23.01.2004 L' Unità
Prodi: chi doveva controllare non l’ha fatto
di Sergio Sergi
DAL CORRISPONDENTE
BRUXELLES. S’è anche tolto, come si dice, uno sfizio, il presidente della Commissione, Romano Prodi. Ha letto i dispacci col nuovo attacco di Berlusconi alla moneta degli italiani, e dei cittadini di altri undici paesi europei, e ha fatto subito una corsa negli archivi elettronici. Ha digitato le parole Berlusconi ed euro e guardate cosa ne è venuto fuori: tutta la verità sull’euro secondo, nientemeno, il giudizio del presidente del Consiglio italiano. L’euro?
Il 25 novembre del 1998 Berlusconi, che era all’opposizione, si vantò dell’avvenuto ingresso dell’Italia nell’Unione monetaria: «Un bel po’ di merito – disse – ce l’abbiamo anche noi».
Poi, il 26 novembre 2001, tornato al governo, aggiunse: «Le premesse di una lunga stabilità adesso ci sono. Diamo il benvenuto alla nuova moneta, un’idea straordinaria che è diventata realtà. Con l’euro, è stato bandito il peccato monetario. La moneta unica innesca un circolo virtuoso che dovrà trovare concordi la politica e l’economia».
Meno di due mesi dopo, il 14 gennaio 2002, quando l’euro era in circolazione da due settimane, si proclamò «euroentusiasta» prevedendo che la moneta unica sarebbe diventata una «divisa forte con grande avvenire».
Infine, il giorno dopo, il 15 gennaio, si produsse in una lunga spiegazione sul rapporto tra euro e controllo dei prezzi. Si tratta della citazione forse più interessante.
Dunque, il 15 gennaio di due anni fa, il presidente del Consiglio italiano assicurò il Paese che il suo governo si sarebbe curato, si stava curando, di monitorare i prezzi per evitare sussulti a causa del “change over”, il passaggio dalla lira all’euro. Ecco cosa è andato a ripescare Prodi dai discorsi di Berlusconi.
Il tema: controllo dei prezzi.
«Ne ho parlato con il ministro per le Attività produttive (Antonio Marzano, ndr.) che sta tenendo sotto controllo questo aspetto – fece sapere il capo del governo di centro destra – il ministro mi ha assicurato che l’euro avrà un impatto molto limitato sui prezzi che non metterà assolutamente in discussione il nostro obiettivo di riportare l’inflazione intorno al 2% a fine anno (il tasso d’inflazione, a dicembre 2003, è stato dello 2,5%, ndr.)».
Berlusconi riferì anche che Marzano aveva stimato nello 0,2% la ricaduta dell’euro sul tasso d’inflazione, insomma una piccola e fisiologica conseguenza del cambio di moneta, come da manuale. La promessa finale fu, in ogni caso, tassativa: «Il ministro (sempre Marzano, ndr.) tiene sotto controllo lo sviluppo di tutti i prezzi (tutti, ndr.) con un monitoraggio assiduo». Come è finita, se ne stanno accorgendo i cittadini italiani.
Che, ha ricordato con la sua nota Prodi, sono praticamente gli unici della zona euro a trovarsi in questa condizione.
Il presidente della Commissione si è chiesto: cosa ha fatto cambiare idea al presidente Berlusconi? Il problema vero è che «chi doveva controllare l’aumento dei prezzi non lo ha fatto, chi doveva garantire che al bar un bicchiere d’acqua non passasse da 500 lire a 0,50 euro e non l’ha fatto». Prodi invita alla serietà. Ha ricordato che sino a qualche settimana fa, il governo italiano addebitava il cosiddetto “buco” nel bilancio dello Stato ai governi precedenti. Adesso «appurato che non sussisteva» se la stanno prendendo con l’euro. Prodi è tornato a ripetere ciò che ha già detto: «In nessun Paese, Italia esclusa, l’aumento dei prezzi si è accompagnato ad una bassa crescita. C’è la Grecia ma l’aumento dei prezzi è avvenuto in un contesto di crescita». Quanto ai rimanenti dieci paesi dell’Eurogruppo, gli aumenti registrati sono stati “limitati e specifici”. Dunque esiste un “caso italiano”. E sotto gli occhi di tutti.
Il presidente della Commissione ha domandato ancora: «Sono ormai passati due anni e un mese dall’introduzione dell’euro e gli aumenti dei prezzi in Italia continuano ad essere superiori alla media europea. Sino a quando sarà tutta colpa dell’euro?». L’interrogativo attende una risposta. Insieme ad altre riflessioni. Per esempio: perché non si dice cosa sarebbe stata l’Italia senza l’euro, tagliata fuori dall’unione economica e monetaria? Prodi ha fatto qualche esempio: l’abbassamento dei tassi d’interesse che (come ha detto ieri anche il presidente della Repubblica che, da ministro del Tesoro trattò abilmente l’ingresso della lira, prima nello Sme e poi nell’eurozona) ha permesso a svariati cittadini italiani di contrarre muti per l’acquisto della prima casa. Oppure: come potrebbe il Tesoro, se fossimo fuori dall’euro, pagare gli altissimi tassi d’interesse sul debito pubblico? Quale sarebbe stato sull’economia italiana l’impatto della guerra in Irak, esclusi dallo scudo di protezione dell’euro? Dove sarebbe andata a sbattere la lira nel pieno dello scandalo Parmalat, senza alcuna stabilità garantita, questa sì, dalla presenza della moneta europea? In serata è arrivata la risposta. L’ha fornita uno tra i più competenti, il ministro delle Politiche comunitarie, Rocco Buttiglione. Ha detto, in successione, che l’euro «ha portato stabilità, ha garantito tassi d’interesse che permettono ai cittadini di pagare la casa e allo Stato di pagare il debito pubblico». Senza l’euro, ha aggiunto il ministro, avremmo avuto «tassi più alti, maggiore inflazione, meno competitività delle imprese». Poi passa all’autocritica: «Non siamo riusciti a ottenere che il passaggio dai vecchi prezzi in lire ai nuovi in euro non portasse danni a scapito dei consumatori, visto che molti hanno tradotto un euro al valore di mille lire». Viva la faccia. Ora che farà l’on. Buttiglione? Si dimette lui o chiederà le dimissioni di Berlusconi?
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