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  1. #11
    Iterum rudit leo
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    Predefinito

    Riporto un passaggio risalente a pochi giorni dopo l'omicidio Calabresi pubblicato su Lotta Continua, foglio del buon uomo Adriano Sofri, che mai e poi mai si sarebbe sognato di incaricare qualcuno di assassinare il commissario.

    "è facile prevedere che si scateni ora tutta la rabbia repressiva dello stato contro le organizzazioni rivoluzionarie ed i loro militanti, ma questo non può essere una ragione per farci tacere... Non possiamo accettare un giudizio opportunista... Queste considerazioni non possono assolutamente indurci a deplorare l'uccisione di Calabresi".

  2. #12
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    Predefinito Re: ... questa proprio non me l'aspettavo...

    [QUOTE]In origine postato da Fecia di Cossato
    caro Free Flag
    ero certo che dietro la nick si nascondessse un caro amico di vecchia data che un tempo si faceva chiamare Kobra ma , con grande dispiacere sono costretto a ricredermi. Se fosse lui mai e poi mai avrebbe potuto darmi una delusione più grande...

    A questo punto non posso che augurarmi di cuore che questa persona non sia Kobra... troppo dispiacere avrei se così fosse...


    Mi dispiace di darLe un dispiacere, Comandante. Ma l'amicizia (pur sempre virtuale, peraltro) non sottintende asservimento alle idee altrui. Rispetto, certamente, ma non necessariamente condivisione ad oltranza...

    Circa il caso in questione resto del mio parere: non vedo differenza tra il "mandante" o "l'ispiratore morale" e chi materialmente preme il grilletto o attiva il telecomando.

    Possiamo discutere sul grado di responsabilità di ognuno ma alla base di entrambi c'è l'odio: da una parte ragionato e premeditato oltre che ideologizzato, dall'altra lo "strumento" necessario a qualunque ideologia per potersi esprimere.

    Entrambi lavorano allo stesso scopo.

    Chi è più responsabile? Il drogato che rapina un tabaccaio o lo spacciatore che gli fornisce la dose? La prostituta che si vende per strada o il cliente che la compra?

    Io non so quale sia il Suo impegno a favore di Fioravanti: se Lei ci crede è onorevole... Purtroppo, però, in tutta questa storia pochi hanno rispetto per la famiglia che, come ho già scritto da un'altra parte, credo sia l'unica che ha il diritto di esprimersi...

    Vede, c'è una cosa che nessuno mi leva dalla testa... Da quando Sofri si è consegnato ho sempre avuto l'impressione che la cosa fosse in qualche modo "studiata", premeditata. Qualche mese, qualche anno e poi l'opinione pubblica in qualche modo sarebbe intervenuta... Le campagne per la richiesta di grazia (che lui non vuole) si succedono a fasi alterne a seconda del clima politico. Certo, oggi, con il Governo sotto pressione il "beau geste" servirebbe a rasserenare un pò i rapporti con l'opposizione. O almeno una parte di essa perché l'altra sarebbe pronta alla critica...

    Ma bisogna tenere in conto anche delle reazioni della gente comune che non ne può più di questto lassismo. Per cui la grazia sarà molto difficile venga concessa. Anche perché la si concede, di solito, a chi la chiede...

    Irrogarla d'imperio sarebbe controproducente. Soprattutto per la Giustizia...

  3. #13
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    Predefinito Re: Re: ... questa proprio non me l'aspettavo...

    In origine postato da FreeFlag
    Circa il caso in questione resto del mio parere: non vedo differenza tra il "mandante" o "l'ispiratore morale" e chi materialmente preme il grilletto o attiva il telecomando.
    bisogna anche dire che riferendomi alla strategia della tensione ho usato il termine "esegui" non nel senso dell'esecuzione strettamente materiale, ma in quello della partecipazione,

    è un problema di chi dovrebbe imparare a leggere e a scrivere.

  4. #14
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    Io credo che il clima in Italia oggi sia profondamente diverso da quello degli anni settanta e della contrapposizione tra gli estremismi, di destra e di sinistra, e lo Stato. Non c'é più il rischio che una parte, importante, della società, come erano allora le formazioni ex-sessantottine, deviassero ed abbracciassero forme di sviluppo antidemocratico della società.
    Con questo non dico che non resti aperto il problema, credo fisiologico in ogni democrazia, di una piccola fascia di eversione. Le nuove BR, i movimenti neonazisti e neofascisti vanno tenuti d'occhio dalle forze dell'ordine ma non sono assolutamente paragonabili al pericolo, grande, che forze con ideologie simili rappresentavano negli anni settanta.
    C'è poi un terzo punto, ancora oggi avvolto nel mistero e davvero difficile da giudicare, il ruolo dei servizi segreti e quindi dei centri di potere dello Stato, nella gestione del problema terrorista attraverso, soprattutto, le stragi e la copertura delle stesse. Qualcosa si è scoperto ma resta ancora molto (e soprattutto resta completamente da scoprire il livello decisionale politico) prima di giudicare il ruolo dei servizi (spesso deviati) allora, e forse anche oggi, nelle attività dei gruppi eversivi.

    Detto questo arriviamo a Sofri. Un uomo che più di altri, oggi, descrive bene questa parabola degli ultimi trent'anni dell'Italia. Sofri non era un criminale come lo erano molti terroristi, non faceva rapine, non gambizzava giornalisti, non flirtava coi servizi, ma faceva una sua lotta politica estremista con posizioni forti e dure su molti avvenimenti, sapendo di influenzare, con le sue idee, quelle di una buona parte dell'estremismo di sinistra. Non era il solo. Molti che oggi insegnano in università famose, ricoprono incarichi prestigiosi, addirittura siedono in Parlamento o dirigono ministeri, hanno avuto ruoli simili in quel periodo.
    Sofri però ebbe la sfortuna, rispetto a questi, di vedere le sue folli idee, applicate nel "migliore dei modi". Chi lui identificava come il nemico da eliminare venne davvero eliminato da altri suoi compagni.
    Io ritengo che, a parte la testimonianza che non mi piace per nulla del pentito Marino, Sofri ed i suoi compagni siano giustamente stati giudicati, in base alle prove, correi nell'assassinio di Calabresi (che non era un eroe, ma una persona con forti principi, spesso neppure troppo vicini alla democrazia che rapprentava).
    A questo punto possiamo giudicare il resto della vita di Sofri, il maturamento di un uomo che si é accorto di aver sbagliato e che ha nei fatti cambiato idea.
    Mandare Sofri ad aiutare tossicodipendenti è inutile. Sofri non ha bisogno di riabilitazione perché è il primo che potrebbe insegnarci quanto le sue idee e le sue posizioni fossero sbagliate.
    Sofri in questi anni di battaglie sociali, per gli altri prima che per se, dall'inferno di Sarajevo alla cella nel carcere di Pisa ha saputo darci mille prove di essere, di fatto, un uomo diverso.
    Questo non cancella la sua colpa.
    Il carcere deve sì riabilitare ma anche assicurare una giusta pena, che, nel caso di Sofri, non è ancora stata scontata.

    Molti chiedono che, visti i progressi, indubbi, dell'uomo, la lontanaza del delitto e le pene dovute all'interminabile durata del processo di cui Sofri è vittima, gli venga concessa la grazia per i restanti anni di carcere che l'imputato deve scontare.
    È difficile dire se sia giusto graziare Sofri. Credo che oggi, se da un lato ci sono tutte le condizioni... un'uomo che diventa quasi un modello di conversione alla democrazia ed alla vita in societá, una situazione eversiva ridotta ai minimi termini, una convergenza di molti politici di entrambi gli schieramenti su una sua liberazione... dall'altro permangono ostacoli a questa scelta, che vanno dall'assoluta contrarietá di una fetta di società vicina all'attuale maggioranza, al fatto che la famiglia di Calabresi continua a serbare un profondo rancore, al fatto, infine che il ministro Castelli non ha in alcun modo la forza spirituale per prendere una decisione simile e per supportarla.

    Io non ho una mia idea se sia giusto graziare Sofri o meno, e credo che se la vicinanza di tanti uomini influenti sia stata d'aiuto nei decenni passati oggi sia diventata quasi un ingombro per Sofri stesso. Ciampi è uomo saggio, quando sará tempo prenderà una decisione.

  5. #15
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    Lotta Continua aveva due strutture, una politica, l'altra militare. Le rapine per "finanziamento" erano all'ordine del giorno, mentre è appurata la responsabilità di Lc nell'omicidio Calabresi e nel tentato assassinio del deputato dell'MSI Servello. Dopo il suo scioglimento, parte dei militanti (e delle dotazioni militari) sono passati nelle fila di Prima Linea. Quindi, descrivere Lc come questo mondo politico ideale è assolutamente fuori dal mondo. Ovvio che non si trattasse delle Brigate Rosse, ma era cmq un'associazione che intendeva fare lo rivoluzione attraverso lo spargimento di sangue (innocente).

    Io non credo affatto che Sofri sia cambiato. Lotta Continua ha prima annunciato, poi rivendicato e festeggiato la morte del commissario Calabresi. Nonostante questo, dalla bocca del suo leader non sono mai uscite richieste di scuse verso la famiglia, nessuna dissociazione da quegli atti, anzi questo brav'uomo, amante della democrazia, nel 1992 ribadì che confermava tutti i suoi insulti nei confronti di Calabresi.

    Quest'uomo è stato riconosciuto colpevole da svariati giudici. Solo la ganga degli amici degli amici (in perfetto stile mafioso) ha continuato a sostenere l'innocenza di Sofri. Egli non è il responsabile "morale", nè l'ispiratore dell'omicidio Calabresi, ne è invece il mandante. L'unico modo per cercare di salvarlo consiste nel tentativo di linciaggio nei confronti di Marino, operato attraverso una campagna mediatica senza precedenti. Questo non vi ricorda qualcosa? E quest'uomo ed i suoi amici di merende sarebbero cambiati?

    Sofri non ha nulla da insegnare a me, a noi, agli italiani. E' uno degli esseri più meschini e vigliacchi che abbiano mai calcato le scene della politica italiana. Non gli basterà certo aiutare una vecchietta ad attraversare la strada per diventare un uomo migliore.

    Riguardo al commissario Calabresi, mi chiedo se chi si permette di affermare che egli non fu un eroe, abbia mai letto qualcos'altro rispetto alle oscenità di Sofri e Dario Fo o alle vignette di Staino.

  6. #16
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    originally posted by Pasquettino l'imbecillino:

    ... bisogna anche dire che riferendomi alla strategia della tensione ho usato il termine "esegui" [notate la mancanza dell'accento sulla 'i' finale...- n.d.r.] non nel senso di esecuzione strettamente materiale, ma in quello di partecipazione...

    ... è un problema di chi dovrebbe imparare a leggere e a scrivere...


    Dopo aver preso lezione di lingua italiana da uno talmente imbecille da confondere il significato di termini, del tutto ovvi per chiunque, come 'esecutore', 'partecipe', 'complice', 'mandante' e 'ideatore' ritengo sia cosa non inutile assecondare la richiesta da parte di tonino di fornire materiale informativo sulla vicenda deoll'assassinio del commissario Calabresi e la condanna di Adriano Sofri, avvenuta al termine di una sconceratnte sequenza di mostruosità giudiziarie.

    Occore fare una premessa che ritengo essenziale. La vicenda di Adriano Sofri ha alcuni elementi in comune con altre vicende maturate negli 'anni di piombo' [strage di piazza Fontana, omicidio di Carmine Pecorelli, stragi di Ustica e Bologna dell'estate dell'80, ...]. Tra questi quello che più desta attenzione è il fatto che la condanna sia scaturita esclusivamente im base alla testimonianza [di affidabilità pressocchè nulla] di 'pentiti', ritenuta in tutti questi casi così detreminante da annullare ogni altro riscontro.

    Quella che seguirà [suddivisa in varie sezioni a motivo della sua lunghezza] è la memoria autodifensiva che Adriano Sofri ha scritto al termine della sentenza definitiva. Consiglio tutti [anche Pasquettino e i suoi vari 'tifosi'...] a leggersela con un mininmo di attenzione, dopo di che [mi auguro] tutti saremo in grado di parlare meno a vanvera...

    ... come sempre... buona lettura!...


    --------------

    Nobis ardua

    Comandante CC Carlo Fecia di Cossato

  7. #17
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    Promemoria su una condanna
    di Adriano Sofri


    Dalla ‘sentenza suicida’ alla condanna preconfezionata

    Queste note hanno una premessa essenziale: la sentenza qui discussa era stata deliberata prima ancora che si aprisse il processo. Ho avanzato e argomentato questa gravissima denuncia nelle sedi che ritenevo proprie, e la renderò pubblica a tempo debito. Qui la richiamo solo perchè essa è la chiave di lettura decisiva delle intere motivazioni, che, lungi dal costituire i motivi che precedono e spiegano la condanna, le tengono dietro, cercando di fornirle il pretesto e la giustificazione a posteriori. Si ricordi che se a questa sesta sentenza si è arrivati, è perchè il verdetto del precedente processo d'appello, di assoluzione piena per tutti gli imputati, Marino compreso, è stato slealmente tradito e rovesciato nelle motivazioni ‘suicide’ redatte da un giudice togato al fine deliberato di provocare l'annullamento in Cassazione. Dunque la condanna precostituita dell'ultimo processo compie e perfeziona il lavoro inaugurato dalla sentenza suicida del precedente.


    Le linee di fondo della sentenza

    Questa sentenza è, per il nostro caso, la sesta. La sua prima caratteristica è di tornare, come in un gioco dell'oca coi dadi truccati, alla casella di partenza. Alla casella di partenza noi eravamo già condannati. Il fondamento della condanna era la beatificazione dell'unica pretesa fonte di prova, il ‘pentito’ Marino. Di lui si diceva che non era un chiamante in correità come altri, ma un unico, un esempio senza pari di conversione morale e di ansia di espiazione. Questa sentenza torna a quella indebita esaltazione morale di Marino, e la spinge fino alla superstiziosa e fanatica attribuzione di un'accusa, che andava pesata col codice penale, ai ‘duemila anni di cristianità del nostro paese’, all'influenza benefica di una ‘famiglia tradizionale’ e di una ‘istruzione salesiana’.
    Una simile premessa, insistita e roboante [fino all'impiego, questo senza precedenti, della parola ‘mistica’] esenta il giudice dal prendere in serio esame prove e confutazioni. I fatti sono verificati o falsificati dalla parola del ‘pentito’, non viceversa. Questo è esplicitamente enunciato, anche per quelle circostanze -l'esecuzione del delitto, i rapporti di polizia contemporanei, le testimonianze raccolte nell'immediatezza degli eventi- che dovrebbero considerarsi obiettive.
    Allo stesso modo, una universale e aprioristica invalidazione tocca a tutti i testimoni contrari o scomodi per l'accusa. Dei testimoni del fatto si dà per scontata l'inaffidabilità ‘fisiologica’ dovuta allo choc, all'emozione, o all'insipienza. Dei testimoni delle difese - decine di cittadini italiani di vario sesso, età, residenza e professione- si dà per scontatissima l'inattendibilità, quando non la falsità esplicita, dovute alla loro simpatia per gli imputati e per le idee che un giorno professarono. Con ciò è soppressa la nozione stessa di testimone.
    Come già altre sentenze, pur non avendo osato imputare formalmente a Lotta Continua una responsabilità collettiva, associativa -e anzi averla apertamente esclusa- la sentenza dà, arbitrariamente e illegalmente, per scontata la responsabilità dell'Esecutivo Nazionale di Lotta Continua nella decisione dell'omicidio. Ciò le consente oltretutto di fabbricare una successione logica e giudiziaria che va dall'Esecutivo, alla costituzione di una struttura clandestina organica da esso dipendente, a una serie di rapine come attività precipua di quella struttura, all'omicidio come sbocco di quell'attività.
    La sentenza pullula di strafalcioni, a volte davvero madornali, che saranno indicati partitamente. Inoltre manipola rozzamente le contraddizioni più clamorose del processo, contro ogni logica indotta dallo svolgersi delle cose, e con un ricorso impudente alla tautologia. ‘Perchè sì’ è il suo motto. Così facendo, irride le considerazioni e raccomandazioni delle Sezioni Unite, che pure fa mostra di richiamare.
    La sentenza ignora spesso del tutto, e deforma sempre, gli argomenti difensivi riguardanti le posizioni dei singoli imputati, che diventano una mera appendice automatica del credito stentoreamente concesso a Marino. I testimoni e le prove interne a proposito del preteso colloquio fra me e Marino alla fine del comizio pisano, che avevano costituito un ostacolo insormontabile per l'accusa -la quale ha dovuto reimpastare da capo a fondo la propria tesi in aula, e ricorrere ad espedienti artificiosi in sentenza, come nella ‘sentenza suicida’, che aveva scelto la via di non passare nemmeno all'esame delle posizioni singole- sono qui grottescamente contraffatti, o addirittura neanche nominati.
    Nella sua conclusione, dovendo motivare il rifiuto opposto alla richiesta subordinata di una difesa di riconoscere la prevalenza delle attenuanti sulle aggravanti, la sentenza si è spinta a vergare un giudizio sprezzante sull'intera condotta di vita degli imputati, che non solo è vergognoso, ma corrisponde alla progressiva essenza di questa tormentosa vicenda processuale: la denigrazione civile e personale degli imputati, della loro storia passata e della loro identità presente.


    San Marino

    Il primo punto di rilievo riguarda la ‘genuinità e spontaneità della confessione di Leonardo Marino’, rispetto alla quale la sentenza simula, senza neanche mascherare l'intento strafottente, di seguire ‘le precise indicazioni della Suprema Corte’ a proposito dell'esame ‘non compiutamente eseguito dai primi giudici’ e gli ‘aspetti ambigui... non adeguatamente approfonditi’ della confessione [Pp.116 e segg.]
    Recedendo dalle ebbrezze della prima sentenza d'appello, che si era spinta fino a proclamare dimostrata la colpevolezza degli imputati a prescindere dall'accusa di Marino [!], la sentenza scrive [p.118]: ’Va' [sic!] ribadito e sottolineato che l'accusa... trova la sua prima fonte di prova nella confessione e nelle accuse di Leonardo Marino, sicchè oggetto del giudizio non potranno che essere le sue dichiarazioni auto ed etero assolutorie’.
    La sentenza procede poi escludendo l'opportunità e la legittimità di un'analisi della ‘personalità del confidente’, con argomenti condivisibili, salva una curiosa inversione. L'attendibilità dell'accusa, dice la sentenza, non potrà mai riferirsi unicamente alla personalità dell'accusatore, tant'è vero che dovrà sempre essere sorretta da riscontri esterni. E' vero, a condizione che non se ne faccia una ragione per ignorare o falsare quanto emerge sui comportamenti e le motivazioni dell'accusatore. Se i riscontri esterni fossero prove autosufficienti, non occorrerebbe altro: quando non lo sono affatto - com'è ovviamente nel nostro caso- la conoscenza obiettiva, più che della ‘personalità’, di comportamenti -parole, azioni, rapporto fra parole e azioni- dell'accusatore è rilevante. Soprattutto, è impensabile che si faccia discendere da un'introspezione presunta della ‘personalità’ l'attendibilità dell'accusatore, investito di una veridicità moralmente fondata. E' esattamente quello che nel caso di Marino gli inquirenti hanno fatto, fin dall'esordio dell'indagine, con l'unica interruzione segnata dai criteri illustrati nella sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione. Per questo come per altri punti essenziali, la sentenza ultima -la sesta- torna alla casella di partenza e, dopo aver speso molte frasi sull'inconoscibilità della personalità, non senza cenni demagogici ripetuti al fatto che la povertà non è causa di discredito personale [ci mancherebbe!] torna imperturbata alla versione iniziale: Marino è un campione del pentimento sincero e disinteressato, dettato dall'educazione cristiana e più esattamente dalla "consuetudine con i Salesiani e con la Confessione’ [sic!].


    Marino e il disinteresse

    Per tornare alla beatificazione di Marino, la sentenza deve naturalmente espungere, o fraintendere caricaturalmente, tutti gli elementi di fatto -cioè non le illazioni psicologiche, bensì i comportamenti, i rapporti concreti fra parole e azioni- che disturbano il quadro mistico. A pag.121 la sentenza ha bensì scritto che: ‘Ove emergessero dubbi che il soggetto possa essere una persona spinta da scopi di guadagno, di rivalsa, di vendetta, l'indagine sulle motivazioni e finalità della confessione e delle accuse avrebbe il massimo rilievo e solleciterebbe il giudice all'esame degli specifici parametri dell'attendibilità, ossia la spontaneità, il disinteresse, l'assenza di intenti calunniatori’. Ma l'ipotesi non dev'essere sembrata reale al giudice. Non una parola dedica alla provata menzogna di Marino, che sostiene con gli inquirenti di avermi cercato, nella seconda metà degli anni '80, per effondere con me la pena e il rimorso per l'omicidio compiuto, salvo dover ammettere, una volta che io l'abbia detto e provato, di essere venuto per chiedermi aiuto finanziario [e averlo avuto]. Non si trattava là di un'omissione - che Marino avesse dimenticato di dire perchè mi avesse cercato- bensì di un'inversione piena della verità, al fine di calunniarmi, facendomi passare per cinico e brutale [‘Mi disse di seppellirmi i rimorsi nella coscienza’...]. L'ignoranza di questo episodio, che avevo puntigliosamente illustrato, mostrando la successione cronologica e logica degli ‘aggiustamenti’ di Marino, non può essere casuale. Essa è resa ancora più indecente dall'insistenza con cui ennesimamente io vengo citato contro me stesso, a proposito delle frasi benigne su Marino e il suo disinteresse, da me pronunciate durante il primo [e ultimo] interrogatorio in istruttoria -inizio agosto dell'88, otto anni fa!- quando ancora niente di questa mostruosa fabbrica di denigrazione era affiorato. Per esempio, appunto, la versione falsa e calunniosa che Marino aveva dato delle ragioni dei nostri incontri, del suo interesse al denaro, del disinteresse del mio aiuto, e del suo carattere pubblico e sereno. Sentite con che sublime indulgenza, a p.479, la sentenza descriverà la cosa: ‘Si sostiene che Marino non volesse parlare di politica, ma di aiuti economici ed in effetti Marino dopo le precisazioni di Sofri, ha subito ammesso di averlo avvicinato due volte per ottenere un finanziamento... In ogni caso nessuna deduzione contro la credibilità del confidente si potrebbe trarre da un'affermata sua reticenza sugli ultimi contatti con Sofri’.
    Che non di reticenza, ma di falso a fini di calunnia -volevo parlargli di rimorsi, lui mi rigettò cinicamente- si trattasse, solo il giudice non vede. Le stesse considerazioni valgono quanto all'assenza di ‘scopi di rivalsa o di vendetta’: nessuna menzione fa la sentenza di frasi messe a verbale da Marino nei suoi primi interrogatori, assurde per il contenuto quanto eloquenti per il livore e il risentimento.
    Nel primo verbale, Marino [o chi per lui] disse: ‘[Bompressi] come me fu uno strumento nelle mani di coloro che come Sofri Pietrostefani e gli altri dell'Esecutivo Politico indirizzavano decine e decine di giovani verso gravissime azioni delittuose, ponendo le premesse per una situazione generale che s'è poi aggravata e ampliata con la nascita di formazioni eversive di estrema pericolosità ed in particolare Brigate Rosse e Prima Linea, confluendo nelle prime molti militanti di Lotta Continua ed essendo la seconda una specifica derivazione della nostra organizzazione’.
    Ignobilmente false, queste frasi sono traboccanti di un odio livido e calunnioso.


    Una persona non ricercata

    C'è un altro punto che la sentenza si guarda bene dal considerare. Essa fa come se il problema si riducesse a quello di spiegare come mai una persona incensurata e non ricercata -anzi, per usare il linguaggio grottescamente idilliaco della sentenza, di vita tranquilla e onorata...- si induca ad accusarsi e accusare di un delitto grave, a rischio di conseguenze terribili. Ma è del tutto improbabile che le cose stiano così, come ho argomentato assai ragionevolmente: senza perciò guadagnarmi l'attenzione dei giudici.


    Quando i pedinatori si rivelarono carabinieri

    Il colpo di scena più clamoroso del primo processo fu l'incidente, durante l'interrogatorio del parroco di Bocca di Magra, che costrinse la corte a convocare i carabinieri che avevano incontrato Marino, dal maresciallo locale al capitano della Spezia al colonnello di Milano, e a far loro dire che i contatti con Marino non erano cominciati, come fino allora -dunque per oltre un anno- si era sostenuto, il 21 luglio del 1988, bensì il 2 luglio. Venti giorni di contatti stretti, di incontri notturni, taciuti e non verbalizzati [ce n'era abbastanza per invalidare l'intero processo, ma il presidente si incaricò di rattopparlo impudentemente].
    L'episodio mostrava una pervicace capacità di menzogna di Marino - che aveva cominciato la sua deposizione in aula proprio confermando ‘i tempi e le modalità’ dei suoi rapporti coi carabinieri. Mostrava l'adesione a quella menzogna da parte dei carabinieri, che avevano almeno omesso di dire a quando effettivamente risalissero i loro rapporti con Marino, e come si fossero svolti. Mostrava la copertura di quella menzogna da parte del pubblico ministero Pomarici, che per di più aveva dapprima dichiarato di non averne saputo niente. Tutto questo faceva intravvedere uno sfondo torbido e manipolato all'origine della ‘confessione’ di Marino, inficiandone la pretesa ‘spontaneità’. Ma, come rilevai subito, ricevendone in seguito ulteriori conferme, faceva soprattutto immaginare un itinerario ben diverso da quello ufficiale, secondo cui Marino era andato dai carabinieri: i carabinieri erano andati da Marino. Nel qual caso, tutto quello che Marino aveva progressivamente detto, apparteneva a una persona messa alle strette.


    Non è Marino che va dai carabinieri, ma i carabinieri da Marino

    Una possibilità era che Marino fosse stato colto sul fatto di una di quelle imprese, come le rapine a scopo di lucro privato, che avrebbe poi confessato, e per le quali sarebbe stato processato: compresa una, l'ultima -a suo dire, almeno- nel 1987 inoltrato, cioè a ridosso dell'esplosione del ‘caso Calabresi’, e nel pieno della sua pretesa crisi spirituale. Memorabile la giustificazione che di quella partecipazione alla rapina nel 1987 Marino formulò al giudice istruttore: ‘La rapina avrebbe dovuto fruttare un bottino ingente, nell'ordine di circa 800 milioni, di cui 100 erano stati promessi a me. Io mi ero lasciato coinvolgere perchè in quel periodo versavo in difficile situazione economica’.
    Ma non era affatto necessario rifarsi a una simile genesi della ‘confessione’, peraltro plausibile. C'erano indizi nitidissimi di un altro itinerario possibile. Marino, sempre in cerca di soldi e appoggi, era andato a parlare, in quanto iscritto al Pci, con l'ex-senatore della zona, e vicesindaco comunista di La Spezia, Bertone, al quale aveva raccontato a suo modo i propri trascorsi politico-illegali in Lotta Continua. La convivente di Marino, Antonia Bistolfi, era andata a sua volta, l'anno prima, a parlare con un avvocato spezzino Zolezzi, consigliere comunale e dunque collega oltre che amico personale, di Bertone. I due, del tutto inverosimilmente, dissero di non essersi parlati dei reciproci incontri. Bertone cercò di evitare di comparire -anche dopo che io l'ebbi fatto interpellare per richiederne la testimonianza- e Marino si sforzò a sua volta tenacemente di evitare di farne il nome. Che feci io, cosicchè il tribunale lo convocò. Questo avvenne un anno e mezzo più tardi.


    Maris e Bertone

    A distanza di tempo, emerse anche che Bertone, già collega, oltre che di partito, di senato del difensore di Marino, Maris, si era consultato con lui fin dall'inizio, cosa che Maris aveva negato sdegnatamente quando l'avevo denunciata. Ricostruisco sommariamente questo desolante capitolo. Io avevo saputo del colloquio fra Marino e Bertone da due fonti, i giornali locali dello spezzino, che ne avevano accennato poco dopo il nostro arresto, e indirettamente dal figlio stesso di Bertone, che ne aveva parlato con persone del luogo. Al dibattimento di primo grado, alla fine dell'udienza in cui Marino si era tenacemente rifiutato di farne il nome, avevo io nominato Bertone, che fu così escusso. Durante la deposizione di Bertone, alla mia difesa che chiedeva se ci fossero stati contatti fra Maris e Bertone, Maris replicò gridando frasi come: ‘Si spara alle spalle e si calunnia. Questo è il sistema difensivo’. Alla fine dell'udienza, quando gli domandai se fosse vero o no che aveva avuto contatti telefonici con Bertone, Maris rispose: ‘A Sofri dico che la sua è un'organizzazione di spionaggio e di prevaricazione dei testi. Li porti in aula, i suoi testimoni’ [cito dal Corriere della Sera, 27 gennaio 1990]. Ebbene, quasi quattro anni dopo, nel corso del quarto processo [il secondo d'appello] a Milano, l'avv.Maris nella sua arringa dice testualmente: ‘Vi dirò una cosa che forse è scorretta. Io pregai Leonardo Marino di dire pure che aveva fatto questa sua confidenza al parroco di Bocca di Magra ma di non dire che aveva fatto questa confidenza a Bertone. Non mi piaceva. Non mi piaceva, anche se Bertone aveva informato altre persone, preferivo lasciarlo fuori da questa vicenda’. Ne fui esterrefatto. Nel 1994 Maris dice disinvoltamente che quello che lui e Bertone hanno detto, fuori e dentro il processo, era falso: e, difendendo quella bugia, mi aveva accusato di essere un calunniatore e uno sparatore alle spalle, un titolare di reti di spionaggio eccetera! La verità dunque è che Maris non si limitò a tacere di essere stato a conoscenza del precedente Marino-Bertone, ma suggerì addirittura a Marino di occultarlo. Non gli piaceva, ma perchè? La risposta è ovvia.
    In tutto questo guazzabuglio di contatti e reticenze, del resto solo meschine, ciò che contava era la spiegazione logicamente inevitabile, e perfino ragionevole, se non fossero intervenuti silenzi e falsità a intorbidarla. Che Bertone, messo di fronte a racconti più o meno credibili ma comunque gravi e allarmanti [tanto più perchè provenienti da un militante del suo partito, già addirittura segretario di una sezione valdostana, tale era stato Marino negli anni precedenti oltre che rapinatore valligiano] avesse provveduto ad avvisare i carabinieri che accertassero di che persona e di che storie si trattasse.
    Perchè una cosa così normale avrebbe dovuto poi essere così pervicacemente negata e contraffatta? Perchè essa ormai contrastava stridentemente con la versione -ora appurata falsa- di Marino che, in preda a un pentimento soverchiante, varcava la soglia della caserma dei carabinieri del suo paese, per dire tutta la sua verità. Dunque, non Marino che andava dai carabinieri, ma i carabinieri che andavano da Marino. E non Marino che effondeva la propria verità in seno ai carabinieri e al magistrato, bensì i carabinieri -compresi gli altissimi in grado, e remotissimi dalla zona e dalle circostanze ufficialmente dichiarate, come il colonnello Bonaventura- che lo interrogavano a più riprese, in drammatici incontri notturni a Bocca di Magra e a Milano, non verbalizzati, e senza l'intervento del giudice istruttore da anni incaricato dell'indagine sull'omicidio Calabresi.


    Quello che non sa Antonia, e quello che non sa Marino

    Non solo la sentenza che stiamo leggendo non considera questo intreccio di episodi, ma presenta l'incontro fra la Bistolfi e l'avv.Zolezzi, e quello fra Marino e l'ex sen.Bertone, tenendoli del tutto indipendenti, come autentici riscontri della verità e sincerità dell'accusatore, e dell'attendibilità della testimonianza della convivente. Quest'ultima non saprebbe niente della partecipazione di Marino, e tanto meno di Sofri e Pietrostefani, all'omicidio Calabresi, e va a sfogare presso lo sconosciuto avvocato lo spavento che le ha suscitato il fortuito incontro con Bompressi presso il comune di Sarzana [nonostante che nel frattempo abbia in realtà incontrato Bompressi in una quantità di circostanze, gli abbia fatto visita a casa sua, sia andata a trovarlo nella libreria in cui lavorava, se ne sia avvalsa insieme a Marino come testimone a favore in una causa di lavoro eccetera]! E Marino, che sarebbe così affezionato a Bompressi da non riuscire a farne il nome ancora dopo aver accusato tutto e tutti, e storpiarlo in ‘Bompessi’, o ‘Pombessi’ [sic!] è andato, per suo conto e a insaputa della convivente, a confessarsi dal sen. Bertone facendogli i nomi di Sofri e Pietrostefani. Da sedici anni vivono sotto lo stesso tetto, con due figli in comune, una donna che ritiene di sapere che l'omicida di Calabresi è Bompressi, per aver così interpretato il cenno e la frase agitata di una sua antica ospite, e un uomo che di quell'omicidio è l'autista. A insaputa l'uno dell'altra, quindici anni dopo, lei va da un avvocato a fare il nome di Bompressi, lui va da un dirigente di partito a fare il nome di Sofri e Pietrostefani. Fantastico. E questo vaudeville è per la sentenza il duplice riscontro all'autenticità dell'accusa! Degli incroci, falsificazioni, smentite, reticenze che ho sommariamente rievocato sopra, la sentenza non fa parola.


    Complotto? Peggio. La congiura del partito preso e dell’errore

    Se l'avesse fatto, avrebbe dovuto prendere atto di due cose essenziali. La prima, che non c'è nessun bisogno di invocare ‘complotti’ per spiegare l'origine di un maligno garbuglio. La seconda, che comportamenti illeciti, reticenti, manipolatori, da parte di attori diversi, autorità pubbliche e inquirenti compresi, non hanno bisogno di essere spiegati evocando complotti, perchè basta a farlo la più imbattibile delle congiure, quella del partito preso e della difesa a oltranza dell'errore e del pregiudizio, una volta che se ne sia imboccata la strada.


    Il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi

    Sento già l'obiezione: ‘Ma allora tu ipotizzi che i carabinieri non abbiano detto la verità?’. Non lo ipotizzo affatto. Ne sono certo. E' successo. E' agli atti. I carabinieri non hanno detto la verità per un anno e mezzo. Intanto Marino diceva il falso, e i magistrati lo accreditavano perentoriamente, pur sapendo essi stessi che mentiva. Che i carabinieri abbiano davvero creduto al racconto cui sono approdati insieme a Marino [e dopo di loro alcuni magistrati] è perfino probabile, ma non cambia in niente la questione.
    I carabinieri sono autorizzati a difendersi dicendo: ‘Nessuno ci ha mai chiesto come fossero andate davvero le cose’? No. Erano tenuti a dirlo, formalmente, fin dal primo momento. Che non l'abbiano fatto, contribuisce a rendere insoddisfacente la loro versione tardiva. Quella versione è venuta, ripetiamolo, loro malgrado. E non perchè il presidente nel primo grado Minale abbia voluto lui accertare la verità, ma perchè gli è capitato un incidente non voluto. Durante l'interrogatorio del parroco di Bocca di Magra, ha cercato di fargli dire che aveva notato individui sospetti che controllavano la casa di Marino. Nelle intenzioni del presidente sarebbero stati i compagni e fautori di imprese criminali che ricattavano e minacciavano Marino. Il parroco rispose energicamente di sì, che li aveva notati, e ben prima della data ufficiale della ‘confessione’ di Marino. E li aveva identificati -precisò con orgoglio- come carabinieri in borghese!
    Il diavolo, infatti, fa le pentole, ma non i coperchi.


    A proposito, duecento milioni

    So da fonte certa, benchè non possa provarlo, che Marino ricevette nel primo periodo della sua ‘collaborazione’ la somma di duecento milioni. Lo dico, benchè non possa provarlo. Carabinieri e magistrati che si ritenessero offesi da questa notizia possono loro denunciarmi.



    Manlio Minale e la questione della carriera unica

    Da allora in poi il problema del presidente fu di pilotare il processo fuori dal discredito di carabinieri e inquirenti. Quel presidente, Manlio Minale, stava giudicando il suo ultimo processo. Infatti prima che il processo si aprisse era stato destinato alla procura milanese come procuratore aggiunto. In quella veste, sarebbe diventato, all'indomani della sentenza, superiore e collega di quei magistrati della procura, Pomarici in testa, che avevano condotto l'accusa in istruttoria e al dibattimento e che si erano così massicciamente e vistosamente esposti contro gli imputati. Ecco un caso insuperabile di sovrapposizione viziosa dei ruoli tra magistratura d'accusa e giudicante. Qualsiasi cosa si pensi della separazione delle funzioni o delle carriere -io continuo a non aderire a nessuna idea generale- qui avemmo un esempio limite della confusione, un viceprocuratore capo in pectore che giudicava l'operato della propria imminente procura. Era così clamoroso che io non volli prendere in considerazione l'idea di far valere le ovvie obiezioni. Un giudice in una condizione simile, pensai, starà ancora più attento a salvaguardare la propria serenità e obiettività [‘terzietà’ si dice tecnicamente]. Fu uno degli innumerevoli errori che ho commesso nel corso di questa vicenda.


    La falsità e l’ipocrisia

    Fuori e dentro del tribunale, io ho parlato molto francamente. Ho detto di non avere mai avuto con Marino il colloquio di cui miserabilmente mi accusa. Ho detto che mai alcuna istanza di Lotta Continua ha discusso, e tanto meno deliberato, di uccidere Calabresi o chiunque altri. Ho detto che Marino mentiva sia accusando se stesso della partecipazione all'omicidio, sia accusando gli altri.
    Non ho mai detto che fossimo noi allora contrari politicamente al ricorso alla violenza, nè che non gli fossimo personalmente disposti. Ho detto il contrario. Non ho mai detto che l'attentato contro Calabresi non potesse essere l'opera di militanti di sinistra, ho pensato caso mai il contrario. E' grottesco che in questo ignobile processo, imperniato su una doppia falsità -che in quell'atto ci fosse una responsabilità politica di Lotta Continua, fino alla bravata, appena riconfermata da quest'ultima sentenza, di ascriverlo a un voto a maggioranza nell'Esecutivo di Lotta Continua. E che noi ne fossimo gli autori- mi sia sentito addebitare di aver rinnegato o edulcorato la verità di quel che credevamo e facevamo allora, nel momento stesso in cui all'opposto mi si rinfaccia, e mi si vuol far pagare in soldo giudiziario, di non essermi dissociato dal me stesso, e dai noi stessi, di allora. Fuori dal tribunale, queste pretese possono dipendere solo da ignoranza, o da cattiva fede. Dentro, dipendono dall'ambizione di condannare attraverso il codice penale un movimento politico.


    Chiamarsi Giorgio di fatto…

    Torniamo alla sentenza, e alla parte in cui essa simula di corrispondere alla raccomandazione delle Sezioni Unite, di premettere l'esame della personalità di Marino a quello dell'attendibilità intrinseca del suo racconto, e dei riscontri esterni. La risposta ‘tautologica’ è che ‘non è consentito dedurre alcun elemento negativo concreto, rilevabile dai suoi atteggiamenti, dalla sua vita anteatta sino al delitto, e successivamente sino ad oggi, per affermare che egli è un mentitore...’ [P.123]. Comincia qui una edulcorazione della vita di Marino che fa stropicciare gli occhi al lettore. Vediamone il crescendo: [P.124] Si ricorda, per la milionesima volta, che Marino stimava e ammirava tanto Sofri e Pietrostefani da chiamare coi loro nomi i propri due figli. Ma, per secondario che sia il dettaglio, la notizia è vera solo a metà, come una quantità di testi, Marino compreso, ha spiegato da anni. E cioè che il secondo figlio di Marino si chiama Giorgio non per simpatia per Pietrostefani, ma del tutto indipendentemente, e precisamente per amicizia con un torinese di nome Giorgio Merlo. L'equivoco [pittoresco, i due figli coi nomi dei due mandanti...] segue la nostra storia dall'inizio dalle dichiarazioni dei carabinieri e si ripete ciclicamente, ignorando la smentita. Questa sentenza compie un piccolo capolavoro: prende in conto la smentita, ma ripete lo stesso la storia, e sentite come: ‘... amici e compagni di ideali, due dei quali Sofri e Pietrostefani, tanto stimati e ammirati, da aver chiamato il proprio primogenito Adriano, e, di fatto, Giorgio il secondo, anche se a suo dire per motivi diversi e non specificamente per Pietrostefani…’.
    Dunque benchè Marino non abbia chiamato suo figlio Giorgio per Pietrostefani di fatto suo figlio si chiama Giorgio. Conclusione della sentenza: ‘Marino non è dunque malato di mente o mitomane’. Lui no, forse.


    [continua]

  8. #18
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    "Sono sempre stato partigiano della grazia, ma il disprezzo che Sofri esprime per l'ordine costituito e l'aggressività di quelli che gli esprimono solidarietà mi fanno pensare che questa sinistra non sia mica cambiata. [...] Quella canea urlante che quasi trent'anni fa chiedeva "giustizia del popolo contro il commissario assassino" è la stessa che oggi fa le campagne contro Sofri. Perchè gran parte di quelli che oggi sono solidali con Sofri pensano: se davvero ha ucciso Calabresi ha fatto bene. Altrimenti, come si spiega che per il povero commissario ucciso e per la sua famiglia nessuno di costoro spende una parola di commozione? Allora, mi viene da pensare che a voler chiudere i conti siamo solo noi. Loro sono pronti a riaprirli. (...) Dio non voglia che si riscateni qualcosa di simile al '68 perchè questi qui sono pronti ad appoggiarlo di nuovo."

    Indro Montanelli, 13 febbraio 1997

  9. #19
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    "Non ritiro una sola parola di quello che ho scritto vent'anni fa contro Calabresi". (Adriano Sofri, 1992)

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    Il conoscitore d’anime

    [P.125] Viene citato il parroco di Bocca di Magra Regolo Vincenzi. Costui è un pover'uomo, che venne in dibattimento nel primo grado e si coprì di ridicolo. Il presidente non potè fare a meno di sottolinearlo e anzi calcò la mano, ammonendolo contro le conseguenze di testimonianze false o impapocchiate e arrivando, con pessimo gusto peraltro, a rinfacciargli un atteggiamento siciliano-omertoso. Però i pasticci imprevedibili di don Regolo non gli impedirono appunto di introdurre per incidente nel processo la sconfessione della versione fino ad allora data sui tempi e i modi dell'incontro fra Marino e carabinieri. Si rilegga l'intero verbale della deposizione del parroco per avere un'idea adeguata di questo caricaturale don Abbondio. E si legga ora la sentenza che, per accreditare l'intimo travaglio di Marino ecc., scrive così: ‘Il parroco... certamente conoscitore di uomini in tale sua veste [l'abito fa il monaco- n.d.r.], non fosse altro che per il sistematico esercizio di confessore dei propri fedeli’. Abbiamo qui due sciocchezze in una. La prima, la nobilitazione di un testimone viceversa confuso, contraddittorio e maldestramente furbesco. La seconda, l'attribuzione di una qualità positiva a un testimone grazie alla sua categoria, per così dire, professionale, nel nostro caso di prete. Se ne tenga conto oltretutto quando ci si troverà di fronte alla sistematica e categorica svalutazione dei testimoni a difesa, o comunque sfavorevoli alla tesi di accusa, come ‘partigiani’ o smemorati o mentalmente confusi.


    Del denaro non si parola proprio

    [P.128] La sentenza ricapitola così i ‘sentimenti predominanti di Marino’ nella vicenda: il rimpianto, la delusione, il risentimento, il rimorso e il desiderio di catarsi. Intanto non trova spazio in questo catalogo il disperato desiderio di denaro. Singolare omissione, per uno che, dovendo giustificare la propria partecipazione a una rapina nel bel mezzo del proprio preteso travaglio intimo, dichiara come abbiamo visto di ‘versare in difficile situazione economica’. Per uno che a domanda risponde che se avesse vinto alla lotteria probabilmente avrebbe fatto a meno dei rimorsi. Per uno che dichiara di essere venuto a cercarmi per parlarmi dei suoi rimorsi, ed è falso, e non dice che è venuto per chiedermi aiuto finanziario, com'è vero e provato. Per uno di cui è documentato negli atti il comportamento scorretto, anche con le persone più benevole [vedi il caso Deichmann] per fame di soldi. Per uno che arriva a riferire al processo che la decisione finale di prendere la strada della caserma dei carabinieri gli viene da una richiesta di aumento dell'affitto. Dunque, senza essere particolarmente severi, sembra che fra i ‘sentimenti dominanti’ di Marino si possa difficilmente omettere l'ossessione per il denaro.


    Duemila anni di pratica religiosa cristiana

    ‘I sentimenti di rimorso, e il desiderio di emenda, sono radicati nelle coscienze della nostra gente da duemila anni di pratica religiosa cristiana’. [p.131] Ho detto del gioco dell'oca. Siamo tornati qui alla impudente retorica di otto anni fa, quando l'avvocato di Marino ne faceva il campione di ‘duemila anni di Eucaristia’. La frase qui consacrata in una motivazione di sentenza è per sè vergognosa. Alla ‘nostra gente’ appartengono persone non cristiane, non credenti, o credenti in altre fedi. E le appartengono purtroppo anche i cattivi effetti di una fede cristiana malintesa. Le appartiene anche l'imprudenza fanatica di un giudice che premette alla motivazione di una iniqua sentenza di condanna in un tribunale dello stato l'accreditamento di un accusatore attraverso duemila anni di pratica religiosa cristiana! Tutto ciò è doppiamente blasfemo.


    La ‘famiglia tradizionale’, i Salesiani

    Questi gli argomenti del giudice estensore: ‘Non si dimentichi che egli è stato educato oltre che da una famiglia tradizionale [sic!] ed onesta quale interno in un istituto dei Salesiani di Torino, presso il quale ha compiuto gli studi sino alla terza media’.
    Vorremo commentare? E che idea ha codesto giudice della mia famiglia, e dei miei studi? E di quelli dei miei coimputati? A quale altra storia ‘della nostra gente’ appartiene la nostra incallita criminalità?
    [p.136] Si torna alle ‘leggi dell'evoluzione psicologica’ e al lento affiorare del rimorso nella coscienza umana ‘sotto la spinta della morale, insita in ciascuna persona civile, per il vissuto secolare di sentimenti religiosi, convincimenti etici, esempi famigliari, scolastici, sociali’. E si conclude di nuovo: ‘Si ricorda, ancora una volta, che il Marino è stato per anni interno in un Istituto di Salesiani a Torino e ciò non può che avere lasciato tracce indelebili sulla sua personalità morale’. E' lecito motivare così le sentenze?


    Il ‘riavvicinamento mistico’

    [p.188] Tornando al punto [la ripetizione tautologica è il meccanismo retorico della sentenza, e sono costretto a rincorrerlo] la sentenza tocca il cielo della mistica, e mostra definitivamente dove può arrivare la confusione bigotta fra codice penale e apologetica confessionale.
    ’Per una persona come Marino, cresciuta e formata in un istituto religioso dall'infanzia all'adolescenza, ossia presso i Salesiani di Torino, con costante consuetudine alla confessione, non si può escludere anzi è doveroso considerare anche un suo riavvicinamento di carattere mistico, nella specie dimostrato dal suo contatto con il parroco di Bocca di Magra Don Regolo Vincenzi e la frequenza della chiesa locale’.
    Io credo che debba esserci una Cassazione che rigetti l'impiego di un simile linguaggio in una motivazione giudiziaria. Tanto più che è in calce a queste frasi inconsulte che si legge: ‘Per tutte le considerazioni che precedono, la confessione del chiamante in correità viene ritenuta da questa corte sincera, spontanea e disinteressata’.


    Nessuno è perfetto

    [p.132] Dopo essersi spinta così oltre la sentenza aveva fatto un piccolo passo indietro verso ‘la protratta sia pur sporadica [sic!] commissione di rapine al solo scopo di ottenere lucro personale’. Le difese degli altri imputati, secondo la sentenza, non sanno capire che ‘ravvedimento e comportamento illecito’ possono convivere. La benevola comprensione del giudice culmina, quanto alle rapine, nel seguente passo [p.136]: ‘Del resto le ultime rapine cui ha partecipato come basista, non come esecutore materiale, risalgono agli anni 1981-82. Se si esclude il tentativo fallito alla RAI di Torino del gennaio '87. Dopo di allora per oltre otto anni egli ha mantenuto sino ad oggi una condotta irreprensibile’. Roba forte.
    La faziosità fondamentalista della sentenza eccede l'immaginazione. Le rapine, ‘molto diluite in un arco di tempo che va dal 1971 al 1987’ [cinque-sei in oltre sedici anni] sono ininfluenti e basta. ‘E' doveroso poi sottolineare che dall'epoca della morte del proprio padre, quando era adolescente, il Marino non ha mai smesso un giorno di lavorare onestamente con le proprie mani...’! Iperbole laudativa in cui anche i giorni di rapina a scopo di lucro privato [‘sporadici’ del resto e ‘diluiti’] trovano il loro onesto riconoscimento.


    Del buon uso di una cartolina

    [p.140] Viene introdotto un tormentone della sentenza, rivelatore per eccesso della malafede del giudice. Si tratta di una cartolina della Bistolfi. Nel processo di primo grado avevo prodotto una lettera a me indirizzata da Antonia Bistolfi, a dimostrazione della delirante mitomania di cui mi faceva oggetto. Con puntiglio maligno quanto vano il presidente aveva scavato sulle frasi demenziali e magniloquenti della lettera per cercarvi chissà quale allusione ai fatti in causa. [cfr. il testo della lettera nella mia memoria, pp.196-197]. Avevo spiegato in quella circostanza che la Bistolfi, che fin lì l'aveva negato, usava inondarmi di una corrispondenza bislacca che avevo sempre lasciato senza risposta e spesso senza lettura. Avevo citato fra l'altro lettere che mi aveva spedito nel 1987 allo scopo di sollecitare il mio aiuto chiesto contemporaneamente da Marino. Per circostanziare il ricordo e la data avevo detto che mi aveva raccontato dei guai occorsi a una sua figlia del primo matrimonio, che andava a visitare a Cecina, dove era ricoverata, ed era arrivata ad accludere alle sue lettere una della figlia, diretta alla madre, in cui la giovane si impegnava a non mettersi più nei guai e insomma formulava propositi benintenzionati. Avendo trovato parecchio più tardi fra le mie vecchie cartoline, di cui sono fedele collezionista, una cartolina illustrata a me indirizzata dalla Bistolfi proprio in quel frangente da Cecina il 30 aprile del 1987, l'ho esibita alla corte di quest'ultimo processo. Oltre che confermare il mio racconto la cartolina forniva un esempio ulteriore della vena spinta della Bistolfi fin dall'indirizzo. Era infatti indirizzata a Aelius Hadrianus Imperator [sic!]. Bene, questa cartolina viene citata molte volte nella sciagurata sentenza che sto commentando, come un elemento a mio carico. La prima volta è appunto a [p.140]: ‘Rancore della Bistolfi, per quanto riguarda Sofri, smentito dalla stessa cartolina esibita dall'imputato nel corso del presente giudizio, inviatagli il 30 Aprile 1987 da Marina di Cecina, sulla quale a lui si rivolgeva come ad Adrianus Imperator e contenente una frase letteraria [Shakespeare] rivelante profonda stima, grande simpatia, se non addirittura affetto o propensione sentimentale’[!]


    Una coppia in ambasce

    [pp.150 segg.] La sentenza simula di rispondere alla raccomandazione delle Sezioni Unite, che aveva ritenuto ‘non spiegate e non sufficientemente giustificate le paure e le angosce asserite dall'imputato e dalla moglie Antonia Bistolfi’. La sentenza si affretta a dichiarare ‘sorrette da logica e coerenza’ le dichiarazioni dei due. Quanto a Marino, la sentenza trova che gli avvertimenti [neanche, ‘il palese timore’] espressi a Marino da Olivero e Dell'Amico, giunti fino alla minaccia nei confronti della moglie, tanti anni prima [nel 1981] fossero spiegazioni sufficienti della paura che nel 1988 porta Marino alla confessione. Basti osservare a questo riguardo, oltre alla insensatezza di questa paura a effetto ritardatissimo che è stato lo stesso Marino, messo in difficoltà durante l'interrogatorio al dibattimento, a negare inequivocabilmente ogni nesso fra questo episodio e la genesi prossima della ‘confessione’.
    Ancora più incongrua è la giustificazione che la sentenza imbastisce per la paura della Bistolfi. La quale aveva dichiarato di essere stata gettata nell'allarme e nella disperazione dall'incontro con Bompressi al comune di Sarzana. Ecco che cosa scrive la sentenza [p.152]: ‘La donna ha riferito, esprimendosi con difficoltà ma con chiaro senso letterale, che gli occasionali incontri con il Bompressi dopo il trasferimento a Bocca di Magra, da ultimo quello in un ufficio pubblico di Sarzana, avevano fatto riemergere in lei il ricordo delle allusioni e confidenze della Vigliardi Paravia, fatte... a Torino nel 1972’.
    Si tratta di un'argomentazione, oltre che del tutto illogica, del tutto falsa. Gli ‘occasionali incontri’ sono viceversa incontri intenzionali, comprese visite famigliari e domestiche, e una visita alla libreria in cui Bompressi lavorava, conclusa dalla richiesta di essere accompagnata da Massa a Bocca di Magra, e, in suo luogo, di un piccolo prestito. La Bistolfi non aveva solo visto più volte, e senza ambasce di alcun genere, Bompressi ma l'aveva cercato [della visita della Bistolfi alla libreria massese non ha riferito solo Bompressi ma, al processo, il proprietario della libreria Senise]. Questo è il fondamento che la sentenza riconosce all'angoscia suscitata nella Bistolfi dall'incontro fortuito con Bompressi, causa a sua volta della visita allarmata all'avv. Zolezzi. Per credere a questa storiella, e credere che la visita della Bistolfi all'avv. Zolezzi sia senza rapporto con le iniziative di Marino bisogna essere molto credenti. Almeno così credenti [p.153]: ‘Osserva questa corte che alla luce di tali fatti, obbiettivamente provati, entrambi i coniugi avevano fondati motivi per essere angosciati e spaventati e che il loro stato d'animo giustificava pienamente il desiderio del Marino di aprirsi con Don Regolo Vincenzi, parroco del suo luogo di residenza e con il senatore Bertone del Pci, partito cui aveva aderito, divenendone responsabile di sezione a Morgex in Val d'Aosta, e della Bistolfi con l'Avv. Zolezzi di La Spezia, legale di fiducia di una conoscente’.
    La sentenza non si cura di provare a mettere in rapporto questi ‘fatti obbiettivi’ con le dichiarazioni di don Regolo, che pure cita: ‘Mi disse che era pedinato da persone che potevano fargli del male e che lo avevano minacciato e volevano per forza coinvolgerlo nuovamente nella vita di criminalità che egli aveva abbandonato’, e simili.


    Il giudice non ha capito niente della piazza della canonica

    Ma la buona volontà non manca mai alla sentenza. Il più clamoroso incidente dell'accusa, cioè il tentativo di identificare i ‘pedinatori’ di Marino concluso con l'identificazione di carabinieri in borghese appostati di fronte alla sua casa ‘un mese, quindici giorni’ prima della data dichiarata della ‘confessione’, viene fatto passare nella sentenza [p.158-59] come un ‘normale servizio di pattugliamento’. Qui i limiti della impudenza sono superati d'un balzo.
    ’La presenza di una vettura dei carabinieri una sera nei pressi della canonica di Don Vincenzi, peraltro soltanto a due settimane di distanza dall'arresto del Marino [la sentenza fa lo sconto al ‘mese-quindici giorni’ – n.d.r.] non ha riguardato affatto il confidente ma caso mai il sacerdote [sic!]... In realtà si è trattato di un normale servizio di pattugliamento in borghese senza alcun contatto con il parroco, perchè non sono stati i carabinieri a rivolgersi a lui bensì il sacerdote ad avvicinarli per sapere chi sostava nei pressi della chiesa’. Conclude la sentenza: ‘Attribuire ad un 'complotto' una sosta momentanea per strada di una pattuglia dell'Arma è semplicemente assurdo ed insensato e l'argomento non merita ulteriore trattazione’.
    Qui siamo in piena surrealtà. Ogni volta che deve scavalcare una difficoltà la sentenza attribuisce alle difese l'idea di un complotto. Non so poi se si debba imputare più alla mala fede dell'estensore, o alla sua sciocchezza, la mancata menzione del fatto che la sosta accanto alla canonica metteva i carabinieri in grado di controllare l'abitazione di Marino. Di questo nella sentenza non si trova traccia, sicchè imputati e difensori, oltre che maniaci del complotto, diventano anche degli stravaganti che vogliono collegare con Marino le soste normali dei carabinieri accanto alle canoniche.
    Si può inclinare a spiegare la cosa, come in altri punti, con l'ignoranza o il travisamento degli atti da parte del presidente-estensore Della Torre, a stare a quanto sulla questione dei carabinieri e della canonica si dice -è la terza volta che se ne tratta su una ventina di pagine- a [p.181]: ‘Nè si comprende quale significato potesse avere la sosta di una vettura dei carabinieri nei pressi della canonica di Bocca di Magra, sempre i primi di luglio 1988, quando il Marino non vi si trovava e vi era stato sei mesi prima. A meno che si voglia sostenere, assurdamente, che i carabinieri anzichè raccogliere la sua diretta confessione volessero ottenerla tramite don Regolo. Tale tesi è smentita dai fatti e dalle testimonianze assunte. La sosta era verosimilmente dovuta ad attività di normale pattugliamento’.
    Da questo grottesco passo sembra appunto di poter desumere che il giudice non si è affatto accorto che la questione era sorta dal fatto che la canonica era prospiciente l'abitazione di Marino, sicchè il posto scelto dai carabinieri serviva a tener d'occhio la casa di allora di Marino [ora ne ha un'altra, nel centro di Sarzana, comprata].
    Ignaro [nella migliore delle ipotesi] di questo dato essenziale il giudice è così spiritoso da attribuirci l'idea che i carabinieri controllassero la canonica in attesa che Marino andasse a confessarsi e che il prete passasse loro, per competenza, la confessione. Ahimè!…


    Chi è andato da chi

    [p.160] la sentenza scrive: ‘Nè vi sono agli atti elementi di prova per sostenere che sono stati i carabinieri a spingerlo alla confessione. Costoro non avevano mai appreso direttamente nè da don Regolo nè dal senatore Bertone delle confidenze ricevute dal Marino’.
    Come abbiamo visto, ciò che è agli atti induce a ritenere del tutto implausibile che non vi sia stato un passaggio di notizie tra l'avv. Zolezzi, il sen. Bertone [i due sono colleghi al consiglio comunale e stretti amici personali per loro ammissione] e i carabinieri. Dice la sentenza: ‘L'avv. [sic!] Bertone, l'avv. Pelegatti e l'avv. Zolezzi non hanno mai riferito di avere avuto colloqui e contatti con i carabinieri’.
    E' vero, ma le cose che costoro non avevano riferito finchè non sono stati costretti a farlo sono molte di più, compreso il colloquio fra Bertone e Marino, occultato con cura fino al dibattimento di primo grado e lì emerso solo per mia iniziativa. La sentenza non se la sente di accontentarsi del mancato racconto esplicito di Bertone ecc. e ammette a denti stretti la possibilità dell'itinerario opposto da me argomentato. Lo fa così: ‘Ma se anche fosse vero che siano stati i carabinieri ad avvicinare Marino ciò avrebbero fatto dopo che egli si era presentato spontaneamente a don Vincenzi e al senatore Bertone mentre la moglie separatamente si era già recata dall'avv. Zolezzi per cui non muta il carattere di spontaneità delle rivelazioni del Marino’.
    Bisogna fermarsi attentamente su questo brano impressionante. Marino parla con il prete, gli dice di essere oppresso da rimorsi, e di essere spaventato da pedinatori e minacciatori che vogliono farlo tornare a delinquere [poi negherà di averlo detto]. Marino, sfruttando la propria qualifica di iscritto al Pci, Bertone dirà di non averlo saputo, ma sarà un'evidente bugia, va da Bertone a chiedergli aiuto, e vanta, o lamenta, con lui il proprio piccante passato politico-criminale facendo un nome ghiotto come il mio. Sono credenziali per ottenere appoggio o che cos'altro? Bertone, qualunque tramite ulteriore si immagini, non tiene certo per sè una notitia criminis che riguardi addirittura un omicidio politico. Per giunta quel Marino che è venuto a fargli le sue rivelazioni ha in tasca la tessera del Pci, ciò che non può non impensierire ulteriormente l'anziano dirigente comunista. Il quale si consulta con il suo avvocato e chissà con chi ancora [aspetto, per pura curiosità, che qualche alto dirigente dell'allora Pci me lo faccia sapere]. Dopo di che trova il modo di mandare i carabinieri da Marino. Si ricordi anche la prossimità cronologica del colloquio con Bertone [maggio 1988] e dell'approdo all'Arma dei carabinieri. Per almeno venti giorni, se si vuole benevolmente accogliere la tardiva e riluttante versione dei carabinieri, i carabinieri tengono sotto torchio Marino fino a tirargli fuori il racconto dell'omicidio Calabresi. Tutto questo secondo la sentenza ‘non muta il carattere di spontaneità delle rivelazioni del Marino’.


    I capelli di Bompressi e le scoperte della Bistolfi

    [p.161] La sentenza si dichiara ancora certa che la Bistolfi sapesse [per via dell'antico cenno della sua ospite all'identikit di uno che non poteva essere Bompressi, come lo stesso processo ha dimostrato: ‘Non vedi che è lui?’] che Bompressi era l'assassino di Calabresi e non sapesse che Marino vi fosse coinvolto nè Sofri e Pietrostefani.
    Se per il resto le cose stessero come la sentenza ha stabilito, questo sarebbe del tutto implausibile [non è un caso che la stessa Bistolfi abbia dichiarato su questo punto tutto e il contrario di tutto]. Se le cose stessero come la sentenza dice sul punto specifico di quello che la Bistolfi credeva di sapere, e credeva di ignorare, avremmo comunque un bandolo del garbuglio dell'elaborazione dell'accusa-confessione.
    Proviamo a immaginare questo svolgimento. La Bistolfi, interpretando a suo modo l'eccitazione spaventata con cui la Vigliardi Paravia le indica una somiglianza presunta fra Bompressi, in quel momento presente nella casa, e l'identikit pubblicato su un giornale del presunto assassino di Calabresi, si convince che l'amica le abbia fatto la rivelazione di qualcosa che sa. Ripetiamo che oltretutto è provato che quell'identikit, compilato sulla descrizione dell'acquirente di un ombrello a Milano fornita da una commessa il 13 maggio, giorno in cui Bompressi era accertatamente in Toscana, non poteva appartenere a Bompressi. Cioè Bompressi assomiglia all'identikit di un presunto killer di Calabresi, anzi, più esattamente, a un acquirente di ombrello, che non poteva essere lui. Questo è un punto chiave del processo e rivelatore di meccanismi suggestivi. Ancora in aula gli accusatori si sono lasciati andare ad additare la ‘straordinaria somiglianza’, con un seguito di brividi nel pubblico, benchè quella somiglianza non potesse corrispondere a nessuna realtà. La Bistolfi sostiene addirittura che Bompressi, così somigliante all'identikit, gli è ancora più somigliante per essersi schiarito i capelli. Sciocchezza questa di Bompressi che per passare inosservato si sarebbe ossigenato i capelli, col risultato di avvicinarsi alla descrizione del ‘biondino’ dell'attentato e di diventare lo zimbello della sua piccola concittadinanza, sulla quale se ne sono sentite nel corso dei successivi processi di tutti i colori davvero. Nel tentativo di tenere in piedi la storiella una sentenza è arrivata a scrivere che il passare degli anni ha scurito i capelli di Bompressi[!]. Ora, il dettaglio dei capelli imbionditi di Bompressi sarebbe una mera sciocchezza senza seguito se non fosse un indizio ulteriore della derivazione da Antonia a Marino. Marino pasticcia la sua versione sul Bompressi dai capelli schiariti cui fonte iniziale è la Bistolfi.


    Un piatto freddo

    [p.162] ‘Nè l'autorità giudiziaria, nè le forze di polizia si stavano più occupando da anni del caso Calabresi’. E' falso. L'autorità giudiziaria milanese ha ricorrentemente cercato di addebitare a Lotta Continua l'omicidio Calabresi, variando irresponsabilmente i candidati autori [si veda l'inaccettabile episodio dell'imputazione a mezzo stampa di Marco Fossati] e girando attorno ai nomi ‘grossi’, come il mio e quello di Boato, emersi nell'episodio dello ‘avviso’ sul nostro arresto nell'estate dell'anno precedente. Marino non è andato a fornire ai carabinieri e ai magistrati una versione inedita e sorprendente, bensì la versione cui da sempre miravano, su due punti essenziali: la responsabilità di Lotta Continua, e la mia personale.


    Un accanimento stupefacente

    Aggiungerò, benchè sia mortificante doverne parlare, che l'ipocrisia con cui durante tutta questa vicenda e ancora in questa ultima sentenza si affetta meraviglia per l'ipotesi che potesse premere a qualcuno di potersela prendere nel 1988 con Lotta Continua, sciolta da 12 anni, e con me personalmente è vergognosa. Inquirenti e parte del pubblico hanno rivelato nel corso di questi anni una tenacia e virulenza di vecchi odii e risentimenti che mi hanno lasciato stupefatto. Quanto alla mia persona, l'avversione e l'autentico odio che riesco a suscitare è altrettanto stupefacente. Nel corso del processo, via via che gli anni passavano, esse non si sono attenuate, ma caso mai inasprite. L'imputazione di mandato di omicidio è diventata il sostegno attorno a cui far arrampicare una universale denigrazione del mio intero modo di essere, senza arretrare neanche davanti alla moltiplicazione [in un'aula di tribunale, ad alta voce] delle accuse più infamanti, fino all'insinuazione di aver avuto parte nell'assassinio del mio caro Mauro Rostagno. Nell'88 probabilmente qualcuno fu soprattutto ingolosito dall'eventualità di prendere all'amo attraverso me Claudio Martelli, di cui ero notoriamente amico [amico, non ‘consigliere’] e che era allora un pesce grosso. Otto anni dopo la mia amicizia con Martelli è stata ancora citata in camera di consiglio come una ragione per negarmi, grazie a Dio del resto, le attenuanti. Ma soprattutto sono stato dipinto, rozzamente in camera di consiglio più ipocritamente nella sentenza, come un delinquente abituale e inemendato. La domanda: ‘Chi crede di essere?’ è la più puntuale spiegazione dell'accanimento che una parte dei giudici hanno messo nella mia persecuzione. Dietro quella domanda inviperita c'è il motto che questi giudici hanno inciso sul loro scranno: ‘Lei non sa chi sono io’.


    ‘I carabinieri non avrebbero mentito…’

    Di illazione in illazione [p.163]: ‘Se fossero stati artefici o coinvolti nel complotto [ancora!] i carabinieri certamente non avrebbero mai smentito, al dibattimento di primo grado, il Marino sui tempi dei colloqui avvenuti e sull'inizio della sua collaborazione, essendo per loro certamente più agevole e più logico confermare le dichiarazioni del confidente senza possibilità di essere smentiti’. Così si rovescia spericolatamente la realtà. Quando arrivano in aula i carabinieri sono già stati smentiti dal passo falso nella deposizione di don Regolo: ‘P.- Nei giorni precedenti l'incontro con Marino, ha visto in paese persone estranee, persone nuove? T.- Ho visto persone che, in macchina, erano in posizioni strategiche... Allora, mi ha mostrato un tesserino di forza pubblica e a quel punto li ho lasciati’. E [pagg.791-92]: ‘Avv.Gentili- Di quelli che mostrarono il documento, che erano delle forze dell'ordine. Questo episodio in che momento si colloca? T.- Prima dell'arresto del Marino. Avv.Gentili- Prima dell'arresto del Marino. P.- Molti giorni prima? Più o meno? Questo però è un episodio... T.- Forse un mese prima. Quindici giorni un mese prima. Avv.Gentili- Ricorda a quali forze dell'ordine appartenevano? Cioè, se erano carabinieri o poliziotti? T.- Carabinieri’.
    Chi rilegga l'andamento del processo di primo grado [si rilegga anche sul punto la magistrale ricostruzione nel libro di Carlo Ginzburg Il giudice e lo storico, Einaudi] capisce senza dubbi che il presidente Minale, interrogato deon Regolo e visto il clamore suscitato dal suo scivolone, si persuade di non poter passare sotto silenzio la smentita già avvenuta. Decide di convocare i carabinieri, cosa che altrimenti si sarebbe guardato dal fare. Quando i carabinieri arrivano in aula è assolutamente chiaro che il presidente Minale è stato già dettagliatamente informato della versione che stanno per fornire e che si prenderà cura di far quadrare. Può esserci un dubbio solo sul fatto che Minale sapesse fin dall'inizio della balla di Marino [quando Marino esordisce dicendo ‘Confermo modalità e tempi della mia confessione... ‘ e Minale gli chiede: ‘Modalità e tempi cosa significa?’] o che viceversa ne fosse stato tenuto anche lui all'oscuro, fino alla imbarazzante gag di don Regolo. Sappiamo molto di più. Sappiamo che il sostituto procuratore P.M.in aula Pomarici dichiara a sua volta pubblicamente, e i giornali lo trascrivono, di non aver saputo niente della seconda versione sui rapporti Marino-carabinieri, e mente, come poi emergerà chiaramente. Lo stesso Pomarici riferisce alla stampa, senza che si trovi niente da eccepire, che i carabinieri si sono rivolti a lui [parte in causa, cioè accusatore pubblico] per avvertirlo della decisione di smentire la versione di Marino nella prossima deposizione in aula e che lui, Pomarici, si è consultato con il suo capo Borrelli!
    Tutta questa sequela di torbide irregolarità si trasforma, nella sentenza ultima, nella considerazione che sarebbe stato ‘più agevole e più logico per i carabinieri confermare le dichiarazioni del confidente, senza possibilità di essere smentiti’.


    ’Nulla di più’

    [p.168] Dopo aver citato qualche mozzicone di frase rivolta da Marino al maresciallo Rossi ‘Mi disse: le vorrei parlare di alcuni problemi abbastanza delicati’ la sentenza scrive: ‘Nulla di più disse al sottoufficiale, al capitano Meo, al colonnello Bonaventura sino a quando non fu presentato a Milano al magistrato della procura dr. Pomarici il 21 Luglio 1988’.
    Nulla di più. Così si cancella con un solo tratto tutta la ricostruzione delle ‘confessioni’ rese da Marino a Bonaventura e invano negate da quest'ultimo, tradito, oltre che dai collaboratori e dalle ammissioni del colonnello Nobili nella conferenza stampa successiva al nostro arresto, dai propri stessi lapsus. Il colonnello, intervenuto del resto proprio perchè titolare antico dell'indagine su Calabresi [arbitrariamente infatti la sentenza dice che il colonnello Bonaventura era il ‘superiore di Milano’ del capitano Meo, che con Milano non aveva niente a che fare] aveva appreso ben prima di interpellare il magistrato e verbalizzare i colloqui che la questione di cui si trattava con Marino era l'omicidio Calabresi. [Un fatto gravissimo... avvenuto in Milano... nel 1972… altro che ‘nulla di più’].
    Con aria ingenua, la sentenza scrive: ‘Basta leggere tutti i verbali delle trascrizioni dibattimentali da pg 1580 a pg 1723’. Infatti, sarebbe bastato. ‘Contestata allo stesso Marino la divergenza sulla data del contatto con i carabinieri... egli ha praticamente ammesso di avere sbagliato...’.
    Così la umanissima sentenza [p.172]: ‘Non è stato tuttavia in grado di dare una spiegazione plausibile del fatto, trincerandosi in espressioni vaghe e frammentarie che in sostanza rappresentano il patema, l'ambascia, la preoccupazione, le paure di quei venti giorni in attesa della confessione’.
    Non è stato in grado di dare una spiegazione, dunque era sincero.
    [p.175] A proposito della mancata relazione da parte dei carabinieri alla autorità giudiziaria dei contatti con Marino fra il 2 e il 19 luglio 1988, la sentenza si spinge a scrivere: ‘Si può soltanto dire che è stata un'omissione inopportuna’. Galateo.
    ’Marino appariva loro uno dei tanti cittadini che si recano dai carabinieri per uno sfogo di carattere morale’ [sic!] Qui, il presidente estensore, quello dei ‘duemila anni di cristianesimo’, confonde un po' fra stazioni della Via Crucis e stazioni dell'Arma.


    Che cosa cercava Marino e che cosa ha trovato

    [p.183]’La tesi della difesa di Bompressi, secondo la quale era per Marino prevedibile la prescrizione del reato, è totalmente infondata’.
    A parte la promessa esplicita di impunità che il Pm Pomarici si avventurò a fare dall'inizio, non solo a Marino, ma a tutti noi [a me personalmente per esempio] è formidabile che una previsione formulata otto anni fa dalle difese, secondo cui Marino non avrebbe fatto un solo giorno di carcere, essendosi pienamente adempiuta, venga a posteriori solennemente dichiarata ‘totalmente infondata’. Marino non ha fatto un giorno di carcere e ha risolto i suoi problemi di soldi. Forse non era quello che voleva, forse, come sostiene appassionatamente il giudice, voleva solo emendarsi ed espiare, e ci troviamo di fronte a un caso particolarmente forte di eterogenesi dei fini. Cercava galera ed espiazione e ha trovato casa in proprietà, nuovo furgone, liquidi, fotografie su Panorama con indosso la maglietta della squadra di calcio sponsorizzata col titolo Le crepes di Marino. L'uomo propone, la giustizia premiale dispone.


    I corpi di reato distrutti neanche nominati

    In un appello precedente il Pg aveva giustificato la distruzione di tutti i corpi di reato con la frase: ‘Milano non è Ginevra’. In Svizzera insomma non sarebbe successo. Ma non si può optare per un tribunale svizzero così come si va a farsi operare in una clinica parigina. Nell'ultimo processo il Pg ha evocato i topi che occupano i depositi dei corpi di reato. Questo non può direi ritorcersi contro i pazienti, cioè gli imputati. Ma resta da spiegare perchè la ricerca dei corpi di reato non fu affatto svolta prima delle richieste della difesa. Semplicemente perchè la si riteneva inutile. La parola di Marino bastava a tutto, e sostituiva tutto. In nome della domanda ‘Perchè Marino dovrebbe mentire?’ si evitò di porsi la domanda ‘Marino mente?’ Si noti ora che la sentenza non spende una parola sulla distruzione di tutti i corpi di reato.


    [continua]

 

 
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