....oggi
Al direttore - Il 30 aprile del 1993, il giorno delle monetine, lei, direttore, attendeva Craxi in trasmissione (le monetine se le beccò un po’ per venire da lei).
Non ricordo dove fossi io.
So, però, che se fossi stato a Roma, magari nei dintorni di piazza Navona, avrei potuto aggregarmi a quella canaglia urlante e avrei urlato anch’io e speso, dunque a buonissimo mercato, cento delle mie lire per colpire l’onore, e magari la testa, del povero Craxi. Ogni tanto mi viene voglia di riprendere i ritagli di dieci anni fa, degli articoli che scrivevo da cronista di giudiziaria.
Ne leggo un paio, poi lascio lì.
Con scialba ironia arrivai a sostenere, per la penuria di capestri a Bergamo, che evidentemente tutti i politici onesti dovevano essersi rifugiati nella mia città.
Mi viene una gran pena. Ma che cosa eravamo diventati? Che cosa ero, io?
Da quasi un anno, dal 15 dicembre 2002, sto espiando la mia condanna.
Mi è toccato di scrivere un’ottantina di articoli allo scopo di rievocare quel 1993.
Lei ha intitolato la serie “Mattia nel Terrore”, e ci ha preso oltre ogni sua intenzione.
Altroché se lo ero, nel Terrore. E mi piaceva, quella rivoluzione, non avendola ancora valutata per quella che era. Questo conta meno di poco, nella storia di dieci anni fa. E conta poco con il lavoro che mi è stato assegnato: quella è cronaca, chi scrive è fuori gioco.
Ma se qualcuno mi chiedesse se ho finalmente capito perché nel 1993 successero quelle cose, risponderei: non fino in fondo.
Di sicuro ci fu un impazzimento generale; e io ero dentro quella folla tumultuante.
Purtroppo la storia del nostro paese e la storie personali non possono essere cancellate con un nuovo articolo, una nuova indignazione, una nuova verità figlia di un tempo nuovo, e di nuovi convincimenti.
Durante le guerre civili ci sono le vittime, i carnefici, le tricoteuses, i profittatori, gli imboscati.
E pochi onesti intellettualmente.
Gli onesti intellettualmente non ci guadagnano mai nulla.
Le vittime, vabbé.
Tutti gli altri ci guadagnano, o ci provano, o almeno non rischiano niente.
Ma mi chiedo se sia tanto difficile dire: io ero un carnefice, io ero una tricoteuse, io ero un profittatore, io ero un imboscato.
Non si può giudicare la storia, non se ne hanno i titoli né tantomeno lo spessore se non si è in grado di giudicare sé.
Oddìo, giudicarsi: che parola grossa. Diciamo, se non si è in grado di ricordare se stessi.
Questo vorrei dire a Ottaviano Del Turco, che in un’intervista al Giornale ha accusato Luciano Violante di aver “infettato la politica italiana”, e i Ds di essere andati al governo “grazie al giustizialismo”.
E no.
Da capo, di nuovo, no. Non ci si può stare. I
l 15 dicembre 1992, dopo aver ricevuto il primo avviso di garanzia, Craxi rifiutò di dimettersi da segretario del Psi. Qualcuno chiese a Del Turco se fosse deluso. Lui rispose: “E’ fin troppo facile rispondere di sì per uno come me che chiede il rinnovamento da otto mesi”. E aggiunse: “Io non mi sento affatto colpevole. Non sono corresponsabile”.
Signor Del Turco, lei chiedeva le dimissioni di Craxi, lei chiedeva il rinnovamento, lei non era corresponsabile. Lei, dallo sfacelo della Prima Repubblica, si tirava fuori. Lei, come molti, come quasi tutti, pensò che bastasse accantonare Craxi per ripartire da capo. Lei, come quasi tutti, non si ribellò all’impazzimento generale.
Si ribella adesso che l’asse Violante-Palermo si è sbriciolato.
Oggi, dunque, dovremmo guadagnarci un altro scellerato da appendere per le gambe: Luciano Violante.
Dieci anni fa era un grande bastardo Craxi, oggi è un grande bastardo Violante.
Lei, signor Del Turco, se ne tira fuori. Ancora dice: io non sono corresponsabile, fu Violante, furono i Ds.
Il giorno della morte di Craxi, Gianni De Michelis disse in lacrime: non siamo stati capaci di difenderlo. Furono la frase e le lacrime di un uomo che si comportava da uomo.
Per il resto, il 1993 fu di Violante, ma anche di Marcello Pera, pure
lui tumultuante, sebbene da commentatore, non da presidente del Senato.
E un po’ anche di Clemente Mastella, che in quella commissione Antimafia fu più calabraghe che andreottiano: parole di Andreotti. E fu il 1993 di mille e mille, degli aguzzini e dei calabraghe.
Ora, per cortesia, non dateci una commissione parlamentare su Mani pulite. Risparmiamoci quest’ultimo squallore.
Non ricominciamo daccapo a fare la lista dei degni e degli indegni. Il 1993 fu indegno, e fu di tutti noi.
Non ci servono altri capestri, ci serve di ricordare.
Mattia Feltri
leggano anche i bamboccetti e gli occasionali imbecilli che "hanno commentato" da par loro "Mattia nel terrore".
saluti




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