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Discussione: Accadde tempo...

  1. #11
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    Predefinito Forte e....

    ....Manipulite


    E’il 26 febbraio del 1993, una mattina abbastanza fredda. Mi riscaldo con un cappuccino al bar di piazza Navona, angolo corso Rinascimento, prima di entrare in Senato e vado all’edicola, a comperare i giornali. Prima ancora di farlo, un titolo, fra quelli, esposti, attrae la mia attenzione. Una morte macabra e misteriosa sulla collina di Sacrofano, la scorsa notte. Che sia la saga di Tangentopoli che continua, con nuove, assurde sorprese? Apro il Messaggero. Il titolo e i sottotitoli dicono che il cadavere, con la testa parzialmente erosa, forse da cani, è stato identificato. E’ Sergio Castellari, direttore generale del ministero delle Partecipazioni statali. Un mio amico da vari anni (sono stato consulente economico dell’Eni dal 1955, ai tempi di Mattei e ho partecipato alla costruzione delle regole di quel ministero).
    Provo un brivido e leggo. Non era morto quella notte, ma qualche giorno prima, gli animali avevano fatto a tempo a sfigurarlo, prima che fosse casualmente rinvenuto. Le ricerche, dopo la sua scomparsa dall’ufficio e da casa, il 18 febbraio, erano state indirizzate altrove. Lo si pensava fuggito, forse all’estero, perché doveva essere interrogato dal pm Orazio Savia, sul caso Enimont. E – avevano detto i suoi avvocati – non voleva sottostare al diktat “o parli o vai in cella e butto la chiave”.
    Sulla collina aveva, a fianco, una bottiglia di wiskhy, la “sua marca preferita”. Non si sa (e non si chiarì dopo) quanto ne avesse bevuto. Forse un po’ era colato sul terriccio erboso e i sassi che gli animali da preda avevano rimosso, aggirandosi attorno a lui. Era stato ucciso da un colpo di pistola.
    Ma la rivoltella non era a fianco del corpo riverso sulla collina, era alla sua cintura.
    Nell’inchiesta, che fu chiusa cinque anni dopo, senza poter determinare se fosse stato un omicidio o un suicidio, ma propendendo per la prima ipotesi, è scritto che probabilmente era stata spostata, una manomissione.
    Di solito, però, sono gli omicidi che simulano il suicidio. E’ strano l’opposto.
    C’erano, è vero, lettere, che Sergio aveva scritto ai familiari, manifestando il proposito di togliersi la vita. Ma forse voleva solo fingere di farlo, per non farsi ricercare all’estero.
    Quando era stato trovato, la testa rivolta alla luna, aveva con sé il passaporto, come se volesse fuggire. Ma allora non mi sono soffermato su questo rebus mentre scorrevo, oramai distratto, altri giornali, per trovare ulteriori dettagli.

    Mi venivano alla memoria ricordi intensi, di quando lo avevo visto, nel mio ufficio, ove era venuto, appunto, più volte, per parlarmi dell’affaire chimico Eni-Mont. Cioè della (progettata) fusione fra il gruppo chimico dell’Eni e il gruppo chimico della Montedison, un gigante polisettoriale che apparteneva oramai al gruppo Ferruzzi, colosso agroalimentare, su cui regnava Raul Gardini, cognato di Serafino fondatore dell’impero che da Ravenna si era esteso a Parigi e a Chicago.
    Le visite di Castellari erano state frequenti, fra l’88 e il ’91. Poi si erano diradate. Sergio era molto esperto di imprese, nonostante che non fosse, d’origine, un economista. Era un ex commissario
    di pubblica sicurezza che, entrato alle Partecipazioni statali con compiti di sicurezza, era poi passato ai ruoli amministrativi.
    Prima di chiamarsi Castellari, il suo cognome era stato Cacchione. Forse lo aveva cambiato, per acquistare un tono più aristocratico. In effetti, da quando era Castellari e, gradino dopo gradino, era diventato direttore generale, usava andare a cavallo, aveva una villa elegante. Amici, ma non intimi.
    Riandavo, nella memoria, tutta la vicenda e i suoi protagonisti, in cui mi ero imbattuto.
    Sergio mi aveva portato molte fotocopie dei preliminari del progetto di fusione.
    C’erano le stime delle società oggetto di fusione, con i valori ufficiali del progetto e, accanto, quelli dei capi della Snam e dell’Agip, di altre società dell’Eni, azioniste del suo gruppo chimico oggetto di fusione con Montedison. Le loro valutazioni degli impianti che dovevano essere conferiti dalle due parti per formare Enimont erano più basse di quelle ufficiali per le aziende Montedison, secondo i loro appunti troppo benevole. Spesso, diceva Sergio, riferendo ciò che aveva sentito, si trattava di impianti obsoleti quelli che Eni conferiva. Invece, per le aziende petrolchimiche Eni oggetto della fusione, apparivano troppo basse, in particolare per gli impianti moderni, che Eni
    aveva ereditato dalla Sir di Rovelli. Ma la società Enimont doveva essere paritaria. A dare retta a quelle stime, Gardini avrebbe dovuto dare qualche altra impresa o l’Eni tenere per sé alcune che stava per conferire nella nuova pax chimica. Perché sino ad allora fra Eni e Montedison vi era stata laguerra chimica.

    Sui campi di sci a Cervinia
    La mia memoria così andava indietro agli anni 70, quando ero vicepresidente dell’Eni (da cui poi mi ero dimesso perché non gradivo l’assenza dal bilancio del gruppo di fondi che erano in Svizzera). Allora la guerra chimica era fra tre gruppi, la grande Montedison – sorta dalla fusione fra Edison e Montecatini, che era stata fatta con la regia di Enrico Cuccia, presidente di Mediobanca
    – l’Eni e la neonata ma già vigorosa Sir, di Nino Rovelli, in forte espansione grazie ai finanziamenti della legge del Mezzogiorno e dell’Imi, in cui comandava Giorgio Cappon, che però era anche presidente del comitato degli azionisti di controllo di Montedison.
    Rovelli l’avevo conosciuto sui campi di sci a Cervinia, non alto ma atletico, agile, sguardo vispo, coi baffetti alla Clark Gable, parlava con l’accento lombardo della Brianza di vetroresina e di chimica fine in cui progettava di entrare. Ciò muovendo dai suoi impianti di etilene, appena aperti in Sardegna e dai brevetti che nel frattempo aveva acquisito. La guerra era soprattutto con Montedison, perché l’Eni non considerava la chimica come prioritaria, essendo focalizzato su petrolio e metano.
    Nel 1976 Montedison era in perdita. Al presidente Cefis fu presentato un piano finanziario, con cui veniva rimessa in sesto. Ma in cambio doveva dimettersi. Cosa che accadde, anche perché, lo ricordo bene, lui era già deciso a farlo. Qui, mi aveva detto in uno dei nostri colloqui nel suo ufficio a Milano, a Foro Bonaparte, ci si diverte come a succhiare un chiodo. Tornata nel grembo di Mediobanca e sotto la protezione dei protagonisti del compromesso storico, Dc e Pci, alla Montedison era stato riassegnato, in sede politica, lo scettro della chimica.
    Tre imprese chimiche erano troppe. Il destino della Sir, pur cara a Cappon, presidente dell’Imi, era segnato. L’Imi strinse i freni dei finanziamenti alla Sir, cresciuta in fretta mediante un eccesso di debiti sul capitale proprio; e Sir nel 1978 traversava un periodo di crisi. Presumibilmente momentaneo, se è vero che il presidente dell’Imi, Cappon, banchiere esperto e avveduto, aveva detto nel 1975 a Gianni Baldi, direttore del mensile economico “Successo”: “Mai finanziamenti bancari hanno premiato l’imprenditorialità pura come quelli concessi a Rovelli”.
    Di questo lungimirante giudizio il potente banchiere s’era evidentemente dimenticato.
    Siamo così arrivati al ’79. Il compromesso storico sta scricchiolando, ma il senatore Nino Andreatta, acuto economista e politico di punta della Dc, nell’area bancaria e industriale di linea catto-comunista, e il senatore Giuseppe D’Alema, (Pci, padre di Massimo), presidente della Commissione finanza e tesoro del Senato, fanno in tempo a far varare un Consorzio bancario di salvataggio, appositamente costituito con la guida dell’Imi, che assorbe la Sir coi suoi 13 mila addetti, in gran parte in Sardegna fra Porto Torres, Ottana, Sarroch, Assemini.
    La Sir, data l’insolvenza, era stata da poco commissariata ai sensi di una legge Prodi sulle ristrutturazioni industriali ed era gestita tramite l’apposito Consorzio bancario di salvataggio, Cbs, pilotato dall’Imi.
    Questo esautorò Rovelli in cambio di un contratto in cui si impegnava a riconoscergli un lauto indennizzo (i famosi 500 miliardi della causa Imi-Sir, diventati 980 con gli interessi composti nel ’94).
    Con delibera del Cipe (Comitato ministeriale di programmazione economica) dell’8 agosto ’83, Cbs passò in gestione tutte le aziende Sir all’Eni. Cefis, nelle nostre riunioni periodiche, mi aveva spiegato che le delibere importanti ma arrischiate vanno prese in agosto, poco prima delle ferie, quando le Camere stanno per chiudere o sono già chiuse e la gente che conta è al mare o in
    montagna o all’estero (allora erano in voga i safari in Tanzania).
    Poco dopo (Andreatta ministro del Tesoro) anche la proprietà delle aziende Sir passò all’Eni. Nel 1984 la Montedison scaricò all’Eni alcuni suoi impianti chimici, per far cassa. E fu così costituita
    Enichem, oramai la maggiore impresa chimica italiana.

    Intanto Montedison era migliorata. Nel 1987 Gardini, giovane capo del gruppo Ferruzzi, astro emergente dell’industria italiana, l’aveva scalata. E, instancabile, nel 1988 aveva proposto all’Eni la fusione fra i due grandi gruppi chimici. Un’idea grandiosa, che poteva portare alla razionalizzazione, eliminando i doppioni, e al rilancio di quella che era allora l’industria di maggior sviluppo tecnologico della nostra economia.
    Avevo conosciuto Gardini, tutto visto di lino bianco, impeccabile, a Santa Margherita, quell’anno, in un convegno di giovani industriali. E mi aveva catturato, per una gita sulla sua “barca”, a Portofino. Aveva parlato tutto il tempo, con lo sguardo levato verso il mare, spiegando che voleva collegare la chimica e l’agro business, passando per la chimica, per l’agricoltura e le biotecnologie, ma tenendo anche la chimica di base, che voleva razionalizzare.
    Intanto in Parlamento si era discusso il regime tributario per questa fusione, che dava luogo a enormi plusvalenze, derivanti dalla differenza fra il valore delle imprese, così come registrato nei bilanci delle società di provenienza e la stima del valore effettivo, che veniva fatta per il bilancio di Enimont.
    Questa differenza di valore era quasi tutta apparente, perché le cifre registrate nelle società di provenienza erano in lire dei primi anni 70 e nel frattempo la lira aveva subito un grande deprezzamento. In realtà, in alcuni casi, il valore non in lire 1989, ma in lire di identico potere di acquisto a quello dei primi anni 70, era minore di quello segnato nei bilanci delle società di provenienza. Il fisco, così, tassava un utile apparente. E perciò vi fu la proposta di emanare una legge di esonero o attenuazione dell’imposta sulle plusvalenze, che fu bocciata fra le urla dei parlamentari comunisti. Poi era iniziata l’Enimont, con liti e manovre finanziarie sotterranee dei due gruppi, quello Eni e quello di Gardini, per l’egemonia.
    Il giudice di Milano, Diego Curtò, il 9 novembre 1990 sequestrò le azioni Enimont di Montedison. Il 19 novembre il ministro delle Partecipazioni statali, Franco Piga, le passò all’Eni. La decisione fece molto discutere. Il giorno di Santo Stefano, il 26 dicembre, colpito da infarto, Piga morì, portando seco le ragioni di quella decisione. Oramai la guerra chimica era terminata.

    Lo scatolone scomparso
    Non c’era sto bisogno di un tratto di pace. Il gruppo Eni stava entrando nel mirino della magistratura. Era iniziata Tangentopoli, il presidente dell’Eni, Gabriele Cagliari, che proveniva dalla chimica e ambiva a ristrutturare e rilanciare Enichem, probabilmente scorporata dall’Eni e poi privatizzata, nel 1993 era stato incarcerato. Il 20 luglio, nel carcere di Milano, fu trovato
    soffocato entro un sacchetto di plastica. Anche nel suo caso, vi erano lettere ai familiari, che potevano far pensare al suicidio.
    Ma anche indizi contrari. Quel giorno Gardini era indicato dai giornali per le (presunte) tangenti dell’affaire Enimont. Il 23 luglio fu trovato esanime, sul letto, per un colpo di rivoltella. Un bigliettino di saluti ai familiari sul comodino poteva far pensare al suicidio. L’arma però era un po’ lontana da lui.
    L’impero Ferruzzi-Montedison crollò. Il tutto era passato di nuovo a Mediobanca, parte delle imprese alimentari vendute ai francesi, la Edison sempre più convertita al settore elettrico. Un dannato lavoro di ristrutturazioni e cessioni, per la banca d’affari milanese. L’Eni chiuse la chimica e la privatizzò (altro lavoro per le banche). Da tre grandi della chimica, ora l’Italia non ne aveva più neanche una.

    Avevo finito di pensare alla storia e stavo entrando in Senato. Giunto nel mio ufficio di presidente della Commissione finanze e tesoro, era il 24 febbraio, chiesi alle segretarie di portarmi il fascicolo con le carte di Castellari: non si trovavano, non c’erano.
    Ma non erano in quelle due casse di documenti che avevo fatto spedire dal Partito socialista quando ero passato da Via del Corso alla presidenza della Commissione del Senato? Una segretaria arrossì e mi disse che solo una delle due casse era giunta, ma non piena di documenti, ma di cartacce.
    E non me lo avevano detto, per “non farmi arrabbiare” con chi avrebbe dovuto controllare le casse, al momento del loro invio o del loro arrivo.
    Un altro mistero, pensai.
    E mi domandai, ma in tutto questo, chi ci avrà guadagnato?

    Francesco Forte

    Su il Foglio di lunedì 21 luglio 2003

    saluti

  2. #12
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    Predefinito ....esattamente dieci....

    ....anni fa.

    Oggi è martedì 20 luglio 1993. Stamattina, alle 10.48, l’Ansa ha stampato una notiza:
    “Tangenti Milano: Cagliari morto in carcere”. Abbiamo letto le tre righe di testo: “L’ex presidente dell’Eni, Gabriele Cagliari, è morto stamani nel carcere di San Vittore, dove era detenuto dal 9 marzo scorso”.
    Dopo dieci minuti, un nuovo dispaccio. C’era scritto che a dare la notizia era stato l’avvocato di Cagliari, Vittorio D’Aiello. L’avvocato, stamane, è uscito da San Vittore.
    Un giornalista l’ha avvicinato e gli ha chiesto se la richiesta di scarcerazione fosse stata accolta. Allora l’avvocato D’Aiello ha detto: “La notizia è che Cagliari è morto”.
    Poi è scoppiato a piangere.

    “E’ un fatto naturale. Aveva la sua età…”. Francesco Speroni, capogruppo della Lega al Senato, su Gabriele Cagliari,
    20 luglio 1993.

    Oggi, 20 luglio 1993, non abbiamo dovuto aspettare molto per saperne di più. Poco prima di mezzogiorno si è sparsa la voce che Cagliari è stato trovato con un sacchetto di cellophane in testa. Nemmeno un quarto d’ora, e la notizia è stata confermata dal procuratore Francesco Saverio Borrelli.
    Questa sera, alla Camera, il ministro della Giustizia, Giovanni Conso, ha dato i ragguagli: “Poco dopo le 9,40 un altro detenuto si è avvicinato alla cella per avvertire Cagliari che era atteso in sala colloqui dal suo avvocato. Non avendo ottenuto risposta ha chiesto l’intervento dell’agente di servizio. Due agenti di servizio hanno aperto il cancello della cella e hanno constatato che
    la porta di accesso al bagno di servizio era stata bloccata dall’interno. La porta è stata immediatamente forzata e all’interno è stato rinvenuto Cagliari riverso in terra con un sacchetto di plastica infilato in testa e legato al collo con una stringa di scarpa da tennis. Il sacchetto di plastica è stato immediatamente strappato dalla testa di Cagliari.
    Il medico di guardia ha constatato l’assenza di parametri vitali. Nonostante ciò per venti, trenta minuti è stato praticato il massaggio cardiaco e la respirazione artificiale senza però ottenere alcuna ripresa dell’attività cardio-respiratoria”.

    “La morte merita rispetto, ma non può prestarsi a strumentalizzazioni politiche e men che meno essere utilizzata per ostacolare l’azione dei magistrati impegnati a far luce su Tangentopoli.
    Mettere in collegamento un possibile suicidio con i tempi lunghi della carcerazione preventiva può essere un modo per affiancare il tentativo di attenuare l’azione della magistratura in un momento
    in cui invece è necessario andare fino in fondo”. Gianfranco Fini, segretario del Msi, 20 luglio 1993.

    Oggi, 20 luglio 1993, è stato il centotrentatreesimo e ultimo giorno di carcerazione preventiva per Gabriele Cagliari. Sono quattro mesi e mezzo di galera per un uomo di sessantasette anni, presunto innocente, secondo le leggi. Abbiamo fatto una piccola ricerca. Ora possiamo dire che, in questi centotrentatré giorni, sono state respinte cinque richieste di scarcerazione.
    La sesta, avrebbe dovuto esaminarla proprio oggi il giudice delle indagini preliminari Maurizio Grigo; tre giorni fa, prima di partire per le vacanze, il pm Fabio De Pasquale aveva espresso il suo parere negativo.
    Cagliari era stato arrestato il 9 marzo di quest’anno, del 1993, con l’accusa di corruzione e violazione della legge sul finanziamento pubblico ai partiti; è la grande inchiesta sui fondi neri dell’Eni. C’è qualche altra data che deve essere ricordata. Il 24 aprile, Cagliari, già detenuto, è stato raggiunto da un nuovo ordine di carcerazione.
    Sui fondi neri, appunto. Cagliari non li ha negati, ha detto di aver ereditato la situazione.
    Il 29 maggio, dieci giorni prima che scadessero i termini di detenzione preventiva, e cioè dieci giorni prima di essere liberato, Cagliari ha ricevuto un terzo ordine di carcerazione, stavolta per certi affari illeciti fra l’Eni e la Sai del gruppo Ligresti.
    Dopo aver verificato queste date, abbiamo preso un libro che uscirà fra nove anni, nel 2002.
    E’ Mani Pulite, di Gianni Barbacetto, Peter Gomez e Marco Travaglio. Alle pagine 145 e 146, c’è scritto: “De Pasquale spiega che la decisione sulla libertà di un indagato non è discrezionale, ma riposa su precisi fondamenti giuridici: le esigenze di custodia cautelare cessano quando una persona ha reso una effettiva confessione”.

    “Ho sempre pensato che le regole che presiedono alla custodia cautelare non sono dirette a ottenere elementi di prova, e noi infatti non le applichiamo per ottenere questi elementi, ma per evitare il pericolo di inquinamento delle prove, di fuga e, soprattutto di reiterazione del reato”. Gherardo Colombo, a un dibattito a Palermo, 21 luglio 1993.

    Oggi, 20 luglio 1993, molti uomini politici hanno manifestato il loro dolore, la loro costernazione eccetera. Qualcuno, come il liberale Alfredo Biondi, ha detto che la carcerazione preventiva non è stata pensata per sfinire e tormentare gli indagati, e “non deve essere un mezzo per ottenere confessioni”.
    Il vicepresidente del Pli, Raffaello Morelli, ha parlato di “strumento di tortura”. Molti altri hanno soltanto barcollato.
    Soltanto per un momento. Il socialista Enrico Manca ha detto che “sarebbe sbagliato mettere sulle spalle dei magistrati un avvenimento così doloroso”.
    Il socialdemocratico Antonio Pappalardo ha detto che il problema è la lentezza, semmai, e dunque “è ormai venuto il tempo che a Tangentopoli subentri in tempi brevi Condannopoli”.
    Pietro Ingrao si prepara a “respingere la campagna che probabilmente ci sarà di quelli che non vogliono rendere conto alla giustizia delle loro malefatte”.
    Un altro pidiessino, Cesare Salvi, ha detto che “le condizioni carcerarie sono un problema che esiste da decenni”.
    Il leghista Gianfranco Miglio ha detto che “un evento come questo spinge in senso opposto a quello della carità, della pietà e conferma che la politica è una cosa seria. La politica è rischiare la vita fin dai tempi di Adamo ed Eva. Bisogna andare avanti nella pulizia e va adoperata la spada della punizione”.
    Per il capogruppo alla Camera del Pds, Massimo D’Alema, “sarebbe sbagliato cogliere un pretesto per interventi impropri e velleitari”.
    Il procuratore aggiunto di Torino, Marcello Maddalena, ha detto che “rischi di questo tipo ci sono sempre, ogni volta che si prendono provvedimenti giudiziari”.
    Il leader della Rete, Leoluca Orlando, ha detto che “è la conferma che il regime sta crollando”.
    Fra due giorni, il 22 luglio, i consiglieri comunali di Milano si alzeranno in aula per un minuto di silenzio; sette consiglieri leghisti resteranno seduti, uno abbandonerà l’aula.

    “Noi stiamo ricevendo dei fax in continuazione, che per noi hanno lo svantaggio di non rilevare la provenienza, nei quali c’è scritto che sperano che noi ci suicidiamo tutti e che di questo hanno
    voglia di godere”. Mino Martinazzoli, segretario della Dc, 20 luglio 1993.

    Oggi è il 20 luglio 1993. Stamattina, prima che Cagliari si ammazzasse, avevamo letto la Repubblica. In prima pagina c’era il seguente titolo: “Ferruzzi allo sbando, ora tremano i big”. A pagina quattro, un altro titolo: “Cinque ‘eccellenti’ nel mirino di Mani pulite”. Si riferivano alle confessioni di Giuseppe Garofano, l’ex presidente di Montedison. C’erano le foto e le biografie,
    fra gli altri, di Raul Gardini e di Carlo Sama.
    In quella di Gardini abbiamo letto: “Chi l’ha incontrato negli ultimi tempi, descrive Raul Gardini come un uomo provato, logorato dall’attesa… Nei giorni scorsi ha bussato alle porte dei giudici informandoli di essere pronto a fornire ogni spiegazione.
    ‘Vedremo’, è stata la risposta che ha ancor più rattristato il romagnolo…”.

    “Tangenti, Garofano accusa Gardini”, titolo in prima pagina della Repubblica, venerdì 23 luglio 1993.

    Oggi è venerdì 23 luglio 1993. Le notizie, oggi, dovevano essere queste: stamattina c’è stato il funerale di Gabriele Cagliari. La funzione si è tenuta nella chiesa di piazza San Babila. Il sindaco di Milano, il leghista Marco Formentini, ha rifiutato di prendervi parte. Quando la moglie di Cagliari, Bruna, e i figli Stefano e Silvano hanno raggiunto il sagrato dietro al feretro, si è sentito l’estremo saluto di alcuni rappresentanti della società civile, in attesa fuori dalla chiesa: “Ladri!”. “Vergogna!”. “Nessuna pietà”. Molti i fischi. Le notizie dovevano essere queste. Ma alle 9,40 l’Ansa ne ha battuta una nuova: “Gardini si è suicidato”.
    Abbiamo poi saputo che le cose sono andate così: alle sette di mattina, il maggiordomo Franco Brunetti ha portato a Gardini la colazione e i giornali. Il maggiordomo intorno alle 8,45 ha cercato di girare una telefonata a Gardini, che però non ha risposto.
    Poco dopo il maggiordomo è andato a controllare, e ha visto Gardini sul letto, indosso aveva solamente le mutande e un accappatoio bianco intriso di sangue. Sul letto c’erano i giornali e un biglietto, con scritti i nomi della moglie e dei figli e un “grazie”.
    Niente altro. Alle 9,01, il centro di coordinamento delle ambulanze di Milano ha ricevuto una richiesta di soccorso, per un certo Verini vittima di un infarto in piazza Belgioioso. Quel Verini era Gardini, l’infarto era un colpo di proiettile alla tempia destra, uscito poi dalla tempia sinistra.
    L’indirizzo era giusto. Gli operai che stavano lavorando in piazza, hanno raccontato di avere visto un ragazzo uscire dalla porta e urlare. Si è poi scoperto che si trattava di Francesco, figlio di Gardini. Gli altri parenti erano a Ravenna. Si è pensato che sia stato il frastuono dei martelli pneumatici a coprire quello della pistolettata. Gli operai hanno anche raccontato di avere visto, più
    tardi, gli infermieri portare fuori di casa il corpo di Gardini. Un lettighiere cercava di tamponare le ferite alle tempie con due cuscini. Gardini è morto in ambulanza.

    “In fondo è un bene, vuol dire che c’è gente che, di fronte alla prospettiva della casacca a righe, preferisce togliersi la vita”. Gianfranco Miglio, ideologo della Lega, 23 luglio 1993.

    Oggi, 23 luglio, i giornali avevano in prima pagina i resoconti delle deposizioni di Garofano.
    Il Messaggero ha titolato: “Tangenti, da Garofano accuse a Raul Gardini”.
    Nell’articolo abbiamo letto: “Il colpevole dei buchi Montedison per Giuseppe Garofano, l’ex presidente della società di Foro Bonaparte in carcere da venerdì scorso, è Raul Gardini. Fu lui a ordinare di creare fondi extrabilancio attraverso complicate operazioni finanziarie e immobiliari. Fu lui a patteggiare, sempre secondo Garofano, il pagamento di tangenti in relazione all’affare Enimont… Così almeno sembra di capire da alcuni stralci – pubblicati dal settimanale Il Mondo – degli interrogatori a cui i giudici Di Pietro e Greco, insieme con il gip Ghitti, hanno sottoposto Garofano”.
    Abbiamo pensato che Garofano è in carcere da una settimana, che è stato interrogato da meno di una settimana e che già i verbali sono in edicola. Domattina, leggeremo la Repubblica. Il cronista Piero Colaprico comincerà così il suo pezzo:
    “Antonio Di Pietro cammina curvo, a testa bassa, così giù di corda che percorre il lungo corridoio della procura strisciando per decine di metri una spalla sul muro. Il volto terreo. Non guarda nessuno, ha un atteggiamento tale che nessuno gli si avvicina. Francesco Greco nasconde le lacrime dietro rotondi occhiali scuri, piange e un collega gli fa coraggio… Nell’arco di una manciata di minuti la procura cambia aspetto: questi stessi giudici, che sembravano storditi dalla morte di Raul Gardini, coordinano con la semplicità che viene dalla lunga esperienza la guerra lampo che s’abbatte sul Gruppo Ferruzzi, che fa spiccare gli ordini di arresto per il cognato di Gardini, Carlo Sama…”.
    Gli altri arrestati sono Vittorio Giuliani Ricci, altro cognato di Gardini, e il finanziere Sergio Cusani. Fra un anno, intervistato da Panorama, il gip Ghitti dirà:
    “Eccezionalmente, su quei provvedimenti ho indicato l’ora. Le 9 del mattino. Pochi minuti dopo il dramma. Per testimoniare che, nonostante il dolore, la giustizia deve andare avanti”.
    La giustizia è dunque andata avanti. Sono stati arrestati i superstiti, come era in programma.
    Poco prima delle nove si è ucciso Gardini. Poco dopo le nove sono partiti gli ordini di custodia cautelare. In questa mattinata, Di Pietro ha trovato il modo di andare in piazza Belgioioso, a manifestare il suo cordoglio.

    “Di Pietro è sceso dall’auto ed è stato riconosciuto da un gruppo di una trentina di persone che si trovavano in piazza Belgioioso e che lo hanno salutato applaudendo”. Ansa, 23 luglio 1993.

    Oggi è il 23 luglio 1993. Quando si è saputo della morte di Gardini, è partito il dibattito politico.
    Oggi, i politici hanno scoperto grandi doti da analisti. Molti di loro sanno perfettamente perché Gardini si è sparato in testa.
    Per Diego Novelli, della Rete, dietro alla decisione di Gardini “non c’è la rivelazione del verbale, ma il contenuto dell’interrogatorio”.
    Luciano Violante, del Pds, ha formulato la sua teoria: “Credo che la linea comune sia il crollo delle condizioni in cui hanno vissuto e operato questi personaggi.
    Il deputato democristiano Nino Cristofori ne ha formulata una simile: “No, non credo che abbia pesato in lui la paura del carcere. Anzi, lo escludo. Nella disperazione del suo suicidio, c’è più probabilmente la disperazione del suo fallimento”.
    La Voce Repubblicana, il giornale del Pri, si è sentita in dovere di divulgare nel pomeriggio la diagnosi che proporrà domattina in prima pagina: “Il suicidio di Gardini è la reazione tragica all’emergere in pubblico, senza più infingimenti dopo le confessioni di Garofano, delle regole vere e gli aggiramenti di legge perpetuati anche da grandi imprese private”.
    La segreteria politica della Lega Nord ha diffuso un comunicato: “… Si registrano vittime di quella stessa classe politica che persiste arrogantemente nel restare a Palazzo”. La conseguenza di questa riflessione è una proposta: “La magistratura e i cittadini, ognuno per la loro parte, devono perseguire con rigore i politici e i loro compagni di strada anche a costo di applicare loro l’articolo 580 del codice penale, l’istigazione al suicidio, oltre ai capi di imputazione già iscritti”.
    Il presidente dei senatori della Rete, Carmine Mancuso, ha interpretato la morte di Gardini come “il suicidio di un intero regime che non riesce a sostenere le responsabilità dei crimini commessi”.
    Il segretario della Dc, Martinazzoli, pare essersi già dimenticato dei fax di cui si lamentava pochi giorni fa: “Il suicidio di Gardini riguarda soprattutto un esame di coscienza che la grande imprenditoria deve farsi rispetto a degli anni che anche per lei sono stati di dissipazione”.

    “Questa gente che con una certa dignità, con una dignità certa, conclude una vicenda e ne sottolinea un’altra. In realtà Gardini e gli altri sapevano di agire secondo la legalità partitocratica
    dettata dall’ordine giudiziario in questi anni. In loro c’è lo sgomento e lo scandalo; la legge ladra era la legge imposta dall’ordine giudiziario italiano… E’ in questo contesto che uomini come Moroni, Gardini, Cagliari sentono insopportabile lo scandalo che li colpisce… e si sentono indifesi perché i loro persecutori furono i loro complici, se non i loro ispiratori, e oggi sono i loro giudici…
    Si assiste a un crollo di un regime, di una cultura, di una storia, ma nello stesso tempo si fanno avanti badogliani e bottaiani…”. Marco Pannella, ai giornalisti, 23 luglio 1993.

    Oggi, 23 luglio 1993, ci sono stati i funerali di Cagliari, il suicidio di Gardini e gli arresti di Sama, Cusani e altri ancora del Gruppo Ferruzzi. Sama e Cusani, questa sera, sono nel carcere di Opera. A Cusani i magistrati contestano di essere stato l’artefice di una plusvalenza di cento miliardi di lire necessari per pagare le tangenti ai partiti sull’affare Enimont. Già nei prossimi giorni si capirà che Cusani non intende collaborare. Intende essere giudicato, subito.
    Il suo processo sarà fulmineo e fulminante. Comincerà il prossimo ottobre. Si concluderà sei mesi dopo, a fine aprile del 1994.
    Lo vedremo tutto in tv. Sarà il gran finale di questo film con gli eroi, i prepotenti schiacciati, il popolo coi forconi, i cadaveri. Innanzi a Di Pietro e alle telecamere, vedremo immagini che diventeranno simboli: la bava di Arnaldo Forlani, l’orgoglio di Bettino Craxi. Il giudice Giuseppe Tarantola infliggerà a Cusani otto anni di prigione e centosessantotto miliardi di lire per risarcimento.
    Di Pietro commenterà soddisfatto: “Ammazza che botta”.
    Ci chiederemo spesso, negli anni a venire, che ne è di tutto il resto, di tutto quell’altro groviglio di mazzette, di fondi neri, di finanziamenti occulti che hanno avuto il loro centro nell’Eni e poi nel supertangentaro PierfrancescoPacini Battaglia, e che hanno provocato questi morti e decine di arresti e tutto il rinnovamento – ma forse “ricambio” è più giusto di “rinnovamento” – dei dirigenti
    dell’Eni.
    Ci sarà un’interminabile udienza preliminare, anni e anni, e poi stralci, rinvii. La velocità del processo a Cusani, o processo Enimont, è un’esclusiva di questi nostri giorni che dopodomani, sull’Unità, Paolo Villaggio definirà così: “… parlo a nome di tutta le gente comune come me, che ha vissuto e sta vivendo questo grande momento, questo grande cambiamento, quelli lì non sono morti e sepolti, sono tutti asserragliati, barricati nel loro bunker di
    Montecitorio…”.
    Però qualcuno, dal bunker di Montecitorio, fa sentire la voce giusta per chi sta vivendo questo grande momento. Per esempio Gianfranco Fini: “Il suicidio di Gardini è la fine del regime. A questo punto è difficile credere che certi suicidi siano motivati solo dalle compromissioni nelle inchieste sulle tangenti. Bisogna verificare se c’è altro e di ben più grave. Se la politica sia alleata con mafia e camorra, chi può escludere compromissioni e patti di sangue tra finanza e malavita? E’ necessario indagare a fondo sul piano giudiziario”.

    “Abbiamo un barometro per misurare la sincerità dei magistrati italiani: dopo aver chiamato in causa uomini politici e uomini d’affari, vedremo se chiameranno in causa, nella società delle pastette generalizzate qual è diventata l’Italia, il ruolo svolto dalla magistratura stessa, senza la cui complicità nulla di tutto ciò sarebbe avvenuto”. Libération, 24 luglio 1993.

    Mattia Feltri da il Foglio di lunedì 21 luglio 2003

    saluti

  3. #13
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    Predefinito Pacini e...

    ...Manipulite.

    Ricordate la chiosa precedente?

    “Abbiamo un barometro per misurare la sincerità dei magistrati italiani: dopo aver chiamato in causa uomini politici e uomini d’affari, vedremo se chiameranno in causa, nella società delle pastette generalizzate qual è diventata l’Italia, il ruolo svolto dalla magistratura stessa, senza la cui complicità nulla di tutto ciò sarebbe avvenuto”. Libération, 24 luglio 1993.

    Risposta!
    Milano. Chiunque abbia un minimo di dimestichezza con quell’oceano che è l’inchiesta Eni, non potrà non ricordare un nome: Pierfrancesco Pacini Battaglia, detto “Chicchi”, gran collettore di tangenti. Anzi, il più grande di tutti. Furono gli stessi magistrati della procura milanese a definirlo
    “l’uomo un gradino sotto Dio”, il giorno della primavera del 1993 in cui stavano aspettando che arrivasse per vuotare il sacco. Pacini Battaglia lo vuotò talmente bene che riuscì a evitare il carcere. Fu anche per quel motivo (più i molti che il Foglio ha tante volte riscritto) che Pacini si guadagnò la fama di superprivilegiato. Del resto dalla sua banca svizzera, la Karfinko, era transitato di tutto, compresi i denari dei fondi neri dell’Eni.
    Venne arrestato qualche anno dopo, ma da un’altra procura, quella della Spezia, nell’inchiesta che fu chiamata Mani pulite due. Altre tangenti. Fa impressione scoprire che “l’uomo un gradino sotto Dio” dieci anni dopo sia incensurato. Non ha una condanna definitiva. Pochi giorni fa, martedì 15 luglio, è stato condannato in primo grado a sette anni e tre mesi di reclusione.
    Sorpresa: si trattava proprio del processo per i fondi neri dell’Eni, arrivato finalmente a sentenza a dieci anni dall’inizio dell’inchiesta. Nove anni dopo la condanna a Sergio Cusani (per Enimont), che ha già fatto in tempo a scontare la pena.
    Un piccolissimo riassunto: nell’udienza del 19 giugno, il pm Fabio De Pasquale (che fu il pm di Gabriele Cagliari) chiese sette anni di reclusione per il reato di ricettazione, contestato all’ultimo al posto di quello di appropriazione indebita, e dopo la caduta di quello di falso in bilancio. La condanna, dunque, è arrivata martedì. I giudici hanno negato le attenuanti generiche, e il reato
    non è stato considerato prescritto. Una prescrizione che difficilmente Pacini mancherà: basta che faccia appello, che eventualmente poi ricorra in Cassazione, e il tempo gli sarà amico: si tratta di reati commessi tredici anni fa, la prescrizione scatterà fra due.
    E’ stato un luglio davvero ottimo, quello di Pacini Battaglia. Mercoledì due luglio ha scoperto che processo che nacque dalle accuse della procura spezzina è da rifare.
    Una parte degli atti di quella procura furono trasferiti per competenza a Milano (un’altra tranche è finita a Perugia), il cui tribunale incardinò il processo. Ora è tutto da ripetere. Ma, altra sorpresa, soltanto per quanto riguarda Pacini Battaglia: per gli altri (fra cui l’ex presidente delle Ferrovie, Lorenzo Necci, va avanti). E’ successo che il giudice dell’udienza preliminare,
    Maurizio Grigo, non prese per buono un legittimo impedimento di Pacini, che non andò all’udienza perché era malato. La Cassazione ha ravvisato un vizio di forma e disposto la ripetizione dell’udienza preliminare.
    Il processo, per Pacini, riprenderà il 4 dicembre di quest’anno. E la parte della Tangentopoli due andata a Perugia? Già tutto finito, o quasi.
    Il 9 gennaio del 2002, Pacini è stato assolto perché “il fatto non sussiste”. La procura ha annunciato il ricorso in Appello.
    Non è comunque una vita meravigliosa quella che ha condotto il banchiere nella seconda parte degli anni Novanta. E’ stato arrestato ripetutamente. Ha fatto avanti e indietro fra le galere e le cliniche. Molto migliori i risultati raggiunti in tribunale, sebbene quello che ricomincerà a dicembre a Milano sarà per lui il ventunesimo processo. Ha dovuto rispondere per i fondi dell’Eni, quelli della Montedison, le tangenti delle Ferrovie, persino per mazzette nel Veneto e per fatture false. Per non parlare del processo sulla Cooperazione internazionale, quello che Antonio Di Pietro ebbe da Roma per poi trascurare (magari anche a ragione) la posizione di Pacini.
    Nel ’98 Roma ha ricominciato tutto da capo, e anche qui si profilano le prescrizioni.
    Che resta? Resta la condanna presa il 17 dicembre del 2001 per i fondi neri della Montedison, pm Francesco Greco: due anni di reclusione, piuttosto lieve.
    Alla fine, la pena più alta (due anni e mezzo) Pacini l’ha presa per aver calunniato Carlo Taormina.
    Ma anche qui siamo fermi al primo grado. E Pacini resta incensurato.

    saluti

  4. #14
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    Predefinito Autocritica di un.....

    ....magistrato.

    Oggi è giovedì 5 agosto 1993. Fra le notizie di oggi, ce n’è una che ci ha colpito, non tanto per la rilevanza dell’avvenimento, ma per i ricordi che ci ha suscitato. Si tratta di un incontro, a Milano, fra il pm Gherardo D’Ambrosio e il procuratore aggiunto di Torino, Marcello Maddalena. Probabilmente si sono scambiati informazioni sulla Fiat. Ma del resto sappiamo benissimo che si tratta di uno dei filoni di Mani Pulite che saranno definiti, e ben presto, in una maniera non troppo dolorosa.
    La notiziola ci ha semmai riportato alla lettura di un libretto, “Meno grazia, più giustizia”, una lunga intervista a Maddalena curata dal giornalista Marco Travaglio e con l’introduzione di Piercamillo Davigo. Il libro uscirà fra quattro anni, nel 1997, dalla casa editrice Donzelli. Sarà un libro che avrà qualche notorietà per una frase piuttosto cruda del procuratore: “Quello immediatamente successivo all’arresto è un ‘momento magico’ ”. Maddalena cercherà di spiegarsi:
    “L’arrestato si preoccupa meno della solidarietà nei confronti dei correi e più della rapida conclusione della sua disavventura”.
    L’argomento è quello della carcerazione preventiva. Travaglio chiederà: “Ma è vero o no che le manette sono usate per estorcere confessioni?”. Maddalena risponderà: “E’ vero esattamente il contrario. Non è che il giudice incarcera perché l’imputato confessi. E’ l’imputato che, di fronte a indizi di colpevolezza schiaccianti, non vede altra strada che confessare. E, confessando, fa venir meno le esigenze cautelari”.
    Ci chiederemo a lungo quali “esigenze cautelari” siano necessarie “di fronte a indizi di colpevolezza schiaccianti”.

    “… prevede (il codice, ndr) il divieto di custodia in carcere per le ‘madri di prole di età inferiore ai tre anni’ e per i ‘padri vedovi o con prole a carico della stessa età’… può essere un invito all’uxoricidio per i mariti con figli piccoli: se si rendono vedovi, non rischiano più le manette”. Da “Meno grazia, più giustizia”, intervista di Marco Travaglio a Marcello Maddalena.

    Oggi, giovedì 5 agosto 1993, siamo andati a riprenderci il libro che leggeremo fra quattro anni. Non c’è soltanto il momento magico. Ci sono riflessioni di carattere politico: “Nei casi di rilevanza penale che hanno riguardato l’ex Pci, la richiesta di utilità… assumeva forme più soft… I finanziamenti illeciti erano finalizzati a sostenere un partito… il che, a livello giudiziario, non è un’attenuante; ma nel comune sentire indubbiamente sì”.
    Altre riflessioni sulla pene troppo lievi sulla custodia cautelare: “… un piccolo anticipo sul conto finale… Non vedo perché dovremmo dolerci per certi effetti indotti dallo stato di detenzione… qualunque conseguenza positiva ai fini della ricerca della verità… è benvenuta”.
    Riflessioni di carattere quasi filosofico: “Nessuno dice mai che l’errore giudiziario non è solo l’ingiusta condanna dell’innocente. Ma anche l’ingiusta assoluzione del colpevole”.
    Riflessioni sui rapporti fra i pubblici ministeri e i gip. Non è vero, dirà, che i gip sono appiattiti sulle richieste dei pm; semmai “a nessuno viene in mente che i giudici diano ragione al pm semplicemente perché il pm ha ragione”.
    Riflessioni più universali: “Siamo il paese più garantista del mondo? Che io sappia, sì”.

    Troverà, Maddalena, anche spazio per l’autocritica: “Anche i magistrati hanno le loro colpe: i pm chiedono pene troppo lievi”.

    Mattia Feltri su il Foglio

    saluti

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