TIBET, I DIRITTI VIOLATI
Una grande tragedia
che la storia rischia di dimenticare
Ogni anno a marzo in molti paesi si ricorda l'invasione del Tibet da parte dei cinesi avvenuta nel 1950. Sono trascorsi 53 anni da allora e molti tentativi sono stati fatti per cercare di risolvere la triste situazione in cui il popolo tibetano vive sia dentro che fuori i confini del proprio paese.
Per non dimenticare questa realtà proponiamo (su invito e col permesso dell'autore Marialaura Di Mattia Polichetti, una tibetologa che da anni opera a favore della causa tibetana) questo articolo esplicativo.
Dott. Marialaura Di Mattia *
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Il Tibet fino al 1950 era un Paese libero e con una sua identità culturale, religiosa, etnica, linguistica, territoriale e politica, che ebbe imposte con la violenta aggressione militare e l'occupazione illegale da parte della Cina un'appartenenza geopolitica ed una sovrastruttura ideologica estranea alla sua storia e cultura.
Dopo la feroce repressione seguita alla rivolta popolare di Lhasa del 1959 (fonti militari cinesi ammettono che furono uccisi ottantasettemila membri della resistenza tibetana tra il marzo e l'ottobre 1959), l'esodo di massa del Dalai Lama e di oltre centomila tibetani nella democratica India ha permesso di mantenere viva e creativa la memoria storica e la tradizione culturale tibetana, e soprattutto l'incrollabile speranza del ritorno.
Sulla limitata e relativa reazione internazionale ha indubbiamente influito la circostanza che l'annessione di fatto sia avvenuta nel periodo dell'immediato dopoguerra, in una situazione ancora fluida dell'assetto politico mondiale, sommata al relativo isolamento internazionale del Tibet (il Tibet non chiese di entrare a far parte dell'ONU, nénominò dei propri ambasciatori presso le principali Nazioni), nonché il peso complessivo della Cina. Tuttavia tre importanti fattori hanno giocato e stanno interagendo nel togliere la questione tibetana dal silenzioso oblio in cui la Cina e gli interessi del ‘quieto vivere' internazionale lo avevano collocato.
Da un lato la maggiore diffusione e conoscenza della peculiare cultura tibetana, inscindibile dalla filosofia buddista, con i suoi contenuti di non-violenza e tolleranza, hanno condotto, tramite il coraggioso e paziente sforzo collettivo dei tibetani in esilio ed in patria (i tibetani sono pronti a morire ma non ad uccidere: siamo a conoscenza di almeno centocinquanta manifestazioni tenutesi nel Tibet occupato tra il 1987 e il 1992, tutte soffocate cruentemente dalla polizia militare e dall'esercito cinesi) alla promozione di una crescente solidarietà internazionale e alla nascita di un movimento mondiale per il sostegno, la difesa e la salvezza di questa immensa ed irripetibile eredità culturale, patrimonio dell'intera umanità.
Secondo importante elemento è stata la caduta del muro di Berlino, la fine della contrapposizione dei blocchi, rendendo così più difficile nascondere dietro l'alibi della contrapposizione ideologica, politica e militare le gravi violazioni dei diritti che venivano perpetrate all'interno di ciascun blocco. Ciò ha contribuito a rendere possibile lo sviluppo della democrazia in America Latina, in Sud Africa e nei Paesi dell'Europa Centro-orientale.
Infine, la politica delle riforme, la modernizzazione delineata da Deng Xiaoping, l'ambizione di far entrare la Cina nel processo di sviluppo mondiale e la recente crescita economica accompagnata dalla richiesta di entrare nell'Organizzazione Mondiale del Commercio sta comportando una sempre maggiore attenzione e pressione internazionale sull'inadeguatezza nel rispetto dei diritti umani e sindacali nella stessa Cina e in Tibet.
Anche se non mancarono negli anni successivi all'insurrezione di massa del 1959 a Lhasa e alla violenta repressione che ne seguì – secondo stime di organizzazioni internazionali si calcola che le vittime tibetane delle persecuzioni cinesi furono oltre un milione e duecentomila, più di un sesto della popolazione – le risoluzioni dell'ONU deploranti le manifeste violazioni dei diritti e delle libertà fondamentali del popolo tibetano ed a sostegno del suo diritto all'autodeterminazione (n.1353 del 1959, n.1723 del 1961, n.2079 del 1965), è soprattutto dalla fine degli anni ‘80 e negli anni '90 che si moltiplicano le prese di posizione del Parlamento Europeo, dei parlamenti nazionali, dei diversi governi che sollecitano il rispetto dei diritti umani in Cina ed in Tibet.
Nonostante il governo cinese abbia sottoscritto nei mesi scorsi la Convenzione Internazionale sui Diritti Politici e Civili, nonché quella (sempre dell'ONU) sui Diritti Culturali, Economici e Sociali, le autorità cinesi continuano a reprimere duramente ogni libertà di espressione ed ogni forma di dissenso. In Cina vengono soffocati sul nascere, con arresti ed intimidazioni, tutti i tentativi di organizzare partiti politici e associazioni sindacali indipendenti, strutture fondamentali per gestire democraticamente le pesanti ripercussioni sui lavoratori delle trasformazioni economiche in corso.
Per quanto riguarda il Tibet la Comunità Internazionale chiede in particolare il rispetto delle libertà religiose e del patrimonio culturale ed ambientale. Infatti in Tibet le attività religiose vengono ostacolate, l'autonomia dei monasteri buddistiè costantemente negata, nelle scuole la lingua tibetana viene progressivamente emarginata. Per coloro che non si sottomettono all'ideologia e alle direttive del regime vengono sempre più frequentemente denunciati, nonché ampiamente documentati da Amnesty International, imprigionamenti arbitrari, torture fisiche e psichiche, condanne a morte. A proposito della massima violazione dei diritti della persona da parte degli Stati, ovvero la pena capitale, secondo il rapporto di Amnesty International, la classifica vede al primo posto la Cina, con 1067 condannati a morte e giustiziati solo nel 1998 (una media di quattro esecuzioni al giorno). Va inoltre ricordato che la Cina detiene il discutibile primato di aver rapito nel 1995 e fatto letteralmente sparire un bambino di soli cinque anni, Gedun Choekyi Nyima, colpevole unicamente di essere stato riconosciuto dal Dalai Lama come l'incarnazione dell'XI Panchen Lama, la seconda autorità religiosa del Tibet. A distanza di quattro anni le autorità cinesi non hanno ancora consentito ad alcuna organizzazione neutrale di vederlo, neanche alla delegazione dell'Unione Europea che ha visitato il Tibet nel 1998, facendo di Gedun il più giovane prigioniero politico del mondo e di cui oggi si teme la morte prematura.
Cuore strategico e geografico dell'Asia, il territorio tibetano che si estende per ben 2500000 kmq ad un altitudine media di 3500-4000 m. s.l.m., ha subito deforestazioni incontrollate, sfruttamento intensivo delle miniere, è stato utilizzato come deposito di scorie atomiche e per l'insediamento di basi nucleari e missilistiche, minacciando così di rendere sempre più precario l'equilibrio ambientale e politico dell'intera regione.
Durante i quaranta anni di occupazione militare cinese sono stati demoliti circa seimila monasteri, templi e monumenti artistici, mentre negli ultimi anni le ruspe hanno stravolto e appiattito la fisionomia urbana della capitale, Lhasa, distruggendone quasi completamente l'antico centro storico.
Nel tentativo di assimilare definitivamente il Tibet, la Cina porta avanti una politica di trasferimento di coloni cinesi che ha reso i tibetani una minoranza nel loro stesso territorio: sette milioni e mezzo di coloni cinesi contro sei milioni di tibetani; a ciò si aggiunge la campagna di aborti forzati e sterilizzazioni di massa delle donne tibetane.
La "soluzione finale" di questa pulizia etnica per diluizione prevede l'insediamento di quaranta milioni di coloni cinesi in Tibet entro il 2020. L'articolo 49 della IV Convenzione di Ginevra afferma che lo Stato occupante non è autorizzato a deportare o trasferire parte della propria popolazione civile nello Stato occupato. L'articolo 22 (Codice sui Crimini contro la Pace e la Sicurezza dell'Umanità) sancisce che "il cambiamento della composizione demografica del territorio occupato è un crimine di guerra di eccezionale gravità". La Cina ha accettato in pieno tutti i punti citati il 14 settembre 1983.
La Comunità Internazionale democratica, l'Europa, gli Stati Uniti, mandano un messaggio alla Cina che può riassumersi nel modo seguente: pur rispettando quel grande e sovrappopolato Paese che è la Cina, la cui partecipazione è essenziale non solo all'equilibrio politico – la Cina è uno dei cinque paesi con diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza dell'ONU – ma anche all'assetto economico e finanziario mondiale, insistiamo affinchéla Cina si impegni a rispettare i diritti umani fondamentali e avvii urgentemente un dialogo con il Dalai Lama ed il governo tibetano, eletto democraticamente in esilio, per una soluzione pacifica e giusta della questione tibetana. A questo proposito va ricordato che il Dalai Lama ha dichiarato più volte, nel corso degli ultimi dieci anni, pubblicamente ed ufficialmente, che il futuro capo del governo tibetano dovrà essere eletto democraticamente dal popolo. La prima Assemblea dei Deputati del Popolo Tibetano prestò giuramento il 2 ottobre 1960. La stessa Costituzione che il popolo tibetano si diede in esilio, nel 1963, si basa sulla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Appare quindi sempre più inconsistente la pretesa del governo cinese che attraverso la lotta pacifica e democratica per la libertà e i diritti del Tibet, sotto la guida del Dalai Lama, si voglia riportare il Tibet al medioevo ed alla "teocrazia". In questa fase è lo stesso popolo tibetano che considera il Dalai Lama come elemento centrale della sua unità e identità nazionale, simbolo della continuità storica e culturale del Tibet.
Anche in Italia occorre mantenere viva e pressante la mobilitazione e valorizzare le iniziative che in forme diverse associazioni, sindacati, amministrazioni locali, regionali, e liberi cittadini hanno avviato per sviluppare la conoscenza, la sensibilità e l'impegno nei confronti della questione tibetana. Tra i risultati politici più importanti vanno ricordate le recenti Risoluzioni del Parlamento Italiano: quella approvata dal Senato il 29/04/1997 e quella approvata dalla Commissione Affari Esteri della Camera il 15/04/98 su "Diritti Civili e Politici. Perseguitati Politici e Razziali. Relazioni Internazionali".
Tutto questo significa soprattutto che le difficoltà nel discutere apertamente della questione tibetana, collegate come sono alla dimensione geopolitica ed economica della Cina, non devono costituire un ulteriore alibi per venir meno ai nostri doveri di solidarietà e di lotta a fianco dei popoli oppressi per il rispetto dei loro diritti.
Come affermava lo stesso Dalai Lama (Premio Nobel per la Pace 1989) nei giorni pieni di oscura angoscia per il conflitto del Kossovo, la pazienza, la buona volontà politica, la ricerca del confronto e del dialogo, la lungimiranza nella difesa dei propri interessi e valori, può e deve impedire che la tensione provocata dalla sete di giustizia e libertà, troppo a lungo conculcate, possano sfociare in nuove tragedie. La stabilità e l'unità, se imposte con il terrore e l'autoritarismo da un regime totalitario, sono solo superficiali, non genuine e non conducono ad una pace giusta e duratura.
Nel dialogo che il Dalai Lama, temporaneo portavoce politico dei tibetani, porta avanti purtroppo ancora a distanza con le autorità cinesi, va sottolineato un nuovo elemento, quello della mutualità tra il popolo cinese e quello tibetano. In un processo di interscambio reciproco, il popolo cinese potrebbe concorrere allo sviluppo tecnologico del Tibet, giovandosi a sua volta del patrimonio di risorse umane, culturali e morali del popolo tibetano. La Cina, com'è noto, sta attraversando una fase di profonda crisi di valori, sbandamento ideologico, proliferare di scandali legati alla corruzione, mancanza di senso etico: il processo di modernizzazione avviato da Deng Xiaoping ha fatto sì che le ineguaglianze sociali e il divario fra ricchi e poveri siano ora stridenti ed esplosivi, creando sacche di malcontento e frustrazione che spesso sfociano nel moltiplicarsi di nuove sette religiose, caratterizzate non di rado da fanatismo e superstizione, e dal nascere di un nuovo nazionalismo.
In un momento in cui tragicamente viviamo problemi che nel fondo hanno la stessa matrice, e che si tenta di risolvere a colpi di criminale pulizia etnica, di genocidio e con guerre punitive che non risolvono i problemi ma li dilatano pericolosamente, è necessario operare affinchéle parole del Dalai Lama, ovvero la ricerca della comprensione e della reciproca convenienza tra le parti, si traducano nell'unico metodo politicamente possibile per porre fine ai drammi e alle ingiustizie che affliggono il pianeta.
In primo luogo il governo cinese deve esprimere disponibilità al dialogo con i legittimi rappresentanti del popolo tibetano senza creare ulteriori condizioni, come quelle avanzate ultimamente, e cioè che il Dalai Lama riconosca l'appartenenza di Taiwan alla Cina ed il Tibet come parte "inalienabile" della Cina. Quale gesto di buona volontà politica, la Cina dovrebbe liberare tutti i prigionieri politici, detenuti e torturati per reati d'opinione, incluso il piccolo Panchen Lama, ed abolire il divieto di possedere foto del Dalai Lama.
Il Dalai Lama ha ormai accettato il fatto compiuto della annessione geopolitica del Tibet alla Cina, ottenuta con la forza, purtroppo unico esempio dopo il secondo conflitto mondiale ed in aperta violazione di uno dei principi fondamentali affermati nella Carta dell'ONU, ed ha rinunciato all'indipendenza in cambio di una genuina forma di autogoverno che salvaguardi l'identità storica, culturale ed ambientale del Tibet. Lo stesso Deng Xiaoping aveva dichiarato, nel 1979, che "tutto si può discutere eccetto l'indipendenza". Ora che sul tavolo c'è la richiesta dell'autonomia le autorità cinesi non hanno più alibi per eludere un immediato ed aperto dibattito sulla questione tibetana. Infatti il Tibet non ha più tempo: il genocidio culturale, l'accelerazione nel processo di sinizzazione dell'intera società tibetana ha condotto il Dalai Lama alla formulazione del Piano di Pace in Cinque Punti, la cosiddetta "Via di Mezzo", con l'obiettivo di riuscire a consegnare al futuro l'eredità culturale del Tibet. La drammatica urgenza di salvare un popolo ed una cultura che stanno per essere cancellati dal loro territorio originario è alla base della ricerca di una soluzione che sia accettabile e conveniente per il governo cinese, non leda i suoi interessi strategico-militari e permetta allo stesso tempo una gestione libera e democratica degli affari interni di un Tibet realmente autonomo.
Una crescente delusione nel constatare la mancanza di disponibilità al dialogo delle autorità cinesi, che rispondono invece con un aumento della repressione, sta provocando rabbia e disperazione tra i tibetani in patria ed in esilio, con esiti spesso drammatici come l'autoimmolazione di Thubten Ngodup nel maggio 1998. Non bisogna sottovalutare questo e altri segnali di malcontento e scetticismo rispetto alla realizzabilità di una soluzione pacifica, rivelatori di un'esasperazione diffusa sempre meno controllabile perfino dall'autorità morale del Dalai Lama e che potrebbero comportare una totale degenerazione della protesta politica, come avviene del resto in situazioni analoghe in altre parti del mondo.
In considerazione dei coraggiosi sforzi del Dalai Lama nel portare avanti da quaranta anni una battaglia non violenta cercando di risolvere la tragedia del suo popolo attraverso il negoziato, è opportuno contribuire subito alla nascita di un tavolo di trattative sul piano politico e diplomatico per il rispetto dei diritti e libertà del popolo tibetano.
La comunità internazionale non può continuare a disgiungere gli interessi economici e finanziari da una continua pressione per il rispetto dei fondamentali diritti umani in Cina ed in Tibet, sollecitando riscontri reali dalle autorità cinesi circa il progresso realizzato in questo campo.
In conclusione va riconosciuto il ruolo esemplare della lotta non violenta dei tibetani, un popolo che non ha mai fatto ricorso al terrorismo e non incrementa il mercato internazionale delle armi in quanto mantiene, alla base della sua visione della vita, la comprensione dell'interdipendenza globale e la pratica della responsabilità universale.




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