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Discussione: Il processo invisibile

  1. #61
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    Predefinito Gli invisibili

    Un'occhiata alla copertura mediatica data "dall'85% della stampa che è contro di me" sulle pendenze penali dell'Autoassolto e dei suoi complici.

    Tralasciamo la copertura televisiva; di questi tempi ed in questi giorni in particolare sarebbe autolesionistica e vana qualsiasi ricerca in proposito e concentriamoci sulla carta stampata, il regno incontrastato, almeno per l’85%, secondo le rilevazioni scientifiche del presidente del Consiglio, della sinistra giustizialista.

    Martedì 6 aprile il giorno successivo alla requisitoria di Antonino Ingoia nel processo Dell’Utri, in cui tra l’altro il pm scandisce che il braccio destro di Berlusconi “era l’agente della mafia nella Fininvest e che ha continuato ad aiutare la mafia persino durante il processo” (Saverio Lodato su l’Unità), l’unico giornale che mette la notizia in prima pagina con un ampio e dettagliato servizio in settima, firmato da un giornalista all’altezza, è il quotidiano di Furio Colombo.

    Il primo giornale italiano, il Corriere mette la notizia, un colonnino, nelle cronache a pagina 20 a firma di Enzo Mignosi:
    “L’imputato: solo calunnie. Il Pm: Dell’Utri in contatto con i boss dagli anni sessanta”.

    Il Giornale a pagina 9 titola
    “Contro di me i professionisti della bugia” e poi a scanso di incertezze interpretative:
    “Dell’Utri: ora basta”.

    La Stampa a pagina 9 sceglie il taglio basso, sotto l’aggiornamento sullo stato di salute di Bossi
    “Dell’Utri vicino ai boss. Berlusconi vittima.”

    Per il Resto del Carlino il luogo più appropriato per collocare la requisitoria di Palermo è lo spazio delle brevi di cronaca con un sintetico virgolettato
    “Dell’Utri mafioso da sempre”.

    Per trovare qualcosa che assomigli ad un pezzo di cronaca giudiziaria bisogna sfogliare Repubblica fino a pagina 20 dove in taglio alto in una pagina di politica interna Attilio Bolzoni firma un articolo intitolato “Il pm: Dell’Utri ambasciatore tra cosa nostra e la Fininvest” in cui ripercorre l’odissea del processo, evidenzia i passaggi salienti della requisitoria, registra la reazione “annoiata” fino alla nausea dell’imputato.

    Il Manifesto senza alcun richiamo in prima pagina si occupa del processo Dell’Utri in sesta pagina, taglio basso sotto il “caso Sofri” e le polemiche seguite ad un “Porta a Porta” con Castelli che ha finito per accomunare Sofri e Battisti.
    L’inviato da Palermo Alfredo Pecoraro evidenzia il ruolo di Dell’Utri che secondo l’impianto probatorio della procura era “canale di collegamento tra mafia, mondo economico milanese, e sistema istituzionale…Accuse che ‘non sono sostenute né da teoremi né da tesi precostituite, ma da prove’ ”.

    Ecco altri “dettagli” interessanti della requisitoria che non sono comparsi diffusamente, come sarebbe scontato in qualsiasi paese normale, sugli organi di stampa riportati da Saverio Lodato.

    Il processo “non è, non è mai stato, ne mai si è voluto che fosse un processo politico. Semmai è il processo a un imputato che solo successivamente, nel 1996, diventò uomo politico a tutti gli effetti, deputato cioè di FI…..Il che però non significa che non si sia trovata la prova, tutt’altro che irrilevante, di accordi elettorali recenti fra Forza Italia e Cosa Nostra…."

    Berlusconi “non è imputato occulto di questo processo…non è mai stato imputato a Palermo né virtualmente né realmente. Fu doverosamente sottoposto ad indagini in presenza di notizie di reato. Era nostro dovere farlo. Alla fine chiedemmo l’archiviazione perché gli elementi raccolti non erano sufficienti a sostenere l’accusa”.

    Il rammarico “per l’occasione perduta” per “i buchi neri” che Berlusconi non ha voluto chiarire avvalendosi il 26 novembre a palazzo Chigi della facoltà di non rispondere.
    I buchi neri sono gli argomenti tabù, quelli di cui si occupano ancora solo le tv straniere e la stampa internazionali, quelli che hanno causato le liste di proscrizione con cacciata immediata e le richieste di risarcimenti miliardari a Daniele Luttazzi, Marco Travaglio, Elio Veltri.
    Vi ricordate L’odore dei soldi?

    L’assunzione e l’allontanamento ancora più misterioso di Vittorio Mangano; “la ragione autentica” dei rapporti con Dell’Utri; i versamenti anomali nelle casse delle holding che controllavano la Fininvest…Sullo sfondo Dell’Utri non solo “garante degli interessi mafiosi negli ambienti imprenditoriali e finanziari milanesi”, ma Dell’Utri “ambasciatore di cosa nostra dentro il gruppo Fininvest e agente assicurativo di Cosa Nostra”.

    Teoremi? Si domanda l’inviato.
    Il pm risponde indirettamente esponendo una “piattaforma probatoria” molto solida:
    “fatti storici concreti e provati, testimonianze de visu; intercettazioni telefoniche; risultanze documentali; fotografie; filmati, tabulati telefonici; il libro mastro della mafia con la cifra e dicitura “Gruppo Fininvest”…. ‘le prove di oggi sono molte di più di quelle che avevamo nel 1997, al momento del rinvio a giudizio’”.

    Incredibile? No molto semplice perché l’imperturbabile “statua di sale” come lo definisce Saverio Lodato ha continuato a delinquere e ad aiutare Cosa Nostra cercando di difendersi non propriamente all’interno del processo dalle accuse dei 47 pentititi che lo incastravano.
    Come?
    Incontrandosi nei pressi di Rimini con Cosimo Cirfeta e Giuseppe Chiofalo munito di una valigetta piena di banconote per convincerli con argomenti concreti a delegittimare i pentiti che lo accusano.

    Quella di Dell’Utri “è stata una continuativa condotta di agevolazione di Cosa Nostra” e quanto all’impianto probatorio è talmente solido e si è a tal punto irrobustito che “il tribunale potrebbe decidere di condannare l’imputato anche per partecipazione, non solo per concorso esterno”.

    Alla fine l’imputato ha dichiarato il suo fastidio e la sua inquietudine per le “tante chiacchiere” sul suo conto; invece, annota Saverio Lodato, “statue di sale tutte di un pezzo si sono dimostrati invece certi direttori di Tg, per i quali l’udienza di ieri non è esistita”.
    Ma purtroppo, bisogna aggiungere, non solo in quella circostanza e non solo loro.

    L’effetto sordina o meglio silenziatore si è ulteriormente e perfezionato alla ripresa del processo SME.
    Qui il presidente del consiglio non è imputato occulto, né virtuale: è imputato reale nello stralcio del processo per corruzione in atti giudiziari, in cui il sodale Cesare Previti è già stato condannato a cinque anni per aver corrotto il giudice Squillante per conto della Fininvest.

    E’ il processo interrotto da oltre nove mesi grazie al Lodo Maccanico-Schifani e ripreso solo a seguito della incostituzionalità dello stesso, un processo iniziato nel 2000 su cui incombe la prescrizione e che “verrà sospeso durante la campagna elettorale”, cioè praticamente da subito come ha annunciato unilateralmente e a mezzo stampa il presidente Castellano.
    Si può in effetti, parafrasando le dichiarazioni rilasciate già al Giornale il 24 dicembre 2002 dal presidente molto ospitato dalle testate di famiglia, convenire con lui che “il processo SME non è più un caso normale nonostante lo sforzo dei giudici di riportarlo sui binari della normalità”.
    Con l’unica precisazione a proposito del suo personale contributo alla “singolarità” di questo processo.

    Il dottor Castellano che già ampiamente si è occupato della famiglia Berlusconi assolvendo Silvio per frode fiscale per l’acquisto della villa di Macherio e concedendo le attenuanti generiche a Paolo benché tecnicamente pregiudicato, si è contemporaneamente prodigato ad attaccare i colleghi milanesi oggetto dell’offensiva berlusconiana.
    Lo ha fatto con una serie di interviste in particolare al Giornale e al Foglio affermando che:
    “dopo Mani Pulite buona parte dei processi per falso in bilancio ha riguardato società del gruppo Fininvest” e poi aggiungendo che la “riforma sul falso in bilancio è una buona legge”.
    Ma non si è sottratto dal prendere posizione nemmeno sul “caso Brambilla”solidarizzando con il ministro Castelli e coerentemente quando anche la sua corrente Unicost intervenne a difesa dell’onorabilità della magistratura contro le ingiurie di Berlusconi imbufalito con la Cassazione prese le distanze sostenendo che i processi a Berlusconi “sono un problema politico che si può risolvere con un accordo parlamentare che reintroduca l’autorizzazione a procedere”.
    Ora evidentemente, dato che la Corte Costituzionale ha infranto la speranza salvifica del Lodo e che i tempi non hanno consentito la soluzione da lui auspicata, ritiene di dover intervenire personalmente.
    Per questa ragione deve aver respinto la richiesta di astensione avanzata dal rappresentante della parte civile e dal pubblico ministero.
    E anche per ribadire con i fatti il principio inderogabile che con tanto calore aveva espresso in una intervista recente al Foglio (il 17 gennaio 2004 quando gli era già stato assegnato il processo Sme) per fustigare i colleghi sottoposti ad ispezioni plurime, procedimenti penali intentati dagli amici di Previti, e di lì a poco oggetto di provvedimento disciplinare.
    In quella occasione aveva scandito “la cosa importante è non essere e soprattutto non apparire di parte. I magistrati, in questi anni, tante volte non ci sono riusciti ed è quello che rimprovero alla mia categoria, che ha prestato il fianco ad a accuse di parzialità”.
    Appunto.

    Così è ripartito il processo al presidente del Consiglio che con un’udienza a settimana e pausa elettorale annunciata potrebbe durare un numero imprecisato di anni date le “consuete” richieste dei difensori: eccezione di competenza territoriale (Perugina o Monza), escussione di nuovi testi che dovrebbero includere tutti i magistrati del distretto di Roma e amenità analoghe.
    D’altronde con il noto senso dell’umorismo che anche i detrattori gli riconoscono il difensore-legislatore Niccolò Ghedini ha confermato:
    “Che questo non sia un processo normale è constatazione che qualsiasi operatore del diritto può fare”.
    Evidentemente vuole essere all’altezza delle freddure del collega presidente Gaetano Pecorella che ha rilasciato al Giornale del 15 marzo la seguente dichiarazione a commento della sentenza con cui la Cassazione ha confermato il proscioglimento per prescrizione di Berlusconi per il falso in bilancio:
    “E’ un altro caso in cui il premier non vede conclusi i processi iniziati con tanto clamore”.

    La testata che ha la notizia in prima pagina con tanto di foto del pubblico ministero che osa l’indicibile è per motivi non misteriosi, ma che poco hanno a che fare con il dovere di informare il Giornale che titola in taglio medio:
    “Incredibile: la Boccassini ricusa il giudice”.

    La grande stampa italiana non ha nessun richiamo in prima pagina e per trovare il servizio bisogna addentrarsi molto all’interno: a pagina 13 il Resto del Carlino, a pagina 21 la Repubblica e la Stampa.
    Il manifesto quasi unico riporta un titolo del servizio a pagina 7 nel sommario e l’Unità pur non avendo la notizia in prima pagina le dedica quasi una pagina intera con la cronaca puntuale di Susanna Ripamonti e il bel “Lodo Castellano” di Marco Travaglio nell’imperdibile Bananas.

    Altro da segnalare non c’è

  2. #62
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    Predefinito Re: Gli invisibili

    PROCESSO DELL'UTRI RASSEGNA STAMPA WEB 5 6 APRILE 2004
    Inviato da : redazione Mercoledì, 21 Aprile 2004 - 164


    Processo Dell'Utri

    Palermo.
    dal 5 al 6 aprile 2004








    Non è un processo a Berlusconi"

    Palermo.

    "Il premier vittima della mafia", sostiene la Procura nella requisitoria contro Dell'Utri, "che era l'ambasciatore dei boss"

    Mariateresa Conti

    Palermo. "Questo non è un processo politico, non è mai stato un processo politico, ma solo un processo ad un imputato, il senatore Dell'Utri, che ha svolto anche attività politica. Questo non è un processo ad un movimento politico, quello fondato anche da senatore Dell'Utri. E non è un processo con un imputato occulto, come qualcuno ha sostenuto. Il presidente Berlusconi non è mai stato imputato davanti ad alcuna autorità giudiziaria di Palermo nè effettivamente, nè virtualmente nè occultamente. Il presidente Berlusconi è stato doverosamente sottoposto ad indagini. E per fare il proprio dovere i magistrati di Palermo sono stati bersaglio dei peggiori insulti. Ma alla fine la sua posizione è stata archiviata, da allora il presidente Berlusconi non è stato mai sottoposto a indagini dalla procura di Palermo". È partito all'attacco il Pm Antonio Ingroia nella prima udienza dedicata alla requisitoria del processo per concorso esterno in associazione mafiosa al senatore Marcello Dell'Utri. All'attacco - anticipando che chiederà la condanna dell'imputato - per sgomberare il campo da una serie di polemiche e strumentalizzazioni che in oltre sei anni di dibattimento hanno costellato questo "caso", toccando anche livelli particolarmente aspri. Di qui il chiarimento preliminare: nessun processo politico, nessun attacco al parlamentare. Piuttosto, il processo ad un uomo, Marcello Dell'Utri, che a detta del Pm ha mantenuto per oltre 30 anni rapporti con esponenti di Cosa nostra dando un contributo al rafforzamento dell'organizzazione criminale. Un contributo ben consapevole e "consolidato", secondo l'accusa, provato da "fatti, non teoremi". Un contributo tanto organico, per il Pm, che basterebbe a configurare anche la piena associazione mafiosa, non il semplice concorso esterno. L'accusa ha precisato di non avere intenzione di chiedere la modifica del capo di imputazione, ma ha ricordato comunque al Tribunale - presieduto da Leonardo Guarnotta - che la variazione è possibile in sede di sentenza. Il senatore Dell'Utri, che pure nelle scorse settimane aveva annunziato che avrebbe seguito passo passo la requisitoria, non ce l'ha fatta. Subito dopo la prima pausa, quando il Pm ha cominciato ad affrontare i profili tecnici della configurazione dei reati di associazione mafiosa - l'imputazione di Gaetano Cinà, coimputato di Dell'Utri - e di concorso esterno è andato via, prendendo in contropiede i suoi stessi legali. "Sono venuto quest'oggi – ha dichiarato il parlamentare nel pomeriggio attraverso una nota – solo per una doverosa forma di riguardo nei confronti del collegio, ancorché i miei impegni elettorali non mi avrebbero consentito nemmeno di presenziare. Resta il fatto che non avendo specifico interesse nè competenza per seguire gli aspetti tecnici della requisitoria, espletate le odierne formalità di apertura della discussione, non ritengo di presenziare ulteriormente. Per quanto ho avuto modo di ascoltare, non posso nascondere la mia inquietudine, da cittadino e da parlamentare, per la leggerezza con cui la pubblica accusa afferma che sia provato ciò che è solo frutto di dicerie, peraltro nemmeno convergenti, di professionisti della delazione". "Prove concrete, fatti, condotte specifiche, non teoremi", ha ripetuto più volte il Pm Ingroia. E, in sintesi, ha tracciato il quadro di insieme dei rapporti tra il senatore e Cosa nostra tramite Gaetano Cinà, cominciati secondo la sua ricostruzione, "a partire dagli anni '70, ben prima che Dell'Utri intraprendesse la carriera politica. Secondo la prospettazione tracciata dal Pm, il senatore Dell'Utri ha svolto il ruolo di "ambasciatore di Cosa nostra in uno dei gruppi economico-finanziari più potenti del Paese", quello all'epoca guidato dall'imprenditore Silvio Berlusconi. "Ambasciatore", Dell'Utri, ma anche "agente assicurativo di Cosa nostra, considerando la mafia come un'"industria di protezione" che protegge dal pericolo che lei stessa crea. E quale maggiore contributo può esserci che portare un cliente così importante?". Gli episodi chiave di questa "attività": l'assunzione ad Arcore di Vittorio Mangano; l'incontro con i boss della vecchia mafia per sancire la protezione dai sequestri dell'imprenditore Berlusconi. Ed ancora, dopo la guerra dei primi anni '80, il passaggio del rapporto con Dell'Utri (tramite Cinà), a Riina, che sperava così di agganciare Berlusconi per trovare un collegamento col Psi di Craxi; i versamenti per la protezione delle antenne Tv curati da Dell'Utri; l'opera di mediazione per fermare gli attentati alla Standa, culminato nell'incontro tra con Santapaola. Numerose le citazioni per il premier. Ma il Pm ha precisato: "La posizione del senatore Dell'Utri non va in alcun modo confusa con quella del presidente Berlusconi, che è stato, lui sì, oggetto di di pressioni e intimidazioni da emissari di Cosa nostra. Berlusconi è stato vittima di minacce. Dell'Utri solo l'artefice di soluzioni".LA SICILIA 6 APRILE 2004


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  3. #63
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    Cerca di seguire un ordine cronologico, Ollie.

    Non postare repliche di argomenti già trattati in sequenza, se possibile.
    Han già provato ad aggrapparsi al: "La posizione del senatore Dell'Utri non va in alcun modo confusa con quella del presidente Berlusconi, che è stato, lui sì, oggetto di di pressioni e intimidazioni da emissari di Cosa nostra. Berlusconi è stato vittima di minacce. Dell'Utri solo l'artefice di soluzioni"

    Nel proseguio della requisitoria si spiega che questo avvenne "fino ad una certa data". Poi, la collaborazione/collusione tra i due si fece solida e cosciente.

  4. #64
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    Predefinito Ancora una conferma.

    Milano, 12:03
    Nessuna diffamazione da stampa, Dell'Utri perde la causa

    E' stato respinto il ricorso presentato dal senatore Marcello Dell'Utri, che aveva chiesto un risarcimento per diffamazione pari a 40 miliardi di lire nei confronti delle Edizioni Kaos e di tre giornalisti autori del libro 'L'onore di Dell'UItri'.

    A conclusione della causa Dell'Utri è stato condannato a pagare 26.500 euro per spese di giudizio.

    Il parlamentare di Forza Italia, Marcello Dell'Utri, aveva avviato la causa contro le Edizioni Kaos e i giornalisti Lorenzo Ruggero, Peter Gomez e Leonardo Sisti.
    Dell'Utri si era ritenuto diffamato dal contenuto del libro 'L'onore di Dell'Utri', nel quale tra l'altro era riprodotta interamente una memoria depositata dal pubblico ministero in un procedimento pendente davanti al tribunale di Palermo.
    Secondo il parlamentare, la diffusione di quel documento avrebbe pregiudicato la sua reputazione.
    E' stato di parere opposto il giudice Claudio Marangoni, della prima sezione del Tribunale civile di Milano, che non ha ritenuto sussistenti gli elementi della diffamazione ed ha respinto la richiesta risarcitoria condannando il promotore della causa a pagare le spese di giudizio.

    E, come per il libro "Berlusconi: inchiesta sul sig. tv"; tutto vero!

  5. #65
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    Mafia: votiamo per Dell’Utri
    (dal Corriere della Sera del 25 gennaio 2002)

    Nel servizio di Felice Cavallaro sulla cattura degli uomini di Provenzano sono riportati alcuni brani di intercettazioni telefoniche che crediamo possano interessare i nostri lettori

    PALERMO -
    Giuseppe Lipari, l'ex geometra dell'ANAS che si fa chiamare "ingegnere", il 2 agosto 2000 all'interno del residence Conturrana di San Vito Lo Capo parla con Salvatore Miceli, già condannato per associazione mafiosa, di un vertice tenuto poco tempo prima con Provenzano ed altri capimafia, degli errori legati alla strategia stragi-sta e delle scelte strategiche.

    L'ERRORE DELLE STRAGI -
    Lipari: "Salvatò, si è rotto il giocattolo... Perché Bino Provenzano... lo conosci a Bino?".
    Miceli: "No, mai incontrato".
    Lipari: "C'ero io, Bino, Nino Manuzza (Nino Giuffrè, latitante di Caccamo ndr), Spera Benedetto (arrestato nel gennaio 2001)... E c'era il dottore che hanno arrestato, Antonio Cinà (il medico di Rima ndr), e Salvatore Lo Piccolo (boss latitante del quartiere San Lorenzo ndr)
    Miceli: "Eh, loro sempre qua sono stati".
    Lipari: "Qua sono... e giustamente "quello" (Provenzano ndr), restio, dice "Signori miei, rimettiamo questo giocattolo in piedi, ma che succede se io non ricevo dal carcere le indicazioni di farlo.., perché significa che io devo andare contro di loro"".
    Miceli: "Certo".
    Lipari: ""Contro Totuccio Riina, contro Bagarella... Perché le situazioni furono quelle che furono..." . A questo punto io gli dissi (a Provenzano ndr) "Senti, Bino, qua non è che abbiamo due anni, non ti"seccare", io me la prendo questa libertà perché ci conosciamo..."".
    Miceli: "Certo... ".
    Lipari: "Gli dissi: "Figlio mio, né tutto si può proteggere, né tutto si può avallare, né tutto si può condividere di quello che è stato fatto. Perché del passato ci sono cose giuste fatte e cose sbagliate"
    Miceli: "Eh, sì, sì "
    Lipari: "A questa parola ci fu Benedetto che mi è venuto a baciare... E dopo questa parola gli dissi (...) "Cose tinti (cattive ndr) assai ne fecero""


    MEGLIO FALCONE VIVO -
    Altra intercettazione fra Pino Vaglica e Carmelo Amato, titolare dell'autoscuola Primavera, centro di smistamento dei "bigliettini" di Provenzano.
    Vaglica: "Dico, gli sbagli che si fanno nella vita. Se all'epoca un Falcone non gli finiva così, non era meglio?".
    Amato: "Perché, da quando esiste il mondo, lo Stato non si tocca... che se vuole ti mette sopra un co…"
    Vaglica: "Per dire...".
    Amato: "Perché tu va a fare un discorso da qualche parte e poi dicono "Minchia, questo"... capisci?".


    VOTARE DELL'UTRI -
    Amato discute dentro la sua auto con Michele Lo Forte durante la campagna elettorale del '99 per la scelta dei parlamentari europei. Esplicito il riferimento a direttive impartite "altrove per garantire l'immunità da conseguenze giudiziarie a Dell'Utri, sotto processo a Palermo.
    Amato: "Mi è venuto a trovare Enzo, il cugino di Ciancimino (Enzo Zanghì ndr). Dice: "Purtroppo dobbiamo portare a Dell'Utri" ".
    Lo Forte: "Dell'Utri".
    Amato: "Compare lo dobbiamo aiutare perché se no lo fottono".
    Lo Forte: "E' logico".
    Amato: "Compare, se passa lui e sale alle europee, non lo tocca più nessuno".
    Lo Forte: "Ma pure qua...".
    Amato: "Lo so, ma intanto è sempre bersagliato da qua... ti pare perché là hanno detto di no... la Camera ha detto no... eh, pungo sempre compare".


    E il 7 maggio '99, durante un'altra conversazione:

    Amato: "Minc... questi pezzi di cornuti, compare... Si sta lavorando, compare... Ci dobbiamo dare aiuto a Dell'Utri perché se no, questi sbirri non gli danno pace, compare..."

    Il 13 giugno Amato conversa con Salvatore Carollo.

    Amato: "Totò, per chi devi votare tu? ".
    Carollo: "Per il Polo voto io".
    Amato: "E allora daglielo a Dell'Utri il voto".
    Carollo: "Io sono siciliano... questo era scontato…"
    Amato: "Io, onestamente, non è che glielo voglio dare a lui... io glielo do perché c'è un impegno per ora, perché lo vogliono fottere... l'ha capito?".

    F. C.

  6. #66
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    In Origine Postato da MrBojangles
    Cerca di seguire un ordine cronologico, Ollie.

    Non postare repliche di argomenti già trattati in sequenza, se possibile.
    Han già provato ad aggrapparsi al: "La posizione del senatore Dell'Utri non va in alcun modo confusa con quella del presidente Berlusconi, che è stato, lui sì, oggetto di di pressioni e intimidazioni da emissari di Cosa nostra. Berlusconi è stato vittima di minacce. Dell'Utri solo l'artefice di soluzioni"

    Nel proseguio della requisitoria si spiega che questo avvenne "fino ad una certa data". Poi, la collaborazione/collusione tra i due si fece solida e cosciente.
    Ti capisco Boj ma, ho seguito un ordine non deciso da me ma da "Antimafiaduemila"... pur sapendo che certi argomenti si accavallano e certi possono dare addito ad interpetrazioni faziose!... Comunque non siamo noi a temere le Prove ma loro!

    Cercheró nel rispetto di queste norme che vorrei seguire, di ascoltarti!!!

    Oliviero

    PS: Come possono vedere, i Bananas, noi NON dobbiamo metterci daccordo con "Private Messages"

  7. #67
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    Predefinito

    In Origine Postato da Oliviero
    PS: Come possono vedere, i Bananas, noi NON dobbiamo metterci daccordo con "Private Messages"
    Si; però non dir loro che io sono un tuo clone...

  8. #68
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    Predefinito

    In Origine Postato da MrBojangles
    Si; però non dir loro che io sono un tuo clone...
    Sono cosi intenti a clonarsi a vicenda che manco ci pensano!!!

    Sono solo dei Bananas!!!

    Oliviero

  9. #69
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    Predefinito Re: Ancora una conferma.

    In Origine Postato da MrBojangles
    Milano, 12:03
    Nessuna diffamazione da stampa, Dell'Utri perde la causa

    E' stato respinto il ricorso presentato dal senatore Marcello Dell'Utri, che aveva chiesto un risarcimento per diffamazione pari a 40 miliardi di lire nei confronti delle Edizioni Kaos e di tre giornalisti autori del libro 'L'onore di Dell'UItri'.

    A conclusione della causa Dell'Utri è stato condannato a pagare 26.500 euro per spese di giudizio.

    Il parlamentare di Forza Italia, Marcello Dell'Utri, aveva avviato la causa contro le Edizioni Kaos e i giornalisti Lorenzo Ruggero, Peter Gomez e Leonardo Sisti.
    Dell'Utri si era ritenuto diffamato dal contenuto del libro 'L'onore di Dell'Utri', nel quale tra l'altro era riprodotta interamente una memoria depositata dal pubblico ministero in un procedimento pendente davanti al tribunale di Palermo.
    Secondo il parlamentare, la diffusione di quel documento avrebbe pregiudicato la sua reputazione.
    E' stato di parere opposto il giudice Claudio Marangoni, della prima sezione del Tribunale civile di Milano, che non ha ritenuto sussistenti gli elementi della diffamazione ed ha respinto la richiesta risarcitoria condannando il promotore della causa a pagare le spese di giudizio.

    E, come per il libro "Berlusconi: inchiesta sul sig. tv"; tutto vero!
    Ma, le edizioni KAOS, hanno forse subito un attacco??? Non ci sono praticamente informazioni riguardo ai libri

  10. #70
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    Predefinito Un'interessante visione della "cosa"

    Perchè rivendico le indagini su Berlusconi e Dell'Utri
    (di Luca Tescaroli)


    Ho svolto le funzioni di pubblico ministero presso la procura di Caltanissetta dal 1992 fino all'autunno dello scorso anno. E, in quella veste, ho condotto insieme ad altri colleghi le indagini sulla strage di Capaci e di via D'Amelio.

    Ora lavoro presso la procura di Roma, avendo constatato che a Caltanissetta non vi erano più le condizioni per rimanere. Dopo il caso Luttazzi-Travaglio, sono stato chiamato più volte in causa per le indagini sui "mandanti a colto coperto" delle stragi del 1992-93, svolte in coordinamento con le procure di Firenze e Palermo, e sotto l'egida della procura nazionale antimafia. Finché ho potuto, ho fatto la scelta più naturale per un magistrato: quella della riservatezza. Ma il 26 marzo 2001, il Corriere della Sera ha pubblicato stralci della richiesta di archiviazione inoltrata dalla procura di Caltanissetta, che avrebbe "assolto" Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri, ritenendo "una forzatura arbitraria" credere che dietro i massacri di falcone e Borsellino ci fosse "l'istigazione dei fondatori di Forza Italia". Sarebbero state così demolite le accuse del pentito Salvatore Cancemi, perché "incompatibili" con le dichiarazioni di Giovanni Brusca. Nell'articolo si citavano persino alcuni stralci dell'originaria versione della richiesta di archiviazione, da me a suo tempo redatta, che avrebbe lasciato "un marchio infamante" sui due indagati. Se le anticipazioni lette sono vere, si tratta di un fatto grave e sorprendente: sia per la fuga di notizie su atti riservati proveniente da ambienti giudiziari che hanno sempre vigilato sul rispetto del segreto investigativo; sia per la sovraesposizione e la delegittimazione di chi ha semplicemente svolto il proprio dovere, indagando senza distinguere le persone sulla base del censo, del potere personale e del ruolo sociale, com'é previsto dal nostro ordinamento (almeno siano ad oggi).
    Si è parlato di "teoremi fantasiosi", si è scatenata l'ennesima campagna di aggressione politico-mediatica contro chi ha condotto quelle indagini. A questo punto, ritengo doveroso rievocare, in estrema sintesi, gli elementi di prova emersi e le valutazioni espresse sui presunti "mandanti a volto coperto" nei processi a carico dei supposti responsabili delle stragi di Capaci e via D'Amelio. Cominciando dai principali collaboratori di giustizia.
    Angelo Siino racconta di aver appreso da Nino Gargano e Giuseppe Madonia che nei primi anni Novanta Bernardo Provenzano stava adoperandosi per "agganciare Craxi tramite Berlusconi". Successivamente, Antonio Gioè gli avrebbe riferito che Leoluca Bagarella, tramite un ex ufficiale della guardia di finanza, stava cercando di contattare una persona influente vicina all'onorevole Craxi e che, a tal fine, era necessario fare "più rumore possibile" (alludendo ad attentati) per consentirgli poi di intervenire per far sistemare la "situazione in Italia" a favore di Cosa Nostra. Insomma, fare la guerra per fare la pace.
    Salvatore Cancemi, al processo d'Appello di Capaci, rivela che Riina, prima della strage, si era incontrato con "persone importanti" e gli aveva riferito che si trattava di Berlusconi e Dell'Utri. Aggiunge che appartenenti al gruppo Fininvest versavano periodicamente 200 milioni di lire a titolo di contributo a Cosa Nostra. Sottolinea che Riina si era attivato, dagli anni '90-91, per coltivare direttamente (mettendo in disparte Vittorio Mangano, che fino a quel momento li aveva gestiti) i rapporti con i vertici della Fininvest, e che tramite Craxi stava cercando di mettersi la Fininvest nelle mani e viceversa. Cancemi non sa precisare se Riina avesse preso il controllo diretto di questo rapporto, ma ricollega la stagione stragista proprio a tale avvicendamento fra Mangano e Riina. Poi aggiunge che Riina, nel 1991, gli aveva riferito che Berlusconi e Dell'Utri erano "interessati ad acquistare la zona vecchia di Palermo" e che lui stesso (Riina) si sarebbe occupato dell'affare, avendo i due personaggi "nelle mani". Le indicazioni sui versamenti Fininvest a Cosa Nostra hanno trovato puntuali conferme da altri collaboratori (Anzelmo, Neri, Ferrante, Galliano e Calogero ganci) e da alcuni riscontri oggettivi.
    Giovanni Brusca afferma anche lui che Berlusconi "mandava qualche cosa giù come regalo, come contributo, come estorsione" a suo cugino (di Brusca), Ignazio Pullarà. Quest'ultimo inviava tali Contorno (omonimo del noto pentito) e Zanga a ritirare il denaro negli anni 1981-82-83.
    Salvatore Cancemi racconta che in una riunione, circa 20 giorni prima di Capaci, Riina aveva fatto presente che esistevano accordi con Berlusconi e Dell'Utri per una serie di leggi favorevoli all'organizzazione, interventi sull'autorità giudiziaria e garanzie dalle conseguenze derivanti dalla strage di Capaci. Parla di contatti tra i vertici di Cosa Nostra e soggetti capaci di orientare la legislazione in senso favorevole all'organizzazione, intercorsi sia prima sia dopo l'arresto di Riina. E racconta che, nella riunione tenutasi per brindare alla strage di Capaci e deliberare quella di via D'Amelio, presenti anche Raffaele Ganci e Salvatore Biondino, Riina confermò con una frase ("la responsabilità è mia") di aver ricevuto precise garanzie in favore di Cosa Nostra, nonostante l'immediato eclatante attentato, da parte "persone importanti" (che ha indicato in Dell'Utri e Berlusconi) ai quali aveva presentato una serie di richieste: "Far annullare 'sta legge sui pentiti", abolire l'ergastolo, eliminare o affievolire la legge sul sequestro dei beni e così via. In quell'occasione (fra la strage di Capaci e quella di via D'Amelio) Cancemi riferisce che Riina disse: "Io mi sto giocando i denti, possiamo dormire sonni tranquilli: ho Dell'Utri e Berlusconi nelle mani, che questo è un bene per tutta Cosa Nostra. (…) Queste persone sono quelle che ci devono portare del bene, e noi li (le) dobbiamo garantire ora, e nel futuro di più".
    Giovanni Brusca dichiara di aver saputo anche lui, fra la strage del 23 maggio e quella del 19 luglio '92, di una trattativa condotta da Riina per ottenere benefici in tema di revisione dei processi, sequestri di beni, collaboratori di giustizia eccetera. Dopo via D'Amelio, per agevolare la ripresa e la definizione del negoziato, richiese l'effettuazione di un ulteriore attentato contro un rappresentante delle istituzioni, individuato nel giudice Pietro Grasso. Eliminato Salvo Lima -racconta Brusca- si "andavano a cercare i nuovi contatti". Un canale era costituito dall'impresa Reale.
    Dopo la strage di Capaci, incontrò due volte Riina a tu per tu. E gli chiese: "Come va? Che si dice? Che notizie abbiamo? Reazioni?". La prima volta (10-15 giorni dopo la strage), Riina rispose che i suoi interlocutori volevano "portare a questo Bossi", persona che Riina considerava un pazzo e che non gli interessava. La seconda (una o due settimane prima di via D'Amelio), Riina gli confidò che "si sono fatti sotto". Tre-quattro mesi dopo, tramite Biondino, Riina gli fece sapere: "Si sono fermati, ci vuole un altro colpetto", cioé un nuovo attentato. Brusca si attivò per colpire il giudice Pietro Grasso. Riina gli disse anche di aver consegnato a questi interlocutori "un papello" con le sue richieste legislative. Brusca allora non sapeva chi fossero quegli interlocutori; ma, su sollecitazione degli inquirenti, ha fatto delle deduzioni basate su fatti vissuti, ed ha concluso che potessero essere Antonino Cinà (uomo d'onore del clan San Lorenzo) e Vito Ciancimino, spiegandone diffusamente le ragioni.
    Brusca collega poi la trattativa con il progetto politico-imprenditoriale di Riina, che mirava a sostituire l'Impresem (riconducibile al costruttore Filippo Salomone, che non si era "messa a disposizione" di Cosa Nostra) con l'impresa Reale, che aveva dovuto diventare l'anello di congiunzione tra Cosa Nostra e il mondo politico e istituzionale e, al contempo, consentire un ritorno economico tramite la gestione degli appalti. Il collaboratore è giunto a questa correlazione dopo aver ascoltato la deposizione resa, sulla trattativa fra il Ros e Cosa Nostra tramite Ciancimino, dal capitano De Donno al processo di Firenze sulle stragi del 1993.
    Dunque Cancemi e Brusca non si contraddicono affatto. Semplicemente riferiscono ciascuno la propria porzione di conoscenze, che rappresenta una parte di una realtà più complessa, da nessuno dei due conosciuta per intero. Cancemi era in condizione privilegiata rispetto a Brusca, per poter sapere dei contatti di Riina con le "persone importanti": infatti Mangano, che in passato aveva coltivato quelle relazioni, è un uomo d'onore del suo "mandamento", ed era stato proprio Cancemi a convincerlo a mettersi in disparte, per lasciar gestire direttamente quei rapporti a Riina. Per tutti questi motivi le indicazioni di Brusca e quelle di Cancemi devono ritenersi complementari.
    Ma i dati probatori sulle iniziative di Cosa Nostra per individuare nuovi canali politico-istituzionali non finiscono qui.
    Maurizio Avola riferisce che, negli ultimi meni del 1992, si svolse a Palermo una riunione dei rappresentanti delle varie "provincie" siciliane alla quale aveva partecipato Eugenio Galea (vice rappresentante provinciale di Catania): Riina espone il piano strategico dell'organizzazione, che consisteva nell'attacco allo Stato che avrebbe consentito di "togliere il vecchio" sistema politico e creare un clima favorevole per l'affermazione di un nuovo soggetto politico. La riunione si colloca senza dubbio in una congiuntura tutta particolare, poiché il livello dello scontro con lo Stato s'era fatto consistente e le "trattative" erano in corso, mentre altre forme di aggressione nei confronti delle istituzioni erano in cantiere, quali il progetto di attentare al giudice Grasso. L'accostamento delle indicazioni di Avola a quelle di Cancemi e Brusca consente di inquadrare le ipotesi di trattativa coltivate e gli attentati eseguiti e programmati, nell'azione volta a propiziare l'affermazione di una nuova formazione politica.
    Sulla stessa linea del sottoscritto, i pm Antonino Di Matteo e Anna Maria Palma, nella requisitoria del "via D'Amelio ter", comparando le dichiarazioni di Brusca e Cancemi rese in quel processo, le hanno definite "complementari e univoche e plausibili, nella parte in cui collocano i rapporti tra Riina e personaggi esterni all'organizzazione mafiosa nel 1992".
    Questi elementi, acquisiti nei dibattimenti, non solo giustificano, ma obbligano qualunque magistrato inquirente a investigare. E gli impongono di porre ai collaboratori tutte le domande utili ad accertare la verità: anzitutto, a Salvatore Cancemi -reo confesso come esecutore e mandante delle stragi di Capaci e via D'Amelio- a proposito di eventuali "suggeritori" esterni a Cosa Nostra. Invece, la stessa sera in cui Cancemi fu escusso nel processo D'Amelio ter, si scatenò una levata di scudi, per stigmatizzare l'operato dei magistrati che avevano osato porre domande al collaboratore, senza interromperlo quando faceva riferimento ai discorsi di Riina su Berlusconi e Dell'Utri. Vi furono persino rappresentanti delle istituzioni che colsero l'occasione per affermare che i "pentiti" erano sempre meno credibili, senza conoscere gli esiti delle indagini né le dichiarazioni dei collaboratori.
    Reazioni impensabili se elementi di prova di quel calibro fossero stati acquisiti sul conto di un indagato per un furto al supermercato o uno scippo ai danni di una vecchietta. Ma, nella nostra società, il principio "la legge è uguale per tutti" è ormai realtà virtuale. L'equanimità viene sempre più tacciata di faziosità. Qualcuno vorrebbe una magistratura che garantisce come "legibus soluti" i detentori del potere e i loro amici, affossando in concreto il principio-cardine della nostra civiltà giuridica: l'obbligatorietà dell'azione penale.
    Nel nostro paese, vi sono vari personaggi dotati di tanto potere da riuscire a condizionare l'esito dei processi mettendo in campo una macchina dell' "informazione" capace di delegittimare le fonti di accusa e di rappresentare i magistrati come soggetti scorretti, portatori di interessi diversi da quello del ripristino della legalità violata. La riprova si può cogliere nel circuito mediatico che tende a presentare, in una contingenza pre-elettorale, come "archiviate" le indagini sulle stragi prima del pronunciamento del gip di Caltanissetta; ad addebitare al sottoscritto dichiarazioni mai rese e iniziative mai adottate, come il rinvio a giudizio di Filippo Alberto Rapisarda per aver calunniato l'onorevole Berlusconi, falsamente "accusato di riciclaggio". Pare di essere tornati al 1989, alla famigerata estate del corvo di Palermo, con una nuova intossicazione dell'informazione per delegittimare alcuni magistrati e investigatori che hanno cercato di svolgere doverose indagini di fronte a precise notizie di reato.
    E' sorprendente che si senta il bisogno di demolire i risultati raggiunti, anziché implementare gli strumenti investigativi per rispondere ai molti quesiti emersi dai dibattimenti sulle stragi. Perché, ad esempio, non creare un pool temporaneo sovraterritoriale di magistrati, trasversale alle singole procure, che convogli le migliori energie ed esperienze professionali e continui a lavorare sulle stragi del '92-93 e sul tema connesso del riciclaggio?
    Quanto alla mia persona, rivendico con orgoglio di aver fatto il mio dovere senza riguardi per nessuno. E di non dovermi vergognare oggi, dinanzi ai tanti indagati e imputati poveri e derelitti, che quotidianamente subiscono, essi soli, investigazioni e sanzioni molto rigorose.

 

 
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