...sinistra, la "greve" sinistra ex-comunista
Roma. A leggere tutto MicroMega, dalla prima alla trecentesima pagina, si trova una cosa bella (e divertentissima), ma poi basta. Però magnifica davvero, e infatti ripetuta per due volte, sia all’inizio che alla fine: Paolo Flores d’Arcais, professore-direttore di questi periodici dodicieuro, avverte di sé: “e invece io, da tenace garantista…” eccetera.
Si riferisce a una riflessione di Marco Travaglio (sull’opportunità della grazia ad Adriano Sofri) che d’Arcais non condivide, e allora vi oppone con garbo la propria tenacia di garantista elevata al quadrato, elevando al quadrato anche la parentesi immediatamente successiva: “malgrado la leggenda opposta che i fogli di regime strombazzano contro MicroMega”.
Serve a salvare l’allegria di un numero sottotitolato “Ora basta!” e quindi di una mestizia totale e spessa, che avvolge Paolo Rossi, Manuel Vásquez Montalbán, Luis Sepúlveda, oltre che Giorgio Bocca, don Ciotti, Curzio Maltese (C’è poi anche un sagancora più orribile, tanto che MicroMega compila una lista nera: “Romano, Perfetti, Galli della Loggia, Belardelli, Sabbatucci, Oliva, Mieli, Battista, Pansa, Ferrara, Bertoldi, Spinosa, Petacco, Socci, Guzzanti, Renzo Foa”, s’arriva fino a Cecchi Paone).
Ma è ovvio che è Giampaolo Pansa, condirettore dell’Espresso, cugino settimanale di MicroMega, il più disprezzato: d’Orsi scrive del suo “disonesto pastiche tra storia e letteratura, tanto per fornirsi un alibi ad ogni contestazione”, e aggiunge: “Ai Pansa e sodali si dovrebbe imputare l’imperdonabile confusione tra il piano della moralità degli individui e quello della causa per la quale essi combattono”.
Giorgio Bocca sul tema non si trattiene, e chiude con una specie di malocchio: “La storia della Resistenza sta scritta in modo imperituro nelle pietre delle montagne e nelle vie delle città.
I diffamatori comunque avranno la faccia livida e la vita grama dei diffamatori”.
L’atmosfera è cupa, quindi l’anatema di Lidia Ravera contro Sanremo e la dissertazione sulla diversità antropologica della sinistra è una ventata di leggera ironia. “Tony Renis e la sua miseria”, e l’idea di un controfestival “nata dal fastidio per l’ennesima candidatura sporca che mette in scena l’Italietta delle Poltrone”, “la sostituzione dell’intelligenza con la furbizia, del talento con il servilismo, della legalità con l’uso egoistico del privilegio, dell’onestà con il lassismo. Era questa la Casa delle libertà?”.
Ravera racconta della “fiaba realistica” andata in scena nel gennaio scorso al Teatro Vittoria, e rassicura gli animi, perché ha avuto la netta sensazione “che la gente di sinistra continua a esprimere una diversità, una diversa qualità umana”.
E, soprattutto, “noi non faremo mai convention, con le signorine in tailleur e sorriso ebete”. Infatti sabato, alla convenzione per la Lista unitaria, qualcuno ha scritto di una signora Isabella Ferrari per nulla sorridente, ma invece “bellissima e dolente”.
saluti




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