Squallore delle polemiche
(1). L’altro giorno abbiamo polemizzato con il ministro Roberto Castelli, che secondo noi ha inviato in modo improprio e affrettato gli ispettori a Ofena, ottenendo il risultato di demonizzare il giudice che ha accettato il ricorso contro il crocefisso in due aule scolastiche.
C’era un comunicato dell’Associazione nazionale magistrati che diceva più o meno le stesse cose che dicevamo noi.
Lo abbiamo citato con lieve ironia, ma non abbiamo detto, pur essendo la linea del sindacato dei magistrati un po’ la nostra bestia nera da dieci anni almeno, che il fondamento della nostra polemica con Castelli era nel rifiuto della strumentale posizione dei magistrati.
Ci vergogneremmo di questo stile ribaldo.
Invece Giuseppe D’Avanzo, che arriva buon ultimo a legittimare la contiguità sociale e politica delle nuove bierre e di alcuni settori dei nuovi movimenti (e anche di quelli vecchi e vecchissimi) deve premettere che gli fanno schifo gli argomenti analoghi della destra, e concludere che tutte quelle belle cose le scrive per meglio combattere la destra.
Si chiama coda di paglia.
E’ una volgarissima clausola di appartenenza che disonora e imbruttisce qualunque argomentazione.
Squallore delle polemiche
(2). A un guitto di talento come Dario Fo si può perdonare tutto. Ma che un ex repubblichino riciclato in una carriera (diciamo così) democratica dia di “voltagabbana” a persone il cui percorso è più serio e giustificabile del suo, è un po’ squallido.
Che menta per la gola e per il botteghino, attribuendo a questo giornale l’intenzione o il desiderio di vedere censurata la sua commedia su Berlusconi, che infatti nessuno ha censurato,
fa un tantino ribrezzo.
Che non sopporti la satira farsesca se applicata a lui stesso, è inqualificabile.
Che ritiri una pelosa e inutile solidarietà per il diritto di replica negato dal Monde sulle diffamazioni di Tabucchi, con l’argomento che avremmo rubato l’articolo al Monde e lo avremmo pubblicato prima, è comico: il dovere dei giornalisti che hanno una notizia è pubblicarla, e quella era una notizia, per di più una notitia criminis di tipo diffamatorio alla quale questo giornale e il suo direttore, diffamati appunto, avevano il diritto di rispondere.
O no?
Era uno scoop e una reazione o era un furto?
Bene, tutte queste brutture sono contenute in un’intervista del Gran Guitto all’Espresso di questa settimana.
Non commento le sentenze.
I leader della sinistra difendano pure Luciano Violante dalla vile aggressione della destra dopo la sentenza che assolve Andreotti, facciano quel che gli pare, ma per favore non ripetano più la seguente formula di rito: “Non commento le sentenze”.
Siano gentili, che ci scappa da ridere.
Il loro profilo strategico, i loro programmi, l’essenza della loro identità politica nel decennio passato sono purtroppo un unico lungo commento alle sentenze, anzi agli avvisi di garanzia, alle manette, alle carcerazioni cautelari, ai verbali spacciati alla stampa dalla magistratura d’assalto.
I filosofi dopo Platone non hanno fatto altro che glosse ai suoi dialoghi, diceva Alfred N. Whitehead.
I leader della sinistra dopo Tonino Di Pietro non hanno fatto altro che glosse ai suoi interrogatori.
Siate buoni: quell’ipocrisia, no.
Le residenze private.
Fabrizio Cicchitto, vicecoordinatore di Forza Italia, lamenta a buon diritto la pubblicazione sull’Unità, nell’ambito di un ritratto fortemente antipatizzante e demonizzante, del suo indirizzo di casa a Roma.
Ricordiamo che la prima manifestazione politica svolta sotto la porta di casa di un leader avversario è stata quella del Raphael, contro Bettino Craxi, ed è la vergogna rimossa del partito giustizialista.
Quelle immagini con le monetine furono lo sprone per demolire la vecchia classe dirigente, nella speranza ingenua di prenderne il posto, oggi sono un memento.
Contro i mandati linguistici, contro lo spirito di odio che affligge un giornale che fu in ogni senso di classe, e che oggi è solo low brow. Giù le mani dalle case private.
No, il dibattito no.
C’è da sperare che il cdr dell’Unità o la sua direzione accettino di discutere con chi li accusa di aver trasformato quel giornale in un “foglio tendenzialmente omicida”, che “predica odio e annientamento dell’avversario con una rovente capacità ideologica di trasformare ogni questione in questione personale”.
Ma è una speranza purtroppo minima. A noi bastano un paio di titoli: “Bossi-Fini, un’altra strage”, con la suggestiva foto dei poveri cristi affogati nel canale di Sicilia; oppure “Strategia della pensione: strano vertice con Ferrara da Berlusconi”.
Ci bastano un paio di articoli demenziali in cui si accostano gli avversari alle stragi… E noi gli porteremo le nostre polemicuzze, dure, sincere, mordenti e satiriche, ma mai “omicide”.
l'"elefantino", credo, su il Foglio
saluti




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