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Discussione: Il processo invisibile

  1. #71
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    Dell’Utri e le pressioni sui programmi Fininvest
    Marco Travaglio
    (da: L'Unità di oggi, 01/06/2004)

    PALERMO
    In senso buono, ma nemmeno poi tanto, questo Dell'Utri era proprio una piovra.
    Almeno secondo i pm di Palermo, che ieri hanno dedicato la terz'ultima di requisitoria ai multiformi, presunti interventi del braccio destro di Berlusconi nelle varie società Fininvest: da Publitalia al Milan alle tv Mediaset, per favorire se stesso e gli amici degli amici.
    Oggi e lunedì si parlerà delle stragi del '92 e del '93 e della nascita di Forza Italia.
    Poi, martedì prossimo, le conclusioni dell'accusa, che dovrebbe chiedere una condanna a una decina d'anni di reclusione.
    La richiesta cadrà a pochi giorni dalle elezioni: se Dell'Utri fosse stato ricandidato, il processo sarebbe stato sospeso da metà maggio a metà giugno.
    Invece prosegue.

    Spot & racket.
    Il pm Domenico Gozzo parte da un inquietante episodio di una dozzina di anni fa:
    «Nel 1990 il presidente della società Pallacanestro Trapani, Vincenzo Garraffa, si accorda con Publitalia per una sponsorizzazione da 1 miliardo e mezzo di lire. Ma gli chiedono indietro metà della somma, 750 milioni, senza fatture, in nero e in contanti. Garraffa non paga. Gli dicono di parlarne con Dell'Utri. Lo incontra. E questi lo minaccia: “I siciliani - gli dice - prima pagano e poi discutono”.
    E ancora:
    “Ci pensi, perché abbiamo uomini e mezzo per convincerla a pagare”…».
    Garraffa, intimidito, ne parla con alcuni amici, che poi testimonieranno al processo.
    Ma tiene duro. Così - prosegue il pm - «all'inizio del 1992, un mattino, si presentano da lui all'alba due mafiosi di Trapani: il capomandamento Vincenzo Virga, che resterà latitante dal '94 al 2002 e sarà condannato per mafia e omicidio, e il suo guardaspalle Michele Buffa. Parla solo Virga: “Mi mandano degli amici…”. “Si chiamano per caso Dell'Utri?”, domanda Garraffa. E il boss: “Sì. Vorrebbero risolvere quella questione di Publitalia…”. “Dica che, senza fatture, non posso pagare”. “Riferirò”».

    Racket allo stato puro: per questo episodio Dell'Utri e Virga sono stati appena condannati dal tribunale di Milano a 2 anni per estorsione.
    «Sentenza che grida vendetta», ha commentato ieri il senatore condannato.

    Costanzo-Dell'Utri Show.
    Lo scontro con Dell'Utri costa caro a Garraffa, che non riesce più a trovare un solo sponsor, nemmeno quando il Trapani Basket sale in A1. Un'altra agenzia gli consiglia allora di «bucare il video» con una sponsorizzazione inventata: il marchio antimafia «L'Altra Sicilia». E gli procura una comparsata a «Pressing» per il 7 novembre '91 e al «Maurizio Costanzo Show» per l'indomani. Ma all'ultimo momento l'invito di Costanzo viene ritirato. Garraffa incontra Dell'Utri dopo Pressing, negli studi di Italia1 e racconta il seguente colloquio:
    «È stato lei a farmi revocare l'invito?».
    Dell'Utri:
    «Certo, lei non poteva mica pretendere di andare sulle nostre reti finchè questo problema (i 750 milioni in nero, ndr) non si fosse risolto!».
    Garraffa:
    «E come mai m'ha fatto partecipare a Pressing?».
    Dell'Utri:
    «Perché me ne sono accorto tardi».

    Sentiti al processo, sia Dell'Utri sia Costanzo negano che le cose siano andate così: autonome scelte editoriali.
    Resta il fatto che Garraffa scrive a Costanzo una lettera di fuoco:
    «Avete fatto come nella ritualità mafiosa, che mette il sasso in bocca a chi viene ucciso per avere osato parlare. Tutto il mondo è paese: Trapani, Roma o Milano, la Sicilia o la Lombardia sono afflitte dalla stessa patologia. Lei ci ha deluso! Lo stato d'animo che ci pervade è lo stesso di chi depose un cartello dove fu ucciso Dalla Chiesa: “Qui è morta la speranza degli onesti”».

    Fuori Santoro.
    «Le pressioni sui giornalisti Fininvest c'erano eccome», accusa il pm.
    E cita la testimonianza di Michele Santoro, silurato da Italia 1 dopo una puntata di «Moby Dick» dedicata all'inchiesta Dell'Utri.
    Quella sera il senatore citò Liggio («Se esiste l'antimafia, esisterà anche la mafia…»), poi incappò in un lapsus leggendario («Siccome sono mafioso… cioè, volevo dire, non sono mafioso…»).

    «Da quella sera - racconta Santoro - sui rapporti estremamente cordiali che avevo con i dirigenti Confalonieri e Brugola, calò il gelo. Non fui più invitato alle riunioni del Comitato editoriale Mediaset. Le trattative per il rinnovo del contratto si bloccarono, senza spiegazioni. Ma tutti sapevano che era per quella trasmissione. Il che mi indusse a cercare un contatto con la Rai».

    Milan, nuove promesse.
    Parlando dei presunti rapporti di Dell'Utri con i fratelli Graviano (boss di Brancaccio, autori delle stragi del '93), il pm racconta un episodio che coinvolge un presunto mafioso arrestato con loro.
    Questi ha un figlio calciatore: nel '92, quando aveva 10 anni, voleva a tutti i costi sistemarlo al Milan. Ne parlò a un amico degli amici, Carmelo Barone, che intervenne presso Dell'Utri.
    Il quale prova a negare di aver mai sentito quei nomi.
    Ma il responsabile delle giovanili del Milan, Francesco Zagatti, conferma:
    «D'Agostino venne a Milano per il provino con un invito che diceva: “caldeggiato da Dell'Utri”…».

  2. #72
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    Predefinito Quiz!

    (ai bananas piacciono i quiz)



    Dove è stata scattata questa foto?
    A: Nel carcere di Regina Coeli
    B: A una riunione della cupola
    C: In Parlamento

  3. #73
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    Il pm Ingoia: “Dell’Utri per la mafia è l’uomo della provvidenza”
    Marco Travaglio

    PALERMO
    «Marcello Dell’Utri è l’uomo della Provvidenza mafiosa. Il mediatore, il tessitore, l’ambasciatore provvidenziale di Cosa Nostra che nel 1993 si trasforma da uomo d’affari in uomo politico. Su richiesta e nell’interesse della mafia».

    È un giorno cruciale, quello di ieri, per la requisitoria dei pm al processo Dell’Utri, che oggi si chiude con le richieste di pena. Antonio Ingroia parla delle stragi del 1992-’93 e della nascita di Forza Italia mentre a Milano, Firenze e Roma esplodevano le bombe mafiose, le ultime prima della lunga «pax mafiosa» inaugurata nel dopo-Riina dalla nuova mafia di Bernardo Provenzano.

    «Attenzione», precisa Ingroia:
    «Checché ne dica i nostri calunniatori, abbiamo il massimo rispetto per Forza Italia. Dell’Utri va ben distinto anche da Berlusconi. Forza Italia non è il partito della mafia. Ma è il partito di Dell’Utri, e tanto bastava alla mafia».

    Accadde a Palermo Nel 1992, in piena Tangentopoli, Cosa Nostra è nel caos.
    I vecchi amici tramontano.
    Salvo Lima viene eliminato per non aver fatto annullare il maxi-processo. Poi Capaci e via D’Amelio.
    «Dell’Utri è stato indagato per quelle stragi, ma poi archiviato. I suoi rapporti con la mafia in quel periodo, però, sono dimostrati. Sopravvissero, anzi si rafforzarono mentre Cosa Nostra progettava di eliminare i vecchi amici: Lima, Mannino, Martelli. Dell’Utri no: anzi, Cosa Nostra lo rafforza per aiutarlo ad entrare in politica, cioè nelle istituzioni dalla porta principale».
    Paolo Borsellino, poco prima di morire, parla con un giornalista francese di indagini su Dell’Utri, Berlusconi e Mangano ancora in corso. Un’intervista montata in modo «suggestivo» dal giornalista e mai andata in onda: sparita fino al 1994.
    Domanda Ingroia:
    «Cosa Nostra la conosceva? Per questo accelerò l’attentato a Borsellino? Chi la fece sparire e ricomparire in varie versioni? Ci furono ricatti intorno a quell’intervista? Domande senza risposta».

    La mafia al bivio
    Nel passaggio fra la prima e seconda Repubblica Cosa Nostra non sa che pesci pigliare.
    Nel 1993 si dibatte su un «percorso accidentato, fatto di stop and go», fra una opzione stragista-eversiva (il partito secessionista Sicilia Libera di Bagarella, Brusca, Graviano) e quella trattativista-tradizionale (caldeggiata da Provenzano e Dell’Utri).
    Alla fine prevale la seconda come racconta Antonino Giuffré.
    «La mafia - osserva il pm - si fa avanti col solito linguaggio della violenza: dall’attentato alla Fininvest nel 1987 alle minacce a Berlusconi nel 1988 agli attentati alla Standa nel 1990, la bomba contro Maurizio Costanzo nel ‘93. E Dell’Utri che mai aveva fatto politica, scende in politica quando la mafia ne ha bisogno».

    Provenzano pacifista.
    «Mai fatto politica in vita mia. Fino al ‘93».
    Poi però Dell’Utri racconta che fece tutto Berlusconi, informandolo a cose fatte e affidandogli a sorpresa la creazione di Forza Italia soltanto «alla fine di settembre del ‘93».
    «Dobbiamo fare un partito», gli avrebbe detto.
    E lui, attonito:
    «E come facciamo?».
    «Lo fanno tutti, lo faremo anche noi».

    Ribattono i pm:
    «Menzogne spudorate».

    Racconta Giuffré:
    «Uscito dal carcere ai primi del ‘93 trovai Provenzano diverso, quasi pacifista. I suoi referenti esterni gli avevano chiesto un periodo di pace, e in cambio entro dieci anni avrebbero curato tutti i mali di Cosa Nostra. Di Dell’Utri - mi parlarono Provenzano, Aglieri, Brusca e Carlo Greco. Dopo mesi di indagini e riunioni, Provenzano decise che Dell’Utri era serio e affidabile. “Siamo in buone mani” - mi disse. L’accordo prevedeva quattro mali da curare: pressione giudiziaria, sequestri dei beni, pentiti e 41bis. Così ci mettemmo a lavorare per Forza Italia».

    Intanto, a Milano.
    Quando nasce l’idea di Forza Italia?
    A fine settembre ‘93, come giura Dell’Utri, o molti mesi prima, come assicurano Giuffré e gli altri pentiti?
    «Tutti i riscontri - dice il pm - confermano i pentiti e smentiscono Dell’Utri» a cominciare da una serie di testimoni, vicini a Berlusconi e Dell’Utri, spesso addirittura indicati dalla difesa: Ezio Cartotto, Gianni Letta, Enrico Mentana, Maurizio Costanzo. Cartotto, vecchio amico di Berlusconi, viene reclutato da Dell’Utri per studiare il nuovo impegno politico Fininvest addirittura nella tarda primavera ‘92», ma in segreto, all’insaputa di Berlusconi.
    «Perché Dell’Utri fa questo, entrando nel campo politico da sempre seguito da Letta e Confalonieri? E perché, se questi erano contrari, Berlusconi scelse la linea Dell’Utri? Quali argomenti usò Dell’Utri? Perché all’inizio non disse nulla a Berlusconi? Cosa aveva e ha da nascondere?», domanda Ingroia.
    Cartotto racconta la riunione decisiva ad Arcore con Berlusconi e Craxi nell’aprile ‘93, quando fu decisa la creazione del partito Fininvest.
    Federico Orlando, allora condirettore del Giornale conferma che il partito Fininvest nacque nella primavera del ‘93.
    Il 12 luglio Berlusconi spedisce a Orlando il suo programma per la giustizia.
    «Un corpus juris dell’impunità» lo definisce Ingroia.

    In quegli undici fogli, il pm ha scoperto una chicca che combacia con il racconto di Giuffré:
    «Berlusconi se la prende con i pentiti “inattendibili” usati dai pm per accusare e arrestare gli innocenti. Ma in quel periodo non c’era nessun esponente della Fininvest né della politica in carcere per accuse di pentiti. Berlusconi non poteva riferirsi che ai mafiosi di Cosa Nostra. È il migliore riscontro alle parole di Giuffré. Il patto Provenzano-Dell’Utri cominciava a dare i primi frutti».

  4. #74
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    Oggi hanno richiesto 11 anni di galera per Dell'Utri..sai quando ci sarà la sentenza?
    Se hai un po di tempo da perdere fai un salto qui:
    www.candidonews.wordpress.com
    Un blog in cui parlare di Politica, Informazione, Televisione, Cinema e tanto altro...

  5. #75
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    In Origine Postato da danny78
    Oggi hanno richiesto 11 anni di galera per Dell'Utri..sai quando ci sarà la sentenza?
    Dopo le elezioni, credo...

  6. #76
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    Predefinito E fin qui....

    ...ci siamo arrivati.

    Chiesti 11 anni di reclusione per Dell’Utri: un uomo senza senso dello Stato
    di Marco Travaglio

    PALERMO.
    Undici anni per Marcello Dell’Utri, nove per il suo inseparabile dioscuro Gaetano Cinà.
    Perché Dell’Utri è un generale, parlamentare italiano ed europeo, uomo ricco ed istruito, Cinà un rozzo e incolto maresciallo della famiglia di Malaspina, quasi rovinato dall’amicizia con Marcello.
    «Dell’Utri è un uomo delle istituzioni con pochissimo senso dello Stato, e un parlamentare è più responsabile di un cittadino comune. Frequentando la buona società avrebbe potuto scegliersi gli ambienti migliori. Invece ha scelto la mafia, anche negli anni delle stragi, quando i vecchi politici collusi se ne ritraevano».

    Sono le 13,55 di ieri quando Antonio Ingroia, in un bagno di sudore, chiude con il collega Nico Gozzo una requisitoria-fiume durata 16 udienze e chiede «non una pena esemplare, ma equa, proporzionata e giusta per i due imputati», ancora una volta assenti.
    Oltre al carcere, l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Ingroia si appella al Tribunale, presieduto da Leonardo Guarnotta, raro superstite del pool antimafia di Caponnetto, Falcone e Borsellino.
    E si appassiona:
    «Se il maxi-processo fu la pietra tombale sul mito dell’impunità dei mafiosi, con questa mole di prove potete dimostrare che non c’è impunità nemmeno per il potente che tresca con la mafia. Non permettete a nessuno di pensare che queste prove basterebbero per condannare un cittadino comune ma non un potente. Anch’io, come Luther King, ho un sogno: che regni l’uguaglianza, che non esistano cittadini K come nel processo di Kafka, che la legge sia trasparente e uguale per tutti, per i deboli e per i potenti».
    L’ultima citazione è per il filosofo Jacques Derrida:
    «La giustizia non è aritmetica, nessuna pena basterebbe a riparare le responsabilità di Dell’Utri, i suoi favori a un’organizzazione con le mani lorde di sangue».

    L’appello fa infuriare gli avvocati Tricoli e Trantino:
    «Abbiamo visto due processi diversi, il pm parla del nulla assoluto».
    Avevano chiesto di rinviare le richieste di pena a dopo le elezioni. I pm erano d’accordo. Il presidente no.

    Una vita per la mafia.
    Per l’accusa, il processo è andato oltre le indagini, dimostrando «fatti che, anche singolarmente, bastano a condannare Dell’Utri non per concorso esterno, ma per partecipazione piena all’associazione mafiosa». Certo, «accade di rado in un processo di mafia di raccogliere tante prove e così schiaccianti. Fatti non teoremi. Fatti estranei alla politica, che iniziano trent’anni fa, quando Dell’Utri nemmeno immaginava che avrebbe dovuto (sì, dovuto) inventarsi un partito».
    Fatti che sgorgano da intercettazioni telefoniche e ambientali, dalle agende di Dell’Utri, dal «libromastro» di una cosca, dai racconti di semplici testimoni e di vari pentiti.
    Pentiti utili più a spiegare quei fatti che a dimostrarli.
    «Dell’Utri - ricorda Ingroia - è l’artefice dell’assunzione di Mangano nella villa di Berlusconi, enorme rafforzamento per Cosa Nostra: già questo basterebbe per condannarlo. Ma poi Dell’Utri propizia l’incontro fra Berlusconi e il capo mafia Stefano Bontade, raccontatoci dal testimone oculare Francesco Di Carlo. Dell’Utri risolve negli anni 80 e 90 tutte le crisi nei rapporti Fininvest-Cosa Nostra, tratta con Riina, incontra Santapaola, si accorda con Provenzano sui benefici che dal ‘93 Forza Italia garantirà alla mafia. Nel ‘94 riceve a Milano il pluricondannato Mangano. Continua a frequentare un amico dei mafiosi come Rapisarda. Alle elezioni europee del ‘99 alle politiche del 2001 risulta, da intercettazioni, in stretti rapporti con i boss. Tutta una vita a fianco di Cosa Nostra».
    Crollano le Repubbliche, cadono i boss, ma lui è sempre lì.

    Una fiction scadente.
    Dell’Utri in aula non c’è, ma la sua voce chioccia risuona ugualmente.
    Ingroia racconta l’incredibile storia dei falsi pentiti che Dell’Utri avrebbe ingaggiato per calunniare quelli veri, quelli che lo accusano, raccontando che erano stati «imbeccati» dalla giustizia per infangare lui, D’Alema e un ufficiale del Ros.
    Parte la registrazione delle telefonate intercettate a fine ‘98 fra il senatore della Repubblica e l’omicida Chiofalo.
    «Carissimo! Sono a sua completa disposizione!», lo saluta il senatore, pronto a pranzare a casa sua e a riempire di doni i suoi quattro bambini.
    «Signor Delfino», lo chiama per un pseudonimo, mentre l’altro risponde «dottore».
    Non sanno di essere pedinati.
    Quando se ne accorgono, sul litorale di Rimini, è troppo tardi.
    «Allora - racconta Ingroia - concordano una nuova telefonata dal tono diverso, molto freddo e informale, senza più pseudonimi, per metterci una pezza. Ma è una fiction malfatta, dal copione inverosimile».
    È la risposta del pm all’imputato, che l’altro ieri aveva paragonato la requisitoria a una fiction.
    «Con quel complotto di falsi pentiti Dell’Utri voleva prendere due piccioni con una fava: far saltare il suo processo, ma anche tutti gli altri contro i mafiosi accusati dai collaboratori di giustizia. Proprio come aveva promesso a Provenzano nel ‘93. Proprio come Berlusconi chiedeva in un fax al Giornale nel luglio ‘93».

    Campana a comando.
    I rapporti fra Dell’Utri e la mafia - secondo Ingroia - «durano tutt’oggi, nonostante questo processo».
    Le ultime tracce risalgono al 2001, quando le cimici nascoste in casa dei boss Guttadauro e Aragona immortalano i progetti politici di Cosa Nostra.
    Guttadauro:
    «Con Micciché non si può parlare, magari fosse Dell’Utri!».
    Il boss cita un mafioso arrestato per omicidio, Gioacchino Capizzi, che avrebbe trattato con Dell’Utri per le europee del ‘99. Guttadauro vorrebbe pure agganciare Giuliano Ferrara per una campagna contro il carcere duro e i pentiti.
    Aragona suggerisce Lino Jannuzzi, «che è amico di Dell’Utri».
    Aragona verrà invitato da Dell’Utri a Milano, per la presentazione di un libro di Bruno Contrada, proprio con Jannuzzi.
    «E Jannuzzi, guarda caso, promuoverà in Parlamento una commissione d’inchiesta contro i pentiti».
    Non bastasse, ecco un quadretto di vita carceraria dipinto dal pentito Giusto Di Natale:
    «Nel ‘99, i detenuti mafiosi si ritrovarono nella sala tv del carcere per vedere “Moby Dick” di Santoro con Dell’Utri ospite. Quando citò Luciano Liggio, partì un applauso scrosciante. Poi fece una gaffe, dicendo “io sono mafioso”. In sala calò il gelo. E l’ordine, in carcere, fu di non parlare mai più di quell’intervista».

    Più che una fiction, un reality show.
    Molto reality.

  7. #77
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    Se lo dovessero NON condannare; è questo.

    Attenti se lo incrociate per strada.


  8. #78
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    In Origine Postato da MrBojangles
    Berlusconi, Dell’Utri e il telefono maledetto
    Il pm Ingroia cita una telefonata dell’88 in cui l’attuale premier parla di minacce mafiose.
    Insulti da Bondi


    Marco Travaglio
    PALERMO
    Il 17 febbraio ‘88, alle 9.27, Berlusconi parla al telefono con l'amico immobiliarista Renato Della Valle:
    «Sono messo male fisicamente», piagnucola, «e poi c'ho tanti casini in giro, a destra, a sinistra. Ce n'ho uno abbastanza grosso, per cui devo mandar via i miei figli, che stan partendo adesso per l'estero, perché mi han fatto estorsioni... in maniera brutta».
    Della Valle:
    «Oh, Madonna».
    Berlusconi:
    «Una cosa che mi è capitata altre volte, dieci anni fa, e... sono ritornati fuori».
    Della Valle offre casa sua come rifugio:
    «Eh, va beh, no... hai St. Moritz, se no ti dicevo: se vuoi mandarli anche qui a casa mia, non ci son problemi, eh».
    Berlusconi:
    «Grazie, ma li mando molto più lontano... Sai, siccome mi hanno detto che se, entro una certa data, non faccio una roba, mi consegnano la testa di mio figlio a me e espongono il corpo in piazza del Duomo... e allora son cose poco carine da sentirsi dire e allora ho deciso: li mando in America e buonanotte».
    Della Valle:
    «Senti, quando è quella scadenza... di quei delinquenti lì che t'han detto...?».
    Berlusconi:
    «Fra sei giorni».

    Un premier muto.
    La telefonata, intercettata in un'inchiesta a carico di Della Valle, è depositata nel processo per mafia a carico di Marcello Dell'Utri a Palermo.
    Ieri il pm Antonio Ingroia l'ha citata per sottolineare quanto sarebbe stato importante che il presidente del Consiglio avesse risposto al tribunale, il 26 novembre 2002, anzichè fare scena muta.
    «Cosa avrebbe dovuto fare Berlusconi entro pochi giorni per soddisfare le richieste della mafia? Non lo sappiamo, come non sappiamo se poi lo fece e che cosa esattamente fece. Solo il presidente Berlusconi avrebbe potuto fornire chiarimenti, se non si fosse avvalso della facoltà di non rispondere. Non ci stancheremo di esprimere il nostro rammarico per quell'appuntamento mancato con la verità».
    Quel giorno l'avvocato Niccolò Ghedini invitò pressantemente il premier a non rispondere «per l'inutilità del suo contributo».

    «Altro che inutilità!», polemizza Ingroia:
    «Questa telefonata di minacce si colloca dopo le elezioni dell’87, quando - secondo i collaboranti - si erano già deteriorati i rapporti fra Cosa Nostra e quegli ambienti del Psi con cui c'era stato un accordo elettorale».
    E questo - secondo il pm - conferma il racconto del pentito Angelo Siino:
    «Cosa Nostra in quel periodo era alla ricerca spasmodica di nuovi referenti politici».
    Ecco perchè, spiega Ingroia, «si rifece sotto con Berlusconi, tramite i propri ambasciatori-mediatori Gaetano Cinà e Marcello Dell'Utri, preceduti dalle solite minacce e dai soliti avvertimenti».

    Un ministro 'traditore'.
    Due anni prima, nel 1986, era esplosa la bomba contro il palazzotto Fininvest di via Rovani, e Berlusconi l'aveva presa sul ridere, pensando a un messaggio «gentile» di Vittorio Mangano.
    «Stavolta invece - osserva il pm - è preoccupato», al punto da mandare Piersilvio in America.
    «Nel 1987 Cosa Nostra vota e fa votare per Claudio Martelli, capolista in Sicilia e futuro ministro della Giustizia, da cui si aspetta una politica più 'garantista', a partire dall'alleggerimento del carcere duro (41-bis). Martelli però tradisce le attese, anzi porta con sè al ministero Giovanni Falcone. Allora i boss decidono di rivolgersi a Dell'Utri e Berlusconi per arrivare a Craxi e ottenere favori».
    Nei primi anni 90 Cosa Nostra si rifà viva con il Biscione con una campagna di attentati alla Standa di Catania, costringendo Dell'Utri - sempre secondo l'accusa - a scendere in Sicilia per «stipulare un accordo con Santapaola».
    Poi Craxi cade sotto i colpi di Mani Pulite: a quel punto - sostiene Ingroia - «toccherà a Dell'Utri entrare direttamente in politica con un nuovo partito che garantisca a Cosa Nostra quei favori che la Dc e il Psi non erano più in grado di offrire».

    Un genio sprecato.
    Nel 1998 Dell'Utri è sul punto di mantenere le promesse:
    «Aveva messo in atto un piano per destabilizzare i pentiti che lo accusavano, e con questo gettare nella polvere i principi su cui si sono basati decine di processi di mafia, a cominciare dal maxiprocesso di Falcone e Borsellino. Un disegno destabilizzante che, se fosse andato in porto, avrebbe rafforzato in modo decisivo il potere dell' organizzazione mafiosa, spazzando via il principio della 'convergenza del molteplice', cioè delle conferme incrociate fra pentiti, sui cui si fonda l'architettura probatoria dei principali processi di mafia».
    Dell'Utri - che per questi fatti è stato rinviato a giudizio in un processo parallelo per calunnia pluriaggravata - puntava a «creare una schiera di falsi pentiti che accusassero con calunnie i pentiti veri: quelli che accusano anche lui, ma non solo lui. Facendo saltare gran parte dei processi di mafia».

    Per Ingroia Dell'Utri s'è rivelato «quasi un mago, perchè era quasi riuscito a risolvere in un colpo solo il suo processo truccando le carte, e contestualmente a delegittimare i pentiti e a mettere in crisi la validità delle loro dichiarazioni, agevolando così l'intera Cosa Nostra. Proprio l'obiettivo che la mafia non era riuscita a ottenere in dieci anni di tentativi. Un genio purtroppo sprecato, perchè quel piano l'abbiamo sventato. Nel '99 il Gip dispose l'arresto di Dell'Utri, anche se poi la Camera lo bloccò».

    Invece di Dell'Utri, al pm risponde Sandro Bondi, coordinatore forzista che ha deciso a sorpresa di non ricandidare Dell'Utri alle Europee:
    «La requisitoria del pm Ingroia è il segno più clamoroso di una giustizia malata e completamente estranea alla civiltà giuridica dell'Italia e dell'Europa. Nel riconfermare la nostra piena solidarietà al sen. Dell'Utri, vittima di una giustizia politica e inumana, torniamo ad invitare il dottor Ingroia, quando parla di Forza Italia, ad avere rispetto di una espressione morale e spirituale di cui non immagina neppure la grandezza».
    ammesso e non concesso che la tedi del pm fosse vera,SBvittima di mafia e non addirittura mandante degli omicidi di Falcone e Borsrllino come urlate ai 4 venti!!

  9. #79
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    In Origine Postato da robby
    ammesso e non concesso che la tedi del pm fosse vera,SBvittima di mafia e non addirittura mandante degli omicidi di Falcone e Borsrllino come urlate ai 4 venti!!
    Neanche gli avvocati Ghedini e Pecorella usano usa simile interpetrazione!!

    Banana!!!

    Oliviero

  10. #80
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    In Origine Postato da robby
    ammesso e non concesso che la tedi del pm fosse vera,SBvittima di mafia e non addirittura mandante degli omicidi di Falcone e Borsrllino come urlate ai 4 venti!!
    Undici anni, robbananas; UNDICI anni, per mafia.

    Con un CUMULO di prove che ANCHE SE prese UNA AD UNA andrebbero OLTRE il concorso esterno; e rappresentano una PIENA associazione mafiosa.

    Tutto questo, per il FATTIVO creatore di Forza Italia e compagno del "leader" da TRENTACINQUEANNI.

    Prega SOLAMENTE che l'assolvano...
    (nel frattempo; taci)

 

 
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