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Discussione: Due Anni per la Pace

  1. #1
    SENATORE di POL
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    Predefinito Due Anni per la Pace

    da www.corriere.it

    " Due anni per trovare la «strada» della pace


    DAL NOSTRO INVIATO
    GERUSALEMME - C’è un punto di partenza: la polveriera mediorientale. E uno d’arrivo: la convivenza più pacifica possibile, fra due popoli e due Stati, Israele e la Palestina. C’è una scadenza: il 2005. Ci sono quattro padrini: Stati Uniti, Unione Europea, Onu e Russia. Due giocatori ufficiali: il premier israeliano, Ariel Sharon, e il suo omologo palestinese, Abu Mazen. C’è un comprimario misterioso: Yasser Arafat. E un’infinità di comparse, non sempre benintenzionate.
    Ci sono almeno tre snodi cruciali: Gerusalemme, il «diritto al ritorno» dei profughi palestinesi e il destino di un centinaio di insediamenti israeliani nei territori occupati.
    Da oggi è ufficialmente aperta la partita più importante dall’inizio del nuovo millennio: la road map per la pace in Medio Oriente.


    GLI OBIETTIVI - Ridisegnare la mappa della regione, tracciando i confini di due Stati indipendenti, che si riconoscono e legittimano reciprocamente. Uno già esistente, Israele, che dovrà essere libero dall’incubo degli attentati terroristici. L’altro ancora da costruire, la Palestina. Che dovrà dotarsi di una costituzione, un regime democratico, libere elezioni, istituzioni, insomma una piena autonomia. Ma l’obiettivo primario è la fine di un conflitto che coinvolge i Paesi vicini, Siria e Libano, e che alimenta il terrorismo internazionale.
    TRE FASI - Il percorso è diviso in tre fasi. La prima: fine della violenza e fine degli attentati. Israeliani e palestinesi riprendono la cooperazione per la sicurezza. E’ prevista la ristrutturazione delle forze di polizia e sicurezza palestinesi. Il governo di Ramallah intraprende le riforme politiche, mentre Israele si impegna a restituire condizioni di vita accettabili ai palestinesi e l’esercito si ritira dalle zone occupate dal 28 settembre del 2000, data ufficiale d’inizio della seconda Intifada. La seconda fase: dovrebbe iniziare nel giugno del 2004, focalizzata sulla definizione di confini provvisori e l’attribuzione di sovranità al nascituro Stato palestinese, purché basato su una nuova costituzione e un’efficace lotta al terrore. Indispensabili quindi le elezioni, che avrebbero dovuto tenersi il 20 gennaio scorso, e sono state rinviate. E’ programmata anche una conferenza internazionale, per verificare i progressi sulla rotta della pace e cercare di ripristinare i rapporti, anche commerciali, fra Israele e gli Stati arabi.
    Alla terza fase si passerà, teoricamente nel 2004, quando il Quartetto giudicherà maturi i tempi per consolidare la riforma e la stabilizzazione delle istituzioni palestinesi, in vista dei negoziati per un accordo definitivo israelo-palestinese, l’anno successivo. Nel frattempo si terrà una seconda conferenza internazionale.

    E. Ro.


    Esteri
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    Shalom!!!

  2. #2
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    da www.corriere.it

    " Stato palestinese, il primo sì di Israele

    Sofferto voto del governo Sharon. A giugno vertice con Bush, Abu Mazen, re di Giordania e raìs egiziano


    DAL NOSTRO INVIATO
    GERUSALEMME - Per la prima volta un governo israeliano ha riconosciuto formalmente il diritto dei palestinesi alla creazione di un loro Stato. Un voto storico e sofferto ha ricompattato i ministri del Likud dietro al premier, Ariel Sharon, che ha contato 12 consensi, 7 opposizioni e 4 astensioni alla sua decisione di aderire alla road map , il piano di pace patrocinato da Stati Uniti, Unione Europea, Nazioni Unite e Russia, che dovrebbe condurre alla creazione di uno Stato palestinese indipendente entro il 2005.
    La risposta del governo israeliano e la stretta maggioranza di voti favorevoli è comunque un buon risultato per Sharon che può dimostrare agli Stati Uniti il suo impegno e l’alto prezzo politico pagato in casa per venire incontro alle richieste americane. Ma il fragore degli ultimi attentati a Gerusalemme e, più a Nord, ad Afula, rimbomba ancora nelle orecchie degli israeliani, convinti che la ripresa del dialogo tra Sharon e la sua controparte palestinese, Abu Mazen, porterà a una nuova, violenta offensiva del terrorismo.
    Hamas, per bocca del suo portavoce a Gaza, Abdel Rantisi, ha preannunciato una tregua con Israele. Sarebbe il primo «cessate il fuoco» dal 1987, data di nascita del movimento. Ma è limitato agli obiettivi civili israeliani ed è subordinato alla fine delle incursioni militari nei Territori, dove muoiono quotidianamente anche civili palestinesi. «Abbiamo detto chiaramente ad Abu Mazen - ha aggiunto Rantisi - che non smetteremo di colpire i soldati e i coloni».
    Una tregua condizionata, quindi, che non incide sull’opposizione di Hamas al riformista Abu Mazen: «La road map - ha insistito Rantisi - sarà un disastro per il popolo palestinese. La sola road map che conosciamo è quella per il paradiso dei martiri».
    Anche il premier israeliano ha comunque una forte fazione contraria alla strada intrapresa con il voto di ieri. Non a caso uno dei suoi primi incontri, dopo la riunione di governo, è stato con i coloni, i cui insediamenti nei territori palestinesi sono messi in discussione dal piano di pace: «Voi siete i pionieri di Israele - ha cercato di tranquillizzarli il primo ministro -, ma la creazione di uno Stato palestinese è inevitabile».
    Non la pensa così il suo compagno di partito, ministro e avversario Benjamin Netanyahu, che ieri pomeriggio ha preferito l’astensione: «Avrei votato contro solo se gli Stati Uniti non si fossero impegnati a tenere conto delle riserve israeliane e delle modifiche richieste alla road map». Prima fra tutte quella sul diritto al ritorno dei profughi palestinesi che gli israeliani temono come un terremoto demografico. Contro la sola eventualità si sono pronunciati 16 ministri del governo Sharon, approvando un documento preparato dal ministro degli Esteri, Silvan Shalom e da Dov Weisglass, inviato nei giorni scorsi da Sharon negli Stati Uniti a perorare l’opposizione israeliana alla richiesta palestinese.
    «Non possiamo pensare di tenere le nostre truppe a Jenin per sempre - ha detto Sharon in apertura di seduta ai suoi ministri -. Non è nemmeno giusto e giustificato che Israele governi tre milioni e mezzo di palestinesi». I suoi argomenti non hanno convinto i partiti di estrema destra, L’Unione Nazionale e il Partito Religioso Nazionale, i cui sette esponenti governativi hanno votato contro. Un sì a denti stretti è stato espresso dal ministro della Difesa, Shaul Mofaz, fermo nella convinzione che Israele stia imboccando una strada pericolosa.
    Sharon e Abu Mazen potrebbero incontrarsi nel giro di 48 ore. Mentre si sta organizzando un vertice internazionale, per la prima settimana di giugno, a Sharm el Sheikh o ad Aqaba, con il presidente americano Bush, il re di Giordania e il presidente dell’Egitto. «Ma al tavolo non voglio l’Unione Europea né le Nazioni Unite», ha messo in chiaro Sharon.

    Elisabetta Rosaspina
    "

    Shalom!!!

  3. #3
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    da www.lastampa.it

    " La caduta di un tabù

    26 maggio 2003

    di Igor Man

    C’E’ un tempo per ogni cosa», dice l’Ecclesiaste. Il «sì», di principio, del governo (di destra) israeliano alla Road Map (il piano di pace del quartetto Usa, Ue, Russia, Onu), è una buona notizia. La pace rimane «lontana e sola» ma nel tunnel dell’angustiato presente il «sì» di Gerusalemme accende una fiammella di speranza. E questo perché, lasciando da parte gli emendamenti israeliani e le perplessità palestinesi, il governo di Israele ha in fatto rotto il più ostinato dei tabù: l’idea di uno Stato palestinese in Terra Santa, spalla a spalla con quello ebraico. Il «sì» alla costituzione di uno Stato palestinese indipendente, entro l’anno 2005, è dunque un fatto storico? Forse. Non siamo ancora all’ouverture ma è anche vero, e ciò va detto a correzione d’uno scetticismo di rigore, che per la prima volta nella Storia, una storia sferruzzata di odio e di massacri, un governo israeliano riconosce formalmente il diritto dei palestinesi ad avere un proprio Stato. Sovrano. «E’ venuto il momento di dire sì agli americani [Bush punta la sua rielezione anche sulla Road Map] e, per conseguenza, accettar di dividere questa terra con i palestinesi»: così Sharon. Ci sono anche «motivazioni pratiche» che spingono al «sì» il governo israeliano: l’economia di Israele subisce una delle crisi più drammatiche, la recessione appare domabile solo col contributo dell’alleato-protettore, gli Usa. E, infatti, al prossimo vertice di giugno, Bush-Abu Mazen-Sharon a Sharm el-Sheik, la crisi economica della regione disputa il primo posto nell’agenda dei lavori alla Road Map. Ora, mentre i palestinesi avrebbero accettato il documento in toto, il «sì» di Israele appare disturbato da non poche «riserve di merito e di diritto», risultando, alla fine, ambiguo: il governo di Sharon ha adottato una risoluzione che nega il diritto del ritorno ai rifugiati palestinesi, coloro cioè che furono costretti, nel 1948, ad abbandonare le proprie case, la terra natia, sotto la pressione bellica-propagandistica di Israele. Se tuttavia la trattativa avrà finalmente luogo e andrà avanti senza colpi di mano, sarà possibile (ancorché non facile) trovare una soluzione che moduli sulle note del compromesso realistico l’insidioso spartito del Ritorno. Si dovrà e potrà trovare una formula esistenziale che salvi simbolicamente il diritto dei palestinesi, senza insidiare l’integrità demografica di Israele.

    Stando così le cose, non resta che incrociare le dita. Un ostinato tabù è crollato, una piccola luce rischiara il periglioso cammino della speranza. Ci si chiede soltanto: sarà possibile, se e quando il negoziato sulla Road Map avrà inizio, tenere fuori della porta Arafat? Sharon ne ha fatto una questione di principio (frutto dell’odio antico che divide i due vecchi duellanti: si battono sin dal 1982 allorché, occupando improvvidamente il Libano, Sharon s’era illuso di cancellare il problema palestinese facendo appunto fuori Arafat e i suoi fedayn); Bush lo segue, lo spalleggia. «Irrilevante»: così non senza razzista disprezzo, Sharon definisce il vecchio Abu Ammar. Ma se davvero Mister Palestina è irrilevante, con che criterio logico viene accusato, ossessivamente, di «complicità» con Hamas e con gli altri gruppuscoli intransigenti intimamente connessi allo stillicidio dei kamikaze? E, poi, che senso ha definire terrorista Arafat da parte di chi il terrorismo ha praticato durante anni ed anni, ritenendolo l’arma acconcia per sfiancare il nemico: gli inglesi, gli arabi? Anche Garibaldi era considerato un terrorista dai Borboni e sinanco dai Savoia, e tuttavia era e rimase, rimane «l’Eroe dei Due Mondi». La Storia legittima tutti: da Garibaldi a Sharon, a Begin, dai Gap che abbattevano gli occupanti nazisti ai vietcong. Persino noi giovani partigiani che combattevamo in Roma occupata dai nazisti sfidando la morte con coraggiosa paura, venivamo definiti «comunisti-badogliani». La vittoria ci restituì libertà e dignità. Due doni preziosi che sarebbe antistorico e autolesionista negare ai palestinesi, al vecchio al Walid, padre e simbolo della Nazione palestinese. Una Nazione che per cattivo paradosso ha un governo ma non un territorio. Tuttavia, «c’è un tempo per ogni cosa».
    "

    Shalom!

  4. #4
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    da www.israele.net

    " Chi sostiene Arafat danneggia palestinesi e israeliani

    19 maggio 2003

    Israele considera il presidente dell'Autorita' Palestinese Yasser Arafat responsabile della nuova ondata di attentati e lo accusa di continuare a incoraggiare i terroristi palestinesi. Mentre il governo palestinese guidato dal primo ministro Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha condannato gli attentati e si e' detto pronto a contrastare seriamente questa ennesima ondata di violenze, si moltiplicano i segnali che indicano nella persona e nella politica di Arafat un perdurante ostacolo al rilancio del processo di pace.
    Israele si attende dai palestinesi misure drastiche contro i gruppi violenti prima di compiere qualunque altro passo lungo il precorso indicato dalla "road map". Il vice premier israeliano Ehud Olmert ha accusato la comunita' internazionale, e in particolare l'Unione Europea, di minare gli sforzi di Mahmoud Abbas (Abu Mazen) in questa direzione rifiutandosi di aderire al boicottaggio politico-diplomatico praticato da Israele e Stati Uniti contro Arafat, un personaggio che Gerusalemme e Washington considerano gravemente compromesso con il terrorismo. "Molti governi europei - ha dichiarato Olmert al Primo Canale della tv israeliana - continuano a inviare segnali che rafforzano Arafat a scapito di Abu Mazen . Il risultato e' che il governo palestinese di Abu Mazen ne risulta paralizzato e a noi viene tolta in partenza la possibilita' di mettere alla prova le sue reali intenzioni di lotta al terrorismo".
    Secondo la tv israeliana, durante la riunione d'urgenza di domenica sera del governo israeliano diversi ministri hanno chiesto l'espulsione di Arafat, ma la loro proposta e' stata respinta dal primo ministro israeliano Ariel Sharon.
    Lo stesso Yasser Arafat, intervistato domenica da Fox News, ha sostenuto di essere in completo controllo della politica palestinese, aggiungendo che il primo ministro Abu Mazen e gli altri membri della delegazione palestinese all'incontro di sabato sera con Sharon rispondono direttamente a lui. "Ho mandato Abu Mazen e Dahlan a incontrare Sharon" ha affermato Arafat. Alla domanda se sia disposto ad abbandonare i territori nel caso questo potesse portare all'applicazione della "road map" e quindi a un miglioramento della situazione della popolazione palestinese, Arafat ha risposto che non accettera' mai, a nessuna condizione, di abbandonare la sua terra.
    Si riaccende intanto la tensione attorno alla questione dell'accesso al Monte del Tempio di Gerusalemme, venerato dai musulmani come la spianata delle moschee. E' dall'inizio delle violenze palestinesi, 32 mesi fa, che le autorita' religiose islamiche vietano l'ingresso nel luogo santo a qualunque non-musulmano. Solo l'ipotesi, ventilata la scorsa settimana dal ministro di polizia israeliano Tsachi Hanegbi, che sarebbe ora di cancellare questo divieto (di fatto l'unico che impedisca il libero accesso a un luogo santo in tutto Israele) ha suscitato reazioni aggressive da parte dei fedelissimi di Arafat. Ikrimah Sabri, il mufti di Gerusalemme nominato da Arafat, ha dichiarato che permettere agli ebrei l'accesso al Monte del Tempio scatenerebbe "un bagno di sangue", mentre Ahmed Abdel Rahman, uno dei piu' stretti consiglieri di Arafat, ha minacciato che la riapertura del Monte del Tempio ai non-musulmani produrrebbe "una terza intifada contro Israele".
    (Jerusalem Post, 18.05.03)
    "

    Shalom!!

  5. #5
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    da www.corriere.it

    " Secondo la Casa Bianca solo il ritiro del vecchio leader aprirà la strada ai negoziati


    Ma Arafat rifiuta di farsi da parte «Il primo ministro? L’ho scelto io»


    DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
    WASHINGTON - La Casa Bianca applaude al «sì» di Israele alla road map , sorvolando sul fatto che il governo Sharon ponga numerose condizioni. «E' un importante passo avanti - proclama il portavoce della Casa Bianca, Adam Levine -, vogliamo lavorare assieme a tutte le parti per realizzare la visione di pace del nostro presidente». E conferma che Bush potrebbe partecipare a un vertice con il premier israeliano Ariel Sharon e il premier palestinese Abu Mazen a Sharm el Sheikh, in Egitto, o ad Aqaba in Giordania, il 4 o 5 giugno, al termine della sua visita in Europa. Se il summit, il primo da quello di Camp David nel 2000, avesse luogo - cosa ancora non certa - forse segnerebbe una svolta in Medio Oriente. Ma la Casa Bianca tace su un particolare cruciale: il peso che il fantasma di Arafat, il «grande vecchio» che ha alimentato il sogno della Palestina, avrebbe su di esso.
    E’ un peso che Arafat stesso ha ribadito ieri, in un’ambigua intervista al giornale arabo Asharq al Awsat. «Non mi dimetto, resto - ha dichiarato -. Non mi farò da parte, ma morirò da martire». Il leader palestinese ha ammesso che tra lui e Abu Mazen «non c'è pieno coordinamento, ciascuno fa il suo lavoro», ma ha anche smentito che esistano serie divergenze: «Come è possibile, se l'ho nominato io?». E ha ribadito il suo impegno alla pace, ma qualificandolo così: «Sebbene io sia contro l’uccisione dei civili israeliani o palestinesi, il mio popolo ha il diritto di resistere all’occupazione». Arafat ha negato recisamente di fomentare il terrorismo: «Sharon non ha alcuna prova contro di me, sono invenzioni, fandonie».
    Decisa a ignorare Arafat, la Casa Bianca ha rifiutato di commentare l'intervista. Ha parlato invece il senatore democratico Joe Lieberman, uno dei candidati alla Presidenza nel 2004: stigmatizzando la visita di Dominique de Villepin al raìs a Ramallah fissata per oggi, Lieberman ha detto che «il ministro degli Esteri francese rende più difficile la pace, perché Arafat è l'ostacolo più grave alla sua conclusione». Il senatore ha ammonito che se l'Europa, l'Onu e la Russia continueranno a considerare il presidente palestinese un interlocutore valido «l'America dovrà prendere le distanze dal resto del quartetto della road map ». Lieberman ha reso pubblico ciò che l'amministrazione Bush ripete dietro le quinte agli alleati: che Arafat deve divenire irrilevante e che la sua sola permanenza al potere, per quanto dimezzato, è un incitamento alla violenza.
    Alcuni esperti americani, come l'ex mediatore Dennis Ross, ritengono che la lotta per il potere a Ramallah sia ancora aperta, soprattutto a causa della debolezza di Abu Mazen, «un leader impopolare, assediato dai terroristi», come l’ha definito il New York Times . Il premier, secondo il quotidiano, è anche oggetto di un’occulta campagna di calunnie tra i palestinesi: venerdì a Gerusalemme, nella spianata delle moschee, sono stati distribuiti agli arabi in preghiera migliaia di volantini che lo accusavano di non essere un buon musulmano, bensì di appartenere alla Bahai, una setta popolare nell’Ottocento. Chiara, nelle intenzioni, la contrapposizione ad Arafat, custode della fede e della patria.
    Secondo gli esperti, finché la partita tra Arafat e Abu Mazen, o meglio tra ciò che essi rappresentano, non verrà chiusa, sarà impossibile raggiungere la pace. Gli esperti sottolineano che Arafat è un simbolo a cui gli arabi non rinunceranno facilmente, e che Sharon dovrebbe rafforzare Abu Mazen con qualche concessione che apra il negoziato. Ma come rileva il New York Times , «un’infame spirale di sospetti e di paure» risucchia israeliani e palestinesi, e soltanto l'intervento personale di Bush è in grado di spezzarla. Il giornale chiede al presidente Usa di costringere i primi a smantellare alcuni insediamenti e i secondi a combattere simultaneamente il terrorismo, se necessario ricattandoli: «Nessun altro può riuscirci».
    Nel nuovo panorama politico, l'obiettivo americano nei territori palestinesi è «un cambiamento di regime» come in Iraq, che contribuisca a conferire un nuovo assetto al Medio Oriente. Ma i mezzi da usare sono assai diversi: Arafat non può essere rovesciato all'improvviso e con le armi, a differenza di Saddam Hussein; può essere messo da parte solo dalla volontà popolare, democraticamente. Ma perché ciò avvenga, i palestinesi devono prima toccare con mano che la «strategia del confronto» di Arafat era sbagliata, e che quella del dialogo di Abu Mazen è più giusta. Cosa che dipende anche dalla buona volontà di Sharon
    . Ennio Caretto
    "

    Shalom!!

  6. #6
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    da www.ansa.it

    " TEL AVIV - Il premier israeliano Ariel Sharon tornera' ad incontrarsi ''entro questa settimana'' con il suo collega palestinese Abu Mazen (Mahmuad Abbas). Lo prevedono fonti politiche israeliane, citate dalla stampa locale. I due statisti dovrebbero incontrarsi a Gerusalemme e dedicare il loro colloquio alla realizzazione della prima parte della ROAD MAP, il Tracciato di pace approvato ieri in principio dal governo israeliano.
    Per il successivo vertice a tre con il presidente George Bush - previsto per i primi di giugno - la localita' preferita ad Israele e' Aqaba, il porto giordano affacciato sul mar Rosso. Lo ha riferito stamane la radio militare israeliana.

    Israele e' disposto ad assecondare per alcune settimane il tentativo del premier palestinese Abu Mazen (Mahmud Abbas) di ottenere dai gruppi armati islamici l'impegno a rispettare una 'hudna', ossia una sospensione provvisoria dei loro attacchi anti-israeliani. ''In questo momento - ha detto il ministro della difesa Shaul Mofaz (Likud) - Abu Mazen non potrebbe certo fare di piu' ''. ''Israele - ha quindi precisato - e' disposto ad accettare la 'hudna' solo per una fase transitoria, dopo la quale Abu Mazen dovra' dimostrare la propria capacita' di combattere davvero il terrorismo''.
    Mofaz ha confermato che Israele e' disposto a cedere ai palestinesi il controllo di alcune porzioni della striscia di Gaza e della Cisgiordania. Ma in caso di allarme per attentati di imminente esecuzione - ha avvertito - Israele non esiterebbe a penetrare, per sventarli, nelle zone tornate sotto controllo palestinese.
    26/05/2003 110
    "

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  7. #7
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    da www.ansa.it

    " ROMA - Una decisione ''coraggiosa e lungimirante''. Cosi' il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi definisce la decisione del governo israeliano di accettare la ROAD MAP, in un messaggio al primo ministro Arel Sharon.
    Questo il testo - diffuso dalla presidenza del Consiglio - del messaggio inviato da Berlusconi a Sharon: ''Ho appreso con favore la decisione del tuo governo di accettare la 'Road Map' elaborata dal quartetto - scrive il presidente del Consiglio - si tratta di una decisione coraggiosa e lungimirante, che mi auguro vivamente possa far compiere al processo negoziale quell'atteso e sostanziale passo in avanti in grado di garantire pace e sicurezza al tuo popolo e a quelli di tutta la regione''
    .

    INCONTRO SHARON-ABU MAZEN 'QUESTA SETTIMANA' - Il premier israeliano Ariel Sharon tornera' ad incontrarsi ''entro questa settimana'' con il suo collega palestinese Abu Mazen (Mahmuad Abbas). Lo prevedono fonti politiche israeliane, citate dalla stampa locale. I due statisti dovrebbero incontrarsi a Gerusalemme e dedicare il loro colloquio alla realizzazione della prima parte della del Tracciato di pace approvato ieri in principio dal governo israeliano.
    Per il successivo vertice a tre con il presidente George Bush - previsto per i primi di giugno - la localita' preferita ad Israele e' Aqaba, il porto giordano affacciato sul mar Rosso. Lo ha riferito stamane la radio militare israeliana.

    Israele e' disposto ad assecondare per alcune settimane il tentativo del premier palestinese Abu Mazen (Mahmud Abbas) di ottenere dai gruppi armati islamici l'impegno a rispettare una 'hudna', ossia una sospensione provvisoria dei loro attacchi anti-israeliani. ''In questo momento - ha detto il ministro della difesa Shaul Mofaz (Likud) - Abu Mazen non potrebbe certo fare di piu' ''. ''Israele - ha quindi precisato - e' disposto ad accettare la 'hudna' solo per una fase transitoria, dopo la quale Abu Mazen dovra' dimostrare la propria capacita' di combattere davvero il terrorismo''.
    Mofaz ha confermato che Israele e' disposto a cedere ai palestinesi il controllo di alcune porzioni della striscia di Gaza e della Cisgiordania. Ma in caso di allarme per attentati di imminente esecuzione - ha avvertito - Israele non esiterebbe a penetrare, per sventarli, nelle zone tornate sotto controllo palestinese.
    26/05/2003 16:44
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    da www.ansa.it

    " MO: ROAD MAP; CASINI, CORAGGIOSA DECISIONE ISRAELIANA
    ROMA - Il presidente della Camera Pier Ferdinando Casini ha espresso il suo '' vivo compiacimento per la coraggiosa decisione del governo israeliano'' di accettare la 'road map' per il processo di pace in Medio Oriente elaborata dal quartetto. ''Oggi all'autorita' palestinese - ha proseguito Casini - spetta il compito di lavorare contro il terrorismo per consolidare questa speranza di coesistenza pacifica tra i due popoli. La tappa finale non potra' che essere, come il Parlamento italiano ha auspicato piu' volte, la costituzione di uno stato palestinese che sia la risposta alle speranze dei giovani e di tutto il popolo palestinese ''. (ANSA).
    26/05/2003 18:15
    "

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  9. #9
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    da www.ilfoglio.it

    " Sharon duro e buono
    Arik spinge l’anima della destra d’Israele oltre i suoi vecchi confini Impresa simile attende Abu Mazen
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    Gerusalemme. “ Non si possono tenere tre milioni e mezzo di palestinesi sotto occupazione. E’ terribile per Israele, per i palestinesi e per l’economia israeliana. 1,8 milioni di palestinesi vivono di aiuti umanitari da organizzazioni internazionali. Volete esserne responsabili? Non credo sia giusto controllare Betlemme o Ramallah.” Così Ariel Sharon ha difeso la sua scelta di approvare la road map al comitato centrale del Likud . Lo stesso comitato mise Sharon in minoranza con un voto contrario all’idea di uno Stato palestinese solo un anno fa. Ieri Sharon si è preso la rivincita: quella risoluzione, ora vanificata dal voto del governo, era stata perorata da Benjamin Netanyahu, che domenica si è astenuto. Domenica, una coalizione di destra, guidata dall’uomo che più di ogni altro fece per gli insediamenti, ha approvato, sia pur con margini stretti, la creazione di uno Stato palestinese, il congelamento degli insediamenti e lo smantellamento di quelli creati dopo il 2001. La Borsa israeliana ha accolto l’evento con euforia: domenica l’indice è salito di più del 7 per cento, ieri ha avuto un altro aumento di quasi un punto . Il ministro degli Esteri, Silvan Shalom, a Creta si è incontrato con i colleghi giordano ed egiziano. Si parla di un summit a tre, Abu Mazen-Sharon-Bush, tra pochi giorni. Sembra di esser di nuovo nel 1991: fine della guerra in Iraq, coinvolgimento americano per risolvere l’incancrenito conflitto arabo-israeliano, alla fine di un’Intifada arenata, nel mezzo di una crisi economica israeliana. Molti fanno questo paragone, sperando che l’intervento diplomatico americano produca gli effetti desiderati. Se la storia serve a lezione, però, l’esperienza del 1991 dovrebbe dettar cautela. Lo sforzo diplomatico di una decade naufragò non sul destino di questo o quell’insediamento, ma sull’enorme forza degli imponderabili valori costitutivi delle identità contrapposte dei due nazionalismi, ebraico e palestinese, che ancor oggi si confrontano sulla terra contesa. Coloro che oggi sentono meno quel richiamo sono pronti ad abbracciare la road map con rinnovato impeto: il sussulto in Borsa mostra come il mondo degli affari, la fascia costiera israeliana fatta di classe media istruita e laica, liberale e cosmopolita che sogna l’Europa e poco capisce i motivi che spinsero i loro nonni e bisnonni a creare lo Stato in cui ora vivono, sia pronta a scommettere di nuovo su un piano che assomiglia a Oslo, ma è ancor più vago in termini operativi e agisce in un’atmosfera di odio e sfiducia molto più intense di tre anni fa, quando Oslo fallì. La catena montuosa che separa il deserto di Giudea dalla piana costiera dove si trova Tel Aviv è più che un ostacolo geografico alle correnti fredde provenienti dall’Europa. Oltre, dominano ancora primordiali istinti, per ebrei e arabi, che fanno dell’onore e l’orgoglio, giustizia e dignità, lealtà e identità, valori più importanti delle ricchezze materiali. Per coloro che, fisicamente o spiritualmente, vivono oltre le colline e non sulla costa, riparati dalle correnti e dalle idee europee, la visione di Oslo era una minaccia. Migliori condizioni economiche forse, ma a un prezzo troppo alto: perdita d’identità, rinuncia a sogni millenari. L’insistenza sul ritorno dei rifugiati Per Israele, la conservazione d’identità si gioca sulla combinazione di demografia e territorio. Da un lato c’è l’attrazione per le terre che furono culla dell’Israele biblica e che rappresentano il ventre e l’essenza antica della storia ebraica. Dall’altro c’è l’impossibile ostacolo demografico di poter riconciliare le aspirazioni nazionali di uno Stato ebraico con la presenza di tre milioni e mezzo di palestinesi. Il travagliato percorso della destra israeliana negli ultimi dieci anni culmina nel voto di domenica con la preferenza, riassunta da Sharon, per la demografia sul territorio. Essa coincide con tutte le decisioni precedenti nella storia d’Israele: nel 1937 come nel ’47 il sionismo accettò la spartizione della Palestina. Nel ’67 Israele propose un ritiro dai territori, nel ’79 accettò il progetto di autonomia palestinese nel quadro degli accordi di Camp David. Il problema rimane, a dispetto della percezione europea, la posizione palestinese, che dal ’37 a oggi ha sempre rifiutato il compromesso, incapace di distinguere tra territorio e demografia . Per la maggior parte dei palestinesi, l’insistenza sul ritorno dei rifugiati in Israele non è una posizione negoziale, ma l’essenza dell’identità nazionale. Difficile prevedere che un leader palestinese l’abbandonerà. La road map, come le nuvole, è destinata a svanire sul crinale nella salita verso Gerusalemme? Oltre quel crinale, investimenti stranieri, modernità, integrazione economica e benessere non contano. Nel rigore del deserto resistono richiami primordiali alle identità dei due popoli che non hanno un valore quantificabile. Israele ha saputo scindere il richiamo della terra da quello dell’identità: non ancora così i palestinesi .
    "

    Cordiali saluti

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    da www.israele.net

    " Un posto nella storia per Sharon

    Da un articolo di Bradley Burston
    29 maggio 2003

    A 75 anni di eta', con alle spalle innumerevoli guerre, ferite quasi mortali e mezzo secolo di vita pubblica, Ariel Sharon affronta oggi la piu' importante battaglia della sua vita: garantirsi un posto nella storia.
    Celebrato dai suoi fans come un eroe di guerra di eccezionale genialita', denigrato dai suoi avversari come un criminale di guerra con mire imperialiste, Sharon ha dichiarato che non restera' fuori dalla campagna per a costruzione della pace. Una presa di posizione che, fra falchi e colombe, ha dato nuovo vigore al passatempo nazionale degli israeliani: scrutare le mosse di Sharon. Ancora una volta il leader israeliano che quelli di sinistra amano detestare e quelli di destra detestano amare, ha spiazzato entrambi gli schieramenti lasciando tutti a interrogarsi sulla sua reale tabella di marcia .
    Dopo aver aspettato per piu' di due anni che il "vero" Sharon si facesse valere, i suoi colleghi della destra hanno finalmente intravisto qualcosa e non hanno preso per niente bene cio' che hanno visto. L'accettazione, cauta ma senza alibi, da parte di Sharon della Road Map- caposaldo della campagna del presidente Usa George W. Bush per coronare le vittorie militari in Afghanistan e Iraq con una soluzione diplomatica del rompicapo mediorientale - ha riformulato gli angusti schemi del panorama politico israeliano. In un colpo solo il processo di pace, moribondo da quasi tre anni, mostra segni di vita. Improvvisamente si torna all'epoca dei summit, spinti da una Casa Bianca evidentemente decisa a giocare un ruolo nella palude mediorientale.
    Naturalmente che chi, a destra, ribadisce la convinzione che le precondizioni poste dal governo Sharon come clausole alla Road Map impediranno di fatto l'attuazione del piano. Ma la loro preoccupazione profonda traspare evidente nei toni con cui hanno attaccato il loro primo ministro, dall'accusa di "resa al terrorismo" a quella di "cedere tutto cio' che abbiamo di piu' prezioso". Lunedi' scorso, durante una riunione del gruppo parlamentare del Likud che potrebbe rivelarsi storica, Sharon se ne e' stato inizialmente sulle sue, lanciando occhiate furibonde ma silenziose mentre sfilavano gli attacchi di un gruppo di parlamentari del suo partito. Poi, nella sorpresa generale, applicando una versione orale della sua nota tattica militare di attaccare da una posizione totalmente inaspettata, ha preso la parola e ha fatto impallidire parecchi degli astanti. Anziche' lanciarsi nella riaffermazione della linea dura, secondo la migliore tradizione delle riunioni del Likud, Sharon ha enunciato una politica che ha lasciato a bocca aperta la "comunita' patriottica". Ha detto: " L'idea che sia possibile tenere 3,5 milioni di palestinesi sotto occupazione - si', occupazione, anche se la parola non ci piace - e' un'idea pessima per Israele, per i palestinesi e per la nostra economia". E ha aggiunto: "Il controllo su 3,5 milioni di palestinesi non puo' andare avanti all'infinito . Volete restare a Jenin, a Nablus, a Ramallah e a Betlemme?".
    Ad alcuni queste parole hanno ricordato quelle del gigante del movimento laburista David Ben-Gurion, uno che nella sua veste di padre fondatore dello stato di Israele fu tra i primi a riconoscere nel giovane Sharon un leader di talento, indipendente e assolutamente imprevedibile. Nel clima un po' esaltato che fece seguito alla vittoria nella guerra dei sei giorni del 1967, durante la quale le Forze di Difesa israeliane avevano conquistato la Cisgiordania, la striscia di Gaza, Gerusalemme est oltre al Sinai e alle alture del Golan, Ben-Gurion mise in guardia dal pericolo che avrebbe comportato governare su un vasto numero di arabi.
    Alcuni esponenti del Likud, discendenti diretti dei comandanti delle formazioni clandestine della destra sionista ai tempi del Mandato Britannico precedente la nascita dello Stato, hanno avuto l'impressione che Sharon si fosse spinto persino oltre cio' che sarebbero stati disposti a prendere in considerazione gli stessi leader storici del sionismo laburista. Il parlamentare Uzi Landau, figlio di Haim Landau, capo militare della milizia Irgun Z'vai Leumi, ha detto che non avrebbe mai creduto di sentire tali dichiarazioni da un primo ministro di destra, figuriamoci da Sharon, il falco per antonomasia. "Se paragoniamo il Likud di oggi al Mapai (partito laburista) dei tempi di Golda Meir (primo ministro israeliano dal 1969 al 1974) - ha detto Landau - vediamo che il partito di Golda era piu' nazionalista, piu' determinato e piu' pronto a difendere cio' che ci appartiene che non il Likud di oggi".
    In effetti Sharon non e' affatto estraneo al mondo Mapai, quell'ambiente oggi assurto per la destra israeliana a simbolo di un modo di pensare obsoleto e vetero-socialista, legato all'approccio elitario che venne accusato di escludere dalle leve del potere sefarditi di destra e religiosi . Comunque nelle sue prese di posizione pubbliche, Sharon vede sempre il vecchio laburismo di Ben-Gurion - che ha governato Israele dalla nascita dello Stato nel 1948 fino alla sconfitta elettorale nel 1977 ad opera del Likud forgiato da Sharon - in termini piu' ampi e in qualche misura emotivi. Cresciuto in un moshav fortemente legato al partito laburista, Sharon ha basato il concetto di insediamento sul modello della rete di villaggi cooperativi e collettivistici, moshav e kibbutz, creata dal movimento laburista nei decenni precedenti la nascita dello Stato.
    Lunedi', rivolgendosi a un pubblico ben piu' ampio di quello presente alla riunione del gruppo parlamentare del Likud, non ha usato mezzi termini nel ricordare al suo stesso partito che la netta vittoria elettorale che ha portato molti di loro sulle poltrone del parlamento e' dovuta in gran parte alla promessa fatta da Sharon di cercare di forgiare un futuro praticabile per i palestinesi. " Chi parla di una svolta di 180 gradi nella posizione del primo ministro dimentica che Sharon diceva queste stesse cose gia' prima delle elezioni - ha spiegato martedi' Avigdor Yitzhaki, il capo uscente dello staff di Sharon - Le ha dette e ripetute nei discorsi a Cesarea, a Latrun, al comitato centrale del Likud, in ogni occasione possibile, e poi ha ottenuto quella strepitosa vittoria elettorale ".
    Nonostante anni di ininterrotto spargimento di sangue, i sondaggi d'opinione mostrano costantemente che la maggioranza degli israeliani sostiene l'idea di uno stato palestinese indipendente in Cisgiordania e Gaza e lo smantellamento di parte degli insediamenti nel quadro di un futuro accordo di pace con i palestinesi.
    Con il suo discorso ai parlamentari del Likud, Sharon sembrava voler preparare il pubblico israeliano in generale, e il suo partito come d'abitudine assai litigioso, a un grande cambiamento che potrebbe essere imminente. Anche se non vi sono ancora indicazioni concrete su come Sharon intenda procedere, se i suoi alleati di destra glielo permetteranno, o se cio' che Sharon ha in mente come offerta futura si avvicini al minimo che gli arabi sono disposti a prendere in considerazione in cambio della pace.
    Sebbene sia stato per decenni il falco di maggiore rilievo, Sharon non e' mai stato completamente accettato dalla destra come uno di loro. Padre indiscusso dell'impresa degli insediamenti in Cisgiordania e Gaza, Sharon tuttavia non gode della fiducia di molti israeliani nei territori perche' e' ricordato come l'unico leader israeliano che ha smantellato un grosso numero di insediamenti, facendo rientrare un grosso numero di "coloni", cioe' il ruolo svolto da Sharon come il ministro della difesa che fece applicare i termini del trattato di pace del 1979 con cui Israele restituiva al controllo dell'Egitto l'intera penisola del Sinai. I piu' critici ricordano anche che fu ancora Sharon, allora ministro degli esteri, che diede il suo imprimatur ai colloqui di Wye Plantation del 1998, sotto l'egida degli Stati Uniti, durante i quali Benjamin Netanyahu trasformo' la promessa di cedere ai palestinesi un ulteriore 8% della Cisgiordania in un accordo che vedeva Israele consegnare il 13%.
    Settimane prima che accettasse la Road Map, il ministro Benny Elon del partito di estrema destra Unione Nazionale, aveva avvertito che Sharon e' affetto da quella che lui chiamava la "sindrome dei fondatori" che lo spinge a voler lasciare dietro di se' prima di morire un trattato di pace. "E' lui che ha creato gli insediamenti e le postazioni, ora vuole chiudere il cerchio facendoli sgomberare - aveva detto Elon - Ma non glielo lasceremo fare, ci opporremo con tutte le nostre forze". Ma Yitzhaki, il consigliere uscente di Sharon, martedi' ha dichiarato che gli israeliani nel loro complesso iniziano a vedere la Road Map come una rara opportunita' per un cambiamento in meglio. "Persino per gli zeloti della grande Israele - ha detto - la realta' e' cambiata, almeno in una certa misura. Si e' creata qui un'opportunita' che, se non afferriamo, finiremo col rendere un pessimo servizio a noi stessi e ai cittadini di Israele".
    Se la destra scruta le mosse di Sharon, la sinistra non e' meno prudente. Secondo lo scrittore A. B. Yehoshua, anche se Sharon e' sincero sul processo di pace, i decenni che ha trascorso favorendo gli insediamenti ora gli si pareranno davanti come un ostacolo sulla sua strada. "Ha reso le cose piu' difficili - dice - Se solo avesse ascoltato cio' che Ben-Gurion diceva nel 1967: e' impossibile annettere questi territori, e' impossibile governare su un altro popolo . E Ben-Guiron non era meno patriota di Sharon". Alla domanda se Sharon abbia subito una genuina trasformazione, Yehoshua risponde: "In fondo il suo primo impulso e' quello della politica. Non pensa in termini ideologici ne' in un senso ne' nell'altro. Pertanto, quando afferma che l'occupazione deve finire, lo afferma sinceramente . Gli appare chiaro cio' che e' chiaro a tutti, che non si puo' governare su un altro popolo. Ho fiducia innanzitutto nella forza della sua leadership, nella sua capacita' di navigare politicamente e nel fatto che questo e' cio' che vuole la gente in Israele"..
    (Ha'aretz, 28.05.03)
    "

    Shalom!!!

 

 
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