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  1. #121
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    Originally posted by Montalbano
    Ad esempio al Tiburtino. E si dà da fare. Nella mia sezione ha organizzato un incontro con Cesare Damiano, il responsabile nazionale SG per le politiche lavorative (e non mi sembravano stupide le cose che diceva) e un sindacalista del NIDIL, per parlare di lavori atipici. La cosa bella è che i giovani intervenuti erano per la flessibilità, io ho fatto un intervento contro...
    Non osavo mettere in dubbio che ci sia qualcuno che "si dà da fare".
    Mi chiedevo dove fosse questa SG in quanto, oltre all'articolo di Fancelli uscito su il manifesto, per altro messo come editoriale sul sito della SG, la presenza di questa realtà non è che emerga molto.
    Anzi, non vi fosse stato il manifesto a pubblicare l'articolo di Fancelli, direi che non emerge proprio.

    Sia ben chiaro che lo stesso discorso può essere fatto per i giovani di rifondazione.
    Come la SG, li vedi e li senti soltanto a cose fatte, e a cose fatte dagli altri.

  2. #122
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    Originally posted by Francor
    Sia ben chiaro che lo stesso discorso può essere fatto per i giovani di rifondazione.
    Come la SG, li vedi e li senti soltanto a cose fatte, e a cose fatte dagli altri.
    Senza i GC, che sono stati determinanti nella raccolta firme, questo referendum non ci sarebbe stato.

    Il fatto che poi noi siamo visibili mediaticamente con altre sigle (Disobbedienti) è una nostra scelta e secondo me non è davvero un fatto negativo. La talpa, quando scava, non deve farsi vedere. Basta che scavi bene.

    P.G.
    --------------------

    "Vogliamo distruggere tutti quei ridicoli monumenti del tipo "a coloro che hanno dato la vita per la patria" che incombono in ogni paese e, al loro posto, costruiremo dei monumenti ai disertori. I monumenti ai disertori rappresentano anche i caduti in guerra perchè ognuno di loro è morto malidicendo la guerra e invidiando la fortuna del disertore. La resistenza nasce dalla diserzione"

    Partigiano antifascista, Venezia, 1943





  3. #123
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    Originally posted by Paddy Garcia
    Senza i GC, che sono stati determinanti nella raccolta firme, questo referendum non ci sarebbe stato.
    Intendevo nel momento delle decisioni.
    Posso pure sbagliare, ma non credo che la scelta di partire con il referendum sia stata molto discussa e ... votata.

  4. #124
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    Originally posted by Francor
    Intendevo nel momento delle decisioni.
    Posso pure sbagliare, ma non credo che la scelta di partire con il referendum sia stata molto discussa e ... votata.
    Da noi le linee politiche si votano sempre. Quella del V Congresso era quella dei movimenti, da quello dei lavoratori a quello ambientalista a tanti altri. Per noi i referendum (erano 6 all'inizo) potevano rappresentare un primo sbocco politico per quelle lotte. Anche da noi c'è stato chi ha raccolto le firme e chi (anche se in netta minoranza( ha preferito di no, e questo dimostra che non c'è nessun tipo di appiattimeno monolitico sulle scelte della dirigenza.

    Il fatto poi che noi GC abbiamo siamo presenti come lavoratori in molte realtà di precari organizzati (una su tutte: i Chainworkers) e che assieme a loro abbiamo organizzato manifestazione come il May Day a Milano dovrebbe dire molto sulla questione. Dovrebbe dire molto anche alla SG che si fa istanza di soggettività che forse non conosce nemmeno bene.

    P.G.
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  5. #125
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    Predefinito Movimenti per il si

    Articolo 18, dall'Arci al Forum sociale europeo, fino alla rete Lilliput: il mondo dei movimenti si fa conquistare dal sì e respinge l'astensione scelta da Sergio Cofferati. «La vittoria è importante per frenare la precarietà». Il rapporto con Cofferati? «Si è incrinato. Così non può fare da tramite tra Ulivo e movimenti». Un sì «cristiano». L'articolo 18 fa breccia anche in Pax Christi e tra i valdesi. La minoranza Cgil, già nel comitato, sceglie di fare campagna dall'interno del sindacato.

    Anche il movimento si butta a capofitto nella campagna per il sì al referendum sull'articolo 18: molti di quelli che voteranno il 15 giugno, considerano questa battaglia come la «figlia naturale» del 23 marzo 2002, giorno in cui la Cgil portò in piazza tre milioni di persone. Il voto, anzi, viene inquadrato dai movimenti in una lotta più generale per i diritti e la pace, contro il modello neoliberista che porta avanti parallelamente guerra e iperflessibilità nel mondo del lavoro. E anche se tengono a sottolineare la propria autonomia, tutti gli interpellati si dicono delusi dalla posizione scelta da Cofferati e idealmente più lontani da lui, spostamento degli assetti non da poco per chi ha scelto di fare da tramite tra l'Ulivo e i movimenti. Prima di dare la parola ai diversi rappresentanti, vale la pena ricordare che oltre alla Cgil e all'Arci, tra le associazioni più consistenti hanno aderito al sì anche il Forum sociale europeo, il laboratorio della democrazia - i «girotondini» Pancho Pardi e Paolo Flores D'Arcais - Arcilesbica e molti circoli dell'Arcigay. La minoranza Cgil Lavoro Società, già nel comitato del sì, ha deciso di fare campagna direttamente dall'interno del sindacato. Il Forum sociale europeo, impegnatissimo nella preparazione della due giorni di luglio a Genova e del forum di novembre a Parigi, da settimane fa campagna per il sì: «Noi pensiamo che il referendum sia in questo momento l'unico strumento che può contrastare le politiche di precarizzazione che il governo ha messo in campo con la legge 30 e la delega 848bis - spiega Flavia D'Angeli, del tavolo Stop precarietà - Noi eravamo in piazza il 23 marzo e oggi votiamo sì. Non ci interessa fare alcuna polemica con Cofferati, ma certo, se davvero il suo obiettivo è quello di fare da tramite tra l'Ulivo e i movimenti, adesso questo ruolo è molto più difficile perché la scelta dell'astensione ha incrinato i rapporti. Noi scegliamo la partecipazione, e vogliamo confrontarci anche con quelli che sono per il no: infatti saremo a Santa Margherita Ligure il 7 e 8 giugno, durante il meeting dei giovani industriali».

    La rete Lilliput - essendo appunto una rete, con oltre 70 «nodi» nazionali - non ha assunto una posizione nazionale ufficiale, ma a livello locale tanti si organizzano per il sì: «Molti territori avevano aderito alla battaglia dell'anno scorso con la Cgil - spiega Alberto Zoratti - e parecchi di loro si stanno orientando per il sì o entrano nei comitati. Anch'io personalmente sono per il sì, anche se temo che, se si perdesse, sarebbe un colpo molto duro. In questo come in altri casi non possiamo parlare a nome di tutti perché la nostra è un'associazione variegata. Sulla questione Cgil-Cofferati, credo comunque che chi è sceso in piazza il 23 marzo deciderà soltanto in base ai contenuti: siamo abituati a muoverci in maniera autonoma, a maggior ragione in rapporto ai grandi personaggi».

    L'associazione «Terre des hommes» dibatterà sul tema la prossima settimana, ma il presidente Raffaele Salinari ha già una posizione personale molto convinta: «Io vado a votare, e voto sì. E' una battaglia di civiltà, ed è fondamentale vincere in un momento in cui vengono messi in discussione tutti i diritti, anche a causa della guerra. Chi invita all'astensione è assolutamente miope: sono rimasto interdetto dalla scelta di Cofferati, mi sembra che abbia voluto dare all'Ulivo un segnale di "ritorno all'ovile". Chi punta a essere un tramite tra movimenti e partiti dovrebbe stare un passo avanti rispetto a entrambi: fare da intermediari non vuol dire stare semplicemente nel mezzo».

    Anche dal fronte dei movimenti cristiani e delle chiese arrivano inviti al sì. Tonio Dell'Olio, segretario di Pax Christi, spiega che voterà sì «perché bisogna difendere il lavoro in un momento come questo, quando sono attaccate tutte le garanzie». «La mia - continua - è una posizione personale, ma fatta propria da molti: è coerente con la storia della presenza cristiana nel mondo del lavoro. Mi sorprende la posizione di Cofferati, per me il referendum è in continuità con le battaglie del 2002». Maria Bonafede, vicemoderatore della Tavola Valdese, dice che voterà sì: «Mi sono convinta già quando il comitato raccoglieva le firme, dopo la mobilitazione dell'anno scorso». I valdesi, d'altra parte, non mancano mai in piazza quando si parla di diritti. «La chiesa non ha preso una posizione sul tema, anche se fa discutere, soprattutto i più giovani. Certo, se si dovesse perdere, per la sinistra sarebbe una vera batosta, una sconfitta in più. Ma Cofferati non mi ha convinto, né mi convince chi parla di astensione. L'articolo 18 non si tocca, ed è giusto dare tutele a chi non ne ha».

    www.ilmanifesto.it
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  6. #126
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    Secondo me il diritto al lavoro è molto importante ma non esiste che sia un diritto vitale come quelli fondamentali dell'uomo.
    Almeno così non è , poi ognuno la pensa come vuole. Certo che è bene prendere atto della realtà , che mette sempre a pari tutti. In ogni grossa azienda sono pronti grossi piani di riduzione del personale. In giro per l'Europa e per gli USA non assumon più da un paio d'anni , come saprete forse. Ad ogni colloquio che anche miei amici hanno avuto , ripetono che non è un buon periodo e che ora preferiscono licenziare.

    Migliaia di persone sono state licenziate ma non mi sembra sia morto nessuno. Auguriamo loro di riprendere il lavoro una volta avviata la ripresa economica.

    Ho alcuni amici che hanno fatto un master MBA ( business administration ) alla Bocconi e adesso sono ancora a spasso , tanto il periodo è pessimo. Quei tipi di master garantivano un passaggio immediato in buona posizione all'interno delle aziende che lo seguivano , e delle banche. Un certificato di qualità adesso non lo è più , ma ripeto speriamo sia un ciclo negativo al termine.
    Quindi in una situazione così questi diritti" cadono nel vuoto.

  7. #127
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    Originally posted by swaption
    Secondo me il diritto al lavoro è molto importante ma non esiste che sia un diritto vitale come quelli fondamentali dell'uomo.
    hai ragione parliamo dei diritti dell'uomo:

    In tal senso, l'art. 3 cost. tratta di: pari dignità sociale e rimozione degli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

    Con l'art. 41, infine, il riconoscimento che l'iniziativa economica privata è libera, con il limite, però, che non rechi danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.

    Il licenziamento senza giusta causa, lede o no questi elementari diritti dell'uomo: pari dignità, rispetto della dignità umana, libertà (in senso effettivo), sicurezza.

    Insomma, per qualsiasi negozio giuridico chi compie comportamenti illegittimi paga, e paga per il danno effettivamente arrecato, per il licenziamento illegittimo una marea di masturbazioni mentali...

  8. #128
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    La legge 30 cancella l'art.18.
    Il Sì lo restituisce a tutti


    Dopo il via libera del governo alle esternalizzazioni "di comodo"

    Mario Fezzi - Avvocato del lavoro
    http://www.fezzi.it/

    Tante sono le buone ragioni per non andare al mare il 15 giugno e recarsi invece ai seggi a votare Sì e molte di esse sono già state ripetutamente esaminate e doviziosamente esposte. Ce n'è però un'altra sin qui non abbastanza segnalata su cui val la pena di soffermarsi un attimo. La recente Legge Delega n.30/2003, all'art.1, punto p) prevede la revisione del D. Lgs.18/2001, che ha modificato l'art.2112 del codice civile in tema di trasferimento d'azienda, mediante la "previsione del requisito dell'autonomia funzionale del ramo d'azienda nel momento del suo trasferimento".
    Per comprendere fino in fondo il senso e la portata di questa norma innovatrice è necessario fare qualche passo indietro e dare conto del contenuto dell'art.2112 c. c., secondo il quale "in caso di trasferimento d'azienda, il rapporto di lavoro continua con l'acquirente ed il lavoratore conserva tutti i diritti che ne derivano". La norma nasce originariamente allo scopo di tutelare i lavoratori nel caso di cessione dell'azienda da cui dipendono, garantendo loro il passaggio, a condizioni invariate, alle dipendenze dell'acquirente.

    Negli ultimi anni, però, almeno dall'inizio degli anni novanta, la stessa norma è stata rivolta contro i lavoratori, attraverso il meccanismo degli scorpori aziendali (via via chiamati esternalizzazioni, outsourcing e altro) tecnicamente formalizzati attraverso singole cessioni di ramo d'azienda, riconosciute e legittimate dall'art.2112 c. c.. In genere a essere ceduti all'esterno sono i servizi (magazzino, pulizie, fatturazione, assistenza tecnica, manutenzione, etc. etc.), ma in molti casi viene scorporato un pezzo, a volte anche rilevante, dell'attività produttiva. Tutto quello che si può staccare dal nucleo principale dell'azienda, viene scorporato, per lasciare solo quello che viene definito Core Businnes. In questo modo migliaia di lavoratori si sono trovati a passare dalle dipendenze di imprese di grosse dimensioni a piccole imprese, nella stragrande maggioranza dei casi prive dei requisiti numerici per la tutela contro i licenziamenti illegittimi, cioè sotto la soglia dei quindici.

    La linea di difesa in tutti questi casi era rappresentata dalla dimostrazione davanti al Giudice della mancanza di autonomia funzionale del ramo d'azienda ceduto. In altri termini, se una "cosa" definita dall'imprenditore come "ramo d'azienda" non ha alcuna autonomia funzionale, non può nemmeno essere considerata un "ramo d'azienda"; e così in molti casi i giudici hanno annullato cessioni di rami aziendali non autonomi funzionalmente, impedendo che numerosi lavoratori passassero da una situazione di "protezione" sotto l'ala dell'art.18, a una situazione di precarietà assoluta, in imprese sotto i quindici dipendenti.

    La tutela dunque per i lavoratori ceduti nell'ambito di un ramo d'azienda era quella di dimostrare l'insussistenza del requisito dell'autonomia funzionale del ramo, che per legge doveva essere preesistente, cioè antecedente al momento della cessione. Ciò all'evidente scopo di evitare operazioni ancor più fraudolente, con la costituzione "ad hoc" di un ramo d'azienda, onde procedere poi alla sua cessione. In altre parole, il requisito della preesistenza imponeva che il ramo, in quanto tale, esistesse da tempo, prima della cessione, e non fosse stato costituito fraudolentemente all'apposito scopo di procedere alla cessione.

    Ebbene, la Legge Delega n.30/2003 si occupa anche di ciò, stabilendo che il requisito in parola non deve più essere preesistente, ma è sufficiente che sussista nel momento del trasferimento. In questo modo si attua una delle idee contenute nel Libro Bianco del Ministro Maroni dell'ottobre 2002, quella cioè di facilitare al massimo le esternalizzazioni (di comodo o fittizie), consentendo la cessione anche di semplici uffici o reparti senza autonomia organizzativa o produttiva. Se infatti il requisito dell'autonomia funzionale può essere creato anche solo al momento in cui si delibera la cessione del ramo d'azienda, è del tutto ovvio che sarà consentita qualsiasi operazione fraudolenta di costituzione apposita di pezzi i più disparati d'azienda, per costituirne un "unicuum" solo ai fini della cessione.

    In sostanza, un numero grosso a piacere di lavoratori oggi garantiti dalla tutela dell'art.18 si troveranno di colpo ad essere privi di ogni tutela nei confronti dei licenziamenti illegittimi, in quanto si troveranno, ancor più facilmente di quanto già non accada oggi, ad essere ceduti, insieme a rami d'azienda costituiti un minuto prima della cessione, a imprese prive di ogni garanzia di tutela contro i licenziamenti.

    Ecco allora l'altro e importantissimo motivo per il quale è necessario votare e votare Sì al referendum del 15 giugno: impedire che chi ha perso ogni tutela contro i licenziamenti per effetto di una delle tantissime cessioni di rami aziendali, agevolate dalla recentissima legge delega, si venga a trovare in una posizione di debolezza assoluta, per essere "scivolato" incolpevolmente da un'azienda sopra i quindici a una sotto i quindici dipendenti.

    L'estensione dell'art.18 alle aziende con meno di quindici dipendenti avrebbe infatti il grandissimo vantaggio di porre un freno alle esternalizzazioni sfrenate, in quanto l'utilità cercata dalle imprese (la possibilità di licenziamenti senza limiti e senza regole, salvo il ridicolo risarcimento del danno oggi previsto) verrebbe immediatamente posta nel nulla dall'esito favorevole del referendum.

    Liberazione 16 maggio 2003

    http://www.liberazione.it
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  9. #129
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    Predefinito Magistratura democratica e il referendum sull'art. 18

    Magistratura Democratica - 18 maggio

    Per MD, che non è una forza politica, non vi sono problemi nè di dare indicazioni di voto, nè di entrare nel merito di ragionamenti di opportunità sulle divisioni in tal modo determinatesi nella sinistra.
    Nostro compito come giuristi e come magistrati è un altro, ovvero quello di stimolare una discussione sui diritti, il loro stato, la loro tutela e la loro possibile estensione.
    Speriamo che quanto elaborato, di cui devo ringraziare il gruppo "lavoro" di MD, fatto proprio e recepito dall'esecutivo di M.D., possa essere utile e stimolante per tutti.
    Claudio Castelli



    --------------------------------------------------------------------------------

    Magistratura democratica e il referendum sull'art. 18


    Magistratura Democratica manifesta la sua forte preoccupazione per la politica governativa in materia di lavoro, che, attraverso un serie di interventi legislativi (da ultimo la legge delega n. 30/2003), tende a ridurre le garanzie dei lavoratori, attraverso la sempre maggiore precarizzazione dei rapporti, la preferenza per l'autonomia individuale a scapito della protezione costituita dalla contrattazione nazionale e dalle norme inderogabili di legge e la marginalizzazione della giurisdizione del lavoro, e a mettere in discussione quindi la stessa ragion d'essere del diritto del lavoro.


    Uno dei bersagli più importanti della controriforma del diritto del lavoro è stato nell'anno passato l'art. 18 S.d.L. (reintegrazione nel posto di lavoro nel caso di licenziamento illegittimo), e cioè la norma che ha rappresentato una delle riforme fondamentali di democratizzazione della società italiana, sottraendo milioni di lavoratori al ricatto della perdita del posto e consentendo quindi l'effettiva esplicazione dei diritti del lavoro, altrimenti di fatto spesso non esercitati e compressi. Infatti, prima della sua introduzione erano pochissime le cause proposte nel corso del rapporto di lavoro e lo stesso avviene ancora oggi per le imprese fino a 15 dipendenti. Infatti, il lavoratore durante il rapporto, senza lo scudo dell'art. 18, non faceva valere i propri diritti, né individuali nè collettivi, per il timore di essere licenziato ed era quindi soggetto a qualsiasi abuso da parte del datore di lavoro (analogamente a quanto avviene nei rapporti precari, come il rapporto a termine, e per i collaboratori economicamente dipendenti). La norma consente quindi leffettivo esercizio dei diritti del lavoro, senza paura di eccessive ritorsioni, ed ha quindi una portata generale, ben più ampia di quella che si vuol far credere.


    Il progetto governativo di modifica della norma nella nuova formulazione contenuta nel "Patto per l'Italia (se ne sta discutendo in parlamento), prevede una deroga all'applicazione della norma (mancato computo dei nuovi assunti nel triennio ai fini dei limiti numerici), che è solo apparentemente sperimentale e temporanea, ma che comporterebbe in realtà effetti per molti anni a venire per le imprese che la utilizzeranno, e costituisce quindi un pesante attacco ai diritti del lavoro e ai principi costituzionali di tutela dei lavoratori, perché consente anche ad imprese di grandi dimensioni la libera recidibilità.

    Come è noto, nel 2002 in difesa dell'art. 18 si è schierata una gran massa di lavoratori e cittadini, al di là degli steccati della Cgil e dei partiti di sinistra, e quindi una vasta e compatta opposizione della società civile alle riforme annunciate.

    L'iniziativa referendaria di estensione del'art. 18 a tutti i lavoratori anche nelle imprese sotto i sedici dipendenti, è stata avanzata nel periodo più caldo delle manifestazioni contro la volontà di ridurne la portata.

    Md non condivide lo strumento referendario con riguardo ad un tema che mal si presta ad una risposta secca per il si e per il no, essendo più ragionevoli e giuste scelte intermedie di modulazione delle tutele.

    Md rileva, tuttavia, che l'iniziativa pone all'attenzione dell'opinione pubblica un problema reale di tutele inadeguate, come è del tutto inadeguata, ed anzi ancora minore, l'attuale tutela dei c.d. cococo (collaboratori coordinati e continuativi). Infatti il limite numerico dei 15 lavoratori per l'applicazione della norma appare ormai superata dalle modifiche intervenute nel mondo del lavoro, poiché, per effetto dei processi di automazione e per la diffusione del decentramento produttivo, tale numero non indica più il limite delle piccole imprese personali o artigianali, per le quali era stata ritenuta inopportuna la forzata reintegrazione nel posto di lavoro, essendo ormai diffusissime le imprese con pochi dipendenti ma di rilevante dimensione economica e di mercato.
    Inoltre la tutela riservata agli ormai numerosissimi dipendenti delle imprese sotto la soglia indicata è davvero irrisoria, ponendosi fra l'altro in contrasto con l'art. 30 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, essendo possibile, in caso di licenziamento ingiustificato, anche un risarcimento di sole 2 mensilità e mezzo della retribuzione, molto al di sotto del risarcimento che il lavoratore otterrebbe se il rapporto di lavoro fosse un normale rapporto commerciale illegittimamente interrotto (con il conseguente diritto all'intero danno emergente e lucro cessante), che rende evidente l'accentuata precarietà di tali lavoratori esposti costantemente al ricatto del licenziamento. E' urgente quindi una diversa disciplina che garantisca un'effettiva tutela, eventualmente mediante una sistema di valutazione delle dimensioni delle imprese non necessariamente (o non solo) legate al numero dei dipendenti, ma anche ad esempio alle capacità economiche.

    Md in conclusione, pur non aderendo all'iniziativa, né a comitati per il si, condivide la necessità e l'urgenza di un'estensione dei diritti, in direzione opposta rispetto alle recenti iniziative legislative che tendono a comprimerli, nella prospettiva che, in caso di vittoria del "si", comunque auspicabile (anche perché una vittoria del "no" darebbe un potentissimo alibi al governo per procedere senza più ostacoli verso lo smantellamento del diritto del lavoro), sia poi possibile un intervento legislativo, di estensione modulata, ma effettiva, delle tutele.

    maggio 2003

    il comitato esecutivo

  10. #130
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    Predefinito Ulivo, art. 18 e ... dialogo con Berlusconi

    Sintetizzando, quello che è emerso dal convegno de "il Riformista" sull'art. 18 è che l'Ulivo non ha un'idea unitaria sul come affrontare, nel complesso, le questioni del lavoro.
    Addirittura, è agli atti del convegno, c'è chi predica il dialogo con Berlusconi.

    Tutti uniti, però, per sostenere il boicottaggio del referendum per l'estensione dell'art. 18.
    Referendum sbagliato perché di ostacolo, appunto ... alla riforma che non c'è e al dialogo con Berlusconi.

 

 
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