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Discussione: Questioni di rito

  1. #61
    Christus Alpha et Omega
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    Lightbulb Pregare bene per credere bene

    Cari amici,

    da una preghiera fatta male, con contenuti improprii, deriva un credere distorto; al contrario da una buona formula di preghiera si ha una corretta fede.

    Perché la riforma liturgica?

    La riforma generale della liturgia ha come scopo primario di assicurare maggiormente al popolo cristiano l’abbondante tesoro di grazie che la sacra liturgia racchiude. Questa infatti consta di una parte immutabile, perché d’istituzione divina, e di parti suscettibili di cambiamento, che nel corso del tempo possono o anche devono variare, qualora in esse si fossero insinuati elementi meno rispondenti all’intima natura della stessa liturgia, o si fossero resi meno opportuni.

    L’intento della riforma, pertanto, non è archeologico, ma pedagogico ed ecclesiale: esprimere più chiaramente le sante realtà contenute nei testi e nei riti in modo che, comprese nel loro profondo significato, il popolo cristiano possa parteciparvi in maniera piena, attiva e comunitaria (SC 21).

    A motivo della natura e dell’importanza della sacra liturgia nella vita della Chiesa, tale riforma non può essere lasciata alla libera iniziativa dei singoli fedeli, ma deve essere ordinata dalla competente autorità che risiede nella Sede apostolica. Si tratta di presiedere al delicato rapporto del “tutto fatto” e del “tutto da fare”, del giusto equilibrio tra tradizione e progresso. “Di conseguenza nessun altro, assolutamente, anche se sacerdote, osi, di sua iniziativa, aggiungere, togliere o mutare alcunché in materia liturgica” (SC 22 § 3).

    Viene da chiedersi: perché tanta severità? Una risposta adeguata deve tener conto di almeno due principi: il primo riguarda la legittimità di un giusto progresso nella liturgia e quindi la possibilità di uno spazio di creatività liturgica secondo la cultura locale; il secondo riguarda la serietà e la difesa del patrimonio liturgico contro improprie manipolazioni. Partiamo da questo secondo principio, che è poi fondamento di ogni agire liturgico, ed occupiamoci di quella regola che fin dall’antichità è stata chiamata lex orandi, lex credendi.

    Lex orandi, lex credendi

    Con questa espressione si è inteso regolare il rapporto tra liturgia e fede, il retto modo di pregare nella Chiesa al fine di salvaguardare la purezza della fede.

    La formula “lex orandi - lex credendi” è l’espressione abbreviata di un passo dell'Indiculus de gratia Dei (cf DS 238-42). E' questo un documento del secolo V contro i pelagiani e semipelagiani, ove si raccolgono, attorno alle questioni della grazia, testimonianze dei pontefici romani anteriori, chiudendo il tutto con un argomento dedotto dalla liturgia. Il documento fu compilato probabilmente da Prospero di Aquitania e rispecchia il pensiero della curia romana.

    Dal punto di vista che c’interessa, il passo essenziale è il seguente: “Consideriamo anche i sacramenti delle preghiere che fanno i vescovi, le quali, tramandate dagli apostoli, in tutto il mondo e in ogni Chiesa cattolica si recitano in pari modo, affinché il modo obbligatorio di pregare determini il modo obbligatorio di credere” (ut legem credendi lex statuat supplicandi).

    Il significato preciso della frase si deduce confrontandola con il testo di 1 Tm 2,1-4 da cui dipende. Cioè: affinché dall'obbligo che ci fa l'apostolo (1 Tm 2,1-4) e a cui soddisfano i vescovi nella liturgia, di pregare per tutti affinché a tutti sia data la grazia (lex orandi), appaia chiaro anche l'obbligo di credere, contro i pelagiani e i semipelagiani, che la grazia è necessaria per tutti (lex credendi).

    Quando pertanto si abbrevia il detto in lex orandi lex credendi, s’intende precisare il rapporto esistente tra fede e liturgia; e cioè: dal retto modo del pregare deriva un retto modo di credere. Il fatto che da sempre nelle varie Chiese si sia pregato in un certo modo e con certi contenuti, significa che quei contenuti possono entrare con sicurezza nel deposito della fede della Chiesa.

    Non è possibile infatti che il medesimo Spirito che assiste la Chiesa in preghiera e il Magistero, parli in due maniere diverse. Il detto lex orandi - lex credendi vuol dire anche che tra liturgia e fede esiste questo ulteriore rapporto: la liturgia presuppone, esprime, esplicita, fa vivere, fortifica la fede nei credenti; a volte addirittura precede l'esplicitazione della fede divina e cattolica come è avvenuto sia per il dogma dell'Immacolata Concezione, sia per quello dell'Assunzione.

    Dall'insieme di queste osservazioni è più facile comprendere la cura con cui da sempre la Chiesa ha vigilato sulle formule eucologiche della liturgia tanto che anche attualmente prima che un testo o la semplice traduzione del medesimo possano entrare nell'uso liturgico hanno bisogno dell’approvazione dell’Organo competente della Santa Sede. La liturgia infatti è il primo catechismo della fede.

    Liturgia e didascalia

    In un’udienza Pio XI ebbe a dire: “La liturgia è l'organo più importante del magistero ordinario della Chiesa.. La liturgia non è la didascalia di tale o tal altro individuo, ma la didascalia della Chiesa”.

    Una tale espressione può peccare sia per eccesso, sia per difetto. Per difetto nel senso che la liturgia, in quanto luogo privilegiato dell’incontro tra Dio e l'uomo per mezzo di Cristo, mediatore e capo e nel possesso dello Spirito Santo, che permette il ritorno al Padre, è qualcosa di più che un semplice esercizio didascalico del magistero della Chiesa. Essa è infatti, sotto il velo dei segni sensibili ed efficaci, l'incontro vitale massimo tra l'uomo e Dio in Cristo. Essa è “culmen et fons” (SC 10) e quindi trascende il semplice servizio didascalico della Chiesa.

    Ciò non impedisce che la liturgia svolga anche un servizio didascalico soprattutto quando insegna ed esorta ad attuare nella vita dei fedeli l'esercizio della fede, speranza e carità: “esprimano nella vita quanto hanno ricevuto mediante la fede” (SC 10).

    Per eccesso, nel senso che la liturgia nel suo insieme non è costruita in uno stile didattico. Più che comunicare semplicemente concetti chiari e distinti, più che insegnare, si preoccupa di sintonizzare tutto l'uomo concreto e d'immergerlo in un ambiente generale di preghiera e di dedizione a Dio, in quell'ambiente di devotio che è l'anima del culto. La liturgia è essenzialmente una preghiera e non una forma d’insegnamento. Che cosa dire, al riguardo, di certe maxiliturgie che prolungano a dismisura la parte didattica iniziale relegando poi a qualche minuto la proclamazione eucologica solenne della Preghiera eucaristica?

    Ben diversa invece è la grande efficacia didattica della liturgia. Essa infatti, più che insegnare, fa vivere la dottrina. Arriva alla mente non tanto per via concettuale, ma per via sperimentale investendo non solo la ragione dell'uomo ma anche le sue altre facoltà affettive e sperimentali.

    Liturgia e fede

    Oltre che espressione della fede, la liturgia è anche difesa della fede in quanto teologia pregata o teologia in ginocchio. La lex orandi è una via molto facile per introdurre nel sentire comune della fede del popolo di Dio elementi non corrispondenti alla Rivelazione e alla Tradizione. Da una preghiera fatta male e con contenuti impropri, deriverà inevitabilmente anche un modo di credere distorto e non in sintonia con la fede cattolica.

    Questa preoccupazione di salvaguardare la fede attraverso una corretta espressione della preghiera liturgica ha spinto il Sacrosanto Concilio Ecumenico Vaticano II a dire che neppure un sacerdote, di sua iniziativa, può aggiungere, togliere, alterare, sostituire, le parti costitutive della liturgia. Non per questo vengono aboliti gli spazi di creatività: introduzioni, preghiera dei fedeli, omelia. Ma quale impegno si dovrà mettere perché questi interventi siano espressione della fede e non semplicemente espressioni di “ impreparati”. Al di là di ogni equivoco, questa espressione è di sant’Agostino e da lui attribuita a coloro che si avventuravano in improvvisazioni liturgiche senza averne la necessaria competenza. Il fenomeno, pertanto, è abbastanza antico.

    Sempre nello stesso periodo, verso l’anno 416, papa Innocenzo I scrisse una lettera al vescovo di Gubbio, dove deplorava che: “ciascuno ritiene opportuno seguire non ciò che è stato tramandato, ma ciò che più gli piace; per cui ne deriva che in alcune chiese o luoghi si vedono attuate nelle celebrazioni le cose più diverse; e questo porta scandalo presso il popolo”.

    Dobbiamo riconoscere che non c’è proprio nulla di nuovo sotto il sole e che anche ai nostri giorni le cose non vanno molto diversamente. Con la scusa del Concilio e appellandosi ad un falso concetto di “creatività” si vuol ad ogni costo “attualizzare” la liturgia, almeno questi gli intenti migliori, portandola al popolo in maniera semplice e comprensibile. Non sempre però i risultati sono proporzionati alle premesse.

    Intanto si dimentica che la liturgia è "dono" che Cristo, sacerdote eterno del Padre, fa alla sua Chiesa mediante lo Spirito Santo. Per cui Cristo, nell'azione dello Spirito, resta l'unico e vero Liturgo della Chiesa. Sempre per dono e vocazione (ekklesia = con-vocazione) siamo chiamati ad accettare questo dono e a conformare ad esso la nostra mente e il nostro cuore in modo che "il Signore sia nel mio cuore e nelle mie labbra" per poter celebrare degnamente i santi misteri.

    Perché non venga mai meno questa visione dell'azione liturgica, all'inizio della Liturgia delle Ore sempre siamo invitati a pregare: “Domine labia mea aperies; et os meum annuntiabit laudem tuam" (Signore apri le mie labbra, e la mia bocca annunzierà la tua lode).

    Richiamare questi principi e stigmatizzare una certa situazione non vuol dire assolutamente sognare certi periodi di fissismo liturgico o auspicare il ritorno ad una deleteria staticità liturgica che vede il prete factotum e l'assemblea spettatrice.

    Si vuol soltanto far presente che la liturgia non è il banco di sperimentazione delle varie teorie pseudo-sociali di gruppuscoli cosiddetti impegnati o il teatrino di coloro che presumono di avere lo Spirito noleggiato al loro piacimento. La liturgia, occorre ripeterlo, è “dono” da accettare nell'ascolto fedele della Parola che converte e nella risposta di azione di grazie al Padre che, senza nostro merito ma unicamente per la ricchezza del suo perdono, ci ammette a godere della sorte beata dei santi per mezzo di Cristo nell’unità dello Spirito Santo (si rilegga la conclusione del Nobis quoque nel Canone romano [“… non per i nostri meriti, ma per la ricchezza del tuo perdono”] e la dossologia finale di ogni "canone", cioè di ogni "regola" da imitare nell'azione liturgica).

    Ben venga il nuovo, purché sia anche valido nel contenuto, espressione della fede ecclesiale, bello nella forma, come si addice ai santi Misteri. Ben venga il nuovo, purché sia anche ricco di dottrina e di preghiera e non vuota verbosità che sgorga da cuori incirconcisi. Come ci poniamo di fronte ai rimproveri del Qoèlet che dice: "Non essere precipitoso con la bocca e il tuo cuore non si affretti a proferir parola davanti a Dio, perché Dio è in cielo e tu sei sulla terra; perciò le tue parole siano parche, poiché dalle molte preoccupazioni vengono i sogni e dalle molte chiacchiere il discorso dello stolto" (Qoèlet 5,1-2; cf Is 1,15; Sir 7,15; Mt 6,7; 7,21; 23,4; 1 Pt 4,7).

    Erratissima, dopo questo discorso, sarebbe la conclusione che, per non sbagliare, dobbiamo soltanto accettare quello che ci viene ammannito. Parleremo del concetto di "creatività" e come sia irrinunciabile per una Chiesa viva una tale prerogativa. Si vuol soltanto ribadire che è presunzione edificare cose nuove senza neppure avere la minima idea di come e di che cosa abbiano costruito coloro che prima di noi hanno tradotto in preghiera il deposito della fede.

    Un buon artigiano, un buon pittore e qualsiasi altro, hanno bisogno di un lento tirocinio prima di produrre l'opera d’arte. Scopo di questo corso vuol essere quello di abituare ad una lettura attenta delle fonti liturgiche; saperne cogliere i valori; saperne ricercare i temi principali attraverso i quali si snoda la celebrazione del mistero di Cristo. Scopo non ultimo sarà anche quello di arrivare, per chi ne avesse le doti, alla composizione di elementi nuovi da utilizzare soprattutto nei pii esercizi e, a certe condizioni, nella stessa celebrazione liturgica. Nella liturgia non tutto è fatto, non tutto è sempre fa dare.

    Nè tutto fatto, nè tutto da fare

    Sono ormai passati anni dalla pubblicazione della Costituzione sulla sacra liturgia (4 dicembre 1963). Ad essa sono seguite alcune Istruzioni per l'esatta applicazione delle norme liturgiche. Nonostante tale attività “promozionale” assistiamo oggi a questa situazione:

    a) Ci sono ancora molti “conservatori” rimasti legati all'antica mentalità rubricistica. Per loro tutto si riduce a fare ciò che è prescritto, e come è prescritto. Non senza loro disagio, perché il vino nuovo in otri vecchi porta sempre inconvenienti. Vorrebbero trovare la precisione di prima; lamentano perciò “mancanza di chiarezza”. Per loro tutto è stato fatto, e una volta per sempre. Una volta appreso un sistema di celebrazione, quello rimane per sempre. Una liturgia viva e partecipata, una liturgia adattata in base alle circostanze e secondo le possibilità offerte in abbondanza dai nuovi libri liturgici, è tutta un'altra questione che essi non si sognano neppure di porre.

    b) All'estremo opposto ci sono quelli per cui la liturgia tutta da fare. Provano allergia per ogni testo imposto dall'alto e vogliono che, per una liturgia viva, tutto nasca dalla spontaneità. Per essi “la liturgia è per l'uomo” e non viceversa; ogni comunità pertanto “ha diritto” di crearsi una liturgia a sua immagine. In questi casi viene sempre fuori il discorso sullo Spirito Santo del quale sembrano “abbonati” e alla cui libertà creativa si abbandonano. Per essi è “sentito” soltanto quello che viene fatto “in casa”: pane nero e duro, ma fatto in casa.

    Il dramma è nel fatto che il più delle volte né il sacerdote che si adegua a tali compromessi sa come deve essere fatta una preghiera, né gli altri partecipanti possono dire di attingere ad un’autentica esperienza di preghiera.

    Il tutto finisce con l’ingenerare stanchezza e disagio, assuefazione e sazietà. Una tale “liturgia” non suscita risposte nella comunità (e come potrebbe?); si dimostra dunque inefficace e non sono pochi quelli che mettono da parte ogni liturgia e si dedicano all’ “assistenzialismo” e all'impegno “politico” presumendo che così si serva veramente il Signore.
    Quello che è il “culmine e la fonte” della vita della Chiesa è sostituito con un impegno orizzontale. Una fede ridotta alla dimensione politica non sa più che farsene dei riti ecclesiali, che vengono emarginati, perché “non vanno”.

    Vorrei concludere questa riflessione ritornando all’inizio del mio discorso: pregare bene per credere bene. Prendere sul serio la liturgia e curare ogni forma di creatività nel contenuto e nelle forme. Una liturgia intesa non come azione privata, ma celebrazione che appartiene e coinvolge l’intero corpo della Chiesa. Una liturgia che sia evangelizzante, che nutra la fede, che spinga alla missione.

    Attilio Rovelli
    Canterò per sempre le meraviglie del Signore

  2. #62
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    caro Poliedrico,
    il rito antico della Chiesa cattolica è nobile e bello. Non puoi disprezzarlo. Lo stesso attuale Pontefice, che ha pur consentito la celebrazione della S. Messa in quel rito in S. Maria Maggiore, lo ha esaltato. Scriveva, infatti, nella Lettera del 21 settembre 2001, in occasione della riunione Plenaria della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, al predetto Dicastero, che "La Sacra Liturgia, che la Costituzione Sacrosanctum Concilium qualifica come il culmine della vita ecclesiale, non può mai essere ridotta a semplice realtà estetica, né può essere considerata come uno strumento con finalità meramente pedagogiche o ecumeniche. La celebrazione dei santi misteri è innanzitutto azione di lode alla sovrana maestà di Dio, Uno e Trino, ed espressione voluta da Dio stesso. Con essa l’uomo, in modo personale e comunitario, si presenta dinanzi a Lui per rendergli grazie, consapevole che il suo essere non può trovare la sua pienezza senza lodarlo e compiere la sua volontà, nella costante ricerca del Regno che è già presente, ma che verrà definitivamente nel giorno della Parusia del Signore Gesù. La Liturgia e la vita sono realtà indissociabili. Una Liturgia che non avesse un riflesso nella vita diventerebbe vuota e certamente non gradita a Dio.
    La celebrazione liturgica è un atto della virtù di religione che, coerentemente con la sua natura, deve caratterizzarsi per un profondo senso del sacro. In essa l’uomo e la comunità devono essere consapevoli di trovarsi in modo speciale dinanzi a Colui che è tre volte santo e trascendente. Di conseguenza l’atteggiamento richiesto non può che essere permeato dalla riverenza e dal senso dello stupore che scaturisce dal sapersi alla presenza della maestà di Dio. Non voleva forse esprimere questo Dio nel comandare a Mosè di togliersi i sandali dinanzi al roveto ardente? Non nasceva forse da questa consapevolezza l’atteggiamento di Mosè e di Elia, che non osarono guardare Iddio facie ad faciem? Il Popolo di Dio ha bisogno di vedere nei sacerdoti e nei diaconi un comportamento pieno di riverenza e di dignità, capace di aiutarlo a penetrare le cose invisibili, anche senza tante parole e spiegazioni. Nel Messale Romano, detto di San Pio V, come in diverse Liturgie orientali, vi sono bellissime preghiere con le quali il sacerdote esprime il più profondo senso di umiltà e di riverenza di fronte ai santi misteri: esse rivelano la sostanza stessa di qualsiasi Liturgia".
    Quindi, ti invito a non disprezzare nè ad offendere quell'antico e nobile rito. Se ti dava fastidio quel tipo di Messa, semplicemente non ci andavi ed evitavi lo "choc", come lo chiami tu. Elementare, no? Ma non puoi, in ragione dei tuoi gusti liturgici, non rispettare le diverse concezioni di altri fedeli, legati ad un particolare rito. Anch'essi meritano un rispetto pari al tuo. E di questa esigenza lo stesso Papa si è fatto portatore, assicurando a gruppi di fedeli il rito antico ed istituendo una Amministrazione Apostolica Personale ad hoc.
    Analogamente, invito il caro Pherrerius a non disprezzare il nuovo rito, cioè quello voluto da Paolo VI, ed ad irriderlo, dal momento che si tratta pur sempre di un rito legittimamente imposto da un Pontefice romano.
    Cordialmente

    Augustinus

  3. #63
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    Rispondo sull'onda di una bellissima ora di adorazione eucaristica: solo così la Verità non diviene idolatria, resa vivente dalla Carità.

    Chi mi conosce, sa che sono cattolico indultista, ormai regolarmente iscritto a quella associazione, che ha organizzato proprio la Messa di S. Maria. Cattolico tradizionalista indultista, ma in realtà Cattolico, e basta.
    Non ho mai partecipato ad una messa tradizionale, e non conosco bene l'antica liturgia: semplicemente, mi sono sempre chiesto cosa potesse essere più gradito a Dio. Non già ciò che può salvare: perché la liturgia è quanto noi sappiamo donare a Dio, non certo l'unica cosa che può salvare. perchè salva Dio, e salva secondo la sua Imperscrutabile (per la ragione umana) Volontà. Quindi, poliedrico, non ti paventerò inferni dalle fiamme ardenti e pene varie ( in questo caso sì che sarebbe solo un ridicolo spauracchio, e non gà dogma di fede), al solo fine di cercare un nuovo adepto: chi, infatti, non ha il coraggio di dire, che non sta che a Dio concedere la Grazia al di là di quale rito si pratichi, perché altrimenti verrebbe a cessare la paura di non salvare l'anima, possibile movente verso la liturgia tradizionale, agiscde da settario e come i settari costretto ad agire nelle tenebre.

    Io non parlerò di quanto poco cattolico sia il nuovo rito, e di come esso non serva alla salvezza: perché non credo a tutto questo. Ho pure io avuto dubbi, ho pure io usato toni forti, ma con ciò facevo entrare dalla finestra, quanto volevo buttare via dal portone: il disordine, il disobbedire eretto a regola. NESSUNO PUO' FARSI GIUDICE, perchè con lo stesso metro col quale condanniamo, saremo un giorno condannati. E non ci salveremo davanti alla Maestà Celeste, dicendo che certi nostri giudizi erano suffragati dalla filosofia aristotelica (la stessa che, tra l'altro, negherebbe l'incarnazione, se non bene corretta). Nè posso dare a te, poliedrico, colpa alcuna: i momenti in cui mi sono assiso a INQUISITORE sono stati quelli in cui ero più debole moralmente. Parlavo forte per non sentire il dubbio e l'angoscia del peccato.

    Del resto, col nuovo rito sono stato battezzato, si sono sposati i miei genitori, si fonda l'intera società cattolica: tutto perso? Ti lascio solo immaginare che accadrebbe all'intero mondo, se si prendesse sul serio l'invalidità dei sacramenti ora amministrati.

    Ma qui finiscono i meriti. Non credo Dio sia molto contento di un rito, riformato ben oltre quanto sancito dal Concilio Vaticano II, e che se già all'inizio si mostrava alquanto meno ricco dell'antico, col tempo è stato trasformato, per incuria e vanità umana, blasfemo e, in molte occasioni, ridicolo, finendo per sortire l'effetto contrario di quanto propostosi: allontana, più che avvicinare alla Fede.
    Non credere che Dio abbia abbandonato la Chiesa, come credono i catastrofisti, non vuol dire pensare che Dio sia contento della situazione attuale: sciatteria dominante, su un tessuto già poco decoroso di suo.
    Il problema, caro poliedrico, è di prospettiva: è importante quel che penso io, o quel che pensa Dio? -qui sta il nocciolo della questione. Non credo che al medico sia il paziente a dire ciò che è necessario fare.

    Quello che mi ha spinto alla liturgia tradizionale, alla quale tra l'altro non ho mai assistito (tanto per sfatare subito qualsiasi dubbio sull'eccentricità di chi vi partecipa e sul gusto estetico), si può enunciare in tre punti:

    * SPIRITUALITA'. La messa tridentina è più ricca spiritualmente, più ascetica. Il silenzio è parte centrale, viene coltivato dal celebrante, rispettato dai fedeli. La lingua latina non è un intralcio: PARTECIPARE non è comprendere, anzi. Forse, a volte proprio la comprensione razionale delle parole è intralcio, perché PARTECIPARE attivamente, magari con l'ansia di andare a leggere, o che la coreografia anche se in buona fede e garbata, ci sono momenti in cui il nuovo rito richiede la partecipazione di più persone che vanno tra loro cooordinate), non è dimenarsi e darsi da fare. Ricordo quando a 14 anni arrivai mezzo morto in ospedale: mentre mi davano soccorso i medici indaffarati, i miei genitori se ne stavano in un angolo a fissarmi con le lacrime agli occhi. Chi partecipò di più al mio dolore?
    Anche da un punto di vista meramente psicologico, con l'attenzione concentrata su un unico punto focale (come del resto l'intero fabbricato della chiesa dove si celebra), la messa tridentina non si disperde in mille messaggi visivi, ma in ordinati, armonici impulsi.


    * CATTOLICITA'. nel senso di universalità. Abito a pochi chilometri da una base nato, eppure son pochi gli americani che vengono a messa dalle mie parti. Perché? se hanno la cappella cattolica che è stracolma, perché non venire dalle mie parti? Domanda retorica: io andrei in una chiesa cattolica tedesca?
    La bellezza di una sola lingua sta nel fatto che si può dire Messa in Germania, celebrante giapponese, chierichietto francese, fedele italiano e sacrestano lituano. Ti pare poco?


    * SIMBOLICITA'. L'intero Cristianesimo è fatto di simboli. Segno è aliquid pro aliquo: una cosa che sta per un'altra. Solo una cosa, una soltanto è in sè: la Santa Eucarestia.
    Il Simbolo è fondamentale: è il roveto ardente, è la nube, è la colomba. Dio non può essere colto dall'occhio, dalla mente dell'uomo, e per gli Ebrei pefino dalla lingua. Ma L'Iddio si è fatto vero uomo, restando vero Dio: una strada è stata aperta. Il Simbolo, allora, è importante. E' centrale in qualsiasi rito. Col tuo permesso, preferisco quello che nato dalle Sante Visioni dei Padri, piuttosto che le trovate da circo di zelanti catechisti (sapessi quanti ne ho inventati io, di simboli! ... pardon, si dice SEGNI, e di solito nel nuovo rito si portano durante l'offertario).


    Non credo tu voglia riflettere su quanto ti ho scritto: conosco bene il tuo animo, perché è stato anche il mio. Ma evitiamo giudizi troppo perentorici: non saranno veri e, dunque, non graditi a Lui e ai Suoi Santi.

    In nomine Domini.
    Antonio
    "

  4. #64
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    Gentile Augustinus,

    Ti ringrazio delle tue osservazioni benevole. Vorrei fare però una doverosa precisazione: non ho mai disprezzato il rito preconciliare nè coloro che lo seguono: permettimi però la libertà di voler criticarlo facendovi partecipi di una mia esperienza del tutto negativa.

    Anzi, mi pare che sia noto a te e alla maggior parte dei forumisti che sono proprio i "tradizionalisti" e/o i "sedevacantisti" coloro che non hanno il minimo rispetto verso il Messale Romano in vigore e il Sommo Pontefice Giovanni-Paolo II. Se sbaglio correggimi. Ti ricordo inoltre una cosa: proprio quel rito "tridentino" avevano ben presente davanti ai loro occhi i padri conciliari quando decisero la sua revisione e la sua riforma. Chiaro?

    La Chiesa, carissimo, non è un salotto di intellettuali che si esibiscono in vertiginose acrobazie razionali per il gusto di dare spettacolo; non è un’associazione di appassionati di storia e di ex-combattenti e nostalgici che custodiscono gelosamente le memorie e i cimeli del passato; né tanto meno la Chiesa è una specie di associazione di fanatici moralizzatori per la difesa del buon costume e delle buone maniere; la Chiesa non è poi certo un’impresa per organizzare cerimonie gratificanti e commoventi nei momenti importanti della vita.

    Lo scopo ultimo della Chiesa, attraverso tutte le sue attività, è sempre uno solo: rivelare al mondo il volto e l’amore di Dio così da condurre a lui, liberamente, ogni uomo, sull’esempio del Cristo, buon Pastore. E’ questa in ultima analisi la pastorale e tutta l’attività della Chiesa è in funzione di questo fine. Niente ha senso se si perde di vista questo traguardo! Pertanto il culto cristiano non può essere che pastorale, cioè in funzione di portare gli uomini all’incontro con Dio.

    Pertanto la liturgia cristiana non ha lo scopo di riempire gli occhi, ma il cuore; non mira a fare dei clienti, ma dei fedeli; non sollecita applausi, ma conversione. Soltanto questa chiarezza di finalità evita alla liturgia di cadere nel puro estetismo che cerca l’epidermico fascino del cerimoniale.

    I cristiani di ‘sana costituzione’ spirituale non pretendono dalla Chiesa la grandiosità esteriore delle cerimonie, né quella morbida e mielosa atmosfera che caratterizza certe sette, ma la verità e la trasparenza dei simboli, i quali sono chiamati a rivelare il progetto di Dio e la sincera risposta dell’uomo. Soltanto la chiarezza di questa finalità, che emerge dalle Premesse a tutti quanti i riti rinnovati dal Concilio, evita alla liturgia di diventare un prodotto commerciale consumistico, per cui si è tentati di mirare più sulla quantità che sulla qualità.

    La Chiesa non è un supermercato che cerca di offrire i suoi prodotti al prezzo più conveniente, con meno spesa e a tutti gli orari per non perdere i ‘clienti’! Sarebbe comunque un’illusione quella di voler evangelizzare continuando ad usare il metro della comodità per assecondare i gusti individuali e persino capricci. In tal modo si formerebbero dei cristiane simili a bambini viziati che, come tutti i bambini viziati, non solo non sono mai contenti, ma ad un certo momento rimprovereranno ai loro genitori (in questo caso la Chiesa) di non avere dato loro una corretta educazione, di non essere stati più severi e più coerenti secondo verità.

    Non basta distribuire messe, sacramenti vari e benedizioni... Non è questo lo scopo della liturgia cristiana. E’ la qualità che conta e non la quantità! E’ questo un criterio tenuto presente da tutta quanta la riforma liturgica del Vaticano II. Soltanto avendo ben chiara in mente la finalità pastorale della celebrazione è possibile evitare alla liturgia quella strumentalizzazione demagogica che mira a soddisfare epidermicamente i fedeli concedendo spazio alle mode, trasformando il canto liturgico, ad esempio, in festival della canzonetta; la sobrietà liturgica in spettacoli di “sons et lumières”; i liberi interventi previsti nel rito in esibizioni personali per intrattenere il “pubblico”!

    Il riferimento primario di ogni celebrazione non è il nostro gusto, la nostra soddisfazione, ma ciò che Dio vuol dire e fare per noi! Guai dimenticare questa fondamentale dimensione pastorale della celebrazione.

    Poi non bisogna dimenticare che la sposa è la Chiesa che si manifesta in quanto assemblea e non il singolo battezzato. Anche questo è un altro grande principio del culto cristiano che sovente sfugge alla considerazione con il rischio di non comprendere la portata di certe norme e con il rischio di dar vita a dannosi malintesi.

    Ad esempio ci sono ancora persone che mal sopportano i gesti e gli atteggiamenti comuni prescritti durante le celebrazioni liturgiche. Prescrizioni che sovente vengono subite a malincuore o trasgredite, in buona fede, come attentati alla devozione individuale, come imposizione populista...

    In realtà gli atteggiamenti comuni intendono essere l’espressione unanime di una sposa che non è spastica, ma corpo gerarchicamente ordinato che con un cuor solo e un’anima sola risponde alla voce del suo sposo e Signore. “Gli atteggiamenti comuni prescritti per tutti i partecipanti al rito sono un segno della comunità e dell’unità dell’assemblea; essi esprimono e favoriscono l’atteggiamento interno dei partecipanti” (PNMR 20; cf anche MR, precisazioni CEI n 1).

    Ecco allora che la non conoscenza dei grandi principi teologici che fondano queste norme di vita a quella categoria di persone che pensano di essere più devote se stanno in ginocchio quando gli altri sono in piedi; se fanno la genuflessione prima di ricevere il corpo del Signore anche se ciò non è prescritto; se recitano preghiere supplementari privatamente mentre gli altri cantano o ascoltano la Parola di Dio...

    Così facendo non si dimostra devozione, ma semplice ignoranza. Si dimostra di non sapere che la preghiera liturgica è certamente strumento di salvezza per ciascuno nella misura in cui si accetta di diventare e di manifestare il corpo di Cristo. “Le azioni liturgiche non sono azioni private, ma celebrazioni della Chiesa che è sacramento di unità, cioè popolo santo radunato e ordinato sotto la guida dei vescovi...” (SC 26). Ci si raduna in assemblea non per manifestare la propria devozione, ma quella della Chiesa, la sua identità di sposa fedele e innamorata, che ascolta, prega e canta e si unisce a Dio in un mistico amplesso per mezzo di Cristo, nello Spirito Santo che è amore.

    In breve, nella liturgia l’interlocutore non è il singolo, ma la sposa che è l’assemblea. E questa dimensione è fondamentale per conoscere e vivere quella comunione con gli altri che costituisce lo strumento privilegiato nel disegno divino della salvezza.

    Certamente dopo secoli di devozionalismo individuale non è facile recuperare in tutta la sua ricchezza la dimensione comunitaria della liturgia che facilmente viene scambiata per dimensione collettiva. Ma non per questo bisogna rallentare il passo sul cammino conciliare.

    Anzi, oggi è necessario intensificare l’impegno per non cedere a quella tendenza assai diffusa che spinge al recupero di aspetti privatistici e devozionali all’interno dell’azione liturgica. E ciò in contrasto con le norme.

    “Nella celebrazione della Messa i fedeli formano la gente santa, il popolo che Dio si è acquistato e il sacerdozio regale, per rendere grazie a Dio, offrire la vittima immacolata non soltanto per le mani del sacerdote, ma anche insieme con lui, e imparare ad offrire se stessi. Procurino quindi di manifestare tutto ciò con un profondo senso religioso e con la carità verso i fratelli che partecipano alla stessa celebrazione. Evitino perciò ogni forma di individualismo e di divisione, tenendo presente che hanno un unico Padre nei cieli, e che perciò tutti sono fra loro fratelli. Formino invece un solo corpo, sia nell’ascoltare la Parola di Dio, sia nel prendere parte alle preghiere e al canto, sia specialmente nella comune offerta del sacrificio e nella comune partecipazione alla mensa del Signore. Questa unità appare molto bene nei gesti e dagli atteggiamenti del corpo, che i fedeli compiono tutti insieme...” (PNMR 62). Questa è la prima scuola di catechismo per capire cosa è la Chiesa!

    La devozione privata è importante e deve avere uno spazio nella vita del cristiano (cf SC 13). Ma quando si celebra liturgicamente ognuno è chiamato a superare se stesso, i propri gusti, per poter esprimere concordemente, con tutti gli altri battezzati, l’unica realtà della Chiesa, di cui ciascuno è membro gerarchicamente ordinato.

    La consapevolezza e la testimonianza dell’autentica carità fraterna nasce anche e soprattutto da una corretta esperienza liturgica attorno all’altare. La celebrazione liturgica non è né spettacolo, né devozione individuale, ma scuola di vita cristiana. Una scuola che usa il metodo più efficace, quello induttivo attraverso l’esperienza, per mezzo dei riti e delle preghiere (cf SC 48).

    Dio per primo da buon pedagogo, anzi da creatore e Padre, sa che l’uomo impara soprattutto facendo. Una scuola di vita che è inoltre garantita dall’azione efficace dello Spirito Santo.
    Da questa dimensione pastorale della liturgia, teologicamente fondata, si giustificano tutte quelle particolari accentuazioni che caratterizzano la riforma liturgica conciliare, dove al centro non c’è il rito in sé, ma l’assemblea.

    Condizionati come siamo ancora dalla teologia manualistica e poco sensibili alla teologia biblica, la nostra attenzione è in genere attratta da quegli aspetti della liturgia che maggiormente sono legati alle grandi tematiche della riflessione teologica: la natura del sacerdozio cristiano, le modalità della presenza reale di Cristo, il limite che divide la liturgia dal pio esercizio, ecc... Non che questi aspetti non siano importanti con riflessi pastorali altrettanto importanti, ma non è certo casuale che la costituzione conciliare sulla liturgia si preoccupi in primo luogo di sottolineare che la celebrazione liturgica “manifesta la Chiesa come segno innalzato sui popoli, sotto il quale i dispersi figli di Dio si raccolgano in unità finché si faccia un solo ovile e un solo pastore” (SC 2). Apparentemente questa affermazione di chiaro riferimento biblico (cf Is 11,12) non sembra sollecitare più di tanto la nostra attenzione, mentre in realtà è fra le affermazioni più sconvolgenti e innovative in rapporto alla prassi precedente.

    Noi siamo inevitabilmente eredi di una secolare tradizione teologica, quella tridentina, pienamente giustificata dalla necessità di definire i limiti minimali della fede e della sua celebrazione di fronte al violento assalto dei riformatori. Questa contingenza storica ha profondamente segnato anche la liturgia per un periodo di quasi quattro secoli, che il grande storico della liturgia Theodor Klauser chiama l’epoca della stasi ovvero della rubricistica. In altri termini, la preoccupazione verteva inevitabilmente a quel tempo massimamente sulle condizioni per una valida e lecita celebrazione, sul rito in sé e su chi doveva compierlo con meticolosa precisione.

    Oggi, dopo la riscoperta conciliare delle originarie e profonde radici del culto cristiano, la prima preoccupazione è certamente su un altro versante: “Quale immagine di Chiesa emerge da questa celebrazione?”. Una domanda che, nonostante le affermazioni di principio, ancora troppo pochi si pongono. Una domanda che, se correttamente posta, è destinata a cambiare profondamente il volto delle nostre celebrazioni liturgiche.

    Ad esempio, una Messa festiva poco frequentata in rapporto alla popolazione locale è un segno adeguato per rivelare la natura e il volto della Chiesa? Allo stesso modo un’assemblea muta e un presidente factotum esprime un’immagine corretta della Chiesa?

    La liturgia cristiana manifesta il dono gratuito dell’amore di Dio al quale noi siamo chiamati a rispondere non affermando egoisticamente il nostro “pacchetto” di salvezza, ma manifestando a nostra volta agli altri il volto e il progetto di Dio sull’uomo. Anche la celebrazione liturgica entra in qualche modo nel fondamentale compito di quella testimonianza che la Chiesa è chiamata a dare di fronte al mondo.

    Dio non ha bisogno dei nostri incensi e dei nostri sacrifici “Tu non hai bisogno della nostra lode, ma per un dono del tuo amore ci chiami a renderti grazie; i nostri inni di benedizione non accrescono la tua grandezza, ma ci ottengono la grazia che ci salva” (Prefazio com. IV).

    E’ su questa dimensione di testimonianza che si fonda veramente, secondo l’antica tradizione, il precetto dell’assemblea domenicale. Non quindi sul dovere moralistico di dare un “tozzo” del nostro tempo a Dio! La celebrazione liturgica educa alla testimonianza, la fonda e la inizia.

    La liturgia è teologia simbolica. Pastorale non è opposto a dottrinale, esprime soltanto una finalità che è poi quella più importante della Chiesa. Per questo la riforma liturgica si preoccupa tanto dei segni. Non certo per motivi estetici, ma per rendere visibile, per rivelare il mistero di Cristo: “In tale riforma occorre ordinare i testi e i riti in modo che esprimano più chiaramente le sante realtà che significano e il popolo cristiano, per quanto possibile, possa capirle facilmente e parteciparvi con una partecipazione piena, attiva e comunitaria (SC 21).

    Durante l’epoca del cosiddetto rubricismo una buona parte di segni liturgici, quelli che non entravano nella stretta categoria della validità e della liceità, hanno finito per scadere a semplici elementi decorativi. Lo sfarzo, la grandiosità aveva in qualche modo preso il sopravvento, al punto che un pontificale o una Messa solenne non prevedeva la comunione dei fedeli in quanto era ritenuta un disturbo per la cerimonia! Questa tendenza alla cerimonialità condiziona ancora oggi in qualche modo la celebrazione liturgica...

    Si pensi ad esempio alla concelebrazione che da manifestazione della comunione dei presbiteri nell’unico sacerdozio (cf SC 57) viene sovente strumentalizzata per fare cerimonia, per dare solennità.

    Allo stesso modo, in un contesto particolarmente segnato dal devozionalismo individuale, alcuni segni liturgici hanno perduto la loro finalità pastorale per diventare semplici oggetti sacri. Pensiamo all’acqua benedetta e ai vari usi più o meno superstiziosi. In genere si finisce per tendere a subordinare e sottovalutare il rito in funzione dell’oggetto sacro.

    Nonostante le apparenze contrarie, ciò avviene persino per quanto riguarda l’Eucaristia: la Messa come strumento per ottenere l’ostia consacrata! E’ inserendosi nel contesto persistente di una simile mentalità che la riforma liturgica rischia di non raggiungere la sua preminente finalità pastorale. Questo spiega perché sia così difficile far entrare nella prassi comune un’autentica sensibilità verso la verità dei segni (cf PNMR 279). Insensibilità che è anche all’origine di un certo cattivo gusto che domina nell’arredamento delle nostre chiese. Non si tratta di ricercare il bello, ma il vero. La liturgia è bella quando è vera!

    Caro Augustinus, ci fu un momento della nostra storia assai recente in cui alcuni pensarono di intaccare l’autorevolezza del concilio Vaticano ii o di sminuire comunque l’importanza delle sue decisioni, dicendo che alla fin dei conti si tratta di un concilio…”pastorale”!

    Si potrebbe dire che in qualche modo si è ripetuto il prodigio dell’asina di Balaam che, senza saperlo, aprì la bocca per ragliare e invece parlò a nome di Dio. Dio può parlare anche attraverso un animale. Ma ancor meglio bisogna dire che Dio è capace di scrivere diritto sulle righe storte dell’uomo; egli è in grado di far convergere sempre al servizio del bene anche gli errori e le cattiverie dell’uomo.

    Dire che un Concilio è pastorale infatti significa dargli il massimo onore alla luce della missione fondamentale della Chiesa che è appunto quella pastorale. E al vertice di questa missione sta la celebrazione liturgica che, con parole e gesti, rivela il volto di Dio e il suo progetto sull’uomo, comunica il suo amore, cioè la forza dello Spirito santo che permette di raggiungere in pienezza quella festosa comunione di cui la celebrazione liturgica è simbolo e caparra.

    Cordialità
    Poliedrico
    Canterò per sempre le meraviglie del Signore

  5. #65
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    Originally posted by poliedrico
    Gentile Augustinus,

    Ti ringrazio delle tue osservazioni benevole. Vorrei fare però una doverosa precisazione: non ho mai disprezzato il rito preconciliare nè coloro che lo seguono: permettimi però la libertà di voler criticarlo facendovi partecipi di una mia esperienza del tutto negativa.

    Anzi, mi pare che sia noto a te e alla maggior parte dei forumisti che sono proprio i "tradizionalisti" e/o i "sedevacantisti" coloro che non hanno il minimo rispetto verso il Messale Romano in vigore e il Sommo Pontefice Giovanni-Paolo II. Se sbaglio correggimi. Ti ricordo inoltre una cosa: proprio quel rito "tridentino" avevano ben presente davanti ai loro occhi i padri conciliari quando decisero la sua revisione e la sua riforma. Chiaro?

    La Chiesa, carissimo, non è un salotto di intellettuali che si esibiscono in vertiginose acrobazie razionali per il gusto di dare spettacolo; non è un’associazione di appassionati di storia e di ex-combattenti e nostalgici che custodiscono gelosamente le memorie e i cimeli del passato; né tanto meno la Chiesa è una specie di associazione di fanatici moralizzatori per la difesa del buon costume e delle buone maniere; la Chiesa non è poi certo un’impresa per organizzare cerimonie gratificanti e commoventi nei momenti importanti della vita.

    Lo scopo ultimo della Chiesa, attraverso tutte le sue attività, è sempre uno solo: rivelare al mondo il volto e l’amore di Dio così da condurre a lui, liberamente, ogni uomo, sull’esempio del Cristo, buon Pastore. E’ questa in ultima analisi la pastorale e tutta l’attività della Chiesa è in funzione di questo fine. Niente ha senso se si perde di vista questo traguardo! Pertanto il culto cristiano non può essere che pastorale, cioè in funzione di portare gli uomini all’incontro con Dio.

    Pertanto la liturgia cristiana non ha lo scopo di riempire gli occhi, ma il cuore; non mira a fare dei clienti, ma dei fedeli; non sollecita applausi, ma conversione. Soltanto questa chiarezza di finalità evita alla liturgia di cadere nel puro estetismo che cerca l’epidermico fascino del cerimoniale.

    I cristiani di ‘sana costituzione’ spirituale non pretendono dalla Chiesa la grandiosità esteriore delle cerimonie, né quella morbida e mielosa atmosfera che caratterizza certe sette, ma la verità e la trasparenza dei simboli, i quali sono chiamati a rivelare il progetto di Dio e la sincera risposta dell’uomo. Soltanto la chiarezza di questa finalità, che emerge dalle Premesse a tutti quanti i riti rinnovati dal Concilio, evita alla liturgia di diventare un prodotto commerciale consumistico, per cui si è tentati di mirare più sulla quantità che sulla qualità.

    La Chiesa non è un supermercato che cerca di offrire i suoi prodotti al prezzo più conveniente, con meno spesa e a tutti gli orari per non perdere i ‘clienti’! Sarebbe comunque un’illusione quella di voler evangelizzare continuando ad usare il metro della comodità per assecondare i gusti individuali e persino capricci. In tal modo si formerebbero dei cristiane simili a bambini viziati che, come tutti i bambini viziati, non solo non sono mai contenti, ma ad un certo momento rimprovereranno ai loro genitori (in questo caso la Chiesa) di non avere dato loro una corretta educazione, di non essere stati più severi e più coerenti secondo verità.

    Non basta distribuire messe, sacramenti vari e benedizioni... Non è questo lo scopo della liturgia cristiana. E’ la qualità che conta e non la quantità! E’ questo un criterio tenuto presente da tutta quanta la riforma liturgica del Vaticano II. Soltanto avendo ben chiara in mente la finalità pastorale della celebrazione è possibile evitare alla liturgia quella strumentalizzazione demagogica che mira a soddisfare epidermicamente i fedeli concedendo spazio alle mode, trasformando il canto liturgico, ad esempio, in festival della canzonetta; la sobrietà liturgica in spettacoli di “sons et lumières”; i liberi interventi previsti nel rito in esibizioni personali per intrattenere il “pubblico”!

    Il riferimento primario di ogni celebrazione non è il nostro gusto, la nostra soddisfazione, ma ciò che Dio vuol dire e fare per noi! Guai dimenticare questa fondamentale dimensione pastorale della celebrazione.

    Poi non bisogna dimenticare che la sposa è la Chiesa che si manifesta in quanto assemblea e non il singolo battezzato. Anche questo è un altro grande principio del culto cristiano che sovente sfugge alla considerazione con il rischio di non comprendere la portata di certe norme e con il rischio di dar vita a dannosi malintesi.

    Ad esempio ci sono ancora persone che mal sopportano i gesti e gli atteggiamenti comuni prescritti durante le celebrazioni liturgiche. Prescrizioni che sovente vengono subite a malincuore o trasgredite, in buona fede, come attentati alla devozione individuale, come imposizione populista...

    In realtà gli atteggiamenti comuni intendono essere l’espressione unanime di una sposa che non è spastica, ma corpo gerarchicamente ordinato che con un cuor solo e un’anima sola risponde alla voce del suo sposo e Signore. “Gli atteggiamenti comuni prescritti per tutti i partecipanti al rito sono un segno della comunità e dell’unità dell’assemblea; essi esprimono e favoriscono l’atteggiamento interno dei partecipanti” (PNMR 20; cf anche MR, precisazioni CEI n 1).

    Ecco allora che la non conoscenza dei grandi principi teologici che fondano queste norme di vita a quella categoria di persone che pensano di essere più devote se stanno in ginocchio quando gli altri sono in piedi; se fanno la genuflessione prima di ricevere il corpo del Signore anche se ciò non è prescritto; se recitano preghiere supplementari privatamente mentre gli altri cantano o ascoltano la Parola di Dio...

    Così facendo non si dimostra devozione, ma semplice ignoranza. Si dimostra di non sapere che la preghiera liturgica è certamente strumento di salvezza per ciascuno nella misura in cui si accetta di diventare e di manifestare il corpo di Cristo. “Le azioni liturgiche non sono azioni private, ma celebrazioni della Chiesa che è sacramento di unità, cioè popolo santo radunato e ordinato sotto la guida dei vescovi...” (SC 26). Ci si raduna in assemblea non per manifestare la propria devozione, ma quella della Chiesa, la sua identità di sposa fedele e innamorata, che ascolta, prega e canta e si unisce a Dio in un mistico amplesso per mezzo di Cristo, nello Spirito Santo che è amore.

    In breve, nella liturgia l’interlocutore non è il singolo, ma la sposa che è l’assemblea. E questa dimensione è fondamentale per conoscere e vivere quella comunione con gli altri che costituisce lo strumento privilegiato nel disegno divino della salvezza.

    Certamente dopo secoli di devozionalismo individuale non è facile recuperare in tutta la sua ricchezza la dimensione comunitaria della liturgia che facilmente viene scambiata per dimensione collettiva. Ma non per questo bisogna rallentare il passo sul cammino conciliare.

    Anzi, oggi è necessario intensificare l’impegno per non cedere a quella tendenza assai diffusa che spinge al recupero di aspetti privatistici e devozionali all’interno dell’azione liturgica. E ciò in contrasto con le norme.

    “Nella celebrazione della Messa i fedeli formano la gente santa, il popolo che Dio si è acquistato e il sacerdozio regale, per rendere grazie a Dio, offrire la vittima immacolata non soltanto per le mani del sacerdote, ma anche insieme con lui, e imparare ad offrire se stessi. Procurino quindi di manifestare tutto ciò con un profondo senso religioso e con la carità verso i fratelli che partecipano alla stessa celebrazione. Evitino perciò ogni forma di individualismo e di divisione, tenendo presente che hanno un unico Padre nei cieli, e che perciò tutti sono fra loro fratelli. Formino invece un solo corpo, sia nell’ascoltare la Parola di Dio, sia nel prendere parte alle preghiere e al canto, sia specialmente nella comune offerta del sacrificio e nella comune partecipazione alla mensa del Signore. Questa unità appare molto bene nei gesti e dagli atteggiamenti del corpo, che i fedeli compiono tutti insieme...” (PNMR 62). Questa è la prima scuola di catechismo per capire cosa è la Chiesa!

    La devozione privata è importante e deve avere uno spazio nella vita del cristiano (cf SC 13). Ma quando si celebra liturgicamente ognuno è chiamato a superare se stesso, i propri gusti, per poter esprimere concordemente, con tutti gli altri battezzati, l’unica realtà della Chiesa, di cui ciascuno è membro gerarchicamente ordinato.

    La consapevolezza e la testimonianza dell’autentica carità fraterna nasce anche e soprattutto da una corretta esperienza liturgica attorno all’altare. La celebrazione liturgica non è né spettacolo, né devozione individuale, ma scuola di vita cristiana. Una scuola che usa il metodo più efficace, quello induttivo attraverso l’esperienza, per mezzo dei riti e delle preghiere (cf SC 48).

    Dio per primo da buon pedagogo, anzi da creatore e Padre, sa che l’uomo impara soprattutto facendo. Una scuola di vita che è inoltre garantita dall’azione efficace dello Spirito Santo.
    Da questa dimensione pastorale della liturgia, teologicamente fondata, si giustificano tutte quelle particolari accentuazioni che caratterizzano la riforma liturgica conciliare, dove al centro non c’è il rito in sé, ma l’assemblea.

    Condizionati come siamo ancora dalla teologia manualistica e poco sensibili alla teologia biblica, la nostra attenzione è in genere attratta da quegli aspetti della liturgia che maggiormente sono legati alle grandi tematiche della riflessione teologica: la natura del sacerdozio cristiano, le modalità della presenza reale di Cristo, il limite che divide la liturgia dal pio esercizio, ecc... Non che questi aspetti non siano importanti con riflessi pastorali altrettanto importanti, ma non è certo casuale che la costituzione conciliare sulla liturgia si preoccupi in primo luogo di sottolineare che la celebrazione liturgica “manifesta la Chiesa come segno innalzato sui popoli, sotto il quale i dispersi figli di Dio si raccolgano in unità finché si faccia un solo ovile e un solo pastore” (SC 2). Apparentemente questa affermazione di chiaro riferimento biblico (cf Is 11,12) non sembra sollecitare più di tanto la nostra attenzione, mentre in realtà è fra le affermazioni più sconvolgenti e innovative in rapporto alla prassi precedente.

    Noi siamo inevitabilmente eredi di una secolare tradizione teologica, quella tridentina, pienamente giustificata dalla necessità di definire i limiti minimali della fede e della sua celebrazione di fronte al violento assalto dei riformatori. Questa contingenza storica ha profondamente segnato anche la liturgia per un periodo di quasi quattro secoli, che il grande storico della liturgia Theodor Klauser chiama l’epoca della stasi ovvero della rubricistica. In altri termini, la preoccupazione verteva inevitabilmente a quel tempo massimamente sulle condizioni per una valida e lecita celebrazione, sul rito in sé e su chi doveva compierlo con meticolosa precisione.

    Oggi, dopo la riscoperta conciliare delle originarie e profonde radici del culto cristiano, la prima preoccupazione è certamente su un altro versante: “Quale immagine di Chiesa emerge da questa celebrazione?”. Una domanda che, nonostante le affermazioni di principio, ancora troppo pochi si pongono. Una domanda che, se correttamente posta, è destinata a cambiare profondamente il volto delle nostre celebrazioni liturgiche.

    Ad esempio, una Messa festiva poco frequentata in rapporto alla popolazione locale è un segno adeguato per rivelare la natura e il volto della Chiesa? Allo stesso modo un’assemblea muta e un presidente factotum esprime un’immagine corretta della Chiesa?

    La liturgia cristiana manifesta il dono gratuito dell’amore di Dio al quale noi siamo chiamati a rispondere non affermando egoisticamente il nostro “pacchetto” di salvezza, ma manifestando a nostra volta agli altri il volto e il progetto di Dio sull’uomo. Anche la celebrazione liturgica entra in qualche modo nel fondamentale compito di quella testimonianza che la Chiesa è chiamata a dare di fronte al mondo.

    Dio non ha bisogno dei nostri incensi e dei nostri sacrifici “Tu non hai bisogno della nostra lode, ma per un dono del tuo amore ci chiami a renderti grazie; i nostri inni di benedizione non accrescono la tua grandezza, ma ci ottengono la grazia che ci salva” (Prefazio com. IV).

    E’ su questa dimensione di testimonianza che si fonda veramente, secondo l’antica tradizione, il precetto dell’assemblea domenicale. Non quindi sul dovere moralistico di dare un “tozzo” del nostro tempo a Dio! La celebrazione liturgica educa alla testimonianza, la fonda e la inizia.

    La liturgia è teologia simbolica. Pastorale non è opposto a dottrinale, esprime soltanto una finalità che è poi quella più importante della Chiesa. Per questo la riforma liturgica si preoccupa tanto dei segni. Non certo per motivi estetici, ma per rendere visibile, per rivelare il mistero di Cristo: “In tale riforma occorre ordinare i testi e i riti in modo che esprimano più chiaramente le sante realtà che significano e il popolo cristiano, per quanto possibile, possa capirle facilmente e parteciparvi con una partecipazione piena, attiva e comunitaria (SC 21).

    Durante l’epoca del cosiddetto rubricismo una buona parte di segni liturgici, quelli che non entravano nella stretta categoria della validità e della liceità, hanno finito per scadere a semplici elementi decorativi. Lo sfarzo, la grandiosità aveva in qualche modo preso il sopravvento, al punto che un pontificale o una Messa solenne non prevedeva la comunione dei fedeli in quanto era ritenuta un disturbo per la cerimonia! Questa tendenza alla cerimonialità condiziona ancora oggi in qualche modo la celebrazione liturgica...

    Si pensi ad esempio alla concelebrazione che da manifestazione della comunione dei presbiteri nell’unico sacerdozio (cf SC 57) viene sovente strumentalizzata per fare cerimonia, per dare solennità.

    Allo stesso modo, in un contesto particolarmente segnato dal devozionalismo individuale, alcuni segni liturgici hanno perduto la loro finalità pastorale per diventare semplici oggetti sacri. Pensiamo all’acqua benedetta e ai vari usi più o meno superstiziosi. In genere si finisce per tendere a subordinare e sottovalutare il rito in funzione dell’oggetto sacro.

    Nonostante le apparenze contrarie, ciò avviene persino per quanto riguarda l’Eucaristia: la Messa come strumento per ottenere l’ostia consacrata! E’ inserendosi nel contesto persistente di una simile mentalità che la riforma liturgica rischia di non raggiungere la sua preminente finalità pastorale. Questo spiega perché sia così difficile far entrare nella prassi comune un’autentica sensibilità verso la verità dei segni (cf PNMR 279). Insensibilità che è anche all’origine di un certo cattivo gusto che domina nell’arredamento delle nostre chiese. Non si tratta di ricercare il bello, ma il vero. La liturgia è bella quando è vera!

    Caro Augustinus, ci fu un momento della nostra storia assai recente in cui alcuni pensarono di intaccare l’autorevolezza del concilio Vaticano ii o di sminuire comunque l’importanza delle sue decisioni, dicendo che alla fin dei conti si tratta di un concilio…”pastorale”!

    Si potrebbe dire che in qualche modo si è ripetuto il prodigio dell’asina di Balaam che, senza saperlo, aprì la bocca per ragliare e invece parlò a nome di Dio. Dio può parlare anche attraverso un animale. Ma ancor meglio bisogna dire che Dio è capace di scrivere diritto sulle righe storte dell’uomo; egli è in grado di far convergere sempre al servizio del bene anche gli errori e le cattiverie dell’uomo.

    Dire che un Concilio è pastorale infatti significa dargli il massimo onore alla luce della missione fondamentale della Chiesa che è appunto quella pastorale. E al vertice di questa missione sta la celebrazione liturgica che, con parole e gesti, rivela il volto di Dio e il suo progetto sull’uomo, comunica il suo amore, cioè la forza dello Spirito santo che permette di raggiungere in pienezza quella festosa comunione di cui la celebrazione liturgica è simbolo e caparra.

    Cordialità
    Poliedrico
    Caro Poliedrico,
    c'è differenza tra tradizionalisti e sedevacantisti, dal momento che le due categorie non necessariamente si equivalgono. Molti tradizionalisti, infatti, non sono sedevacatisti, e, dunque, pregano per l'attuale Pontefice, non ritenendo la Sede Apostolica vacante.
    Questo per doverosa precisazione.
    Nondimeno, non può non ammettersi che certe critiche avanzate verso il nuovo rito, almeno come esso è applicato nelle nostre chiese, mi sembrano meritevoli di debita attenzione. Non a caso, lo stesso Pontefice, nella recente enciclica Ecclesia de Eucharistia, ha modo di lamentare che, "soprattutto a partire dagli anni della riforma liturgica post-conciliare, per un malinteso senso di creatività e di adattamento, non sono mancati abusi, che sono stati motivo di sofferenza per molti. Una certa reazione al «formalismo» ha portato qualcuno, specie in alcune regioni, a ritenere non obbliganti le «forme» scelte dalla grande tradizione liturgica della Chiesa e dal suo Magistero e a introdurre innovazioni non autorizzate e spesso del tutto sconvenienti. Sento perciò il dovere di fare un caldo appello perché, nella Celebrazione eucaristica, le norme liturgiche siano osservate con grande fedeltà. Esse sono un'espressione concreta dell'autentica ecclesialità dell'Eucaristia; questo è il loro senso più profondo. La liturgia non è mai proprietà privata di qualcuno, né del celebrante né della comunità nella quale si celebrano i Misteri. L'apostolo Paolo dovette rivolgere parole brucianti nei confronti della comunità di Corinto per le gravi mancanze nella loro Celebrazione eucaristica, che avevano condotto a divisioni (skísmata) e alla formazione di fazioni ('airéseis) (cfr 1 Cor 11, 17-34). Anche nei nostri tempi, l'obbedienza alle norme liturgiche dovrebbe essere riscoperta e valorizzata come riflesso e testimonianza della Chiesa una e universale, resa presente in ogni celebrazione dell'Eucaristia. Il sacerdote che celebra fedelmente la Messa secondo le norme liturgiche e la comunità che a queste si conforma dimostrano, in un modo silenzioso ma eloquente, il loro amore per la Chiesa. Proprio per rafforzare questo senso profondo delle norme liturgiche, ho chiesto ai Dicasteri competenti della Curia Romana di preparare un documento più specifico, con richiami anche di carattere giuridico, su questo tema di grande importanza. A nessuno è concesso di sottovalutare il Mistero affidato alle nostre mani: esso è troppo grande perché qualcuno possa permettersi di trattarlo con arbitrio personale, che non ne rispetterebbe il carattere sacro e la dimensione universale" (n. 52).
    Anche nella lettera pastorale del luglio 2001, mons. Carlo Caffarra, nuovo vescovo di Bologna e già di Ferrara, aveva scritto: «E’ necessario che ci interroghiamo molto seriamente sulla qualità delle nostre celebrazioni eucaristiche … Sono convinto sempre più che la principale causa della crisi di fede in cui versa il popolo cristiano sia il modo in cui è stata applicata la riforma liturgica voluta dal Vaticano II».
    Come notava, in proposito, Rino Cammilleri, «Sante (è il caso di dirlo) parole. Sono passati quarant’anni da quel concilio e quasi tre dall’esortazione di Caffarra. Va bene, interroghiamoci, anche se il "molto seriamente" mi sembra nient’altro che un pio augurio. La messa è la preghiera delle preghiere e già un tempo si diceva "lex orandi, lex credendi". Cioè: quello in cui si crede si vede da come si prega. L’intrattenimento domenicale condito da un festival di Sanremo di rione ormai siamo abituati a chiamarlo "messa" ma ci si può legittimamente chiedere se la coazione al brutto, allo sciatto e al banale sia un’ "offerta gradita a Dio", visto che è sgradevole a occhi e orecchi sensibili. Ma non voglio tornare su un tema sul quale mi sono più volte espresso.
    Solo, fare osservare che il futuro cardinale di Bologna ha osato mettere quel dito sulla piaga che io non mi ero permesso, collegando lo squallore delle messe cattoliche odierne con la crisi di fede. Dunque, lo sciattume non è conseguenza del vacillare del Credo, bensì è il primo che fa vacillare il secondo».
    Il rito antico, quello di S. Pio V, almeno non si prestava a libere interpretazioni ... .
    Questo penso che sia facilmente constatabile. Il rito antico, nella sua solennità, attingendo direttamente a fonti antiche (addirittura per alcuni risalenti all'epoca apostolica), è un modo degno di rendere il dovuto culto a Dio (ed è questo scopo della messa: non tanto o soltanto una comunione di fedeli, ma il rendimento dell'unico e vero culto a Dio). La messa nuova, invece, appare assai povera in molti suoi contenuti e definizioni. Contenuti che sono ancor più svuotati di senso con le libere interpretazioni e gli abusi sopra ricordati.
    Così, per es., l'altare voltato verso il popolo non è affatto necessario né obbligatorio (EV 2, 396, 610; da ultimo il Responso della Congregazione del Culto Divino del 25 settembre 2000) ed è stato fondatamente criticato, tra l'altro, dal Card. Ratzinger in "Introduzione allo spirito della liturgia" (non è giustificato storicamente, chiude la Chiesa in se stessa, pone al centro dell'attenzione il sacerdote celebrante ecc.; cfr. Klaus Gamber, "La celebrazione versus populum e Verso il Signore")





    Spero di aver chiarito la questione.
    Cordialmente

    Augustinus

  6. #66
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    Arrow Questione di «riti»?

    Cari amici,

    il titolo di questo threat prende le mosse dal costante intrecciarsi di subdoli attacchi alla riforma e al rinnovamento liturgico promossi dal Concilio Vaticano II. Se certi modi di esprimersi risultassero come delle boutades ci si potrebbe anche sorridere sopra; ma quando alcune prese di posizione, quando scritti o interviste provengono da chi ha il compito di promuovere la comunione di tutti, allora ponendomi in una prospettiva di educatore e formatore mi domando: è davvero una questione di riti quella che sta dietro l’accettazione o meno della riforma liturgica, o all’ombra della problematica relativa al rito è nascosto qualcosa?

    Non credo che chi si muove in questa prospettiva rientri nella categoria del proverbio cinese: «Quando il saggio indica la luna con il dito, lo stolto sta a guardare la punta del dito». Non credo che alla base ci sia una contrapposizione tra «rito romano» attuale e «rito romano antico»; apparirebbe ridicolo proprio alla luce dei dati di quella stessa pagina di storia, tanto sbandierata (da Trento al Vaticano II) quanto sconosciuta ai più – basti pensare che solo ora si stanno rieditando i libri liturgici preparati per disposizione del concilio di Trento, in modo da studiarne da vicino i contenuti. Dove sta allora il nocciolo del problema? Provo a cogliere alcune provocazioni e a tentare di puntualizzarle (e lo faccio con molta umiltà, perché sono consapevole di trattare di quella dimensione della vita della Chiesa senza della quale questa perde il senso stesso del suo esistere).

    Unità nella fede e libertà nei riti. È una bella espressione che si è letta recentemente, che fa colpo; ma di cui non si è percepito probabilmente lo sviluppo e le conseguenze. Di solito si usa dire che la lex orandi è l’espressione simbolica della lex credendi, per una conseguente lex vivendi. Se non c’è questa sintesi la liturgia appare come un bel teatro: sacro quanto si vuole, ma teatro. E questo non può essere il culto cristiano.

    Se invece l’espressione «libertà nei riti» riconferma la prassi più o meno sempre viva nella Chiesa cattolica circa la presenza di riti diversi come espressione inculturata della fede, allora – ieri come oggi – non c’è da aver timore della presenza di forme rituali diversificate ma complementari che celebrano la stessa fede. E venendo ancora più alla concretezza dell’attualità: non è il problema dell’ammissione o meno del rito romano così detto (ma erroneamente!) di Pio V; di per sé questo potrebbe essere ancora una ricchezza per il tessuto ecclesiale (anche se chi lo conosce davvero si rende conto che tutta quella ricchezza è stata travasata nell’oggi e arricchita con la riforma liturgica voluta dal Vaticano II). È invece ciò che sta dietro che non costruisce l’unità della fede, e di conseguenza non garantisce la carità in ogni cosa.

    Liturgie diverse: una ricchezza per l’unica Chiesa. È probabile che prima ci si debba intendere sul significato da dare al termine «liturgia». Se ci si trova concordi nella definizione di Sacrosanctum concilium 7 allora si parte da una base ecclesiale comune, e la conseguenza non può che essere nella prospettiva di una ricchezza per tutta la Chiesa. Ma il «rito romano antico» – chiamiamolo per nome perché il problema è qui – può dire di muoversi in questa linea?

    Certo non sta a me formulare interrogativi per un esame di coscienza che altri devono fare; vorrei però che i così detti «altri» si ponessero in un atteggiamento più sereno e oggettivo di fronte alla realtà del «rito». Ma la conseguenza ulteriore che non posso eludere è costituita dalla risposta al dettato di Sacrosanctum concilium 37-40 circa l’adattamento della liturgia all’indole e alle tradizioni dei vari popoli. Richieste di forme liturgiche più adattate e inculturate sono incoraggiate e sorrette come logica conseguenza di una inculturazione del Vangelo. Non si può parlare di inculturazione dell’annuncio, dell’evangelizzazione e della catechesi... se di pari passo non si procede anche nell’adattamento della celebrazione. D’altra parte, per essere realisti, dove di fatto avviene la prima vera inculturazione dell’annuncio evangelico se non principalmente nella liturgia? Come, dunque, contribuire alla ricchezza dell’unica Chiesa attraverso la diversità delle liturgie (o dei «riti»)?

    Fedeltà al concilio. È l’espressione che viene usta nei contesti più diversi. In riferimento alla riforma liturgica, è ovvio che il Vaticano II non l’abbia realizzata durante le sue sedute.

    Anche i padri del concilio di Trento volevano fare una riforma, e per questo si fecero portare da Roma a Trento il prezioso manoscritto del Sacramentarium gregorianum (affidandolo per sicurezza a un corriere speciale); ma si resero conto che in quel contesto una seria riforma non poteva essere attuata. Il lavoro fu demandato al papa, e tra il 1568 e il 1614 giunse al termine! I principi conciliari furono fedelmente attuati sia da Pio V sia dai suoi successori.

    E i principi relativi alla riforma promossa dal Vaticano II? Sarà opportuno ricordare che non sono solo quelli circa le «norme derivanti dalla natura didattica e pastorale della liturgia» (cf. Sacrosanctum concilium 34-36): questi, tra l’altro, vanno considerati tutti, compresa la premessa di Sacrosanctum concilium 33. C’è anche tutto un capitolo della Costituzione liturgica, il secondo, che tratta del mistero eucaristico: quale valore dare alle parole codificate nei paragrafi 50, 51 e 52? Quale fedeltà a questo dettato conciliare viene attuata quando ci si àncora a uno strumento di preghiera – quale il Missale Romanum secondo l’edizione del 1962 – che i padri conciliari avevano ben presente e stavano usando nel momento in cui stabilivano che «l’ordinamento rituale della messa sia riveduto in modo tale che apparisca più chiaramente la natura specifica delle singole parti e la loro mutua connessione, e sia resa più facile la pia e attiva partecipazione dei fedeli»; e quando di conseguenza ordinavano: «... per questo i riti... siano resi più semplici...» (n. 50)? Il problema non è nel contenuto del paragrafo 54, perché dov’è effettivamente richiesta una celebrazione in lingua latina è sempre possibile (vedi soprattutto le chiese cattedrali) e quanto mai auspicabile (si pensi alle comunità di formazione e ai seminari).

    Certe prese di posizione contro la riforma liturgica a partire dal disuso della lingua latina o dalla erronea traduzione di termini eucologici, fanno avanzare il dubbio – non certo in me, ma penso alle generazioni più giovani – che le varie Costituzioni apostoliche firmate da Paolo VI siano come uno schiaffo allo stesso concilio. A questo punto l’intelligente lettore tragga le debite conseguenze.

    Due «riti romani». Mettere in contrapposizione il rito romano antico (?) con il rito romano (moderno?) è già compiere una lettura della storia non conforme alla storia! Il rito romano ha una sua origine, ha avuto un’evoluzione, ha attraversato alcune riforme sia nel primo che nel secondo millennio (non certo così radicali come quella voluta dal Vaticano II). Mai però la precedente «forma» è sopravvissuta in contrapposizione o in concomitanza con quella successiva. Anche in questo caso le disposizioni del concilio di Trento e dei pontefici che l’attuarono insegnano! A rigor di logica di storia delle forme liturgiche non si può, pertanto, avallare una simile terminologia; sia il rito «tridentino» che quello attuale costituiscono un solo rito, quello romano, considerato in due fasi diverse della sua storia. Ha senso, dunque, la loro convivenza? Esistono davvero motivi pastorali determinanti?

    Distinguere tra aspetto teologico e pratico della questione. Precisato il dato storico che un «rito latino» che includesse altre forme liturgiche non è mai esistito, rimane da chiarire una distinzione, sempre ammesso che possa esistere, tra dimensione teologica e aspetto pratico del problema. Se la lex orandi è espressione – come notavo sopra – della lex credendi, perché Paolo VI nel promulgare la costituzione apostolica Missale Romanum il 3 aprile 1969 scriveva tra l’altro: «Il nostro predecessore san Pio V, promulgando l’edizione ufficiale del Messale Romano, lo presentò al popolo cristiano come fattore di unità liturgica e segno della purezza del culto della Chiesa. Allo stesso modo noi abbiamo accolto nel nuovo Messale legittime varietà e adattamenti, secondo le norme del concilio Vaticano II; tuttavia, confidiamo che questo Messale sarà accolto dai fedeli come mezzo per testimoniare e affermare l’unità di tutti, e che per mezzo di esso, in tanta varietà di lingue, salirà al Padre celeste, per mezzo del nostro sommo sacerdote Gesù Cristo, nello Spirito Santo, più fragrante di ogni incenso, una sola e identica preghiera»?

    E perché il Messale sia espressione di unità della Chiesa, Paolo VI concludeva: «Quanto abbiamo qui stabilito e ordinato vogliamo che rimanga valido ed efficace, ora e in futuro, nonostante quanto vi possa essere di contrario nelle Costituzioni e negli Ordinamenti apostolici dei nostri predecessori e in altre disposizioni, anche degne di particolare menzione e deroga».

    Credo che il così detto aspetto teologico e la dimensione pratica non possano trovare una distinzione né sottile né macroscopica, solamente perché non c’è! Non è forse possibile affermare: dimmi come celebri e ti dirò che cosa credi? Pertanto: questione di «riti» o di metodo teologico? Alla luce e sulla linea di quanto prospettato in provocazioni che con ricorrenza vengono lanciate contro «alcuni liturgisti moderni» mi sembra di dover onestamente fare anch’ io qualche considerazione che rilancio come punto di riferimento perché il presbitero con la sua competenza presieda la celebrazione in modo da aiutare i fedeli a fare un’autentica esperienza del sacro; e perché il fedele sia educato a comprendere il senso vero e profondo di quanto si attua nella celebrazione dei santi misteri, e vi partecipi plene, pie, actuose, conscie, frequenter, vive, vere, active, efficaciter, debite, genuine, fructuose, plenarie ac devote.

    Educazione al senso del mistero. Pongo in prima istanza questo aspetto, anche se potrebbe essere considerato quasi a conclusione, o comunque come filo conduttore dell’intero percorso. Precisato che con «mistero» intendo non il senso dell’arcano, ma il progetto di salvezza rivelato dal Padre per Cristo nello Spirito e prolungato nel tempo attraverso l’annuncio e la celebrazione, quale educazione al «senso del mistero» si è potuta realizzare proprio a partire dalla liturgia rinnovata?

    È dall’ascolto attento della parola di Dio, da una conoscenza più diretta della sacra pagina, da un’eucologia più ricca, da un’omelia più conforme alla sua ragion d’essere, da una simbolica più eloquente... che le comunità cristiane sono progressivamente educate all’esperienza di Dio Trinità e quindi a una spiritualità che attinge al coinvolgente linguaggio celebrativo.

    Quale spiritualità può creare un rito incomprensibile? E soprattutto di quale mistero è tramite? È un rito o una lingua che garantiscono il «sacro» o è un’arte del celebrare a creare un clima di sacralità attorno all’attuazione del memoriale?

    Io credo alla validità della riforma liturgica non con atteggiamento precostituito, ma a partire sia dall’esame serio dei principi, sia da quanto si osserva nel tessuto ordinario della vita parrocchiale. Le assemblee pregano, ascoltano la parola di Dio, cantano, celebrano i sacramenti e i sacramentali; in una parola, la spiritualità cristiana cresce e si sviluppa a partire dall’esperienza sacramentale dello Spirito!

    Lo studio della storia. Talvolta i problemi sorgono, o riemergono, perché la lezione della storia viene disattesa o completamente ignorata. Nei primi tempi della riforma liturgica talvolta furono levate accuse alla riforma stessa in quanto sembrava peccare di un certo archeologismo.

    In realtà, il ritorno a forme di altri tempi o la riscoperta di dimensioni o segmenti celebrativi caduti in disuso permetteva di recuperare esperienze positive.

    Bisogna riconoscere che nessuna riforma liturgica realizzata nell’arco di due millenni ha mai avuto alle sue spalle una documentazione storica così ampia come quella del Vaticano II. A suo favore ha contribuito il fervore di studi che il secolo XX aveva visto fiorire, soprattutto sotto la spinta del Movimento liturgico – con questo senza dimenticare la produzione liturgica che già dal secolo XVII cominciò ad essere elaborata con la pubblicazione di fonti liturgiche e studi di vario genere –. Bisogna ancora riconoscere che se il periodo più studiato è quello relativo al primo millennio, una pagina ancora molto da indagare è quella che concerne la storia del culto cristiano nel secondo millennio.

    Una pagina da approfondire è quella, complessa, che abbraccia la vita della Chiesa nei secoli XIII-XV, quando si preparano le condizioni che da una parte saranno occasione di frattura nella Chiesa di Occidente, e dall’altra le premesse per l’assise tridentina. Credo che in questa prospettiva sia comprensibile la vera storia del così detto Messale di Pio V che ha condizionato poi la vita e la spiritualità della Chiesa fino al secolo XX.

    Formazione teologico-liturgica. Celebrare bene non significa conoscere le rubriche e attuarle con fredda meticolosità. La celebrazione è una particolare esperienza, anzi «comunicazione», tra Dio e il suo popolo, mediata da quel linguaggio verbale e non verbale che non è facile gestire. Per questo se una prima osservazione può essere mossa nei confronti non della riforma ma del rinnovamento liturgico, questa risiede nell’aver disatteso la presa di coscienza (= lo studio) della dimensione teologico-liturgica presente negli stessi libri liturgici. Ma il peggio risiede nel continuare a disattendere il dettato di Optatam totius 16. A livello teologico la radice di un disagio serio è qui; e più a monte in una visione ritualista che ha connotato il mondo liturgico soprattutto a partire dall’istituzione della Congregazione «dei riti». Era forse in errore il sinodo straordinario dei vescovi quando nel 1985, ricordando i vent’anni del Vaticano II, tra l’altro affermava nel documento finale del 7 dicembre: «I futuri sacerdoti imparino la vita liturgica in modo pratico e conoscano bene la teologia liturgica»?

    Quale proposta catechetico-pastorale? Che all’inizio della riforma liturgica si sia proceduto talvolta all’insegna di una certa improvvisazione è doveroso ammetterlo. In genere, la formazione teologico-pastorale dei presbiteri non era tale da garantire il passaggio non a dei riti nuovi, ma a una mens rinnovata. Non era solo questione di testi rinnovati, ma di teste da preparare. Il superamento delle prime incertezze è stato coadiuvato da sussidi, corsi, convegni, sinodi, progetti pastorali... Non sempre però la strumentazione catechistica è stata al passo con il rinnovamento biblico-liturgico. Nel 1967 l’istruzione Eucharisticum mysterium, nella consapevolezza che una riforma e un conseguente rinnovamento non si attuano cambiando riti o lingua, ma rinnovando le strategie di partecipazione alla santa e divina liturgia, ricordava l’impegno della catechesi. Ma prima ancora la Costituzione liturgica aveva ribadito questo, manifestando una decisiva preoccupazione pastorale. Tanto che in questa linea si può affermare che se la Mediator Dei da taluni è ritenuta come la «magna (?) charta» della riforma liturgica la Sacrosanctum concilium a maggior ragione può essere da tutti definita come la «magna charta» del rinnovamento liturgico!

    Arte e musica: per un’educazione alla bellezza. Tra rimpianti, nostalgie e fughe in avanti ricorre di tanto in tanto il rilievo circa la perdita del senso del bello nell’azione liturgica. L’accusa non è infondata. Mi rendo ben conto, nonostante le preziose indicazioni racchiuse nell’attuale introduzione al Missale Romanum, che l’educazione al senso del bello non può essere presupposta come innata nei responsabili delle celebrazioni.

    Quale spazio viene dato all’arte e alla musica nel cammino di formazione teologica e sacerdotale oggi, a cominciare dalle stesse facoltà pontificie in Roma? L’arte è condizione indispensabile per educare alla bellezza assoluta; la musica è parte determinante della celebrazione come linguaggio che eleva e che rende trasparente la bellezza infinita di Dio. Ma se i presbiteri non sono educati a questo, non possono a loro volta essere educatori del popolo di Dio.

    E così siamo testimoni di scelte talvolta sconsiderate che non educano! E la colpa è da attribuire alla mancata formazione personale, alla trascuratezza del singolo o a un’impostazione della formazione sacerdotale che durante gli studi teologici non riesce a tenere il passo di fronte all’urgenza delle infinite sollecitazioni che chiamano in causa il primo ciclo di studi teologici? C’è allora da auspicare che con questo terzo millennio veda la luce – magari proprio sulla linea di Optatam totius 16 – una ratio studiorum che sia tramite e luogo di confronto per una più vera sapientia christiana?

    Una comunicazione realizzata con competenza. L’era della comunicazione massmediale ha messo in crisi anche il linguaggio liturgico. Se la riforma liturgica ha posto l’accento sui diversi linguaggi della celebrazione, da quello biblico, anzitutto, a quello eucologico, a quello non verbale, perché questa dimensione della comunicazione lascia ancora molto a desiderare? La liturgia è anzitutto «comunicazione» tra Dio e il suo popolo, e viceversa. Pertanto, i diversi elementi della celebrazione devono contribuire a questo dialogo. Qui non è questione di rubriche, ma di interpretazione di esse, perché questa particolare assemblea possa realizzare un incontro unico con il Dio della vita.

    Una celebrazione «partecipata» in silenzio dall’inizio alla fine – magari seguendo tutte le parole sul messalino bilingue, come si faceva prima della riforma liturgica – non è certo lo specchio di questa dimensione dialogale tra Dio e il fedele. Ma come educare clero e fedeli a tutto questo? Superati tutti i rimpianti per il passato, bisogna formare i formatori a una solida base biblico-teologica, e a saper trasmettere i contenuti in modo corretto, sulla lunghezza d’onda dei partecipanti all’azione liturgica.

    Non è, dunque, di fronte a una «questione di riti» che noi ci troviamo, ma di «metodo teologico». Le sfide sopra evidenziate, è ovvio, non possono in questo ambito scendere nei dettagli e chiamare in causa, nominatamente, tutti i risvolti. Quelli sopra segnalati mi sembrano come la punta dell’iceberg: indicativi, cioè, di una prospettiva di sintesi che la ricerca e lo studio della filosofia e della teologia oggi non riescono a offrire soprattutto durante il ciclo istituzionale. Se rimane ancora valido il senso racchiuso nel classico assioma lex credendi, lex orandi, lex vivendi, allora non resta che riscoprire la validità della prospettiva chiaramente indicata da Optatam totius 16 e progressivamente dimenticata nei documenti successivi di attuazione. Che anche in questo caso succeda quanto sottolineava lo Jedin? Certo, dal tempo del concilio la scienza teologica ha fatto un cammino decisivo.

    Come liturgista mi sento in dovere di ricordare che la scienza liturgica ha aperto percorsi e prospettive nuove, prima impensabili: dalla dimensione antropologica a quella storica, dalla prospettiva di approccio teologico all’indagine circa il non verbale, dalla fondazione biblica all’esperienza spirituale... del momento cultuale. Le polemiche sono costruttive quando si pongono all’insegna di una dialettica fondata su elementi certi. Non voglio emulare la questione dei «riti... cinesi» del secolo XVII. Lì gelosie e false interpretazioni metodologiche – oltre a precomprensioni – fecero perdere un’occasione unica di diffusione del Vangelo, che non si è più ripresentata.

    Forse che anche oggi, come al tempo di Matteo Ricci, ci troviamo di fronte a una «questione di riti»? In un certo senso sì. Ma continuiamo a domandarci: cosa vi sta dietro? Io sono del parere che dietro tutta questa problematica stia qualcosa d’altro che non permette all’Ecclesia Dei di essere se stessa, in comunione piena di scelte e di visione della realtà come il Vaticano II ha formulato. La soluzione dell’impasse non sta nella ristampa di vecchi Messali, né in una ulteriore presa di posizione ufficiale, ma in una coraggiosa scelta di formazione filosofico-teologica e pastorale. I risultati non sono previsti a breve termine. E proprio in questa ottica ritengo che valga di più accendere una luce perché il futuro sia più chiaro, che maledire le tenebre del momento che ingenerano incertezza!


    Il Concilio Ecumenico Vaticano II


    La chiusura del Concilio
    Canterò per sempre le meraviglie del Signore

  7. #67
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    caro Poliedrico,
    parli nel tuo thread, che io ho spostato per affinità di tema sotto l'egida di quello di cui si parlava in questo, del costante intrecciarsi di subdoli attacchi alla riforma e al rinnovamento liturgico promossi dal Concilio Vaticano II; soprattutto di "alcune prese di posizione, quando scritti o interviste provengono da chi ha il compito di promuovere la comunione di tutti".
    In realtà dimentichi un dato fondamentale: vale a dire non tanto l'auspicio del rinnovamento liturgico operato dal Concilio, quanto piuttosto la storia di questo rinnovamento; storia assai travagliata, e per certi versi oscura, che ha visto, con successivi colpi di mano, l'imposizione alla Chiesa di concezioni estranee alla stessa.
    Forse si ignora che uno dei maggiori artefici del rinnovamento fu Mons. Annibale Bugnini, un personaggio davvero inquietante ed oscuro, del quale si suppone, con grado prossimo alla certezza, l'affiliazione massonica. Allontanato dal Beato Giovanni XXIII, ritornò al servizio della Santa Sede sotto Paolo VI, il quale, fidandosi gli affidò il compito delicatissimo della riforma liturgica, ma poi, emerse nuovamente le voci sulla sua affiliazione massonica, fu definitivamente allontanato a Teheran. Proprio in quel periodo il Papa tenne quel famoso discorso sul "fumo di Satana" penetrato, dopo il Concilio, tra le fessure della Casa di Dio (la Chiesa).
    Forse si ignora una certa discontinuità tra il vecchio ed il nuovo rito, evidenziata giusto alla fine degli anni '60, da uno studio dell'allora Prefetto del S. Uffizio, il card. Ottaviani, il quale sottolineava diversi elementi e profili dubbi del nuovo rito.
    Certamente si tratta di aspetti inquietanti, che fanno riflettere.
    Se l'antica regola della lex orandi, lex credendi deve essere considerata, forse, alla luce di questi fatti, c'è da dire che la liturgia odierna sia espressione di una minore fede. In un certo senso, quindi, può darsi che la nuova liturgia ben si attagli alla minore fede dell'uomo d'oggi, anzi, ne sia quasi il simbolo e la cartina di tornasole. Probabilmente il rito tradizionale andava bene sin quando nella Chiesa stessa c'era una fede maggiore ed incondizionata in Dio; ma quando l'angolo visuale è stato spostato sull'uomo, a quel senso di minore fiducia nell'Eterno è corrisposto un rito più debole, meno mistico. Che tutto rientri in questa prospettiva?
    Senza parlare poi degli abusi, che in verità ulteriormente sviliscono un rito già fin troppo essenziale, trasformandolo in una sorta di kermesse, che magari favorisce la socializzazione tra fedeli, limitando drasticamente quel trasporto mistico che il precedente rito comportava.
    E' questo il senso dei richiami del Papa, il quale si è reso conto dell'inadeguatezza dell'attuale Messa, che è sempre più povera di contenuti e di fede persino nei presbiteri. Di qui il rimaneggiamento delle rubriche e dell'Istruzione; di qui l'enciclica sull'Eucarestia ed il richiamo alla sua centralità nella vita della Chiesa; di qui la predisposizione di norme (non ancora emanate) contro gli abusi liturgici (chierichette, battiti di mani, ecc.), che si spera siano presto promulgate; di qui anche le osservazioni del Card. Ratzinger sullo spirito della liturgia, e così via discorrendo.
    Molte istanze dei tradizionalisti, dunque, non mi sembrano del tutto infondate. Anzi ... trovano pieno riscontro proprio nei pronunciamenti del Papa e di autorevoli esponenti di Curia, i quali sottolineano come la materia liturgica sia assai delicata, dal momento che con la liturgia ed i riti si rende a Dio il giusto e vero culto. Insomma, la liturgia non è per l'uomo o gli uomini, ma è per Dio.
    Per questo non mi sembra corretta quella sorta di istruzione maoista che, a tuo dire, dovrebbe essere rivolta ai fedeli tradizionalisti. Anzi ... dovrebbe essere il contrario. Le loro istanze, infatti, potrebbero aiutare a dare un'interpretazione meno ... protestante ... ai documenti conciliari sulla liturgia e potrebbero contribuire a recuperare quello spirito di fede e solennità anche nel nuovo rito di cui il vecchio era intriso, affinchè possa rendersi un pieno e degno culto al Signore.
    Forse a questo punto mi potresti domandare se io ritengo valida la Messa attuale. La risposta è senz'altro affermativa, dal momento che credo Dio riesca a scrivere sulle righe storte degli uomini e non abbandona la sua Chiesa. Ma la misericordia che Dio usa nei nostri confronti, facendo sì che il suo Divin Figlio si renda ancora transustanzialmente presente nelle nostre Messe, non esime l'uomo dall'acquietarsi ed a lasciare fare ... come dire ... tutto a Dio. Anzi, ciò dovrebbe spronare ad eliminare gli errori commessi nell'immediato passato, affinchè la celebrazione della Messa ritorni al centro della vita della Chiesa, in tutta la sua solennità, recuperando quel volto di bellezza e di misticismo che aveva nei secoli trascorsi, bandendone gli abusi e correggendo in senso meno equivoco certune forme. E forse su questa strada il Magistero si sta orientando. Speriamo bene.
    Cordialmente

    Augustinus

    P.S.: una piccola domanda. Che significa "educatore e formatore"? Sei forse un presbitero?










  8. #68
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    Carissimo Augustinus,

    dobbiamo parlare avendo ben presente i dati storici e non facendo delle ipotesi del tipo: << Annibale Bugnini [...] del quale si suppone, con grado prossimo alla certezza, l'affiliazione massonica>>. Ma tu te ne rendi conto del cammino della riforma liturgica e del grande movimento che le è preceduto? Il Messale Romano riformato secondo le deliberazioni del Concilio Vaticano II è il dono atteso e desiderato dai fedeli e dai pastori di tutto il mondo, che erano stati sensibilizzati e formati allo spirito della liturgia da oltre settant’anni di movimento liturgico, che da piccolo ruscello strada facendo era diventato un fiume navigabile.

    Esso è un opera davvero monumentale, a cui hanno lavorato oltre un centinaio di studiosi, biblisti, patrologi, storici, liturgisti, teologi, pastori di cura d’anime, divisi in dieci gruppi di lavoro o “coetus”. Per la sua preparazione furono esaminati accuratamente i testi in uso, rivisitate le antiche fonti liturgiche, molti testi furono corretti tenendo conto dell’originale, altri ripresi dal patrimonio della Chiesa antica, altri adeguati alla cultura e alla sensibilità degli uomini del nostro tempo, parecchi furono creati ex novo ispirandosi ai documenti del Concilio. Il tutto sotto la supervisione personale del papa Paolo VI, che si volle rendere conto di tutti i particolari, facendo di suo pugno osservazioni e suggerendo modifiche.

    Ma, caro Augustinus, secondo te, tutti questi esperti erano dei famigerati massoni/sionisti/protestanti con a capo l’arci-massone Bugnini e l’arci-diavolo Paolo VI?... Carissimo, me ne sono davvero stufato di sentire a destra e a manca che il Concilio Vaticano II sarebbe un complotto giudaico-massonico-protestante per conquistare la Chiesa Cattolica... Dobbiamo essere veramente seri e non seguaci di opere di fantascienza...

    Si può affermare tranquillamente che il Messale di Paolo VI costituisce il punto di convergenza e di coagulo dei principali documenti del Vaticano II: Sacrosanctum Concilium, Lumen gentium, Dei Verbum, Gaudium et spes, Unitatis redintegtatio. E ciò che nel 1988 il papa Giovanni-Paolo II affermava della riforma liturgica, che è il frutto più visibile di tutta l’opera conciliare, quello che ha permesso alla maggior parte dei fedeli di recepire il messaggio del Concilio Vaticano II, vale prima di tutto per il Messale (cf. Vicesimus quintus annus, 12).

    Continui a parlare con delle supposizioni <<forse si ignora una certa discontinuità tra il vecchio ed il nuovo rito>>... Chi ha presentato il rito romano attuale come qualcosa di totalmente nuovo? Qui si fa riferimento a situazioni particolari, non documentate e del tutto sconosciute. In nessun caso né gli organismi della riforma né le riviste specializzate né gli organismi ufficiali esecutivi hanno mai presentato il nuovo Messale come una "rottura" con l’antica tradizione della Chiesa (anzi hanno detto tutto il contrario, e per primo Paolo VI) anche perché, di fatto, pur accogliendo le nuove acquisizioni teologico-ecclesiali e le esigenze pastorali per la comprensione e la partecipazione dei fedeli, si è preoccupato di affondare le radici nella tradizione dei Padri (cf SC 50) e vi è riuscito in modo egregio, ben superiore alla riforma di Pio V la cui commissione di esperti non disponeva degli antichi testi dei Padri e non andò oltre il XIII secolo. Quello, pur non volendo, rappresentò una "cesura" perché adottò un "Messale plenario", il segno della massima "clericalizzazione", confezionato ad uso del solo sacerdote e con esclusione della partecipazione del popolo (e degli stessi ministri salvo per la Messa cantata), rimasto al margine della celebrazione che per secoli ha dovuto alimentare la sua pietà ad altre sorgenti.

    Caro Augustinus, continui a parlare riferendoti allo studio del card. Ottaviani <<il quale sottolineava diversi elementi e profili dubbi del nuovo rito>>. Su questo punto, il mio dissenso non può essere che totale, perché le affermazioni sono gratuite e prive di ogni fondamento storico-liturgico. Anzi si tratta di critiche ormai superate – già avanzate nel 1969 dai cardinali Bacci e Ottaviani, nel 1991 dai cardinali Oddi e Meyer, e qualche anno fa da un altro cardinale: una malattia "ereditaria"? – alle quali volle rispondere punto per punto lo stesso Paolo VI mediante il "Proemio" all’Institutio generalis inserito nell’edizione del Messale del 1970, e tuttora presente, che pare sia sfuggito al card. Ratzinger.

    Paolo VI dichiara, e con ragioni storiche comprovate, la piena ortodossia, la continuità della tradizione e la caratteristica dell’adattamento del nuovo Messale.
    Tutti e due i Messali sono il frutto dei due Concili, animati dallo stesso desiderio di dare unità, verità e dignità alla celebrazione: il primo per frenare abusi e per impedire pericoli di ordine dottrinale, il secondo per la valorizzazione pastorale della celebrazione sul piano rituale e su quello della partecipazione del popolo cristiano.

    Pio V abolì tutti i Messali che non datavano di 200 anni, Paolo VI ha dovuto abolire l’uso del Messale di Pio V, sia perché del tutto inadeguato alle finalità pastorali del Concilio, sia perché il fondo eucologico come la struttura della celebrazione sono confluiti nel nuovo: il Messale di Pio V era ridotto ad un rigagnolo, ad un albero quasi arido, incapace di abbeverare e nutrire la fede e la pietà del popolo cristiano. Il suo fu un gesto saggio, provvidenziale. Non poteva e non doveva ammettere l’uso del Messale di Pio V, senza tradire il Concilio e senza venir meno al suo compito di pastore della Chiesa.

    Per un’informazione sull’iter del Messale di Paolo VI ti rimando alle pagine, documentatissime, del volume di Annibale. Bugnini, La riforma liturgica (1948-1975), Ed. Liturgiche, Roma 1980, pp. 333-479). Per un confronto tra i due Messali si possono leggere due capitoli del volume di Rinaldo Falsini: L’eucaristia domenicale, tra teologia e pastorale, Edizioni San Paolo 1995, pp. 30-46.

    Augustinus, continui a parlare ipoteticamente: <<Probabilmente il rito tradizionale andava bene sin quando nella Chiesa stessa c'era una fede maggiore ed incondizionata in Dio>>. Carissimo, la “messa delle rubriche”, quella che tu chiami “tradizionale”, era una celebrazione ufficiale a cui il popolo assisteva, mentre il prete era servito o aiutato da due ministri (“messa solenne”) o almeno da qualche chierichettto o inserviente; l’azione restava atemporale, senza possibilità di adattamento.

    La “messa rinnovata”, invece, suppone una celebrazione adattata a un’assemblea o ad un gruppo concreto, con persone che hanno una data mentalità, con risorse e caratteristiche proprie: quindi la partecipazione sarà attuata in modo più appropriato se si terrà conto della natura e delle abitudini di ciascuna assemblea. Caro Augustinus, non è questione solo di pastorale; al fondo c’è tutta una teologia da riscoprire.

    Parli poi di abusi liturgici e fai bene perchè è vero che a volte essi si commettono nelle nostre celebrazioni. Sono d’accordo con te. Certo si deve constatare che dopo 40 anni assieme alle luci permangono ancora molte ombre e c’è chi addirittura parla di “fallimenti” riferendosi al Concilio. Pur non schierandomi in posizioni estreme di pessimismo, e rallegrandomi piuttosto del cammino compiuto fino a questo momento, devo dire comunque che molto resta ancora da fare perchè diventi realtà tutto ciò che con la riforma liturgica si auspicava.

    Ecco, caro Augustinus, sono appena 40 anni che ci sentiamo dire, giustamente, "siete il soggetto integrale dell'azione liturgica in quanto battezzati, con responsabilità gerarchiche diverse all'interno della celebrazione". Da appena 40 anni si sta cercando di dire "Gloria a Dio" nella propria lingua e quindi con un rapporto emotivo tra il dire e l'agire, un rapporto emotivo tra il dire, il cantare e l'agire. Quarant'anni sono veramente pochi. Un cambio generazionale-culturale esige la pazienza. Dove c'è stata già e dove ci sono state opere insistenti di qualificazione della celebrazione, dove c'è stato lo sforzo di variare i canti, dove c'è stato lo sforzo di essenzializzare l'omelia, dove lo spazio è stato considerato per la celebrazione, là dove è avvenuto questo, noi riconosciamo delle celebrazioni ad alto livello. Purtroppo non sono molte. Ma è in questa fase, dopo 40 anni, che possiamo dire che le cose si stanno movendo. Anzi, io credo che si stanno muovendo talmente che alcune reazioni contro la riforma, sopratutto di natura ecclesiologica, sono il segno della paura di alcuni ambienti conservatori di perdere chissà quali privilegi e poteri. Si sono resi conto che prender sul serio, come battezzati, il momento celebrarivo, vuol dire diventar Chiesa. E quindi non soltanto il prete o il responsabile ma tutti i battezzati si dicono e sono Chiesa nella diversità dei ministeri.

    Un ultimo commento alle parole della tua interessantisima post. Scrivi: <<Le loro istanze, [dei tradizionalisti] infatti, potrebbero aiutare a dare un'interpretazione meno ... protestante ... ai documenti conciliari sulla liturgia e potrebbero contribuire a recuperare quello spirito di fede e solennità anche nel nuovo rito di cui il vecchio era intriso, affinchè possa rendersi un pieno e degno culto al Signore>>. Carissimio, non spegniamo lo Spirito. Non sono le pratiche esteriori, lo splendore dei riti liturgici, la sontuosità o la solennità che contano ma il cuore, cioè quel intimo dell’uomo che è la sede delle sue scelte nella libertà. Per conoscere ed assaporare questo vero culto non basta imparare come si fanno i riti liturgici, nè eseguirli a puntino secondo le regole; il segreto sta nello scrutare la Parola di Dio, tutte le Scritture, li è scritto di Gesù, dunque è scritto di noi e sono suggeriti gli atteggiamenti giusti.

    L'intento del Vaticano II e del rinnovamento liturgico è quello di purificare le forme di espressione della fede, di ravvivarle, renderle più autentiche, bibliche, robuste... Se a te tutto questo ti sembra come una “protestantizzazione” io non ho nulla da aggiungere. Credo ferventemente che la liturgia debba formare in noi una pietà cristiana forte e profonda, oggettiva, libera da pietismi, pseudomagie, sentimentalismi eccessivi, individualismi, essa debba essere comunitaria: formare un popolo!

    Buona domenica a te, caro Augustinus, e a tutti i forumisti.
    Poliedrico

    PS. Alla tua ultima domanda rispondo che non sono presbitero ma laico, docente di Sacra Liturgia presso un seminario diocesano.

    http://www.amicipapaluciani.it/PAPA4.jpg
    Il servo di Dio papa Paolo VI
    Canterò per sempre le meraviglie del Signore

  9. #69
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    Caro Poliedrico,
    ho letto con attenzione le tue risposte. Io sono più canonista che lirtugista. Ad ogni modo, volevo evidenziarti che non sono ipotesi quelle che ti ho sopra indicate (come ad es. l'affiliazione massonica di Bugnini, ecc.).



    Come ho detto sopra: sono ipotesi prossime alla certezza. Per lo meno il Beato Giovanni XXIII ne era consapevole (ci sono le testimonianze!!!) e Paolo VI lo scoprì nel 1975, tanto da allontanarlo dalla Curia e spedirlo in Iran, dove morì nel 1982.
    A parte questo, se non hai pregiudizi di sorta, ti invito a leggere con molta attenzione un interessante saggio http://www.catholictradition.org/v2-bombs.htm, dove vengono spiegate cose che, solitamente, sui testi non si trovano. Non è dietrologia. No. Sono fatti, inconfutabili, perchè veri.
    La riforma liturgica fu, come vedrai, imposta con una serie successiva di colpi di mano, approfittando di giochi di maggioranze e minoranze. Ti basti solo qui un piccolo esempio. Tra le innovazioni liturgiche che si sono avute in Italia in anni recenti è la possibilità di ricevere la S. Comunione in mano. Ebbene, saprai che quella norma passò in sede di Conferenza Episcopale Italiana con la maggioranza di un solo voto! Dunque, con un colpo di mano ... . E come questa sono passate molte altre cose ... .
    Riguardo al fatto che dico che il nuovo rito, per certi aspetti, si presenta in rottura col passato, beh ... questo appare sin troppo evidente dall'uso di alcune formule, che ricordano da vicino quelle protestanti ed anglicane (v. l'anafora II di Cramner, che ricorda quella in uso attualmente nella Chiesa cattolica. E' questo uno dei casi di "legittime varietà e adattamenti" di cui parlava Paolo VI nella Cost. ap. di promulgazione del Messale?). Tu dici che gli specialisti di S. Pio V tennero conto di testi liturgici sino al XIII sec. e che quelli della riforma liturgica degli anni '60 i testi successivi. Ma rispondi al mio interrogativo: di quali testi si trattava?
    Dici ancora che il Messale di S. Pio V rappresentò "il segno della massima "clericalizzazione", confezionato ad uso del solo sacerdote e con esclusione della partecipazione del popolo (e degli stessi ministri salvo per la Messa cantata), rimasto al margine della celebrazione che per secoli ha dovuto alimentare la sua pietà ad altre sorgenti". Ma vorrei qui ricordarti che la Santa Sede corresse, nel 1970, a meno di un anno dalla sua apparizione, un documento pontificio ufficiale. Si trattava del sinistro paragrafo 7 della Instructio generalis, che apriva il nuovo messale di Paolo VI, pubblicato nell'aprile 1969. Questo paragrafo, nella edizione del marzo 1970, venne radicalmente trasformato. Poiché esso conteneva la definizione stessa della messa, non era difficile misurare l'importanza della trasformazione. Si trattò, all'epoca, di una vittoria grandissima dei Cardinali Ottaviani e Bacci e della Fondazione "Lumen Gentium", le cui critiche al nuovo messale si dimostrarono così pienamente giustificate, contro il parere di tutti quei cattolici per i quali l'obbedienza era divenuta una droga e che sostenevano l'illegittimità delle osservazioni dei Cardinali.
    Ecco le due definizioni (che traduco dal latino); l'originale era questo:

    N. 7 [versione 1969]: "La cena del Signore, o messa, è la sacra sinassi o assemblea del popolo di Dio, presieduta dal sacerdote, per celebrare il memoriale del Signore. Vale perciò eminentemente per questa assemblea locale della Santa Chiesa, la promessa del Cristo: 'Là dove due o tre sono radunati nel mio nome, io sono in mezzo a loro' (Mt XVIII 20)".

    Ed ecco la seconda definizione:

    N. 7 [versione 1970]: "Nella messa, o cena del Signore, il popolo di Dio si raduna sotto la presidenza del sacerdote che rappresenta il Cristo, per celebrare il memoriale del Signore o sacrificio eucaristico.
    Per conseguenza per questa assemblea locale della Santa Chiesa vale la promessa del Cristo: 'Là dove due o tre sono radunati nel mio nome, io sono in mezzo a loro' (Mt XVIII 20). In effetti, alla celebrazione della messa, nella quale si perpetua il sacrificio della Croce, il Cristo è realmente presente nell'assemblea riunita in suo nome, nella persona del ministro, nella sua parola sostanzialmente e in maniera ininterrotta sotto le specie eucaristiche".

    La differenza dei due testi era capitale: nulla più, nulla meno che una differenza di religione.
    Resta il fatto, però, che quella nuova Institutio generalis, anche da ultimo rivista in anni recenti, insiste sulla continuità con la dottrina del Concilio di Trento; le novità sarebbero soltanto una accomodatio ad novas rerum condiciones. Quale è, dunque, la differenza tra la messa tridentina e la nuova Messa? di poco conto? del tutto marginale? Probabilmente tale doveva essere secondo le intenzioni del Concilio Vaticano II. Ma esse sono state largamente oltrepassate. La Messa è stata resa in lingua volgare (già questo per nefas rispetto al Concilio), non solo, ma le differenze sono strutturali, si tratta di un rito nuovo che si è avvicinato pericolosamente alle posizioni protestanti. Ad es., nessun accenno nel Novus ordo circa la finalità ultima della Messa che è quella della lode della Ss. Trinità; la finalità ordinaria, che è quella di propiziazione per i peccati, mentre l'accento cade sulla nutrizione e santificazione dei presenti; la finalità immanente che è quella di offerta che deve essere gradita e accettata da Dio, mentre specialmente l'offertorio risulta mutilo e limitato a un indeterminato aspetto conviviale e di socialità.
    Ma questo è solo un piccolo esempio. Il dubbio, quindi, che il rito adottato negli anni '60 abbia rotto col passato, rappresentando un momento di cesura, non ti nego che si affaccia spesso alla mia mente, sebbene alla fine concluda che Dio riesce a scrivere pure sulle righe storte dell'uomo, ottenendo dal male il bene.
    Anzichè parlare in generale, comunque, perchè non scendi anche su questi dettagli?
    Dici ancora che "prender sul serio, come battezzati, il momento celebrativo, vuol dire diventar Chiesa". Quale Chiesa? Il prendere sul serio, come dici tu, ammesso che possa parlarsi di autentica consapevolezza da parte dei fedeli, è proprio quello che rende l'attuale celebrazione una kermesse di stampo sanremese. Tu sei rimasto scosso dalla celebrazione del Card. Hoyos a Roma. Io sono rimasto autenticamente choccato, invece, non già da quella celebrazione, ma dalla Messa di uno dei tanti movimenti carismatici o presunti tali oggi presenti nella Chiesa, con il loro agitarsi, il loro gridare, ecc. E l'ammettere anche queste cose è per te significa "non spegnere lo Spirito"? Per non parlare poi delle omelie ridotte a discorsi sociologici e buonisti, di scarso contenuto catechetico o religioso. Voler correggere anche questa stortura, per te sarebbe uno "spegnere lo Spirito"?
    Ricordi? Lex orandi lex credendi. Evidentemente la nuova Messa, come dicevo, è adatta all'uomo d'oggi, richiedendosi una fede meno forte, più soft, più intimistica; adatta ad un uomo che si vergogna di ciò in cui crede e, dunque, si vergogna di testimoniare (la propria fede) all'esterno. Tutto, con la nuova Messa, e mi pare che anche tu lo ammetta, deve rimanere nella sfera dell'io, non deve travalicare quel limite. Nulla deve trasparire all'esterno nella testimonianza pure di vita. L'antico rito, invece, richiedeva una fede più forte. Non sarà un caso che generazioni di Santi sacerdoti sono nati da quel rito; uomini e donne eminenti che facevano della Messa il senso della loro vita. Persone davvero straordinarie. Ed invece, con la nuova ... sono nati "sacerdoti" ... ottimi sociologici e psicologi, anche politici, che riducono i sacramenti a terapie psichiche ... . Basti pensare ai vari don vitaliano o don zanotelli, che peraltro non sono casi isolati. Anche questo è un caso? Questi sarebbero i nuovi "santi"????
    Diceva qualcuno che una pura coincidenza è un caso; ma quando sono più le coincidenze, beh ... allora è qualcosa di più.
    Qui stanno anche le parole profetiche di Paolo VI, quando parlava che il fumo di Satana, che obnubila le menti, è penetrato, da qualche fessura, nella Casa di Dio. Ci si aspettava frutti rigogliosi dal Concilio, e come ammetteva amaramente lo stesso Papa, a meno di dieci anni dalla conclusione dell'assise conciliare, i frutti si sono dimostrati non così buoni.
    Ecco perchè molti insigni ed autorevoli Cardinali si sono accorti delle limitazioni della nuova Messa. La vecchia formava dei Santi. La nuova non so chi ... . A te la risposta ... .
    Ecco perchè scrivevo che i tradizionalisti potranno aiutare a dare un'interpretazione più cattolica ai documenti ed al Messale, affinchè possa ritornare la Messa ad essere un ricettacolo di Santi e non già di psicologi . In questa preoccupazione vi è anche il senso e la misura delle parole del Papa nella sua enciclica sull'Eucarestia!
    Auguro anche a te una buona domenica III di Quaresima.

    Augustinus

  10. #70
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    Caro Augustinus, sono molto stimolanti i tuoi post. Rispondo a quelli punti che ritengo come più interessanti.

    Non conosco qualche anafora II di Cramner. Se ti riferisci al Prayer Book di Cramner dell’anno 1549 e alla solenne preghiera eucaristica anglicana vorrei informarti che in questo testo sono combinate influenze gallicane e orientali, però con un senso teologico completamente nuovo. Non c’è elevazione nè ostensione del Sacramento per i fedeli. Secondo la teoria di Zuinglio, la Cena è stata istituita <<perchè ogni uomo che ne mangia e ne beve, si ricordi che Cristo è morto per lui ed eserciti così la sua fede e si consoli col ricordo dei benefici di Cristo>>. Adattando l’antica eucaristia romana, non solo alle sue idee, ma anche alla sua lingua e alla retorica della sua epoca. Cramner ha realizzato un’opera che, dal punto di vista letterario, non è stata analogia con il rifacimento delle antiche eucaristie, come in Siria al IV sec. Le varie intercessioni che sono disseminate nel canone romano, nell’anafora anglicana sono raggruppate nella prima parte dell’anafora. Quindi è la liturgia romana che ha influenzato le varie anafore protestanti e anglicane e non viceversa. Non sono le formule cattoliche che ricordino alcune formule protestanti ma succede proprio il contrario.

    Ti trascrivo un brano di un testo del liturgista Paolo Giglioni, apparso tempo fa nel forum Tradizione Catolica, in cui l’insigne liturgista non fa altro che ripartendo dall’antichissimo Ordo Romanus I ci spiega come si celebrava la santa messa in Urbe nel VIII secolo.

    <<L'Ordo romanus I (circa l'anno 700) ci offre una descrizione di come si svolgeva la celebrazione eucaristica in questo periodo. I riti di ingresso prevedono: un atto penitenziale, il Kyrie, il Gloria, la Colletta; la liturgia della Parola prevede la lettura dell'Epistola, la processione l'incensazione e la proclamazione dell'Evangelo, l'Omelia, la preghiera dei fedeli; la liturgia eucaristica ha inizio con la processione dei doni fatta dai fedeli, il pane eucaristico è quello normale lievitato, il Celebrante è rivolto verso l'assemblea, l'altare è unico collocato al centro tra assemblea e presbiterio; la prece eucaristica è unica: il Canone romano; non ci sono genuflessioni né elevazione dell'ostia (la fede nella presenza reale è indiscussa); si canta il Pater, ci si scambia il segno della pace, si canta l'Agnus Dei alla frazione del pane. Generalmente tutti i partecipanti partecipano anche alla comunione: il pane consacrato è deposto nella mano dei fedeli, si beve al calice. La celebrazione termina con la Orazione e la benedizione>>. (Paolo Giglioni, Introduzione alla Liturgia, Roma 2001)

    Quindi nessuna rottura con il passato. La riforma liturgica non ha fatto altro che recuperare la messa romana della sua epoca d’oro.

    Se con la II anafora di Cramner alludi alla II preghiera eucaristica
    del Messale Romano, vorrei ancora ricordarti che la tradizione romana viene particolarmente rafforzata dall’introduzione sella seconda preghiera eucaristica. Essa infatti si ispira sostanzialmente a un antichissimo formulario, che si trova nella così detta <<Tradizione Apostolica>> di Ippolito Romano (+235). La Chiesa Romana ha recuperato dunque il suo più antico formulario (forse anteriore allo stesso Canone Romano). Accolto anche in oriente come schema , esso ha ricevuto tanti sviluppi che serve di base alle più venerate <<anafore>> (o preghiere eucaristiche) ed è ancora in uso nella Chiesa Etiopica. Il magnifico testo del prefazio, che in questa arcaica preghiera fa corpo con le altre parti (anche se sostituibile con altri prefazi), contiene in sintesi tutto il misteri di Cristo, definito <<parola vivente>> e posto al centro sia dell’opera della creazione (<<tu hai creato tutte le cose per mezzo di lui>>) sia dell’opera della redenzione (<<esgli stese le braccia sulla croce, morendo distrusse la morte e proclamò la risurrezione>>.

    Ecco carrissimo il rinnovamento liturgico si è isparato alle antiche fonti liturgiche racchiuse nei vari Sacramentari Romani (Leoniano, Gregoriano, Veronese, ecc): questi testi appartengono alla grande tradizione della Chiesa Cattolica Apostolica Romana e non al protestanresimo.

    Non sono affatto d’accordo con te sulla presunta mancanza di accenno nella messa rinnovata circa la finalità ultima della Messa. <<La finalità ordinaria, che è quella di propiziazione per i peccati>>, è quasi sempre presente nelle “Orationes super oblata” (Orazioni sulle offerte). Riportarti qui tutte queste orazioni che parlano de <<la finalità immanente che è quella di offerta che deve essere gradita e accettata da Dio>> sarebbe solo una perdita di tempo. Potresti informarti da solo sull’aromento visitando questo sito:

    http://www.liturgia.it/

    dove puoi trovare tutti i testi eucologici in latino del Messale Romano attuale, come pure i testi dei Messali e di Sacramentari precedenti e fare da te stesso un confronto.

    Caro amico, il Messale di Paolo VI, notevolmente arrichito rispetto a quello di s. Pio V, è una miniera per la preghiera liturgica e merita un’assidua attenzione pastorale. Nelle del Messale in vigore c’è non solo un condensato teologico perfetto, ma risuona anche il grido di uomini vivi e sfortunati. Quale tipo di uomo presuppone questo immenso patrimonio di circa 2000 orazioni del nuovo Messale? Se si vogliono trovare i tratti di questa antropologia cristiana delle orazioni, si pottrebbero così evidenziare.

    Scendo così come vuoi nei particolari del Messale odierno. L’uomo ha una coscienza acuta del peccato. Il senso del peccato è una condizione di ammissione all’eucaristia: il rito penitenziale introduttivo nel ritto attuale della messa ne è il segno più espressivo. C’è un realismo della condizione umana, che è essenzialmente condizioni di ”poveri di Iahvè”, che viene continuamente sottolineato dal richiamo al peccato dell’uomo: colpa, delitto, offesa, ingiuria, lesione dei diritti divini.

    L’uomo che prega ha una coscienza viva della sua miseria come conseguenza del peccato. L’uomo peccatore ci è mostrato nelle esperienza più dolorosa della sua situazione; tutto ilm vocabolario essenziale moderno può essere militato per esprimere la gamma di sfumature di questa miseria dell’uomo: accasciato, prostrato, ferito, prigioniero, malato, fragile, scoraggiato, angosciato, errante, vaccilante, in balìa degli attacchi maligni, ecc. E la drammaticità sempre attuale della condizione umana, che viene espressa in forma ancora poù acuta dal fatto che le orazione del Messale di Paolo VI coinvolgono sempre tutti con “noi”. Il “noi” ci fa sentire solidali alla miseria alla sofferenza dei nostri fratelli, vicini e lintani.

    La condizione umana non è assurda, ci ammonisce la preghiera liturgica, perchè c’è qualcuno che ci può salvare. Di domenica in domenica, di festa in festa, le orazioni del Messale Romano attuale e della santa messa specificano l’aiuto che l’umanità sventurata non può trovare che in Dio. Al di là dell’apparente diversità dei temi e delle espressioni, si tratta sempre in fondo di una grazia pasquale, sempre rinnovata . E’ sempre una rinnovazione degli impegni battesimali sotto forma deprecativa: l’uomo desidera passare dalla decadenza alla reintegrazione, dalla prigione alla liberazione, dalla malattia alla guarigione, dall’abbattimento alla confidenza, dal castigo al perdono, dalla servitù alla libertà, dalla miseria alla dignità, dalle tenebre alla luce, dalla perversità alla rettitudine, dall’esilio alla patria, dalla minaccia all’insicurezza, dall’afflizione alla gioia, dalla disfatta alla vittoria, dalla morte alla vita.

    Quindi nessuna povertà teologica, liturgica o eucoligica nella messa romana in vigore.

    Concludo con le parole dell’Arcivescono Francesco Pio Tamburino, sottosegretario della Congregazione per il Culto Divino, durante la presentazione della Editio Typica Tertia del Missale Romanum (18 marzo 2002).

    <<Il Missale Romanum, nella sua III edizione tipica, rappresenta, senza dubbio, il dono offerto dalla Santa Sede, e in modo speciale dal Santo Padre, alle Chiese particolari di Rito Romano, con la garanzia dell'autenticità, in sostanziale fedeltà alla traditio ereditata da chi ci ha preceduti e trasmessa alla generazione che viene.
    [...] Questa complessa e laboriosa opera della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, nonostante i condizionamenti e i limiti che essa possa contenere in quanto opera delle mani dell'uomo, rappresenta il libro autentico che la Chiesa ci offre per celebrare i divini misteri in piena ortodossia e legittimità. Esso offre alle Chiese locali un modello per le loro edizioni in lingue volgari e una occasione per ravvivare nelle comunità cristiane lo spirito genuino della liturgia della Chiesa.
    [...]Anche in questa editio del Messale si verifica la sintesi di lex orandi e lex credendi. Tale libro liturgico è uno strumento nelle mani dei Pastori e dei fedeli. Lo si potrebbe paragonare ad un acquedotto: ne possiamo sottoporre ad analisi i percorsi tra monti e valli, la portata delle condutture, ma l'importante è che l'acqua arrivi in abbondanza. Oggi possiamo rallegrarci, perché la liturgia, regolata ormai dalla terza edizione del Missale Romanum può dissetare il popolo di Dio pellegrinante nel deserto ed è in grado di far sperimentare ai credenti, radunati per il convito sacrificale, che il Risorto è in mezzo ai suoi e continua ad offrire "la pienezza di ogni grazia e benedizione del cielo" (Canon Romanus)>>.

    Quindi, Poliedrico dicit: Riformata la liturgia occorre riformare le menti...

    Ciao!
    Poliedrico
    Canterò per sempre le meraviglie del Signore

 

 
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