I preti in cattedra (51)
di Luigi Rodelli
La polemica sul programma scolastico dei liberali e dei popolari si accese allora assai viva anche perché quel programma comprendeva una contrazione della spesa pubblica nel campo dell’istruzione secondaria, a favore dell’iniziativa privata (era la politica del “chiudere scuole anziché caserme” – come osservava Claudio Treves) e la corrispettiva istituzione dell’esame di Stato, cui sottoporre tanto gli alunni delle scuole pubbliche quanto quelli delle scuole private. Il partito socialista riuscì a dilazionare la attuazione del programma Croce, che sarà ripreso ed attuato poi, con altro spirito, dal Gentile nell’ambito della politica filovaticana del fascismo. Ma il principio era posto. Era un principio favorevole alla libertà e alla diffusione dell’istruzione e della cultura in Italia?
Per rispondere a questa domanda bisogna esaminare il sistema legislativo nel quale si inserisce il principio della “libertà della scuola”. Nel modo in cui i socialisti discussero il programma Croce affiora una distinzione, suggerita dalla polemica antistatalistica dello stesso Marx, che coglie il nocciolo della questione. Accanto alla posizione di Rodolfo Mondolfo, ispirata al concetto dello Stato moderno, ente giuridico superiore alle parte e garanzia di libertà per tutti, v’era quella di coloro che, come il prof. Giuseppe Bonfantini, guardavano al di là dello Stato, alla “società umana che vive di libertà e non di coazione” e si dichiaravano contrari all’esame di Stato e, al contempo, favorevoli alla libertà della scuola. Accogliendo infatti il principio della libertà della scuola si sarebbe dovuto logicamente scartare quello dell’esame di Stato e abolire il valore legale del diploma scolastico. Si sarebbe avuta così la libera concorrenza dei diploma di una buona università o di una scuola specializzata in determinati studi – non importa se statale o privata – avrebbe pesato di più di quello di un’altra meno buona università nella pubblica stima e nell’attribuzione degli impieghi. Luigi Einaudi, facendo astrazione dalle condizioni storiche dei diversi paesi, senza disconoscerne il valore determinante, ha recentemente descritto questo tipo di ordinamento scolastico – definendolo, per comodità, anglosassone – come quello in cui meglio è rispettata la libertà. Questo volevano i cattolici in Italia? – No; neppure don Sturzo, il quale additava l’esempio americano. A questo mirava il programma Croce? – Evidentemente no.
Il Croce introduceva nell’ordinamento italiano il principio della libertà legalizzata, o del “compromesso di concorrenza” – come fu definito dal gruppo parlamentare socialista. Era quel che volevano i cattolici: la libertà senza i rischi della libertà. I cattolici volevano, cioè, penetrare nel sistema legale esistente per avvantaggiarsene ai propri fini . Contrariamente alle loro dichiarazioni, essi non si battevano per il principio della libertà della scuola – tanto per quello della “libertà nella scuola”, cioè per la libertà del processo educativo – ma per la protezione legale della propria scuola, al dine di immettere nella società civile, senza il rischio della concorrenza, nutrite squadre di diplomati strettamente legati all’autorità ecclesiastica. Aspettarono a creare un istituto di studi superiori – ciò che potevano fare liberamente come privati – fino a quando non furono abbastanza sicuri di poter avere il riconoscimento legale dei titoli che quell’istituto avrebbe rilasciato: in principio si sarebbero accontentati anche di una semplice “equipollenza per determinati fini”. Scriveva infatti Filippo Meda:
è chiaro che soltanto dopo un periodo di attività, sufficiente a dimostrare il metodo e i risultati della scuola, potranno i pubblici poteri giudicare del valore da attribuirsi, per gli effetti amministrativi, ai titoli corrispondenti, sia ammettendoli a parità con quelli degli Istituti analoghi, sia attribuendo loro una equipollenza per determinati fini.
Frattanto l’idealismo gentiliano si allevava col fascismo e la riforma Gentile dava giuoco alla Chiesa.
Tutte le concessioni – scrive il Bernini – che il fascismo fece via via alla scuola privata, cioè alla scuola cattolica, nacquero dalla persuasione, sottintesa e radicata nel fascismo, che la Scuola fascista e la Scuola cattolica avessero in comune la volontà del monopolio della dottrina, per cui la Scuola deve dare una fede ben precisa, dominando le menti e gli spiriti; e che nel campo pratico e politico la fede potesse essere strumento dell’ideologia fascista.
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