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Oggi è lunedì 21 giugno 1993. Oggi abbiamo sentito il presidente dell’Iri, Romano Prodi, parlare di privatizzazioni. Ma noi, quando sentiamo Prodi dissertare attorno alle questioni economiche, non possiamo che pensare ad altro, a fatti che abbiamo già in parte ricostruito. All’interrogatorio che avrà fra un paio di settimane, per esempio. Quello di domenica 4 luglio. “Mi sembra ovvio che chi è stato presidente dell’Iri per sette anni venga sentito”, dirà quel pomeriggio un giornalista dell’Ansa. Si riferirà al periodo che va dal 1982 al 1989, la sua prima tornata all’Iri. Dal 1989 fino al maggio scorso, il presidente è stato Franco Nobili. Poi, Nobili è stato arrestato per tangenti. Né prima né dopo Nobili, l’Iri è mai stata coinvolta in affari illeciti. O, almeno, i magistrati non ne hanno scoperti, nonostante quell’interrogatorio del 4 luglio. Dovrà essere in gran segreto, secondo i propositi, e infatti verrà fissato di domenica, in procura, nell’ufficio di Paolo Ielo. Arriverà anche Antonio Di Pietro, e arriveranno i cronisti. Non si saprà chi li ha avvertiti. Loro sentiranno Di Pietro mettere sotto torchio Prodi, fare di tutto per costringerlo spalle al muro, di tutto per capire se davvero, con Nobili, l’Iri era una cloaca di tangenti, e invece con Prodi il luogo del rispetto sacerdotale delle regole e dell’etica. Lunedì 5 leggeremo sul Corriere: “E i soldi alla Dc? La voce di Antonio Di Pietro rimbomba nei corridoi deserti della procura. In un ufficio i magistrati stanno sentendo un testimone d’eccezione: Romano Prodi… I giudici lo hanno interrogato come persona informata sui fatti in merito alla situazione dell’Iri prima di Franco Nobili”.
“Lui non aveva bisogno di essere innocente, era della sinistra Dc”. Franco Nobili a proposito di Romano Prodi, da “I giorni dell’Iri - Storie e misfatti da Beneduce a Prodi”, di Massimo Pini,
editore Mondadori, 2000.
Di quell’interrogatorio, sapremo qualcosa di più in un libro che uscirà nel 2002, “Mani pulite” del trio Barbacetto- Gomez-Travaglio. Leggeremo: “Di Pietro fa salire la tensione. Alza la voce. Toni duri, domande incalzanti”. Secondo i tre, Di Pietro gridò: “Allora, professore, i soldi alla Dc chi glieli dava?”. E ancora: “Ma lei era a capo dell’Iri, possibile che non mi sappia riferire niente?”. Possibile che potesse non sapere? Molti anni più tardi, nel 2002, Di Pietro racconterà ai tre: “E’ vero, strapazzai Prodi, come facevo con tanti altri nelle stesse circostanze.
Parlando della mancata vendita della Sme dall’Iri a De Benedetti, nel 1985, gli domandai a brutto muso: ‘Non ho ancora capito se l’hanno fatta fesso o se lei sta facendo il fesso’…”.
“Segnalo che nel corso degli anni ho ricevuto pressioni al fine do favorire talune nomine che non condividevo dai seguenti uomini politici….Quando queste pressioni furono chiaramente vincenti, rendendo difficile la gestione dell’IRI, decisi di non prolungare la mia permanenza”. Resistette sette anni.
Fra due settimane, il pomeriggio del 4 luglio 1993, Ielo cercherà di tranquillizzare Prodi, scosso dai pugni di Di Pietro battuti sulle scrivanie: “Non si preoccupi, lei non è un indagato, è solo un testimone”. Poi, al momento del congedo, Di Pietro sarà nuovamente meno conciliante: “Ci rivediamo lunedì. Sappia però che potremmo essere costretti a farla continuare a riflettere lontano da casa”. Sarà forse per questa frase che, nei giorni successivi, si spargerà la voce che Prodi potrebbe essere arrestato. Il 5 luglio, Prodi ancora visibilmente turbato andrà dal presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro. Il 7 luglio, il procuratore Francesco Saverio Borrelli interverrà per smentire la diceria. E a Ielo (lo raccontano sempre Barbacetto, Gomez e Travaglio), Borrelli dirà: “La prossima volta è meglio che con Prodi ci sia soltanto tu”. La prossima volta, l’ultima di Prodi in procura, ci sarà soltanto Ielo.
“Vorrei che fosse chiaro, una volta per tutte, che ho fiducia nell’operato dei giudici… Ho avuto modo, in tempi non sospetti, vale a dire prima di assumere l’incarico di presidente dell’Iri, di esprimere il mio parere sui riflessi positivi che le inchieste condotte a Milano possono determinare sul sistema delle imprese nazionali”.
Romano Prodi ai giornalisti, 13 luglio 1993.
E’ interessante rileggere la deposizione che Prodi concederà fra due settimane, il prossimo 4 luglio, a Ielo e a Di Pietro. Ci sono un paio di passaggi che non possiamo trascurare. Il primo: “Sin da ora segnalo che nel corso degli anni ho ricevuto pressioni al fine di favorire talune nomine che non condividevo dai seguenti politici: Gianni De Michelis, Paolo Cirino Pomicino, Carlo Fracanzani, Bettino Craxi, Giulio Andreotti, Arnaldo Forlani, Renato Altissimo, Clelio Darida, Antonio Gava, Riccardo Misasi. Ce ne sono altri di cui mi riservo di ricostruire le vicissitudini”. Poi: “Quando queste pressioni furono chiaramente vincenti, rendendo difficile la gestione dell’Iri, decisi di non voler prolungare la mia permanenza alla presidenza dell’Iri”. Resistette sette anni, non un minuto
di più, a quelle pressioni.
E di quei sette anni, Prodi negherà di “essere stato informato in alcun modo… dagli amministratori
delle imprese controllate direttamente o indirettamente dall’Iri di pagamenti di tangenti”. Per anni, ma non sarà mai creduto, l’ex amministratore delegato della Stet, Giuliano Graziosi – indagato e
condannato – dirà di aver parlato con Prodi che alla Sirti (gruppo Iri) venne chiesta una tangente in cambio di appalti. Anche su questo punto, Di Pietro insisterà, fra due settimane, il 4 luglio. Prodi negherà. La parola di Graziosi contro quella di Prodi, e peserà di più quella di Prodi. Ci viene poi in mente, infine, che Franco Nobili chiederà a lungo, durante i processi a suo carico, la testimonianza di Prodi. Nobili dirà che in almeno uno dei contratti di cui gli sarà contestata la correttezza, Prodi aveva avuto un ruolo rilevante, come suo predecessore. Il tribunale riterrà la circostanza “irrilevante”. A Prodi – cui per fortuna i magistrati riserveranno un trattamento molto garantista – verrà risparmiata anche la scocciatura di una pubblica testimonianza.
Mattia Feltri su Il Foglio di sabato 20 giugno 2003-06-21
saluti




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