uniti potrebbero essere indotti a una serie di operazioni militari di durata indeterminata, sempre più complesse e perigliose, con la necessità di un impegno crescente di mezzi e di truppe. È precisamente contro questo tipo di strategia che George W. Bush ha messo in guarda l'America prima delle elezioni del 2000. Ma sembra che ormai l'abbia adottata senza riserve, quanto meno nel Golfo Persico, nell'Asia centrale e in Colombia.
    E in ciascuno di questi tre casi, è proprio la fusione dei suoi tre principali obiettivi a ostacolare qualsiasi tentativo di porre limiti all'azione degli Usa. Sembra che a questo punto, il test cruciale per il disegno strategico generale della Casa bianca sia quello dell'Iraq. Il presidente Bush non ha fatto mistero della sua intenzione di rovesciare Saddam Hussein, e il Dipartimento della difesa sta già preparando i piani dell'invasione americana. Ma numerosi leader arabi hanno avvertito Washington che in questo modo si rischia di aggravare il disordine e la violenza in tutto il Medioriente. E anche alcuni autorevoli esponenti del Pentagono hanno espresso le loro riserve, a fronte dell'alto livello dei costi e dei rischi che l'America dovrà affrontare per mantenere, dopo il rovesciamento di Saddam, una massiccia presenza militare in Iraq. Ma a quanto pare, questi avvertimenti non hanno avuto alcun effetto sulla Casa bianca, che sembra determinata ad attaccare l'Iraq, qualunque cosa avvenga.



    note:

    * Docente all'università Hampshire, Massachusetts, autore di Resource Wars: the New Landscape of Global Conflict, Metropolitan Books, New York, 2001.

    (1) Documento disponibile a: http://www.georgewbush.com/speeches/...e/citadel.asp, 2 dicembre 1999.

    (2) Allocuzione pronunciata alla base navale di Norfolk il 13 febbraio 2001. Cfr.: http://www.whitehouse.gov/news/relea...010213-1.html.

    (3) National Defense University, Washington, D.C., January 31 gennaio 2002.Cfr.: www.defenselink.mil/cgi-bin/dlprint.cgi.

    (4) National Energy Policy Development Group, Washington, D.C., maggio 2001.

    (5) U.S. Department of Energy, Energy Information Administration, International Energy Outlook 2002, Washington, D.C., 2002, pp. 183, 242.

    (6) National Energy Policy Development Group, op. cit., cap. 8, p.
    4.

    (7) Ibid., cap. 8, p. 6.

    (8) U.S. Department of Defense, Quadrennial Defense Review Report, Washington DC, 30 settembre 2001, p. 4.

    (9) Ibid., p. 43.

    (10) The New York Times, 28 aprile 2002
    (11) «The Geopolitics of War». The Nation, 5 novembre 2001. Si legga inoltre «Line in the Sand: Saudi Role in Alliance Fuels Religious Tension in Oil-Rich Kingdom», The Wall Street Journal, 4 ottobre 2001.

    (12) Per una lettura contestuale, leggere Michael Klare, Resource Wars: The New Landscape of Global Conflict, Metropolitan Books/Henry Holt, New York, 2001.

    (13) US Department of State, Congressional Budget Justification: Foreign Operations, Fiscal Year 2003, Washington, DC, 2002, p. 309.
    (Traduzione di E. H.)


    Saluti

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  6. #56
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    Rispondiamo a PFB:

    1) Ho tenuto conto dell'autoproduzione americana di medio-lungo periodo che infatti e' INCLUSA nei conti sopra. Se il nostro si fosse degnato di fare due calcoli se ne sarebbe accorto anche lui.

    2) Spieghiamo meglio a PFB perche' la sua analisi e' una cacca. Il tutto gira intorno alla differenza tra produzione SOSTENIBILE (nel medio lungo periodo) e produzione INSOSTENIBILE (nel breve periodo). Con un minimo sforzo intellettuale sono certo che ci puo' arrivare anche PFB. Illustro meglio i concetti sotto, come al solito con un'accurata analisi numerica, che come al solito, e' a disposizione di quanti volessero controllare. I dati vengono dalla solita fonte.

    Benissimo andiamo ad analizzare nei dettagli le asserzioni di PFB. Il nostro PFB ci dice che la dipendenza USA dai paesi Arabi si e' ridotta. Andiamo ad osservare nei dettagli cosa e' successo in realta'.

    Gli USA hanno riserve pari al 2,1% delle riserve mondiali, questo INCLUDENDO l'alaska. Ovvero se gli USA volessero esaurire le loro risorse contemporaneamente agli altri paesi dovrebbero produrre il 2,1% del petrolio mondiale ogni anno.

    La loro produzione attuale e' pero' NON del 2,1% ma dell'8,5% rispetto alla produzione mondiale.

    Ovvero gli USA stanno esaurendo il loro petrolio a tassi 4-5 VOLTE superiori al resto del mondo e quasi SETTE VOLTE SUPERIORI AI PAESI ARABI arabi e quindi esauriranno le loro riserve in 1/7 del tempo.

    La percentuale prodotta dagli USA sulla produzione totale e' andata calando passando dal 14% del 1980 all'8,5% attuale, questo pero' perche' e' aumentata la produzione degli altri paesi, mentre quella USA e' rimasta piu' o meno costante a 11 milioni di barili al giorno. Il consumo attuale e' di 23,5 milioni di barili al giorno.

    C'e' quindi un gap di "soli" 12,5 milioni di barili al giorno. Ma tale GAP vale solo nel BREVE periodo ed e' destinato a PEGGIORARE.

    Infatti come facevo notare nei miei calcoli, se gli USA producessero agli stessi tassi degli altri paesi (=esaurendo le risorse altrettanto velocemente, ovvero producendo a tassi proporzionali alle loro riserve) e non a tassi 5 volte superiori (con ovvi problemi per il futuro) il gap effettivo "SOSTENIBILE" di medio-lungo termine sarebbe di ben 21 milioni di barili al giorno su 23,5 milioni.

    Questo quanto a produzione interna. Ma da dove importano petrolio?

    Ecco le percentuali attuali delle importazioni USA:

    Canada 14%
    Messico 16%
    America Latina 24%
    Mare del Nord 7%
    Africa 16%
    Medio Oriente 22%

    Cosa sta succedendo?

    Semplice ci sono altri paesi che come gli USA, stanno producendo petrolio a tassi MOLTO piu' rapidi di quanto non stiano facendo i paesi Arabi. Alcuni hanno una produzione netta di lungo periodo addirittura NEGATIVA. Ad esempio il Canada sta esportando petrolio agli USA, anche se la DOMANDA netta di LUNGO periodo del Canada e' pari al 2% (cioe' il Canada' DOVRA' importare petrolio). Questo perche' il Canada ha risorse pari allo 0,5% del pianeta ma la loro produzione attuale e' del 3%, ovvero SEI VOLTE SUPERIORE a quella di lungo periodo. Stesso discorso per tutti i paesi della lista, incluso il Venezuela, TRANNE i paesi arabi.

    CONCLUSIONE

    Cosa sta succedendo?

    SIA gli USA, SIA la maggior parte dei loro fornitori attuali stanno producendo petrolio a tassi MOLTO piu' elevati di quelli sostenibili nel lungo periodo ed esauriranno le loro riserve MOLTO MOLTO prima dei paesi Arabi la cui produzione attuale e' invece inferiore di quanto implicato dalle loro riserve.

    Questo spiega bene il desiderio degli USA di accaparrarsi al piu' presto risorse altrui, visto che i tassi di produzione interna ED esterna, non sono sostenibili e resteranno molto presto a bocca asciutta. Non solo loro, ma anche i loro fornitori attuali. La loro dipendenza dai paesi arabi nel lungo periodo e' quindi destinata CON CERTEZZA ASSOLUTA ad aumentare a ritmi vertiginosi.

    QUINDI gli USA sono nella cacca, e QUINDI l'analisi di PFB e' una cacca. Ovvero e' valida solo per il breve periodo e dati tassi di produzione interni ed esterni assolutamente insostenibili. Pertanto non non ha alcun senso in prospettiva strategica.

    L'analisi che facevo io e' invece correttissima poiche', come sottolineato piu' volte, analizzavva le prospettive di medio lungo periodo.

    Spero di essere stato abbastanza chiaro. Se aveste bisogno di ulteriori chiarimenti fatemelo sapere, sono sempre a disposizione.

  7. #57
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    Il signor Ago dice che attualmente gli Stati Uniti importano petrolio dai paesi del Medio Oriente per il 22%. Quando io ho scritto che questo daro si aggirava intorno al 24% il signor Ago, dall'alto della sua onestà intellettuale ha testualmente scritto NON i dati di PFB sono di scarso o nullo rilievo ma " 1) I dati di PFB sono inventati ". Questo la dice lunga sul modo di "ragionare" del signor Ago. Il signor Ago non può contestare nella sostanza i dati che Pieffebi ha scritto e che il signor Ago ha dichiarato falsi. Una volta che si è accorto che non sono tanto falsi ecco il signor Ago spiegarci, dall'alto della sconsiderata considerazione che ha di se stesso, che l'analisi [ ? ] conseguente a questi dati ESATTI è sballata. Bravo signor Ago! E per la centesima volta eccolo ridare i numeri.....sempre gli stessi.
    Veramente notevole.

    Quanto al parassita di sinistra.....che confonde il dato sul petrolio complessivo importato dagli USA con quello importato dal Medio Oriente.....nel suo variare nel tempo....stendiamo un velo pietoso.



    Shalom!

  8. #58
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    L'oscillazione del 2% non significa nulla, infatti ci sono alcuni paesi Arabi (nella tabella originale "Middle East") che sono compresi nel dato "Africa". La cifra del 24% e' presumibilmente corretta.

    Faccio inoltre notare che per spiegare la divergenza tra i dati di PFB e quelli di medio-lungo periodo da me forniti, io avevo dato non UNA ma TRE ipotesi alternative. Onde esaurire tutte le possibilita'.

    Ad una analisi successiva e piu' approfondita (anche io devo lavorare...) e' risultato che la seconda e terza ipotesi erano infatti ASSOLUTAMENTE corrette. Ritiro quindi la prima ipotesi, e chiedo scusa, relativa alla non veridicita' dei dati ma mantengo con totale confidenza la mia asserzione inerente la correttezza dei miei dati e dei miei calcoli, data la veridicita' della seconda e terza ipotesi.

    Confermo anche il giudizio sull'analisi di PFB, che e' e resta totalmente irrilivante per quanto detto sopra.

    Anzi l'approfondimento svolto nel post precedente, che invito tutti a leggere, non ha fatto che rafforzare la mia convinzione su come la situazione attuale sul fronte petrolifero degli USA sia totalmente precaria e come i paesi Arabi siano destinati con TOTALE CERTEZZA ad assumere un ruolo fondamentale e pressoche' totalizzante per quanto riguarda la produzione del petrolio E DELLE IMPORTAZIONI DI GREGGIO USA. Cio' rende altresi' chiaro quale possa essere la posta in gioco...

  9. #59
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    In Origine Postato da Ago
    Come no!

    Ci vuoi spiegare con quali pericolosissime armi Saddam ci renderebbe schiavi? Ci vuoi spiegare come fa a portare quelle armi da noi? Con i missili a gittata di 170 km, con gli aerei che non ha, o con le mongfolfiere?

    Rileggiti la frase di Blix: "capacità belliche molto molto inferiori rispetto alla guerra del 1991"

    =

    Capacite belliche praticamente NULLE. Questa e' la grande minaccia dell'umanita'! E pensare che ci hanno fatto pure un film su come si puo' inventare una guerra dal nulla...
    Non mi hai capito. Non dico che il pericolo e` che Saddam
    attacca militarmente Europa. Dico che l'instabilita` mediorientale
    causata dalla predilizione di questi paesi per dittatura, fanaticismo religioso e cosi` via e` una minaccia alla soppravivvenza economica di USA, Europa, Giappone, ecc.
    Perche` non intervenire per liberarsi di questa dipendenza
    petroliera ("schiavitu`, per essere iperbolico) iinstabile?
    Chiedo scusi per mio italiano cosi` cosi`.

  10. #60
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    In Origine Postato da Ago
    L'oscillazione del 2% non significa nulla, infatti ci sono alcuni paesi Arabi (nella tabella originale "Middle East") che sono compresi nel dato "Africa". La cifra del 24% e' presumibilmente corretta.

    Faccio inoltre notare che per spiegare la divergenza tra i dati di PFB e quelli di medio-lungo periodo da me forniti, io avevo dato non UNA ma TRE ipotesi alternative. Onde esaurire tutte le possibilita'.

    Ad una analisi successiva e piu' approfondita (anche io devo lavorare...) e' risultato che la seconda e terza ipotesi erano infatti ASSOLUTAMENTE corrette. Ritiro quindi la prima ipotesi, e chiedo scusa, relativa alla non veridicita' dei dati ma mantengo con totale confidenza la mia asserzione inerente la correttezza dei miei dati e dei miei calcoli, data la veridicita' della seconda e terza ipotesi.

    Confermo anche il giudizio sull'analisi di PFB, che e' e resta totalmente irrilivante per quanto detto sopra.

    Anzi l'approfondimento svolto nel post precedente, che invito tutti a leggere, non ha fatto che rafforzare la mia convinzione su come la situazione attuale sul fronte petrolifero degli USA sia totalmente precaria e come i paesi Arabi siano destinati con TOTALE CERTEZZA ad assumere un ruolo fondamentale e pressoche' totalizzante per quanto riguarda la produzione del petrolio E DELLE IMPORTAZIONI DI GREGGIO USA. Cio' rende altresi' chiaro quale possa essere la posta in gioco...
    Ringrazio il signor Ago per aver ammesso ...che i miei dati non erano falsi, contrariamente da quanto da lui precedentemente affermato in modo categorico.
    A differenza del signor Ago (rispetto ai miei dati) io non ho mai detto che i suoi dati sono falsi.
    Quello che il signor Ago intende dimostrare non ha relazione diretta immediata con quello che io intendo dimostrare, ossia che gli Stati Uniti hanno dimezzato la dipendenza (in termini relativi) dall'area del MedioOriente riguardo all'importazione di petrolio. Gli Stati Uniti hanno una strategia geo-politica complessa, Ago attribuisce loro una linea invece molto sempliciotta.
    E' del tutto evidente che la concezione che gli Stati Uniti (come chiunque) ha della propria difesa globale INCLUDE le considerazioni sull'importanza della aree dal punto di vista economico, relativamente ai propri bisogni dipendenti in qualche modo da quell'area medesima.
    Se mi si chiedesse SE nella complessa genesi della strategia geo-politica americana si sia tenuto conto del ruolo delle RISERVE petrolifere presenti in zona...beh....avrei risposto che gli USA hanno sicuramente valutato per bene questo fattore. Se mi si dice che l'intervento americano in Iraq è determinato esclusivamente o principalmente dal petrolio....la mia risposta è NO.

    Shalom

 

 
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