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Discussione: Importantissimo

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    Importantissimo

    TIBET, I DIRITTI VIOLATI
    Una grande tragedia
    che la storia rischia di dimenticare

    Ogni anno a marzo in molti paesi si ricorda l'invasione del Tibet da parte dei cinesi avvenuta nel 1950. Sono trascorsi 53 anni da allora e molti tentativi sono stati fatti per cercare di risolvere la triste situazione in cui il popolo tibetano vive sia dentro che fuori i confini del proprio paese.
    Per non dimenticare questa realtà proponiamo (su invito e col permesso dell'autore Marialaura Di Mattia Polichetti, una tibetologa che da anni opera a favore della causa tibetana) questo articolo esplicativo.

    Dott. Marialaura Di Mattia *
    ¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯
    Il Tibet fino al 1950 era un Paese libero e con una sua identità culturale, religiosa, etnica, linguistica, territoriale e politica, che ebbe imposte con la violenta aggressione militare e l'occupazione illegale da parte della Cina un'appartenenza geopolitica ed una sovrastruttura ideologica estranea alla sua storia e cultura.

    Dopo la feroce repressione seguita alla rivolta popolare di Lhasa del 1959 (fonti militari cinesi ammettono che furono uccisi ottantasettemila membri della resistenza tibetana tra il marzo e l'ottobre 1959), l'esodo di massa del Dalai Lama e di oltre centomila tibetani nella democratica India ha permesso di mantenere viva e creativa la memoria storica e la tradizione culturale tibetana, e soprattutto l'incrollabile speranza del ritorno.

    Sulla limitata e relativa reazione internazionale ha indubbiamente influito la circostanza che l'annessione di fatto sia avvenuta nel periodo dell'immediato dopoguerra, in una situazione ancora fluida dell'assetto politico mondiale, sommata al relativo isolamento internazionale del Tibet (il Tibet non chiese di entrare a far parte dell'ONU, nénominò dei propri ambasciatori presso le principali Nazioni), nonché il peso complessivo della Cina. Tuttavia tre importanti fattori hanno giocato e stanno interagendo nel togliere la questione tibetana dal silenzioso oblio in cui la Cina e gli interessi del ‘quieto vivere' internazionale lo avevano collocato.

    Da un lato la maggiore diffusione e conoscenza della peculiare cultura tibetana, inscindibile dalla filosofia buddista, con i suoi contenuti di non-violenza e tolleranza, hanno condotto, tramite il coraggioso e paziente sforzo collettivo dei tibetani in esilio ed in patria (i tibetani sono pronti a morire ma non ad uccidere: siamo a conoscenza di almeno centocinquanta manifestazioni tenutesi nel Tibet occupato tra il 1987 e il 1992, tutte soffocate cruentemente dalla polizia militare e dall'esercito cinesi) alla promozione di una crescente solidarietà internazionale e alla nascita di un movimento mondiale per il sostegno, la difesa e la salvezza di questa immensa ed irripetibile eredità culturale, patrimonio dell'intera umanità.

    Secondo importante elemento è stata la caduta del muro di Berlino, la fine della contrapposizione dei blocchi, rendendo così più difficile nascondere dietro l'alibi della contrapposizione ideologica, politica e militare le gravi violazioni dei diritti che venivano perpetrate all'interno di ciascun blocco. Ciò ha contribuito a rendere possibile lo sviluppo della democrazia in America Latina, in Sud Africa e nei Paesi dell'Europa Centro-orientale.

    Infine, la politica delle riforme, la modernizzazione delineata da Deng Xiaoping, l'ambizione di far entrare la Cina nel processo di sviluppo mondiale e la recente crescita economica accompagnata dalla richiesta di entrare nell'Organizzazione Mondiale del Commercio sta comportando una sempre maggiore attenzione e pressione internazionale sull'inadeguatezza nel rispetto dei diritti umani e sindacali nella stessa Cina e in Tibet.

    Anche se non mancarono negli anni successivi all'insurrezione di massa del 1959 a Lhasa e alla violenta repressione che ne seguì – secondo stime di organizzazioni internazionali si calcola che le vittime tibetane delle persecuzioni cinesi furono oltre un milione e duecentomila, più di un sesto della popolazione – le risoluzioni dell'ONU deploranti le manifeste violazioni dei diritti e delle libertà fondamentali del popolo tibetano ed a sostegno del suo diritto all'autodeterminazione (n.1353 del 1959, n.1723 del 1961, n.2079 del 1965), è soprattutto dalla fine degli anni ‘80 e negli anni '90 che si moltiplicano le prese di posizione del Parlamento Europeo, dei parlamenti nazionali, dei diversi governi che sollecitano il rispetto dei diritti umani in Cina ed in Tibet.

    Nonostante il governo cinese abbia sottoscritto nei mesi scorsi la Convenzione Internazionale sui Diritti Politici e Civili, nonché quella (sempre dell'ONU) sui Diritti Culturali, Economici e Sociali, le autorità cinesi continuano a reprimere duramente ogni libertà di espressione ed ogni forma di dissenso. In Cina vengono soffocati sul nascere, con arresti ed intimidazioni, tutti i tentativi di organizzare partiti politici e associazioni sindacali indipendenti, strutture fondamentali per gestire democraticamente le pesanti ripercussioni sui lavoratori delle trasformazioni economiche in corso.

    Per quanto riguarda il Tibet la Comunità Internazionale chiede in particolare il rispetto delle libertà religiose e del patrimonio culturale ed ambientale. Infatti in Tibet le attività religiose vengono ostacolate, l'autonomia dei monasteri buddistiè costantemente negata, nelle scuole la lingua tibetana viene progressivamente emarginata. Per coloro che non si sottomettono all'ideologia e alle direttive del regime vengono sempre più frequentemente denunciati, nonché ampiamente documentati da Amnesty International, imprigionamenti arbitrari, torture fisiche e psichiche, condanne a morte. A proposito della massima violazione dei diritti della persona da parte degli Stati, ovvero la pena capitale, secondo il rapporto di Amnesty International, la classifica vede al primo posto la Cina, con 1067 condannati a morte e giustiziati solo nel 1998 (una media di quattro esecuzioni al giorno). Va inoltre ricordato che la Cina detiene il discutibile primato di aver rapito nel 1995 e fatto letteralmente sparire un bambino di soli cinque anni, Gedun Choekyi Nyima, colpevole unicamente di essere stato riconosciuto dal Dalai Lama come l'incarnazione dell'XI Panchen Lama, la seconda autorità religiosa del Tibet. A distanza di quattro anni le autorità cinesi non hanno ancora consentito ad alcuna organizzazione neutrale di vederlo, neanche alla delegazione dell'Unione Europea che ha visitato il Tibet nel 1998, facendo di Gedun il più giovane prigioniero politico del mondo e di cui oggi si teme la morte prematura.

    Cuore strategico e geografico dell'Asia, il territorio tibetano che si estende per ben 2500000 kmq ad un altitudine media di 3500-4000 m. s.l.m., ha subito deforestazioni incontrollate, sfruttamento intensivo delle miniere, è stato utilizzato come deposito di scorie atomiche e per l'insediamento di basi nucleari e missilistiche, minacciando così di rendere sempre più precario l'equilibrio ambientale e politico dell'intera regione.

    Durante i quaranta anni di occupazione militare cinese sono stati demoliti circa seimila monasteri, templi e monumenti artistici, mentre negli ultimi anni le ruspe hanno stravolto e appiattito la fisionomia urbana della capitale, Lhasa, distruggendone quasi completamente l'antico centro storico.

    Nel tentativo di assimilare definitivamente il Tibet, la Cina porta avanti una politica di trasferimento di coloni cinesi che ha reso i tibetani una minoranza nel loro stesso territorio: sette milioni e mezzo di coloni cinesi contro sei milioni di tibetani; a ciò si aggiunge la campagna di aborti forzati e sterilizzazioni di massa delle donne tibetane.

    La "soluzione finale" di questa pulizia etnica per diluizione prevede l'insediamento di quaranta milioni di coloni cinesi in Tibet entro il 2020. L'articolo 49 della IV Convenzione di Ginevra afferma che lo Stato occupante non è autorizzato a deportare o trasferire parte della propria popolazione civile nello Stato occupato. L'articolo 22 (Codice sui Crimini contro la Pace e la Sicurezza dell'Umanità) sancisce che "il cambiamento della composizione demografica del territorio occupato è un crimine di guerra di eccezionale gravità". La Cina ha accettato in pieno tutti i punti citati il 14 settembre 1983.

    La Comunità Internazionale democratica, l'Europa, gli Stati Uniti, mandano un messaggio alla Cina che può riassumersi nel modo seguente: pur rispettando quel grande e sovrappopolato Paese che è la Cina, la cui partecipazione è essenziale non solo all'equilibrio politico – la Cina è uno dei cinque paesi con diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza dell'ONU – ma anche all'assetto economico e finanziario mondiale, insistiamo affinchéla Cina si impegni a rispettare i diritti umani fondamentali e avvii urgentemente un dialogo con il Dalai Lama ed il governo tibetano, eletto democraticamente in esilio, per una soluzione pacifica e giusta della questione tibetana. A questo proposito va ricordato che il Dalai Lama ha dichiarato più volte, nel corso degli ultimi dieci anni, pubblicamente ed ufficialmente, che il futuro capo del governo tibetano dovrà essere eletto democraticamente dal popolo. La prima Assemblea dei Deputati del Popolo Tibetano prestò giuramento il 2 ottobre 1960. La stessa Costituzione che il popolo tibetano si diede in esilio, nel 1963, si basa sulla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Appare quindi sempre più inconsistente la pretesa del governo cinese che attraverso la lotta pacifica e democratica per la libertà e i diritti del Tibet, sotto la guida del Dalai Lama, si voglia riportare il Tibet al medioevo ed alla "teocrazia". In questa fase è lo stesso popolo tibetano che considera il Dalai Lama come elemento centrale della sua unità e identità nazionale, simbolo della continuità storica e culturale del Tibet.

    Anche in Italia occorre mantenere viva e pressante la mobilitazione e valorizzare le iniziative che in forme diverse associazioni, sindacati, amministrazioni locali, regionali, e liberi cittadini hanno avviato per sviluppare la conoscenza, la sensibilità e l'impegno nei confronti della questione tibetana. Tra i risultati politici più importanti vanno ricordate le recenti Risoluzioni del Parlamento Italiano: quella approvata dal Senato il 29/04/1997 e quella approvata dalla Commissione Affari Esteri della Camera il 15/04/98 su "Diritti Civili e Politici. Perseguitati Politici e Razziali. Relazioni Internazionali".

    Tutto questo significa soprattutto che le difficoltà nel discutere apertamente della questione tibetana, collegate come sono alla dimensione geopolitica ed economica della Cina, non devono costituire un ulteriore alibi per venir meno ai nostri doveri di solidarietà e di lotta a fianco dei popoli oppressi per il rispetto dei loro diritti.

    Come affermava lo stesso Dalai Lama (Premio Nobel per la Pace 1989) nei giorni pieni di oscura angoscia per il conflitto del Kossovo, la pazienza, la buona volontà politica, la ricerca del confronto e del dialogo, la lungimiranza nella difesa dei propri interessi e valori, può e deve impedire che la tensione provocata dalla sete di giustizia e libertà, troppo a lungo conculcate, possano sfociare in nuove tragedie. La stabilità e l'unità, se imposte con il terrore e l'autoritarismo da un regime totalitario, sono solo superficiali, non genuine e non conducono ad una pace giusta e duratura.

    Nel dialogo che il Dalai Lama, temporaneo portavoce politico dei tibetani, porta avanti purtroppo ancora a distanza con le autorità cinesi, va sottolineato un nuovo elemento, quello della mutualità tra il popolo cinese e quello tibetano. In un processo di interscambio reciproco, il popolo cinese potrebbe concorrere allo sviluppo tecnologico del Tibet, giovandosi a sua volta del patrimonio di risorse umane, culturali e morali del popolo tibetano. La Cina, com'è noto, sta attraversando una fase di profonda crisi di valori, sbandamento ideologico, proliferare di scandali legati alla corruzione, mancanza di senso etico: il processo di modernizzazione avviato da Deng Xiaoping ha fatto sì che le ineguaglianze sociali e il divario fra ricchi e poveri siano ora stridenti ed esplosivi, creando sacche di malcontento e frustrazione che spesso sfociano nel moltiplicarsi di nuove sette religiose, caratterizzate non di rado da fanatismo e superstizione, e dal nascere di un nuovo nazionalismo.

    In un momento in cui tragicamente viviamo problemi che nel fondo hanno la stessa matrice, e che si tenta di risolvere a colpi di criminale pulizia etnica, di genocidio e con guerre punitive che non risolvono i problemi ma li dilatano pericolosamente, è necessario operare affinchéle parole del Dalai Lama, ovvero la ricerca della comprensione e della reciproca convenienza tra le parti, si traducano nell'unico metodo politicamente possibile per porre fine ai drammi e alle ingiustizie che affliggono il pianeta.

    In primo luogo il governo cinese deve esprimere disponibilità al dialogo con i legittimi rappresentanti del popolo tibetano senza creare ulteriori condizioni, come quelle avanzate ultimamente, e cioè che il Dalai Lama riconosca l'appartenenza di Taiwan alla Cina ed il Tibet come parte "inalienabile" della Cina. Quale gesto di buona volontà politica, la Cina dovrebbe liberare tutti i prigionieri politici, detenuti e torturati per reati d'opinione, incluso il piccolo Panchen Lama, ed abolire il divieto di possedere foto del Dalai Lama.

    Il Dalai Lama ha ormai accettato il fatto compiuto della annessione geopolitica del Tibet alla Cina, ottenuta con la forza, purtroppo unico esempio dopo il secondo conflitto mondiale ed in aperta violazione di uno dei principi fondamentali affermati nella Carta dell'ONU, ed ha rinunciato all'indipendenza in cambio di una genuina forma di autogoverno che salvaguardi l'identità storica, culturale ed ambientale del Tibet. Lo stesso Deng Xiaoping aveva dichiarato, nel 1979, che "tutto si può discutere eccetto l'indipendenza". Ora che sul tavolo c'è la richiesta dell'autonomia le autorità cinesi non hanno più alibi per eludere un immediato ed aperto dibattito sulla questione tibetana. Infatti il Tibet non ha più tempo: il genocidio culturale, l'accelerazione nel processo di sinizzazione dell'intera società tibetana ha condotto il Dalai Lama alla formulazione del Piano di Pace in Cinque Punti, la cosiddetta "Via di Mezzo", con l'obiettivo di riuscire a consegnare al futuro l'eredità culturale del Tibet. La drammatica urgenza di salvare un popolo ed una cultura che stanno per essere cancellati dal loro territorio originario è alla base della ricerca di una soluzione che sia accettabile e conveniente per il governo cinese, non leda i suoi interessi strategico-militari e permetta allo stesso tempo una gestione libera e democratica degli affari interni di un Tibet realmente autonomo.

    Una crescente delusione nel constatare la mancanza di disponibilità al dialogo delle autorità cinesi, che rispondono invece con un aumento della repressione, sta provocando rabbia e disperazione tra i tibetani in patria ed in esilio, con esiti spesso drammatici come l'autoimmolazione di Thubten Ngodup nel maggio 1998. Non bisogna sottovalutare questo e altri segnali di malcontento e scetticismo rispetto alla realizzabilità di una soluzione pacifica, rivelatori di un'esasperazione diffusa sempre meno controllabile perfino dall'autorità morale del Dalai Lama e che potrebbero comportare una totale degenerazione della protesta politica, come avviene del resto in situazioni analoghe in altre parti del mondo.

    In considerazione dei coraggiosi sforzi del Dalai Lama nel portare avanti da quaranta anni una battaglia non violenta cercando di risolvere la tragedia del suo popolo attraverso il negoziato, è opportuno contribuire subito alla nascita di un tavolo di trattative sul piano politico e diplomatico per il rispetto dei diritti e libertà del popolo tibetano.

    La comunità internazionale non può continuare a disgiungere gli interessi economici e finanziari da una continua pressione per il rispetto dei fondamentali diritti umani in Cina ed in Tibet, sollecitando riscontri reali dalle autorità cinesi circa il progresso realizzato in questo campo.

    In conclusione va riconosciuto il ruolo esemplare della lotta non violenta dei tibetani, un popolo che non ha mai fatto ricorso al terrorismo e non incrementa il mercato internazionale delle armi in quanto mantiene, alla base della sua visione della vita, la comprensione dell'interdipendenza globale e la pratica della responsabilità universale.
    Viva L'Italia.Viva il Sud sempre e comunque.

  2. #2
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    LA SITUAZIONE DEL TIBET

    il Tibet, una nazione indipendente con una storia che risale al 127 a.C., è stato invaso 44 anni fa, nel 1950, dalla Repubblica Popolare Cinese.

    L'invasione e l'occupazione del Tibet è stata un atto di aggressione e una chiara violazione delle leggi internazionali. Oggi il Tibet è oppresso da una occupazione cinese, illegale e repressiva.

    Sua Santità il Dalai Lama, capo di stato e guida spirituale del Tibet, un fermo apostolo della non-violenza, ha tentato per otto anni di coesistere pacificamente con i cinesi, ma la sistematica conquista del territorio del Tibet e del suo popolo da parte della Cina ha provocato ripetuti atti di repressione. Il 10 marzo del 1959, la resistenza tibetana è culminata in una insurrezione nazionale contro i cinesi. L'esercito di Liberazione (sic!) Cinese ha schiacciato l'insurrezione, uccidendo in quella data più di 87.000 tibetani, nel solo Tibet centrale.

    Sua Santità il Dalai Lama, i membri del suo governo e circa 80.000 tibetani sono fuggiti dal Tibet e hanno cercato asilo politico in India, in Nepal e in Bhutan.
    Oggi vi sono piu di 120.000 tibetani in esilio, inclusi oltre 5.000 che vivono al di fuori del subcontinente indiano.
    Per sfuggire alle persecuzioni cinesi, dal Tibet continuano ad arrivare moltissimi rifugiati tibetani.
    Le Nazioni Unite hanno approvato tre risoluzioni sul Tibet, nel 1959, nel 1961 nel 1965, che hanno espresso seria preoccupazione per la violazione dei diritti umani e che hanno invocato : «la cessazione di pratiche che privano il popolo tibetano dei suoi fondamentali diritti umani e libertà, incluso il proprio diritto all'auto-determinazione».

    STRUTTURA DEL GOVERNO TIBETANO IN ESILIO
    In esilio, il governo tibetano e stato riorganizzato secondo i moderni principi democratici.
    Esso amministra tutte le questioni che riguardano i tibetani in esilio, incluse la rifondazione, la preservazione e lo sviluppo della cultura e delle strutture educative tibetane, e guida la lotta per la restaurazione della libertà del Tibet.
    Il popolo tibetano, sia all'interno che all'esterno del Tibet, considera il proprio Governo in Esilio (con sede a Dharamsala, nell'India settentrionale) come l'unico governo legittimo del Tibet.
    La comunità tibetana in esilio segue le direttive dello Statuto dei Tibetani in Esilio ed è amministrata dal Kashag (Consiglio dei Ministri), che è sottoposto all'autorità dell'Assemblea dei Delegati del Popolo Tibetano (un parlamento eletto democraticamente).
    La Commissione Suprema di Giustizia Tibetana è un corpo giudiziario indipendente.
    L'Amministrazione Centrale Tibetana (CTA) è composta da tre commissioni autonome: Elezioni, Servizio Pubblico e Verifica Ufficiale; da sette dipartimenti: Religione e Cultura, Affari Interni, Informazione e Relazioni Internazionali, Sicurezza, Sanità e un Consiglio di Pianificazione.

    INSEDIAMENTI, MONASTERI E ISTITUZIONI
    Il CTA, in gran parte con l'aiuto e con l'assistenza del Governo Indiano e di varie organizzazioni internazionali di volontariato, ha insediato con successo i rifugiati tibetani in 14 maggiori e minori centri agricoli, in 21 insediamenti agricolo-industriali e in 10 centri di artigianato, in vari luoghi dell'India e del Nepal. Vi sono anche 85 scuole tibetane in India, in Nepal e in Bhutan, che al momento ospitano circa 23.000 bambini. In esilio sono stati fondati piu di 117 monasteri e varie istituzioni, che includono il Tibetan Medical and Astrological Institute, il Tibetan Institute of Performing Arts, il Centre for Tibetan Arts and Crafts - tutte con sede a Dharamsala, mentre il Central Institute for Higher Tibetan Studies si trova a Sarnath e la Tibet House e a New Delhi. Queste istituzioni aiutano a preservare e a promuovere una antica eredità e cultura che rischia di scomparire nel proprio paese di origine, migliorando nel contempo la vita culturale della comunità tibetana in esilio.

    UFFICI DEL TIBET
    Il CTA ha uffici del Tibet a New Delhi, New York, Zurigo, Tokyo, Londra, Kathmandu, Ginevra, Mosca, Budapest, Parigi, Canberra e Washington, D.C.
    Questi Uffici del Tibet sono le agenzie ufficiali che rappresentano Sua Santità il Dalai Lama e il Governo Tibetano in Esilio.

    FATTI E CIFRE DELLA SITUAZIONE IN TIBET

    Un milione e duecentomila tibetani (un quinto della popolazione) sono morti come risultato dell'occupazione cinese.

    Migliaia di prigionieri religiosi e politici vengono detenuti in prigioni e in campi di lavoro forzato, dove la tortura è pratica comune.
    Le donne tibetane sono soggette a sterilizzazione forzata e a procurati aborti.

    Il Tibet, un tempo pacifico stato cuscinetto tra l'India e la Cina, è stato trasformato in una vasta base militare, che ospita non meno di 500.000 soldati cinesi, e un quarto della forza missilistica nucleare cinese, valutata complessivamente in 550 testate nucleari.

    Piu di seimila monasteri, templi ed edifici storici sono stati razziati e rasi al suolo, e le loro antiche e insostituibili opere d'arte e i tesori della letteratura sono stati distrutti o venduti dai cinesi, durante le 'riforme democratiche' prima del 1966, e il rimanente durante la Rivoluzione Culturale, secondo le autorità cinesi.

    La Cina in Tibet proibisce I'insegnamento e lo studio del Buddhismo. L'odierna apparenza di libertà religiosa è stata inaugurata unicamente per fini di propaganda e per il turismo.
    I monaci e le monache continuano a essere espulsi dai monasteri.

    Le risorse naturali del Tibet e la sua fragile ecologia stanno per essere irremediabilmente distrutte, come risultato dell'invasione cinese. Gli animali selvatici sono stati praticamente sterminati, le foreste abbattute e il terreno e stato impoverito ed eroso.

    Sin dall'invasione il Tibet storico è stato diviso dalla Cina Comunista. Le province tibetane dell'Amdo, e gran parte del Kham, sono state incorporate nelle province cinesi di Qinghai, Gansu, Sichuan e Yunnan.

    Nel 1960 la Commissione di Giustizia Internazionale ha rilevato in Tibet sia atti di genocidio sia l'aperta violazione di sedici articoli della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo.

    L'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato tre Risoluzioni di Condanna alla Cina, per 'violazioni dei fondamentali diritti umani del popolo tibetano' e ha invitato la Cina a rispettare i diritti del popolo tibetano, incluso il proprio diritto alla auto-determinazione.

    La xesima sessione della Sotto-Commissione delle Nazioni Unite ha adottato la Risoluzione 1991/L, 19, denominata 'La situazione in Tibet', il 25 agosto 1991, a Ginevra, dopo aver ricevuto ripetuti resoconti delle grossolane violazioni dei diritti umani in Tibet. La Sotto-Commissione ha dichiarato la sua "preoccupazione per le continue violazioni dei fondamentali diritti umani e libertà che mettono in pericolo la particolare identità culturale, religiosa e nazionale del popolo tibetano". Le autorità cinesi in Tibet praticano la discriminazione e la segregazione ufficialmente e apertamente.

    Le cure mediche non sono accessibili a tutti e le strutture migliori sono riservate agli individui di nazionaliti cinese.

    In Tibet, l'istruzione per i bambini cinesi è nettamente superiore a quella disponibile per i tibetani. Il 70% dei posti nelle strutture educative superiori è riservato ai Cinesi.

    Il Tibet è controllato strettamente dal partito e dall'esercito Comunista Cinese. Pechino nomina tutti i funzionari superiori del governo e del partito, la maggior parte dei quali non parla tibetano.

    I tibetani, nonostante il rischio di torture, di imprigionamento e di esecuzioni capitali, non hanno mai accettato l'occupazione cinese del loro paese. Dal settembre 1987, in tutto il Tibet si sono verificate piu di 100 dimostrazioni contro il dominio cinese, che hanno avuto come risultato piu di 450 morti e la carcerazione di migliaia di tibetani, eseguita senza un regolare processo.

    I NEGOZIATI SINO-TIBETANI
    Sua Santità il Dalai Lama ha fatto varie proposte ai leader cinesi come gesto di buon augurio per risolvere le diversità di opinione e per trovare una soluzione soddisfacente alla questione del Tibet.
    Tra il 1979 e il 1984, Sua Santità ha inviato quattro delegazioni esplorative in Tibet e due delegazioni a Pechino per condurre colloqui ad alto livello con i leader cinesi. I colloqui non hanno avuto successo perché i cinesi non erano pronti a discutere nessun tema importante, limitandosi a proporre il ritorno dall'esilio di Sua Santità.
    Nel 1987, il Dalai Lama ha annunciato il Piano di Pace in Cinque Punti che ha rappresentato un atto di apertura verso i cinesi per iniziare i negoziati.

    Quelli che seguono sono gli elementi chiave del Piano:

    L'intero Tibet, incluse le province orientali del Kham e dell'Amdo, siano trasformate in una zona di pace, una zona di ahimsa, un termine hindi che significa una condizione di pace e di non-violenza.

    Il trasferimento della popolazione cinese in Tibet, che il governo di Pechino persegue per forzare una 'soluzione finale' al problema tibetano, riducendo la popolazione tibetana a una minoranza insignificante e non-rappresentativa nel proprio paese, deve cessare.

    In Tibet, i fondamentali diritti umani e la libertà democratica devono essere rispettati. Il popolo tibetano deve essere nuovamente libero di svilupparsi culturalmente, intellettualmente, economicamente e spiritualmente, e deve poter esercitare le fondamentali libertà democratiche.

    La restaurazione e la protezione dell'ambiente naturale in Tibet e la cessazione dell'uso della Cina del territorio tibetano per la produzione di armi nucleari e per lo smaltimento dei rifiuti nucleari.

    L'inizio di seri negoziati sul futuro status politico del Tibet e sulle relazioni tra il popolo tibetano e il popolo cinese.
    La Cina non ha mai risposto affermativamente e si è sempre rifiutata di iniziare i negoziati.
    La Cina insiste nel presentare la questione tibetana come una questione del Dalai Lama.
    In passato Pechino ha elaborato una proposta in cinque punti per il ritorno del Dalai Lama, ma Sua Santità stesso ha affermato che il futuro del Tibet non riguarda il Dalai Lama bensì il benessere dei sei milioni di tibetani in Tibet.
    Sino a quando la Cina non comprenderà i veri sentimenti e aspirazioni del popolo tibetano, sarà molto difficile trovare una soluzione soddisfacente al problema.

  3. #3
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    Tibet libero.

    E' importante che lo si ricordi, è importante che i nostri governi spingano diplomaticamente ad una soluzione.

 

 

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