Una nuova provocazione dello storico tedesco revisionista, a Milano per presentare il suo ultimo libro sull’Europa
Nolte: «Antisemitismo, parola da dimenticare»

Lo storico Ernst Nolte affronta l’ultimo tabù: l’«antisemitismo». «E’ ora di abbandonare questa parola al suo destino», dichiara pacatamente, ma con fermezza, l’intellettuale forse più discusso dell’intero mondo culturale tedesco. Le prevedibili nuove polemiche che seguiranno alla sua proposta non lo preoccupano: d’altra parte, da storico principe del revisionismo europeo, passato attraverso una controversia epocale in Germania sul rapporto tra nazismo e comunismo, non può certo spaventarsi per così poco. Dopotutto, non ha esitato neppure quando, nel maggio scorso, la sua «lezione magistrale» a Roma in Senato suscitò sdegnate proteste: a causa di un paragone fra Germania hitleriana e Israele di Sharon.
Oggi, però, la sua provocazione appare più fredda e meditata. Non si può parlare di antisemitismo a sproposito - questo il nocciolo del suo pensiero - perché una simile parola-tabù finisce col trasformarsi in un’arma impropria, una clava utile a colpire non solo gli eretici e i politicamente scorretti, ma in fin dei conti chiunque sottoponga questioni scabrose al vaglio della ragione. Quando le emozioni prevalgono sui concetti scoppiano casi dolorosi, come in Germania quelli del liberale tedesco Moellerman o del democristiano Humann, a giudizio di Nolte ingiustamente accusati di antisemitismo, e quindi processati in pubblico senza che fossero mai analizzate le autentiche parole pronunciate.

Ma l’avversione contro gli ebrei, secondo un rapporto dell’Osservatorio europeo di Berlino, sarebbe reale e in crescita.

«Io mantengo la mia avversione per il termine antisemita, nato in Germania verso la fine dell’Ottocento. Oltretutto, molti degli accusati, arabi, sono loro stessi semiti»

E che dovremmo mettere al posto di quella parola?

«Tre diverse gradazioni di ostilità antigiudaica: la critica, l’inimicizia e l’odio. La critica, ad esempio quella verso il governo di Sharon, è di solito considerata lecita. Io però mi spingo oltre: credo sia lecito mettere in discussione i fatti, sottoporli a critiche radicali, purché si basino su elementi reali. Si deve combattere sempre e comunque, invece, l’odio, che in certi ambienti musulmani si traduce in guerra al sionismo, attacco alle sinagoghe e a persone singole».

Ma secondo il rapporto dell’Unione Europea, non ci sono soltanto gli integralisti musulmani ad attizzare l’odio.


«La tesi del dominio ebreo sul mondo, fatta propria dall’integralismo islamico, era una delle caratteristiche più importanti di Hitler. In questo suo collettivismo, nel suo accomunare ebrei ortodossi e secolarizzati, c’era effettivamente il seme dell’odio. Oggi però, lo si ritrova soltanto in alcune reliquie naziste, che in Germania risalgono a prima della fondazione della repubblica federale. Quelli che continuano ad accusare i giudei di gestire un potere sproporzionato al loro numero esprimono invece tesi vecchie, scontate, ma non per questo da considerarsi antisemite».

Secondo quel rapporto europeo, è nell’estrema sinistra, neocomunista e no global, che si va diffondendo l’avversione per gli ebrei.

«E’ un ritorno alle origini, basti pensare all’antigiudaismo dei primi socialisti, blanquisti o alla Owen: vedevano negli ebrei l’incarnazione dello spirito commerciale e capitalistico. O ai sessantottini, i primi a criticare Israele come Stato imperialista. Anche qui, però, è giusto rispettare gradazioni e diversità: criticare anche duramente deve sempre essere considerato legittimo. A sinistra, poi, è normale manifestare solidarietà con gli oppressi».

C’è chi accusa gli storici revisionisti di avere «relativizzato» l’Olocausto, aprendo le porte proprio all’antisemitismo.

«I negazionisti non sono revisionisti. Disconoscere Auschwitz è una cosa, rifiutare i luoghi comuni e la mitizzazione della storia tutt’altro».

In Senato, nel maggio scorso, lei ha suscitato scandalo paragonando Israele al Reich di Hitler. Lo rifarebbe?

«Ho detto soltanto che dei tre Stati ideocratici del Novecento, una volta caduti il Reich e l’Urss, è rimasto soltanto Israele. E che se Gerusalemme decidesse di trasferire fuori dalla Palestina tutti gli arabi (cosa che io mi auguro non avvenga) si differenzierebbe dalla Germania di Hitler solo per la mancanza di una Auschwitz».

Altra parola tabù, Auschwitz?

«Si deve poter parlare criticamente di tutto, anche di Auschwitz».


Dario Fertilio
Corriere della Sera
4 12 03