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Discussione: 90° Di Erich Priebke

  1. #251
    Manuel
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    In Origine Postato da Bellarmino
    Perchè?! Il tuo senso dell'humor postando cumuli di cadaveri presi a caso non si sa dove, sarebbe da meno?
    Ho visionato centinaia di foto che ritraggono oggetti non identificati, eppure non credo minimamente all'esistenza degli Ufo.
    Non c'è foto che tenga! Servono prove documentali autentiche, quelle sopra sono patacche, tranne quella che ho postato io. Quella è autentica.
    B.
    La differenza e che tu oltretutto sei anche ignorante oltre che un cieco integralista con una visione a senso unico della vita, perlomeno Atreids ha dato una spiegazione alla foto e non la considerata fasulla solo perchè si vede una montagna di cadaveri che evidentemente disturba la tua coscienza di falso cattolico..

  2. #252
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    In Origine Postato da enrique lister
    1-2) posso supporre che lo spostamento verso est del fronte (arrivando fino a Mosca e a Stalingrado) rendesse non conveniente la deportazione nei lager (i più vicini erano quelli polacchi) e fosse invece più conveniente agire sul posto. Del resto posso rovesciarti la domanda: se l'obiettivo era la deportazione ad est, perché le E. ammazzavano gli ebrei russi, che ad est già ci stavano?
    Riguardo alla querelle ghetti-lager: per "noi" l'obiettivo era lo sterminio. Per voi era la detenzione, il lavoro coatto ed a guerra finita e vinta la deportazione ad "est". Ancora mi sfugge a cosa servissero i lager, nella vostra versione, dato che la popolazione ebraica poteva essere fatta lavorare (e lo facevano) tranquillamente nei ghetti

    3) gli obiettivi possono plausibilmente cambiare. La strategia hitleriana degli anni '30 poteva essere tranquillamente differente da quella degli anni '40. Non sarebbe illogico.
    Fino all'estate del '42 l'Asse stava vincendo la guerra, le cose peggiorarono nell'inverno con la controffensiva sovietica nel Kessel di Stalingrado (che Hitler non si aspettava...).
    Se il Vostro era un fessacchiotto che ha sbagliato i calcoli, che ce posso fa'?

    7) potrà essere stato un errore di valutazione, una svista etc.etc. Ma non mi sembra molto sensato basarsi su UN SOLO caso.

    11) non l'ho dimenticato. E' che non so cosa siano 'sti cosi di Arolsen, se non per sentito dire
    -------------------------

    A proposito della tua introduzione: è vero che per fare storiografia ci si deve basare sui documenti. Ma noi non abbiamo documenti della gran parte delle vicende che studiamo sui libri di storia, se non le tanto esacrate "testimonianze".
    Seguendo 'sta logica non vale la pena studiare nulla perché tutto potrebbe essere frutto di mistificazione.
    Tra l'altro tra le testimonianze ci furono quelle di Frank ed Hoss, che voi svalutate perché estorte con le torture. A parte che, plausibilmente, sarà volata più di qualche sberla, ma.....le prove di queste torture?

    saluti
    Parto dal basso: se la confessione di Hoss è vera (4 milioni di ebrei uccisi ad Auschwitz), perchè hanno tolto la targa commemorativa di Auschwitz (appunto 4 milioni di ebrei uccisi)? D'altra parte per tanti anni è stata presa per buona anche la confessione per i morti di Katyn: estorta solo con qualche ceffone, secondo te? Il problema comunque NON E' l'assenza di prove a sostegno delle testimonianze, ma E' la presenza di prove che le smontano sistematicamente.
    Non abbiamo documenti ma solo testimonianze? Ma se ad Auschwitz di documenti i tedeschi ce ne hanno lasciati oltre centomila! Senza considerare quelli che hanno attinenza con la "Endlosung" e che sono stati trovati in altri archivi del Reich.
    11) Arolsen custodisce i documenti delle ispezioni fatte dalla Croce Rossa Internazionale nei lager.
    7) Non mi baso su UN SOLO CASO, ma su UN TESTIMONE tra i più propagandati. Ma se vogliamo, possiamo anche parlare di Gerstein e delle 750 persone in 45 metri cubi di stanza.
    1) e 2) e 3) Come vedi stiamo a fronteggiarci a colpi di ipotesi plausibili, con tanto di congiuntivi e condizionali. A seconda di come lo guardiamo, il comportamento degli Einsatzgruppen appoggia ora me, ora te. Comunque non hanno, nel concreto, nulla da spartire con i lager.
    Per il lavoro nei ghetti: la gomma Buma nei ghetti? L'industria pesante nei ghetti? Magazzini di materiale bellico nei ghetti? Ma sei sicuro?
    Infine hai sbagliato pure laddove tu stesso hai fatto una "minimizzazione": quello non fu un fessacchiotto che sbagliò i calcoli, ma un vero e proprio stupido che li impostò con gli operatori sbagliati!
    Saluti.

  3. #253
    vicepres Destra cricetale
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    In Origine Postato da jesi1194
    Paolo A., soldato semplice di una Compagnia Unipersonale, appartenente... ehm... alla Falange.

    ohilà, Generalisssimo...poteva presentare le sue credenziali anche prima

    Già che siamo sul personale: ma su Sf, sei tu il forumista con il nick abcd?



    PS: ma la Buma di A. la costruirono i tedeschi o già c'era?

    PPS: se non ci "sentiamo" entro stanotte...buone vacanze!

  4. #254
    Paul Atreides
    Ospite

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    Aggiungo giusto una cosa alle precise puntualizzazioni di jesi 1194.

    Che Hoess sia stato torturato lo dice lui stesso. Ma la cosa straordinaria è un'altra. Nel suo ''Comandante ad Auschwitz'', Einaudi, 1997, oltre a scrivere che ''la polizia mi fece subire gravi maltrattamenti'' [p. 158], dice una cosa assolutamente rivelatrice: ''il mio primo interrogatorio si concluse con una confessione dati gli argomenti più che persuasivi usati contro di me. NON SO CHE COSA CONTENGA LA DEPOSIZIONE, sebbene l'abbia firmata'' [pp. 158-159]. Il bello è che una nota del curatore spiega: ''si tratta del documento dattiloscritto, di otto pagine, che Hoess sottoscrisse il 14 marzo 1946, alle 2,30. Il suo contenuto non differisce sostanzialmente dalle sue deposizioni a Norimberga e più tardi a Cracovia'' [p. 159, nota 1].

    In breve, ecco la genesi del nocciolo originario delle ''confessioni'' di Hoess, comprensive di ''sterminio'', ''camere a gas'' e ''milioni di morti''...

  5. #255
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    In Origine Postato da enrique lister
    (...) PS: no, non sprizzo veleno su Mattogno. Compatibilmente con altri interessi ed impegni, prima o poi lo leggerò
    ...E allora ti renderai conto di quanto faziosa e tendenziosa possa essere la definizione "negazionista".

  6. #256
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    In Origine Postato da enrique lister
    ohilà, Generalisssimo...poteva presentare le sue credenziali anche prima

    Già che siamo sul personale: ma su Sf, sei tu il forumista con il nick abcd?



    PS: ma la Buma di A. la costruirono i tedeschi o già c'era?

    PPS: se non ci "sentiamo" entro stanotte...buone vacanze!
    abcd è mio fratello... anche se una volta ho approfittato della sua iscrizione per scrivere qualcosina, ma nulla di serio. Il fatto è che mi esibirono il cartellino rosso, e sono da sempre contrario ai cloni. D'altra parte un forum è uno spazio sì virtualmente aperto, ma pur sempre sottoposto al "gradimento" di un padrone di casa che comunque esiste: posso disubbidire alle regole imposte e ritenerle indegne, ma non posso dire nulla se poi mi buttano fuori. Amen.
    E buone vacanze... beato te!

  7. #257
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    In Origine Postato da Paul Atreides
    Aggiungo giusto una cosa alle precise puntualizzazioni di jesi 1194.

    Che Hoess sia stato torturato lo dice lui stesso. Ma la cosa straordinaria è un'altra. Nel suo ''Comandante ad Auschwitz'', Einaudi, 1997, oltre a scrivere che ''la polizia mi fece subire gravi maltrattamenti'' [p. 158], dice una cosa assolutamente rivelatrice: ''il mio primo interrogatorio si concluse con una confessione dati gli argomenti più che persuasivi usati contro di me. NON SO CHE COSA CONTENGA LA DEPOSIZIONE, sebbene l'abbia firmata'' [pp. 158-159]. Il bello è che una nota del curatore spiega: ''si tratta del documento dattiloscritto, di otto pagine, che Hoess sottoscrisse il 14 marzo 1946, alle 2,30. Il suo contenuto non differisce sostanzialmente dalle sue deposizioni a Norimberga e più tardi a Cracovia'' [p. 159, nota 1].

    In breve, ecco la genesi del nocciolo originario delle ''confessioni'' di Hoess, comprensive di ''sterminio'', ''camere a gas'' e ''milioni di morti''...
    'Azz! Questo l'ignoravo!

  8. #258
    Paul Atreides
    Ospite

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    Ricapitolando

    La deposizione del 14 marzo 1946 [documento NO-1210] venne firmata senza che Hoess ne conoscesse il contenuto

    La deposizione successiva del 5 aprile 1946 [documento PS-3868] VENNE REDATTA DIRETTAMENTE IN INGLESE!

    Ecco la genesi delle confessioni di Hoess, ossia il canovaccio su cui si costruirono sia la testimonianza di Hoess al processo di Norimberga sia le ''annotazioni di Cracovia'' che, col titolo ''La 'soluzione finale della questione ebraica' nel campo di Auschwitz'', sono state incluse nel ''Comandante ad Auschwitz'', cit., pp. 171-190.

  9. #259
    Manuel
    Ospite

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    Rudolf Höss, Comandante ad Auschwitz



    presentazione dell’opera



    Rudolf Höss (1900- 1947), ufficiale delle SS, fu per due anni il comandante di Auschwitz. Alla fine della guerra, processato da un tribunale polacco, fu condannato a morte. In carcere, in attesa dell’esecuzione, scrisse la sua autobiografia in cui presenta, dal suo punto di vista, la mentalità e la psicologia dei nazisti, ossessionati dall’ordine e dall’obbedienza agli ordini.
    Il documento, pubblicato per la prima volta in Italia da Einaudi con il titolo “Comandante ad Auschwitz”, è impressionante perché mostra la lucida freddezza del gerarca nazista che, assolutamente consapevole di ciò che fa, agisce in nome dell’efficienza e se ne compiace.

    Nel 1985, in occasione della seconda edizione, Primo Levi scrisse la Prefazione dell’opera, invitando alla lettura poiché il documento fornisce una chiara smentita delle tesi revsioniste e negazioniste e induce a riflettere sulle conseguenze delle ideologie accettate in modo radicale e acritico per un cieco senso del Dovere.





    passi scelti



    1. Arbeit macht frei

    Se è vero che uno dei tanti simboli di Auschwitz è la scritta: “Arbeit macht frei” posta sopra il cancello di entrata, qui Rudolf Höss spiega con la folle lucidità che ne ha contraddistinto l’operato, quale è il significato della scritta.





    …nel penitenziario ho discusso a lungo con gli altri detenuti sul problema del lavoro, e lo stesso nel campo di Dachau, con i prigionieri. Tutti si sono mostrati persuasi che la vita dietro le sbarre o dietro il filo spinato, alla lunga, senza il lavoro, diventa intollerabile, anzi, la peggiore delle punizioni.

    Il lavoro, in prigione, non è soltanto un efficace mezzo di correzione, in senso buono, dacchè impone al detenuto di disciplinarsi da sé al fine di reagire agli effetti deprimenti della detenzione stessa; è anche un mezzo educativo nei confronti di quegli individui che in sé sono privi di carattere, di quelli che hanno bisogno di assuefarsi alla regolarità e alla costanza; infine, di coloro che la benefica influenza del lavoro può ancora sottrarre al delitto. Ma tutto ciò è valido soltanto in condizioni normali.

    Così è da interpretare anche il motto: “Il lavoro rende liberi”. Era ferma intenzione di Eicke di rimettere in libertà quei prigionieri, a qualunque categoria appartenessero, che avessero saputo emergere dalla massa per la loro costante e diligente efficienza nel lavoro, anche contro il parere contrario della Gestapo e della Polizia criminale di Stato. Alcuni di questi casi si verificarono. Ma la guerra distrusse queste buone intenzioni.

    Mi sono diffuso così a lungo sul lavoro, perché ho imparato io stesso ad apprezzarne pienamente il valore morale, e perché voglio dimostrare quanto efficacemente influisca il lavoro sulla psiche del detenuto, e come io stesso abbia assistito all’esplicarsi di questi effetti…



    (Rudolf Höss, Comandante ad Auschwitz, Einaudi, Torino, 1997, p. 57)



    2. Il Sonderkommando

    Il passo dimostra in modo esplicito quale fosse la mentalità delle SS. Una riflessione di questo tipo consente di parlare di schizofrenia.

    Il comandante non si capacita di fronte a certi spettacoli ripugnanti e ai conseguenti comportamenti dei deportati, ma non si chiede perché si verifichi tutto ciò; non è in grado di

    realizzare che tutto quello che ha davanti a sé non è nient’altro che il frutto della sua cieca obbedienza ad una assurda e mediocre ideologia, nonché l’incapacità di rifiutare l’orrore del nazismo, preferendo invece una comoda vita all’interno di una concezione anormale del mondo.



    Assistei io stesso ad un caso di questi: nell’estrarre i cadaveri da una camera a gas, improvvisamente uno del Sonderkommando si arrestò, rimase per un istante come fulminato, quindi riprese il lavoro con gli altri. Chiesi al kapo che cosa fosse successo: disse che l’ebreo aveva scoperto tra gli altri il cadavere della moglie. Continuai ancora ad osservarlo per un certo tempo, ma non riuscii a scorgere in lui nessun atteggiamento particolare. Continuava a trascinare i suoi cadaveri, come aveva fatto fino ad allora. Quando, dopo un poco, ritornai al comando, lo vidi seduto a mangiare in mezzo agli altri, come se nulla fosse accaduto. Possedeva una capacità sovraumana di celare le proprie emozioni, o era diventato talmente insensibile da non saper più reagire?

    Che cosa dava agli ebrei del Sonderkommando la forza di assolvere giorno e notte ad un compito così orrendo? Speravano forse in un evento particolare che li salvasse dalla morte all’ultimo momento? O gli orrori cui avevano assistito avevano ucciso in loro la sensibilità, oppure, ancora, erano troppo deboli per farla finita da sé e sottrarsi così a quell’“esistenza”?

    Li ho osservati molto a lungo e attentamente, ma non sono in grado di dare spiegazioni sul loro comportamento.



    (Rudolf Höss, Comandante ad Auschwitz, Einaudi, Torino, 1997, pp. 134 - 135)





    3. L’adempimento del dovere

    Il brano è particolarmente significativo, perché sottolinea chiaramente la lucidità con cui il comandante di Auschwitz svolgeva il suo compito, senza realmente pensare a cosa stava compiendo, ma preoccupandosi solo di obbedire agli ordini e di realizzare i doveri di funzionario che derivavano dalla sua posizione.



    Ho ripetuto più volte quale fosse, a mio giudizio, il mio compito principale: portare avanti con tutti i mezzi la costruzione di tutte le installazioni delle SS riguardanti il campo di Auschwitz.

    A volte, in un momento di tranquillità, credevo di poter scorgere ormai la fine del lavoro di costruzione prescritto dagli schemi di Himmler, e insieme quello delle altre opere che si erano mostrate necessarie; ma ecco che sopravvenivano nuovi piani, aventi tutti carattere di stretta urgenza. Lo stato di perpetua eccitazione in cui vivevo, dovuto alle richieste dello stesso Himmler, alle difficoltà causate dalla guerra, ai problemi sempre nuovi che nascevano giornalmente nei campi, e soprattutto all’incessante fiume di prigionieri in arrivo, mi costringevano a pensare esclusivamente al mio lavoro, ad immergermi esclusivamente in esso.

    Pressato da tutte queste circostanze, a mia volta non concedevo tregua ai miei sottoposti, fossero SS, impiegati civili, ufficiali, ditte o prigionieri. Un pensiero soltanto era fisso nella mia mente: proseguire, far avanzare il lavoro per creare condizioni generali migliori, per poter attuare le disposizioni ricevute. Himmler esigeva l’adempimento del dovere, l’impegno dell’intera personalità, fino al sacrificio di sé. Ciascuno in Germania doveva impegnarsi fino in fondo perché potessimo vincere la guerra.



    (Rudolf Höss, Comandante ad Auschwitz, Einaudi, Torino, 1997, p. 126)







    4. Il Terzo Reich: la politica della violenza



    Dopo la storia della sua vita, Hoss parla finalmente delle conclusioni che ha tratto dalla sua esperienza del Terzo Reich. Invece di trovare pentimenti e sensi di colpa, si vede un tentativo di continua giustificazione. Egli era solo un esecutore, la colpa è dei superiori che davano quegli ordini orribili. La facoltà di ribellarsi a tali ordini non sembra contemplata: d’altronde avrebbe prodotto disordine, ed Hoss sopra tutti era contro il disordine. L’ubbidienza all’ideologia fanatica persiste anche dopo la caduta del Reich come traspare da queste pagine.





    Quali sono oggi le mie opinioni sul Terzo Reich? Come giudico Himmler, le SS, i campi di concentramento, la polizia politica? Come considero tutto quanto è avvenuto nel settore nel quale ho operato?

    Io sono nazionalsocialista come prima, nel senso che questa è la mia concezione di vita. Un ideale, una concezione ai quali si è aderito per quasi venticinque anni, coi quali si è cresciuti, ai quali si era uniti anima e corpo, non possono essere lasciati cadere con tanta facilità, solo perché l’incarnazione di questo ideale, lo Stato nazionalsocialista, coloro che lo dirigevano, hanno agito in modo errato, addirittura delittuoso, e perché attraverso questi errori e queste azioni quel mondo è crollato e il popolo tedesco è stato spinto, per decenni, in una miseria indicibile. Non posso far questo.

    Dai documenti ritrovati e che sono stati pubblicati, dal processo di Norimberga, vedo chiaramente che i capi del Terzo Reich, per la loro politica di violenza, recano la colpa di questa immagine guerra con tutte le sue conseguenza. Vedo chiaramente che i capi servendosi di una propaganda straordinariamente efficace e del terrore, hanno reso il popolo talmente docile che questo, tranne poche eccezioni, li ha seguiti dove hanno voluto, senza esercitare nessuna critica né esprimere una volontà propria.

    A mio giudizio, l’ampliamento dello spazio vitale della Germania, resosi ormai necessario, avrebbe potuto essere raggiunto anche per via pacifica, sebbene io sia fermamente persuaso che le guerre non possano essere evitate, e che ve ne saranno anche in futuro.

    Per mascherare la politica della violenza, ci si dovete servire della propaganda per rendere accettabili, camuffando abilmente tutti i fatti, la politica e le misure del governo. Per impedire a priori i dubbi e le ostilità si dovette impiegare il terrore, fin dal principio. Sono dell’opinione che gli avversari pericolosi avrebbero potuto essere vinti dimostrando loro che noi rappresentavamo il meglio.

    Himmler fu il più tipico rappresentante del principio di autorità. A suo giudizio ogni tedesco doveva subordinarsi incondizionatamente e acriticamente al governo dello Stato, poiché questo soltanto era capace di rappresentare i bisogni reali del popolo, di guidarlo giustamente. Chiunque non si sottomettesse a questi principi doveva essere eliminato dalla vita pubblica. In questo senso creò ed allevò i suoi militi SS, creò i campi di concentramento, la polizia tedesca, il RSHA. Per Himmler, la Germani era il solo Stato che avesse il diritto di esercitare la supremazia in Europa. Tutti gli altri popoli erano di rango inferiore. I popoli prevalentemente a sangue nordico dovevano essere trattati in modo privilegiato, al fine di incorporarli alla Germania. I popoli di sangue orientale dovevano essere spezzettati, privati di ogni importanza e degradati a livello di iloti.

    Così, tutti i campi di concentramento, prima della guerra, dovevano servire a segregare i nemici dello Stato. Nel corso del processo di epurazione, a questi compiti si aggiunse anche quello di diventare istituti di rieducazione per asociali di tutte le specie, che nello stesso tempo avrebbero svolto un lavoro utile a tutto il popolo. Allo stesso modo, divennero necessari per combattere preventivamente il crimine.

    Con la guerra, i campi divennero direttamente o indirettamente i luoghi di sterminio delle popolazioni dei Paesi occupati che osavano opporsi ai conquistatori e oppressori. Ho già espresso la mia posizione nei confronti dei nemici dello Stato. In ogni caso, era del tutto errato lo sterminio di interi contingenti di popolazioni nemiche. Il movimento di resistenza avrebbe potuto essere reso insignificante, se verso le popolazioni dei Paesi occupati si fosse usato un trattamento buono e ragionevole. Gli avversari veramente pericolosi sarebbero stati molto pochi.

    Oggi comprendo anche che lo sterminio degli ebrei fu un colossale errore. Proprio con queste stragi in massa la Germania ha attirato si di sé l’odio del mondo intero. L’antisemitismo non è servito a nulla; al contrario, il giudaismo se ne è giovato per avvicinarsi maggiormente al suo obiettivo finale. Il RSHA non era che l’esecutivo, la longa manus della polizia di Himmler. RSHA e campi di concentramento furono soltanto gli strumenti per l’attuazione della volontà di Himmler e degli scopi di Adolf Hitler.



    (Rudolf Höss, Comandante ad Auschwitz, Einaudi, Torino, 1997, pp. 161 - 163)

    http://www.liceoantonelli.novara.it/...comandante.htm

  10. #260
    Orazio Coclite
    Ospite

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    Come da copione consolidato, finiti gli argomenti iniziano gli attacchi di super-copia&incolla!!!

    Manuel, invece di floodare il forum com questi articoli che tanto nessuno legge, potresti provare a scrivere qualcosa di tuo pugno. Qualcosa di intelligente una volta tanto.

    Ciao.

 

 
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