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Discussione: Questioni di rito

  1. #81
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    Predefinito Il cardinale Arinze deve spingersi ancora oltre

    Facendo seguito all’enciclica Ecclesia de Eucharistia, il cardinale Arinze ha pubblicato l’istruzione Redemptionis Sacramentum, il cui scopo primo è di denunciare gli abusi più vistosi che si incontrano nelle celebrazioni liturgiche condotte in base alla riforma di Paolo VI. Tra i documenti che in questi ultimi dodici anni hanno provato a mettere ordine nella materia, questo è sicuramente il più preciso e il meglio argomentato. Anche se il cardinale ha dovuto versare dell’acqua nel suo vino, non si può che gioire per le eccellenti intenzioni del Prefetto della Congregazione per il Culto Divino, intenzioni condivise da numerosi responsabili della Curia attuale.

    L’effetto più favorevole di questa istruzione sarà quello di legittimare gli sforzi di " risacralizzazione " che compiono ogni giorno un certo numero di preti delle nuove generazioni.

    Ma, in definitiva, si tratta di un testo, che si aggiunge alle montagne di testi esistenti. C’è da augurarsi che la Redemptionis Sacramentum sia seguito da misure concrete. Il cardinale Arinze, che ha il vantaggio di non parlare invano, arriverà fino ad assumere delle misure esemplari _ quantomeno delle ammonizioni - contro i responsabili degli abusi che elenca, fossero anche dei vescovi, dei cardinali o perfino… dei cerimonieri pontifici ?

    Per altro, per lodevole che sia, questo documento malgrado tutto somiglia ad uno di quei rimedi che tentano disperatamente di ridurre i sintomi anziché impegnarsi sulle cause del male. Il primo abuso liturgico, la fonte di tutti gli altri abusi liturgici, non consiste nella riforma fabbricata da Annibale Bugnini e dai suoi esperti, e che in realtà non fu altro che una vera rivoluzione ?
    Dopo essere stata usata per trentacinque anni, il buon senso vorrebbe che si faccia un bilancio oggettivo dei suoi frutti. Oggi, tutti gli osservatori onesti constatano, in maniera evidente, la sparizione del senso del sacro, e alla più semplice analisi, nella liturgia di Paolo VI notano l’indebolimento del rispetto dovuto alla Presenza Reale, la minore visibilità del sacerdozio gerarchico, la diminuita espressione del carattere sacrificale della Messa. Le liturgie orientali, che non hanno subito la riforma di Paolo VI, mostrano in maniera eloquente tutto quello che la liturgia romana ha perduto. Occorre dunque augurarsi che il cardinale Arinze prosegua coraggiosamente il cammino appena iniziato.

    Sono sempre più numerosi coloro che, senza essere tradizionalisti, pensano che la libera celebrazione della Messa di San Pio V sarebbe un potente fattore di emulazione per un " ritorno al sacro ".
    Cos’è che impedisce al cardinale Arinze di dichiarare che la Messa di San Pio V non è mai stata abrogata e che quindi può essere celebrata ovunque e da qualsiasi prete che lo desideri ?

    L’abbé Claude Barthe, Catholica

  2. #82
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    Predefinito Il valore della lingua latina nella liturgia romana

    "Di quella Roma onde Cristo è romano" (Purg. XXXII 102)

    Pensiero spirituale all'assemblea di Una Voce-Udine
    il 20 febbraio 2004

    di don Ivo Cisar


    San Paolo scrive a Timoteo: "Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te per l'imposizione delle mie mani" (2Tm 1,6). Vale per i sacerdoti, vale per i laici, per i sacramenti cosiddetti "caratteristici", per quelli cioè che imprimono il carattere sacramentale indelebile che postula e richiama l'ultimo effetto dei sacramenti, la grazia. Si tratta dei sacramenti del battesimo, della confermazione e dell'Ordine sacro. Tutta la vita cristiana non è altro che il vivere il sacramento del battesimo, ricevuto una volta per sempre, irripetibile, sacramento della nostra consacrazione a Dio in Cristo e della nostra santificazione, ravvivando sempre in noi la grazia del battesimo sulla base del carattere sacramentale cristiano, rafforzato dal carattere sacramentale della cresima. E questo si fa risalendo ed attingendo continuamente alla radice, alla sorgente, dalla quale scaturiscono tutti i sacramenti, al sacrificio di Cristo che si rinnova sull'altare nella santa messa.

    Per partecipare al sacrificio eucaristico fruttuosamente serve anche la lingua latina. Non per creare in voi le convinzioni che già avete, ma per ravvivarle e confermarvi in esse - come "Paolo e Barnaba rianimavano i discepoli, esortandoli a restare saldi nella fede, poiché, dicevano, è necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel regno di Dio" (At 14,22) - sottopongo alla vostra attenzione alcune riflessioni sulla lingua latina nella liturgia romana, sulle sue ragioni, sul suo significato e sui suoi pregi. Anche se la questione della messa tridentina non si riduce a quella del latino come ritengono erroneamente molti profani, ma è questione di tutta la sua struttura, essa è tuttavia anche questione della lingua latina.

    A favore della lingua latina nella liturgia militano le seguenti ragioni.

    a) Il latino è una lingua storica, familiare della Chiesa cattolica che l'ha mantenuta sempre viva, la lingua della sua liturgia e della sua teologia, dei suoi documenti ufficiali, compresi quelli del Concilio Vaticano II; anche nelle liturgie orientali sono in uso lingue storiche, come la paleoslava, ecc.

    b) Il latino è una lingua romana che manifesta la nostra appartenenza alla Chiesa una santa cattolica apostolica romana: la nota di romanità viene aggiunta legittimamente qualche volta alle quattro note principali della Chiesa. La lingua latina ci lega al Papa ed esprime la nostra appartenenza a Roma, al Vescovo di Roma, che in Pietro ha scelto Roma a sua sede, come ritiene san Leone Magno, "per divina disposizione" (Diz. eccl. III, 64), "quella Roma onde Cristo è romano" secondo Dante Alighieri (Purg. XXXII, 102). Gesù è nato sotto Cesare Augusto (Lc 2,1), vissuto sotto l'imperatore Tiberio (Lc 3,1), di cui riconobbe l'autorità (Mt 22,21), morto sotto il governatore romano Ponzio Pilato (Credo). Pietro predicò e morì martire a Roma (cfr. At 12,17; 1Pt 5,13), dove si trova la sua tomba. Paolo, cittadino romano (At 22,25-28), morì pure a Roma e vi è la sua tomba: il duplice martirio romano unisce i prìncipi degli Apostoli e questa unità romana viene celebrata in una unica festa apposita (il 29 giugno). Noi tutti, quindi, siamo cittadini romani ed il latino è la nostra lingua materna, lingua della santa Madre Chiesa.

    c) Il latino è una lingua sacra: essa esprime la separazione dal profano, come i paramenti sacri che indossa il sacerdote, mentre anche i fedeli di domenica e nei giorni festivi si vestono in una maniera diversa, non ordinaria, ma più solenne; la lingua latina favorisce il distacco dal profano e la pietà.

    d) Il latino è una lingua sacerdotale, riservata specialmente ai sacerdoti, soprattutto nel Canone romano; è la lingua che contrassegna la funzione del sacerdote, mediatore tra Dio e gli uomini, che agisce in persona di Cristo, non confondendosi con i fedeli, a favore dei quali, tuttavia, come ministro di Cristo, intercede (cfr. Eb 7,12), offrendo il sacrificio di Cristo e della Chiesa sull'altare, agendo come "Amico dello Sposo" (Gv 3,29) che unisce lo Sposo e la Sposa (Ef 5,22-32) e gode della loro unione (2Cor 11,2).

    Dalla mia traduzione del Canone romano (che prescinde dalle altre parti della santa messa, specialmente dal nuovo "Offertorio", del tutto mal ridotto e poco offertoriale) risulta:

    1° la difficoltà di traduzione perché essa renda veramente il testo originale,

    2° le infedeltà ed i cambiamenti introdotti nella traduzione italiana, che ne alterano in certi passi anche il significato teologico.

    Pertanto la mia traduzione è volutamente rigorosamente letterale, per dimostrare specialmente a chi non conosce (bene) il latino, le differenze (ad 2°), ma anche per convincere che un tentativo di traduzione che suoni bene (ad 1°) sia quasi irrealizzabile.

    Le traduzioni (inoltre) svigoriscono il testo latino che, oltre ad essere sicuramente ortodosso, è destinato alla recita del solo Sacerdote [1], al quale, pertanto, bisogna riservare un testo autentico, vigoroso, perché gli dia la possibilità di celebrare degnamente, con piena comprensione delle formule liturgiche. Eliminando il latino si è persa la teologia racchiusa nella liturgia.

    Il testo latino è in qualche maniera intraducibile ed è male tentare di tradurlo, perché se ne perdono i significati profondi.

    e) Il latino è una lingua immutabile: essa garantisce l'ortodossia, cioè la retta fede; certe espressioni, come scrisse Paolo VI nell'enciclica Mysterium fidei, sono da conservarsi come tessere della fede.

    Anche nel Nuovo Testamento, soprattutto nel vangelo secondo san Marco che riporta la predicazione di san Pietro, sono state conservate appositamente certe espressioni ebraiche o aramaiche, per esempio Boanèrghes (Mc 3,17), Talità kum (Mc 5,41), Effatà (Mc 7,34), Eloì, Eloì, lemà sabactàni (Mc 15,34), Rabbunì (Gv 20,16) ecc.

    La filosofia, il diritto, la medicina e altre discipline, fino all'informatica, hanno tutto un patrimonio di espressioni tecniche, spesso di radici greche o latine. Nel Nuovo Testamento si sono conservati molti termini ebraici o aramaici, passati nella catechesi e nella predicazione, quali abba, Messia, osanna, pascha, golgota, mammona, satana, geenna; ma anche nella liturgia come Amen.

    Oggi sono di moda anche le espressioni ebraiche come per esempio šalom e solo il latino dovrebbe essere eliminato?!; sfido i sostenitori delle lingue volgari nella liturgia che mi dicano se il popolo sa con precisione quale sia l'esatto significato della parola Alleluia; la denominazione "eucaristia" è di origine greca; molti termini latini sono entrati nel linguaggio popolare, per esempio "finire in gloria", alludendo alla conclusione dei salmi; lo stesso termine "messa" deriva dal latino.

    Pertanto è illogico voler eliminare una lingua antica e significativa come il latino, quando poi si conservano molte espressioni ebraiche, aramaiche e greche passate nel linguaggio comune come lo stesso latino.

    f) Il latino è una lingua universale: essa tutela l'unità, la coesione di fede e di carità, nella Chiesa cattolica; nel Medioevo era la lingua europea; oggi si diffonde nel mondo sempre più l'uso della lingua inglese, nella quale, peraltro, sono passati molti termini latini, oggi deturpati dalla pronuncia, le varie lingue ne adottano le espressioni e solo la Chiesa cattolica dovrebbe rinunciare al proprio linguaggio che unifica i popoli? Lo stesso Paolo VI sentì ed esternò la gravità della decisione dell'abbandono della lingua latina.

    g) Il latino è una lingua confermata dal Concilio Vaticano II: "Linguae Latinae usus, salvo particulari iure, in ritibus Latinis servetur" (SC 36/EV 1, 61; cfr. Conc. Trid. Sess XXII., cap. 8, can. 9: Denz. 1749, 1759); il medesimo Concilio ha prescritto che il latino si studi nei seminari (OT 13) e stabilì che "secondo la secolare tradizione del rito latino, per i chierici si deve conservare nell'ufficio divino la lingua latina" (SC 101/EV 1,180). Da queste citazioni risulta chiaro chi è fedele al Concilio Vaticano II e chi lo tradisce, chi sta nell'unità della Chiesa, non solo in quella sincronica, attuale (peraltro, appunto, molto incrinata), ma anche in quella diacronica, storica, ossia nell'unità con la Chiesa dei venti secoli che ci hanno preceduto.

    Infine domando: che cosa giova di più ai fedeli, e quindi a tutta la Chiesa, alla salvezza eterna: il percepire materialmente [2] ogni parola della liturgia, o conoscere e comprendere lo spirito della liturgia, della santa messa, penetrarne l'essenza ed applicarvisi con tutta la mente e con tutto il cuore (cfr. Mt 22,37)?

    A questo proposito termino con un'autocitazione (cfr. Spiegazione della messa tridentina 7). Si può ricorrere ad un paragone tratto dall'opera: anche in essa non sempre vengono percepite e capite le singole parole, ma se ne capisce la sostanza dell'azione ossia l'azione complessiva, la trama principale, e se ne percepisce la bellezza, grazie alla musica. La partecipazione si realizza applicando alla santa messa non un chiasso incessante ed assordante delle parole, spesso puramente umane, tutto concentrato sul sacerdote quale attore principale che si trova su una specie di palcoscenico rivolto verso i fedeli, ma una vera elevazione dello spirito, mediante una partecipazione personale, entro una splendida cornice architettonica, artistica e rituale. Vi è necessario anche e soprattutto il silenzio (esteriore), e come il sacerdote si serve del messale, così possono fare i fedeli con l'ausilio dei messalini o dei foglietti, come si fa con il libretto dell'opera: non è forse anche la liturgia un'opera, opus Dei?

    LAUDETUR IESUS CHRISTUS!




    -------------------------------------------------------------------------------

    [1] Anche il Canone "romano" viene recitato, purtroppo, in lingua volgare, ad alta voce, verso il popolo, e nella sua traduzione è stato introdotto qua e là il plurale collettivizzante e le acclamazioni del popolo. Vi è una progressiva protestantizzazione postconciliare della messa: dalla introduzione delle lingue volgari e l'altare voltato verso il popolo, attraverso le concelebrazioni e la partecipazione dei lettori e dei "ministri straordinari dell'Eucaristia", si arriva alla sostituzione della messa con liturgie della parola, della sola preghiera…; la messa viene prima protestantizzata, poi ridotta di numero e praticamente eliminata: essa non è più sacrificio, tutti sono "sacerdoti", la celebrazione, "presieduta" da un sacerdote o da un laico, è un atto collettivo, un'assemblea della "comunità" (senza il sacerdote, senza l'Eucaristia!) …

    [2] È una costante nel vangelo secondo san Giovanni che l'agiografo nota passim che i giudei fraintendevano Gesù prendendo le sue parole nel senso materiale, mentre Egli li correggeva ripetutamente svelandone il senso spirituale. Il richiamo al passo 1Cor 14,19 "in assemblea preferisco dire cinque parole con la mia intelligenza per istruire anche gli altri, piuttosto che diecimila parole con il dono delle lingue" non è ad rem, sia perché la messa non è solo né principalmente istruzione, ma si rivolge a Dio Padre, sia perché il latino non è una specie di glossolalia consistente in frasi incomprensibili.

  3. #83
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    Predefinito Considerazioni minime su interventi a proposito della "messa tridentina"

    Archeologia o archeologismo?

    Soggetto celebrante della santa messa non è una comunità indistinta (quasi un collettivo che si riunisce in assemblea), ma è Cristo mediante il ministro-sacerdote

    di don Ivo Cisar


    1) Archeologismo è la posizione dei nuovi riformatori postconciliari della liturgia (vedi Pio XII, Mediator Dei; Card. Ratzinger, Rapporto sulla fede) che sono andati molto oltre le disposizioni, peraltro assai generiche, del Concilio Vaticano II, il quale, tra l'altro, non ha abolito il latino (vedi SC 54, 101) ed ha ben delimitato la facoltà di concelebrare (SC 57; can. 902 CIC); l'altare voltato verso il popolo non è affatto necessario né obbligatorio (EV 2, 396, 610; da ultimo il Responso della Congregazione del Culto Divino del 25 settembre 2000) ed è stato fondatamente criticato, tra l'altro, dal Card. Ratzinger in Introduzione allo spirito della liturgia (non è giustificato storicamente, chiude la Chiesa in se stessa, pone al centro dell'attenzione il sacerdote celebrante ecc.; cfr. Klaus Gamber, La celebrazione versus populum e Verso il Signore).

    2) Errore fondamentale di Mons. Piva e di Prandi, che appaiono assai scarsi nelle nozioni teologiche (che bisognerebbe spiegar loro più a lungo, mentre accusare di ignoranza i vituperati "tradizionalisti" veronesi è per lo meno temerario), è la concezione sbagliata della Chiesa e della sua relazione con Cristo Capo: soggetto celebrante della santa messa non è una comunità indistinta (quasi un collettivo che si riunisce in assemblea), ma è Cristo mediante il ministro-sacerdote (il popolo di Dio è strutturato gerarchicamente, vedi la costituzione dogmatica Lumen gentium, ed il sacerdozio ministeriale precede la Chiesa, come insiste specialmente Giovanni Paolo II in Pastores dabo vobis).

    3) Non si confonda l'attiva partecipazione alla santa messa, che è tutta spirituale, con un attivismo materiale (Giovanni Paolo II, ai vescovi statunitensi il 9 ottobre 1998).

    4) Assai discutibile, a volte per tagli arbitrari, non sempre comprensibile e proficua per i fedeli è la scelta dei brani della sacra Scrittura nel nuovo Lezionario (per esempio nella messa tridentina i brani sono scelti meglio, sono più ampi, con la ripetizione si imprimono meglio nella memoria, ecc.) Si vedano le fondate considerazioni di mons. Klaus Gamber, Osservazioni critiche sul nuovo ordinamento delle lezioni nella messa .

    5) La predicazione (l'omelia di esclusiva competenza, sempre per ragioni teologiche sconosciute ai giornalisti, del presbitero o del diacono: vedi can. 767 § 1 del CIC) è spesso difettosa, non per colpa della messa tridentina, ma perché la predicazione è sottovalutata dai sacerdoti e dai vescovi (che dovrebbero sorvegliarla), la preparazione seminaristica teologica dei sacerdoti non è sempre adeguata, s'indulge ad un vago biblicismo psicologizzante, si trascurano alcune verità di fede.

    6) Non è vero che le lingue volgari siano assenti dalla liturgia (soprattutto quella detta "della parola"), ma è vero anche che non basta capire le parole solo materialmente. In sintesi, la "nuova messa" si avvicina allo spirito protestante sotto vari aspetti.

  4. #84
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    Predefinito Mai più!!!!!! Mai più profanazioni come queste!!!




  5. #85
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    Predefinito

    E' solo una mia impressione o veramente in questo documento non appare nemmeno una volta la parola Trinità ?

  6. #86
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    Predefinito

    Originally posted by Perseo
    E' solo una mia impressione o veramente in questo documento non appare nemmeno una volta la parola Trinità ?
    Giusto, è vero, ma ci sono comunque nominate, nei propri contesti, tutte e tre le Divine Persone.

  7. #87
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    Arrow Gratitudine al Rinnovamento Liturgico

    Cari forumisti,

    la Costituzione del Vaticano II Sacrosanctum Concilium è senza alcun dubbio il frutto maturo di una storia più che centenaria, che ha visto raccogliere e convergere istanze provenienti dal mondo della ricerca teologica, storica e liturgica, come pure dall’esperienza liturgica della tradizione monastica e dalla sofferta azione pastorale di non pochi responsabili nel ministero.

    Il “Movimento liturgico” è la punta più alta e il volto più riconoscibile di tale storia più volte secolare; bisogna includervi però un' ampia base, più silenziosa, eppure non meno significativa e attiva. I Padri Conciliari hanno riconosciuto autorevolmente “questo fiume” e ne hanno riproposto le grandi linee alla Chiesa.

    Al corteo, nobile e operoso, di tutti coloro che hanno alacremente lavorato negli anni pre-conciliari, ai periti, che hanno reso possibile la stesura del testo conciliare, ai vescovi uniti al Papa, che hanno discusso e approvato il documento, a tutti va oggi, quarant'anni dopo, la nostra gratitudine.

    Essi hanno trasmesso la grande tradizione, autenticamente rinnovata, alle istituzioni ecclesiali, centrali e locali che, secondo le rispettive competenze, hanno gradatamente messo in pratica le indicazioni del Concilio, sia a livello ispirativo e normativo, sia sul piano della prassi celebrativa e dell’animazione pastorale. In questa fase di attuazione, il fiume è divenuto una sorta di enorme corso, dall'alveo vastissimo, dove si mescolano ormai centinaia di culture, di lingue, di comunità e di luoghi pastorali in cui la liturgia viene vissuta e sviluppata.

    Anche a tutti coloro che hanno accolto lo spirito e la lettera della Sacrosanctum Concilium, prestandole generosa, intelligente e creativa realizzazione, va la nostra riconoscenza senza riserve.

    Nello stesso tempo intendiamo sostenere, incoraggiando e offrendo ogni utile contributo di riflessione e di ricerca, i singoli e le diverse istituzioni formative, rivolte sia al clero sia al mondo dei religiosi e religiose sia ai fedeli laici, nel proseguire lo studio, l’approfondimento e la tenace concretizzazione degli ideali conciliari. Tale linea di “formazione continua” risponde al cap. I, parte II (nn. 14 19) della Costituzione liturgica stessa.

    Come ogni riforma ecclesiale veramente incisiva, che penetra nel vivo della vita cristiana, la riforma della liturgia ha suscitato incomprensioni e ha messo in luce varie forme di incoerenza.

    La prima remora è derivata probabilmente da una prevedibile resistenza al cambiamento, che in campo rituale mette in crisi radici profonde e affettività pronunciate. La necessaria gradualità nel proporre modifiche e mutamenti si è dovuta articolare con un'urgenza, fortemente sentita, di riformare un campo così vitale per tutta la Chiesa. Non sempre le resistenze sono state illuminate, né le urgenze sono state perseguite in modo paziente, graduale e fiducioso. La stessa condizione attuale dei riti riformati non si può dire abbia raggiunto sempre e dovunque soluzioni interamente soddisfacenti per un pacifico possesso generale.

    Secondo la dottrina conciliare, tutta la Chiesa è soggetto dell’azione rituale. Infatti nella celebrazione liturgica ha luogo “la principale manifestazione della Chiesa”. E ciò avviene “nella partecipazione piena e attiva di tutto il popolo santo di Dio”(cfr. SC 41).

    La liturgia esprime dunque con pienezza sia la funzione comune dei battezzati, il loro sacerdozio battesimale, sia la funzione dei ministri ordinati, la sacramentalità propria del loro essere diaconi, presbiteri, vescovi. L’adesione profonda al dettato conciliare comporta una indubbia conversione ecclesiologica, l’acquisizione convinta di un modello comunionale che lega insieme, nella reciprocità delle funzioni (cfr. LG 10), l’originaria comune dignità e la peculiarità del compito proprio a ciascuno.

    Non è difficile scorgere in non poche critiche alla riforma liturgica e alla sua attuazione, il persistere di un malinteso o di una ripulsa di una rinnovata ecclesiologia. Sarebbe profondamente contrario alla dottrina di Sacrosanctum Concilium e di Lumen Gentium ritornare a una scissione, anche solo velata, tra fedeli laici e ministri ordinati o, con appropriata immagine, tra presbiterio e navata. Occorre invece promuovere in modo sempre più convinto la corresponsabilità di tutto il Corpo di Cristo, che vive nei cristiani e che si articola nella varietà dei compiti e dei servizi. Sarebbe altresì non in sintonia con l’autentico spirito del Concilio sottovalutare anche sotto questo aspetto l’importanza delle chiese particolari (in quibus et ex quibus una et unica Ecclesia catholica exsistit, LG 23 e 26; CD 11). E’ probabile che l’approfondimento teologico su questi temi fondamentali possa e debba ancora offrirci copiosi frutti.

    Il tema ricorrente fra coloro che ritengono di dover opporre un ulteriore rifiuto allo sviluppo della riforma liturgica è quello di una come dicono perdita del “senso del mistero”. Se questa critica è provocata da una sconsiderata maniera di pensare, gestire e attuare le celebrazioni, al di fuori di una assunzione di responsabilità nei confronti e del mistero di Cristo e delle esigenze dei cristiani, essa tocca non tanto il progetto riformato e i programmi conseguenti, quanto piuttosto coloro che dovrebbero aver appreso a rispondere delle loro azioni.

    Se invece la conclamata perdita di senso del mistero si riferisse a una concezione che si richiama più alla “seduzione dell’arcano” che alla “mistagogia” cristiana, occorre ribadire la centralità del mistero di Cristo, incarnato, morto e risorto, unico autentico paradigma della sacralità, o meglio, con nome proprio, della santità cristiana. Essa si attua nella “carne” ed è animata dallo Spirito, si nutre dei simboli delle culture umane e li vitalizza con i grandi significati della storia della salvezza. Non nutre sospetti manichei né coltiva spiritualismi disancorati dalla storia. Si traduce in 'ritus et preces' accuratamente predisposti e ne fa un uso attento, impegnato e rispettoso.

    Segnale caratteristico ne è la presenza di momenti e tempi di silenzio, opportunamente presenti nelle norme rituali e, si spera, diligentemente osservati. Segno più ampio e avvolgente ne è anche il mai interrotto apporto delle arti, quelle visive e quelle della parola, del canto e della musica, le quali danno respiro all'azione rituale e offrono allo spirito una benefica molteplicità di sensi e di rimandi.

    Da questo autentico senso di santità, infine, sono egualmente alieni tanto il formalismo cerimoniale (pura messa in scena) quanto l’accensione improvvida di emotività e di entusiasmi di folla, che non aggiungono nulla all'interiorità dell'azione liturgica.

    L’impegno per un futuro migliore, sull'onda delle buone realizzazioni che già possono essere messe all'attivo di questa stagione post conciliare, dovrà essere adeguato alla gratitudine e alla riconoscenza che si sono ora espresse nei riguardi di tutti gli artefici, antichi e recenti, del rinnovamento liturgico.

    Il cantiere di tale rinnovamento non è, e non deve essere considerato, chiuso e bloccato una volta per tutte. Restano ancora grandi compiti da onorare. Desideriamo invitare tutti, da chi vi si dedica in modo più diretto, con competenze specifiche, fino a tutti quelli - e sono l’immensa maggioranza dei credenti che praticano costantemente il culto divino, a un profondo senso di speranza.

    Lo Spirito di Dio, che ha guidato i Padri Conciliari nei luminosi giorni del Concilio, lui stesso continuerà a ispirare il grande corpo della Chiesa nei tempi, talora grigi, del suo “pellegrinaggio nella storia”.

    Il proseguimento della seria ricerca biblica e teologica sui temi attinenti al culto divino sarà senza dubbio un sostegno prezioso allo sviluppo e al consolidamento di una liturgia sempre da rinnovare nel suo spirito e anche, occorrendo, nelle sue pratiche concrete.

    Il problema che svetta su tutti è - oggi ma soprattutto nel prossimo avvenire quello di una culturazione paziente e ininterrotta.

    È in gioco la vera identità di ogni Chiesa e la possibilità di garantire un futuro auspicabile al celebrare cristiano. È un settore di proporzioni vastissime, che dovrà continuare a fare appello a tutte le scienze, conoscenze, discipline umane, che abbiano un rapporto con la ritualità e la teologia, la spiritualità e la pastorale.

    La questione si pone in modo nuovo, ma è la traduzione di una tensione che muove fin dalle sue origini la Chiesa di Cristo.

    Attilio Rovelli
    Docente di Sacra Liturgia
    presso il Pontificio Istituto liturgico S. Anselmo di Roma
    Canterò per sempre le meraviglie del Signore

  8. #88
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    Predefinito Re: Gratitudine al Rinnovamento Liturgico

    Originally posted by poliedrico
    Cari forumisti,

    la Costituzione del Vaticano II Sacrosanctum Concilium è senza alcun dubbio il frutto maturo di una storia più che centenaria, che ha visto raccogliere e convergere istanze provenienti dal mondo della ricerca teologica, storica e liturgica, come pure dall’esperienza liturgica della tradizione monastica e dalla sofferta azione pastorale di non pochi responsabili nel ministero.

    Il “Movimento liturgico” è la punta più alta e il volto più riconoscibile di tale storia più volte secolare; bisogna includervi però un' ampia base, più silenziosa, eppure non meno significativa e attiva. I Padri Conciliari hanno riconosciuto autorevolmente “questo fiume” e ne hanno riproposto le grandi linee alla Chiesa.

    Al corteo, nobile e operoso, di tutti coloro che hanno alacremente lavorato negli anni pre-conciliari, ai periti, che hanno reso possibile la stesura del testo conciliare, ai vescovi uniti al Papa, che hanno discusso e approvato il documento, a tutti va oggi, quarant'anni dopo, la nostra gratitudine.

    Essi hanno trasmesso la grande tradizione, autenticamente rinnovata, alle istituzioni ecclesiali, centrali e locali che, secondo le rispettive competenze, hanno gradatamente messo in pratica le indicazioni del Concilio, sia a livello ispirativo e normativo, sia sul piano della prassi celebrativa e dell’animazione pastorale. In questa fase di attuazione, il fiume è divenuto una sorta di enorme corso, dall'alveo vastissimo, dove si mescolano ormai centinaia di culture, di lingue, di comunità e di luoghi pastorali in cui la liturgia viene vissuta e sviluppata.

    Anche a tutti coloro che hanno accolto lo spirito e la lettera della Sacrosanctum Concilium, prestandole generosa, intelligente e creativa realizzazione, va la nostra riconoscenza senza riserve.

    Nello stesso tempo intendiamo sostenere, incoraggiando e offrendo ogni utile contributo di riflessione e di ricerca, i singoli e le diverse istituzioni formative, rivolte sia al clero sia al mondo dei religiosi e religiose sia ai fedeli laici, nel proseguire lo studio, l’approfondimento e la tenace concretizzazione degli ideali conciliari. Tale linea di “formazione continua” risponde al cap. I, parte II (nn. 14 19) della Costituzione liturgica stessa.

    Come ogni riforma ecclesiale veramente incisiva, che penetra nel vivo della vita cristiana, la riforma della liturgia ha suscitato incomprensioni e ha messo in luce varie forme di incoerenza.

    La prima remora è derivata probabilmente da una prevedibile resistenza al cambiamento, che in campo rituale mette in crisi radici profonde e affettività pronunciate. La necessaria gradualità nel proporre modifiche e mutamenti si è dovuta articolare con un'urgenza, fortemente sentita, di riformare un campo così vitale per tutta la Chiesa. Non sempre le resistenze sono state illuminate, né le urgenze sono state perseguite in modo paziente, graduale e fiducioso. La stessa condizione attuale dei riti riformati non si può dire abbia raggiunto sempre e dovunque soluzioni interamente soddisfacenti per un pacifico possesso generale.

    Secondo la dottrina conciliare, tutta la Chiesa è soggetto dell’azione rituale. Infatti nella celebrazione liturgica ha luogo “la principale manifestazione della Chiesa”. E ciò avviene “nella partecipazione piena e attiva di tutto il popolo santo di Dio”(cfr. SC 41).

    La liturgia esprime dunque con pienezza sia la funzione comune dei battezzati, il loro sacerdozio battesimale, sia la funzione dei ministri ordinati, la sacramentalità propria del loro essere diaconi, presbiteri, vescovi. L’adesione profonda al dettato conciliare comporta una indubbia conversione ecclesiologica, l’acquisizione convinta di un modello comunionale che lega insieme, nella reciprocità delle funzioni (cfr. LG 10), l’originaria comune dignità e la peculiarità del compito proprio a ciascuno.

    Non è difficile scorgere in non poche critiche alla riforma liturgica e alla sua attuazione, il persistere di un malinteso o di una ripulsa di una rinnovata ecclesiologia. Sarebbe profondamente contrario alla dottrina di Sacrosanctum Concilium e di Lumen Gentium ritornare a una scissione, anche solo velata, tra fedeli laici e ministri ordinati o, con appropriata immagine, tra presbiterio e navata. Occorre invece promuovere in modo sempre più convinto la corresponsabilità di tutto il Corpo di Cristo, che vive nei cristiani e che si articola nella varietà dei compiti e dei servizi. Sarebbe altresì non in sintonia con l’autentico spirito del Concilio sottovalutare anche sotto questo aspetto l’importanza delle chiese particolari (in quibus et ex quibus una et unica Ecclesia catholica exsistit, LG 23 e 26; CD 11). E’ probabile che l’approfondimento teologico su questi temi fondamentali possa e debba ancora offrirci copiosi frutti.

    Il tema ricorrente fra coloro che ritengono di dover opporre un ulteriore rifiuto allo sviluppo della riforma liturgica è quello di una come dicono perdita del “senso del mistero”. Se questa critica è provocata da una sconsiderata maniera di pensare, gestire e attuare le celebrazioni, al di fuori di una assunzione di responsabilità nei confronti e del mistero di Cristo e delle esigenze dei cristiani, essa tocca non tanto il progetto riformato e i programmi conseguenti, quanto piuttosto coloro che dovrebbero aver appreso a rispondere delle loro azioni.

    Se invece la conclamata perdita di senso del mistero si riferisse a una concezione che si richiama più alla “seduzione dell’arcano” che alla “mistagogia” cristiana, occorre ribadire la centralità del mistero di Cristo, incarnato, morto e risorto, unico autentico paradigma della sacralità, o meglio, con nome proprio, della santità cristiana. Essa si attua nella “carne” ed è animata dallo Spirito, si nutre dei simboli delle culture umane e li vitalizza con i grandi significati della storia della salvezza. Non nutre sospetti manichei né coltiva spiritualismi disancorati dalla storia. Si traduce in 'ritus et preces' accuratamente predisposti e ne fa un uso attento, impegnato e rispettoso.

    Segnale caratteristico ne è la presenza di momenti e tempi di silenzio, opportunamente presenti nelle norme rituali e, si spera, diligentemente osservati. Segno più ampio e avvolgente ne è anche il mai interrotto apporto delle arti, quelle visive e quelle della parola, del canto e della musica, le quali danno respiro all'azione rituale e offrono allo spirito una benefica molteplicità di sensi e di rimandi.

    Da questo autentico senso di santità, infine, sono egualmente alieni tanto il formalismo cerimoniale (pura messa in scena) quanto l’accensione improvvida di emotività e di entusiasmi di folla, che non aggiungono nulla all'interiorità dell'azione liturgica.

    L’impegno per un futuro migliore, sull'onda delle buone realizzazioni che già possono essere messe all'attivo di questa stagione post conciliare, dovrà essere adeguato alla gratitudine e alla riconoscenza che si sono ora espresse nei riguardi di tutti gli artefici, antichi e recenti, del rinnovamento liturgico.

    Il cantiere di tale rinnovamento non è, e non deve essere considerato, chiuso e bloccato una volta per tutte. Restano ancora grandi compiti da onorare. Desideriamo invitare tutti, da chi vi si dedica in modo più diretto, con competenze specifiche, fino a tutti quelli - e sono l’immensa maggioranza dei credenti che praticano costantemente il culto divino, a un profondo senso di speranza.

    Lo Spirito di Dio, che ha guidato i Padri Conciliari nei luminosi giorni del Concilio, lui stesso continuerà a ispirare il grande corpo della Chiesa nei tempi, talora grigi, del suo “pellegrinaggio nella storia”.

    Il proseguimento della seria ricerca biblica e teologica sui temi attinenti al culto divino sarà senza dubbio un sostegno prezioso allo sviluppo e al consolidamento di una liturgia sempre da rinnovare nel suo spirito e anche, occorrendo, nelle sue pratiche concrete.

    Il problema che svetta su tutti è - oggi ma soprattutto nel prossimo avvenire quello di una culturazione paziente e ininterrotta.

    È in gioco la vera identità di ogni Chiesa e la possibilità di garantire un futuro auspicabile al celebrare cristiano. È un settore di proporzioni vastissime, che dovrà continuare a fare appello a tutte le scienze, conoscenze, discipline umane, che abbiano un rapporto con la ritualità e la teologia, la spiritualità e la pastorale.

    La questione si pone in modo nuovo, ma è la traduzione di una tensione che muove fin dalle sue origini la Chiesa di Cristo.

    Attilio Rovelli
    Docente di Sacra Liturgia
    presso il Pontificio Istituto liturgico S. Anselmo di Roma
    Caro Poliedrico,
    ho letto con attenzione il tuo contributo, che, per affinità tematica, ho inserito in quello da te aperto tempo addietro.
    Quanto scrivi i pare sia una sorta di "manifesto" di glorificazione della Costituzione SC.
    Scrivi che il rinnovamento liturgico posto in essere dopo quel documento è divenuto un fiume, nel quale confluiscono una certa varietà di esperienze. Questo è vero. Non posso negarlo. Nondimeno mi vengono in mente alcune riflessioni:
    - in primo luogo, a legger bene la Costituzione, mi pare che essa non auspicava un radicale mutamento del rito, quanto al più un adattamento, con il mantenimento sostanziale della pregressa ed onorata liturgia, oltre al mantenimento del canto gregoriano. Dunque, se ciò è vero, ne consegue che lo stesso spirito e le intenzioni della Costituzione sono state tradite e sovvertite;
    - in secondo luogo, è da osservare come, nel caso che ci occupa, non si sono trattati di piccoli adattamenti, ma di un radicale mutamento, anche teologico, che ha condotto a manomettere la Liturgia. Diceva il Papa: "... Oggi, per un efficace lavoro nel campo della predicazione, bisogna prima di tutto conoscere bene la realtà spirituale e psicologica dei cristiani che vivono nella società moderna. Bisogna ammettere realisticamente e con profonda e sofferta sensibilità che i cristiani oggi in gran parte si sentono smarriti, confusi, perplessi e perfino delusi, si sono sparse a piene mani idee contrastanti con la Verità rivelata e da sempre insegnata; si sono propalate vere e proprie eresie, in campo dogmatico e morale, creando dubbi, confusioni, ribellioni, si è manomessa anche la Liturgia; immersi nel “relativismo” intellettuale e morale e perciò nel permissivismo, i cristiani sono tentati dall’ateismo, dall’agnosticismo, dall’illuminismo vagamente moralistico, da un cristianesimo sociologico, senza dogmi definiti e senza morale oggettiva. ..." (Giovanni Paolo II, Discorso del 6 febbraio 1981 al Convegno nazionale "Missioni al popolo per gli anni '80"). Forse è in quest'ottica che va letto il recente documento sulla liturgia.
    Cosa ne pensi? E poi cosa pensi delle riflessioni di dom Gueranger che ho sopra postato. Non noti delle pericolose affinità elettive?
    Cordialmente

    Augustinus

  9. #89
    Ospite

    Predefinito La "Messa di sempre": verità e falsità

    Cari fratelli,
    comincia con questo post un'analisi serena ed obiettiva sull'Ordo Missae promulgato da S. Pio V nel 1570, che è rimasto in vigore fino a quando papa Paolo VI ha promulgato il Novus Ordo Missae (NOM) verso il 1969.

    Su questo Messale e sulle sue implicazioni liturgiche e teologiche si è consumato l'unico scisma della Chiesa Cattolica nel XX secolo, ossia quello dei cattolici "tradizionalisti" seguaci di mons. Lefebvre prima e dei suoi vari emuli e discepoli poi.

    Da parte "tradizionalista" (ma vedremo presto la pretestuosità di utilizzare questo termine da parte di chi non ne avrebbe alcun diritto) si accusa Paolo VI e il Concilio Vaticano II di "tradimento della Fede", di aver "protestantizzato la MEssa", e si rivendica l'uso esclusivo della "Messa di sempre" (ossia quella di S. Pio V).

    Vediamo dunque quanto c'è di vero e quanto di falso in queste varie accuse.

  10. #90
    Ospite

    Predefinito

    Accusa: "Disprezzate il Tabernacolo: avete girato gli altari e il sacerdote è costretto a dare le spalle al SS. Sacramento."

    Innanzitutto è opportuno fare chiarezza: il tabernacolo è una istituzione POSTERIORE al Concilio di Trento (XVI secolo), e questo significa che fino alla fine del 1500 il tabernacolo nelle cheise cattoliche non esisteva.

    L'istituzione del tabernacolo per contenere la riserva eucaristica è legata non solo a ragioni teologiche, ma anche a questioni culturali e contingenti: nei primi secoli del cristianesimo il problema non si poneva nemmeno perchè nelle assemblee veniva diviso il pane fra tutti i fedeli, e non restava nulla; venivano messe da parte alcune porzioni che venivano mandate ai malati tramite i diaconi.

    Questa usanza è testimoniata dal termine stesso "Messa", che deriva dalla locuzione finale "ite, missa est", ossia "andate, (l'eucaristia) è stata mandata", e che col tempo ha assunto il significato di "la messa è finita" per indicare la fine della celebrazione.
    Controprova: la parola "messa" non è mai stata usata dagli antichi cristiani, i quali parlavano sempre e solo di "eucaristia", ossia di "rendimento di grazie" (gr. eukaristein).
    Il termine "Eucaristia" designava quindi tre realrtà: la "messa", la "comunione" e la preghiera eucaristica (altrimenti detta Canone).
    Presto la preghiera eucaristica, a partire all'incirca da Tertulliano (II sec.), verrà chiamata "sacrificiorum orationes", preghiere del/i sacrificio/i.

    Ad un certo punto, l'Eucaristia non venne più portata agli assenti immediatamente dopo la celebrazione, per cui sorse la necessità di conservare in un apposito luogo i resti del pane consacrato destinati ai malati affinchè non andassero a male; così essi venivano riposti in ceste o altri contenitori e tenuti in vari luoghi (generalmente armadi).

    Inoltre, fin dal IV sec., finite le persecuzioni, nelle chiese i fedeli portavano essi stessi i pani, i quali venivano raccolti in grossi cesti che il sacerdote ridistribuiva al momento dell'Eucarestia: ciò era fatto apposta perchè la comunità ricevesse da Dio lo stesso pane che aveva portato.
    Conferme di questo si trovano nei vari testi narrativi di quell'epoca, in cui, p.es., parlando di una donna ritenuta particolarmente "santa" il cronista nota che essa riceveva ogni volta proprio lo stesso pane che aveva portato, quale segno di predilezione divina.

    Ovviamente, poichè i pani non erano azzimi ma lievitati, nelle ceste rimanevano una grande quantità di briciole, che finivano gettate via o agli animali da cortile, seppur consacrate.

    Questo NON perchè all'epoca non si avesse riverenza verso il Corpo del Signore (anzi), ma perchè lamentalità comune di tutta la Chiesa non riteneva assolutamente ingiurioso nei confronti di Gesù il gettare via le briciole che- oltretutto- per quanto si potessero limitare o cercare di raccogliere, inevitabilmente ne sarebbe rimasto un poco a terra o nelle ceste.

    (continua...)

 

 
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