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Discussione: Guerre Dimenticate

  1. #111
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    MASSACRO IN CAMPO PROFUGHI, ALMENO 40 MORTI




    5 Febbraio 2004


    Almeno 40 morti. E' questo l'ennesimo tragico computo della guerra che prosegue implacabile nei distretti settentrionali dell'Uganda. E a farne le spese sono come al solito i più indifesi profughi dei numerosi campi che ospitano il milione e passa di sfollati dalle proprie case.
    Secondo testimoni oculari almeno un centinaio di uomini della LRA (Armata di resistenza del signore) hanno assaltato il campo di Abia, ad una trentina di chilometri dalla città di Lira distruggendo ed incendiando le baracche e massacrando i profughi a colpi di machete e mazze. Sembra che vi sia stato, quindi, uno scambio di colpi a fuoco con l'esercito di Kampala. Sul terreno, secondo l'inviato della BBC a Kampala, 47 morti di cui due militari dell'esercito. I feriti sono decine, ricoverati nell'ospedale di Lira.

    L'esercito ugandese, che in questi giorni deve rispondere di pesanti accuse di violazioni dei diritti umani proprio nei confronti dei profughi che dovrebbe proteggere, ha dimostrato così ancora una volta la propria inefficienza.

    Nel tentativo di dare una spallata ad un conflitto che dura ormai da 18 anni (stessa età della durata in carica del Presidente dell'Uganda Museveni), Kampala ha dichiarato che la prossima settimana invierà nuovamente l'esercito nel sud del Sudan, ove gli uomini della LRA, guidata dal fanatico leader Joseph Kony, ha le proprie basi.


    Carro armato ugandese in azione contro la LRA (Foto BBC)




    L'ingerenza militare in quel Paese è possibile grazie ad un accordo stipulato tra Uganda e Sudan nel gennaio del 2002 e rinnovato per l'ottava volta quest'autunno, che ha messo, almeno formalmente, fine ad una guerra per procura che i due Paesi si sono fatti per lungo tempo: l'Uganda finanziando i ribelli dello SPLA (Sudan People's Liberation Army) che per 20 anni ha lottato nel sud del Sudan contro il Governo musulmano di Khartoum, ed il Sudan ospitando e foraggiando i ribelli di Kony.

    Analoghe incursioni nei mesi scorsi, compresa la grande campagna Iron fist, condotta con 15.000 uomini e gli elicotteri l'anno scorso, hanno dato risultati piuttosto scarsi se non nulli, alimentando sfiducia e disperazione.

    Fulvio Poglio

  2. #112
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    LE CICATRICI DI ABIA



    10 Febbraio 2004


    E' passata quasi una settimana ormai dal tremendo attacco che i ribelli del LRA (Lord's Redemption Army) hanno lanciato contro il campo profughi di Abia, nel distretto di Lira. Ma il ricordo di questa tragedia, in cui almeno 51 persone hanno trovato la morte, rimarrà per sempre impresso nella mente di chi ha vissuto quell'esperienza.

    L'ospedale di Lira, non attrezzato per simili emergenze, ha dovuto accogliere una settantina di feriti scampati all'eccidio. Tra di loro molte donne e bambini (alcuni hanno meno di tre anni) con vistose bruciature e tagli da machete, senza contare le "consuete" ferite da arma da fuoco.

    I racconti dei sopravvissuti, che parlano di gente uccisa a colpi di accetta e di intere famiglie bruciate vive, sono raccapriccianti.

    Ma morti e feriti non sono l'unica conseguenza del raid ribelle: un numero ancora imprecisato di persone, almeno una ventina, sarebbero disperse; potrebbero essere morte, o potrebbero aver trovato rifugio nei boschi circostanti.

    Oppure potrebbero essere stati fatti prigionieri dei ribelli, che li impiegheranno come soldati o come schiavi.


    Soldati dell'esercito ugandese mostrano le armi sequestrate ai ribelli della LRA ai confini con il Sudan (Foto AFP/File/Peter Busomoke)


    Per l'ennesima volta l'esercito ugandese si è fatto trovare impreparato all'attacco dei ribelli: dai racconti dei sopravvissuti, sembra addirittura che gli uomini del LRA si siano presentati alle guardie del campo come soldati provenienti da un'altra unità, e che abbiano anche guardato assieme alla popolazione locale una partita di calcio prima di cominciare il massacro.

    Un massacro che i soldati non hanno saputo evitare, anche perché sembra che in quel momento la guarnigione di stanza al campo fosse ridotta, perché molti uomini erano andati in una città vicina per ricevere lo stipendio.

    Le guardie del campo hanno respinto un primo attacco del LRA, uccidendo anche sei ribelli, ma hanno dovuto ripiegare dopo essere stati attaccati in forze.

    Nei giorni scorsi, un portavoce dell'esercito ha dichiarato che cinque dei ribelli responsabili dell'attacco sarebbero caduti in un'imboscata; tra di essi anche il comandante Aboro, che avrebbe diretto le operazioni ad Abia.

    Un risultato tardivo e parziale, che certo non farà risollevare il credito sempre più basso di cui godono le Forze Armate nei distretti settentrionali.

    Nuovi attacchi


    I ribelli di Joseph Kony continuano a seminare morte e distruzione nel distretto di Lira: domenica scorsa un nuovo attacco, lanciato contro il villaggio di Ojul, ha causato la morte di almeno 19 persone e il ferimento di un numero imprecisato di civili.

    L'attacco è stato confermato dall'esercito ugandese, colto di sorpresa anche in questa occasione. Le accuse di corruzione contro gli alti ufficiali delle Forze Armate non potevano giungere in un momento migliore.

    Matteo Fagotto

  3. #113
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    AIDS: DOVE SI NASCE GIÀ MALATI


    Si chiama “Trasmissione Materno-Fetale dell’HIV (MTCT)”. Ogni anno colpisce 800mila bambini nel mondo, il 90 per cento dei quali nella sola Africa.
    In Uganda, uno dei Paesi più colpiti, sono quasi 40mila i neonati affetti dal virus dell’Immunodeficienza che, nonostante i recenti progressi, continua a mietere decine di migliaia di vittime, mettendo in pericolo la sopravvivenza di intere generazioni
    .


    Da quattro anni, Gaetano Azzimonti, medico dell’Associazione Volontari per il Servizio Internazionale (AVSI), lavora nel nord dell’Uganda per portare avanti un programma di prevenzione che riduca le possibilità di trasmissione del virus dalla madre al bambino. A molte donne sieropositive dei distretti di Hoima, Kitgum e Pader viene infatti somministrata la Nevirapina, un farmaco antiretrovirale. E grazie ad una costante assistenza socio-sanitaria e a controlli periodici, in molti casi la terapia salva la vita dei piccoli.

    Questi farmaci riducono del 50 per cento la possibilità di contagio”, spiega a PeaceReporter il dottor Azzimonti. “Senza trattamento, su quattro bambini nati dalla stessa madre sieropositiva, c'è il rischio che uno nasca già infettato . Con l’assunzione del farmaco, la percentuale scende a uno su otto. A questi ritmi, in un paese e un continente martoriati dall’ Aids, si possono ottenere, nel giro di qualche anno, ottimi risultati”.

    Ma la lotta all’MTCT non è che parte del programma a cui lavorano Azzimonti e i suoi collaboratori. Alla cura viene infatti affiancata una rigorosa campagna di prevenzione e controllo attraverso incontri informativi nei villaggi.
    Il nostro programma segue fasi e passaggi molto precisi”, continua il medico. “Cominciamo con un colloquio personale che crei fiducia reciproca tra le donne in gravidanza e il nostro staff. Se dalle analisi risulta che sono affette dal virus dell’HIV, forniamo loro il supporto psicologico necessario a superare lo shock iniziale. Nel frattempo cominciamo il trattamento a base della Nevirapina, monitorando lo stato di salute di madre e bambino sia prima che dopo la gravidanza”.


    Oltre alla cura e alla prevenzione, il progetto MTCT mira a sostenere le madri sieropositive con aiuti nutrizionali finanziati dall’Organizzazione Mondiale per la Sanità. Ad essi si accompagnano attività di autofinanziamento a beneficio delle famiglie e comunità che spesso non sono in grado di mantenere i propri malati.

    Dal settembre 2001 a oggi, sono già 20mila le donne che hanno accettato di partecipare al progetto nei tre distretti in cui opera l’AVSI. A quasi 1200 di loro è stato diagnosticato il virus dell’HIV e molte si sono sottoposte ai trattamenti. “Il governo ugandese si è fatto carico delle spese dei farmaci, che oggi sono sostenute anche dall’AVSI”, conclude Azzimonti. “Ma c’è ancora molto lavoro da fare. L’HIV non è solo un virus che debilita fisicamente e psicologicamente una madre e il suo bambino. E’ uno stigma che toglie dignità, che isola socialmente, che umilia.
    E’ per questo motivo che siamo qui. Per far sì che i malati e i loro figli non siano più costretti a nascondersi
    ”.

    Pablo Trincia

  4. #114
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    LA SORTE DI KONY DIVIDE IL PAESE



    20 febbraio 2004


    Incriminare Joseph Kony, il sanguinario leader del LRA (Lord's Redemption Army) che da 17 anni insanguina i distretti settentrionali dell'Uganda, è una buona idea? Sorprendentemente, la risposta a questo quesito non è così univoca, soprattutto per la popolazione del nord del paese.

    Nonostante infatti il lavoro di inchiesta della Corte Penale Internazionale stia proseguendo, facendo pensare che Kony potrebbe essere incriminato formalmente già fra pochi mesi, i leader della popolazione Acholi, principale vittima dei massacri dei ribelli del LRA, sono favorevoli all'amnistia verso i capi del gruppo piuttosto che al pugno di ferro che intende usare il presidente ugandese Yoweri Museveni.

    Joseph Kony


    Il LRA è ancora forte nel nord del paese, come dimostrano i recenti massacri condotti contro i civili nel campo profughi di Abia. Incriminare adesso Kony e condannarlo in contumacia porterebbe solamente al peggioramento delle condizini di vita della popolazione. In questo modo infatti il LRA non sarebbe stimolato a firmare la pace con le autorità di Kampala, facendo svanire anche le attuali speranze (piuttosto remote per la verità) di una pace che possa porre fine a 17 anni di guerra civile.

    [B]Anche i leader religiosi Acholi non sono favorevoli ad incriminare Kony adesso: gli anni di esperienza sul campo hanno insegnato loro che chi farebbe le spese più pesanti di una scelta del genere sarebbe la popolazione civile ed in particolare i bambini, rapiti e costretti a diventare soldati o schiavi sessuali dei capi ribelli. A condannare l'azione della CPI e del governo ugandese è anche l'organizzazione "Save the Children", che anche in questo caso pone l'accento sulle maggiori sofferenze a cui sarebbero sottoposti i bambini in una simile eventualità.

    Di parere contrario invece il governo ugandese, che proseguirà nella sua azione legale contro i leader ribelli. Anche il quotidiano "New Vision" si schiera dalla parte di Museveni, ricordando come l'impunità che in questo modo verrebbe garantita ai capi ribelli potrebbe essere controproducente per le sorti della popolazione locale, visto che farebbe mancare qualsiasi deterrente alle sanguinose azioni dei guerriglieri.


    Offensiva dell'esercito



    Secondo il tenente Chris Magezi giovedì un'offensiva delle UPDF, le Forze Armate ugandesi, avrebbe portato alla morte di 37 ribelli LRA, che sarebbero stati circondati dai soldati e successivamente attaccati via terra e via aria. L'episodio sarebbe avvenuto nel distretto di Pader, a circa 300 km dalla capitale Kampala. La notizia non è stata confermata da alcuna fonte indipendente.

    L'esercito ugandese in azione


    Tutti contro Museveni


    In vista delle prossime elezioni presidenziali, previste per il 2006, un cartello di partiti dell'opposizione denominato "G7" ha deciso di presentare un candidato unico che possa essere in grado di contrastare il presidente uscente Museveni, che dovrebbe riuscire a presentarsi nuovamente alle elezioni grazie ad una modifica costituzionale.

    In Uganda l'esistenza di partiti politici non è vietata, ma di fatto essi non possono prendere parte alle elezioni, dal 1986 sempre stravinte da Museveni e dal suo partito. Il "G7" ha deciso di appellarsi contro questa legge, definita incostituzionale, mentre nel contempo sta intrattenendo colloqui con il presidente per garantirsi una partecipazione legale alle prossime elezioni.

    Museveni, salito al potere nel 1986, ha sempre mantenuto un fermo controllo sulla vita politica e sulla stampa. Favorito anche dalla guerra civile che dura ormai da 17 anni, Museveni non ha mai visto la restaurazione della democrazia come una priorità della propria azione governativa.

    Matteo Fagotto

  5. #115
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    UGANDA, 172 MORTI PER MANO DEI RIBELLI



    22 febbraio 2004


    I ribelli del LRA (Lord's Redemption Army) sono tornati a colpire nel distretto di Lira: ieri sera, intorno alle 18.00, i ribelli hanno attaccato il campo profughi di Barlonyo, a una ventina di km dal capoluogo Lira. Gli uomini della Local Defence Unit, incaricati di sorvegliare e proteggere il campo, sono stati presto sopraffatti dalle preponderanti forze dei ribelli.

    Secondo la testimonianza del padre comboniano Sebhat Ayele gli abitanti del campo, in tutto circa 5.000, avrebbero tentato di rifugiarsi nelle loro abitazioni per sfuggire alla morte, facilitando ancora di più il lavoro degli uomini di Joseph Kony .

    I ribelli infatti, buona parte dei quali adolescenti, hanno appiccato il fuoco alle case bruciando vive più di 100 persone, mentre un'altra settantina sarebbe stata uccisa a colpi di arma da fuoco.

    Il bilancio, ancora provvisorio, parla di 172 morti e di circa 70 feriti, condotti nei più vicini ospedali per le prime cure.

    L'attacco è stato confermato anche dal portavoce dell'esercito ugandese Shaban Bantariza, che non ha però fornito dettagli sul numero delle vittime.

    La scorsa settimana un altro attacco delle forze del LRA contro un altro campo profughi della regione aveva fatto 40 vittime.

    Matteo Fagotto

  6. #116
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    CHI ARMA IL LRA?




    07 marzo 2004

    I massacri compiuti nelle ultime settimane dai ribelli ugandesi del LRA (Lord's Redemption Army), impressionanti per la facilità con cui sono stati condotti e per il numero di civili uccisi, hanno fatto nascere dubbi ed interrogativi sui canali di approvvigionamento dei ribelli. I recenti avvenimenti hanno dimostrato che l'organizzazione del LRA è innegabilmente superiore a quella dell'esercito ugandese, in parte anche grazie alla tattica del "mordi-e-fuggi" che gli uomini di Joseph Kony stanno adottando, una tattica che rende estremamente difficile prevenire gli attacchi dei ribelli.

    Le testimonianze dei sopravvissuti ai massacri di Abia e di Barlonyo parlano di ribelli presentatisi ai campi profughi con le divise degli uomini delle LDU (Local Defence Unit), i corpi speciali voluti dal presidente Museveni proprio per proteggere la popolazione civile dagli attacchi del LRA. Che i ribelli godano di appoggi addirittura all'interno dell'esercito ugandese?

    Sono da chiarire anche i rapporti tra il LRA ed il Sudan, che ha appoggiato la guerriglia ugandese per tutti i 17 anni del conflitto. Le autorità ugandesi continuano ad accusare Khartoum di sostenere i ribelli, nonostante i due stati abbiano firmato nel 2002 un accordo che permette all'esercito ugandese di sconfinare in territorio sudanese per dare la caccia ai ribelli.

    Neanche le recenti mosse del presidente sudanese al-Bashir, che ha definito il leader dei ribelli Joseph Kony un terrorista, hanno fatto cambiare idea a Museveni. Di certo le accuse di Kampala sono in parte strumentali, atte a distogliere l'attenzione dalle colpe dell'esercito scaricandole sul vicino Sudan. Ma ci sono fondati sospetti che almeno una parte dell'esercito sudanese sostenga ancora i ribelli, che negli ultimi attacchi erano equipaggiati con missili anti-carro e altre armi fino a poco tempo fa non in dotazione al LRA.

    Le armi di cui dispongono i ribelli mettono in difficoltà sia l'esercito sia le LDU, che spesso non hanno i mezzi per riuscire a contrastare la potenza di fuoco degli assalitori. Anche per questo le autorità ugandesi chiedono ai paesi donatori di investire di più nella difesa, anche se l'aumento del budget destinato all'esercito approvato l'anno scorso non ha prodotto risultati apprezzabili sul campo.

    La situazione militare


    Nonostante le difficoltà in cui si dibatte l'esercito ugandese, i recenti avvenimenti potrebbero segnare una svolta nella guerra: da due settimane infatti il SPLA (Sudan People Liberation Army) ha lanciato un'offensiva contro le posizioni del LRA nel Sudan meridionale, da dove i ribelli partono per sferrare gli attacchi contro i distretti settentrionali ugandese.

    Proprio ieri un portavoce del SPLA ha reso noto che il gruppo ha stretto un'alleanza con le EDF, Equatoria Defence Forces, una delle tante milizie sudanesi pro-governative presenti nel paese. L'alleanza è specificamente diretta contro il LRA, che ora rischia di perdere le proprie posizioni in Sudan anche alla luce del mutato atteggimaneto di Khartoum nei propri confronti.

    Fonti del SPLA hanno fatto sapere che negli ultimi 4 giorni ben 86 uomini del LRA sarebbero stati uccisi, numeri che nessuna fonte indipendente può al momento confermare. Ma forse l'alleanza di Kampala con i gruppi armati sudanesi potrebbe essere davvero la chiave di volta dell'infinito conflitto ugandese.

    Matteo Fagotto

  7. #117
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    UPDF ALLA RISCOSSA: UCCISI ALMENO 50 OLUM





    22 marzo 2004

    L'esercito ugandese alla riscossa. Il maggiore Shaban Bantariza, portavoce dell'esercito, riferisce all'Associated Press di uno scontro con gli Olum del LRA (Lord Resistance Army), avvenuto all'estremo nord dell'Uganda, ai confine con il Sudan, nel quale i militari di Kampala avrebbero ucciso almeno 50 ribelli.

    I ribelli del LRA, formazione che da quasi 18 anni lotta nel nord dell'Uganda contro il governo di Kampala, hanno le loro basi nel sud del Sudan da dove partono per le loro scorrerie; ma questa volta hanno trovato ad attenderli al confine gli uomini dell'UPDF (Uganda People's Defence Forces) pesantemente armati. Negli scontri sono stati impiegati anche gli elicotteri da guerra.

    "Abbiamo contato almeno 52 corpi" - riferisce il maggiore Bantariza - "Li abbiamo uccisi in due scontri svoltisi nello stesso momento, al crepuscolo. Non abbiamo avuto perdite".

    L'esercito ugandese è in cerca di vittorie che ne possano riscattare l'immagine offuscata dalle accuse riguardanti la pessima condotta; i militari sono accusati di inefficenza nel combattere contro la guerriglia, ma anche di corruzione, violenze e razzie, approfittando della confusa ed instabile situazione che regna nei distretti settentrionali.

    Un soldato dell'UPDF in pattuglia in un villaggio nelk distretto di Lira, nell'Uganda del nord (Foto AFP/Peter Busomoke)

    Il mese scorso gli Olum ("erba" in dialetto Acholi, così sono chiamati gli uomini del LRA dagli abitanti dei distretti del nord) avevano compiuto uno spaventoso massacro nel campo profughi di Barlonyo, uccidendo più di 300 persone nonostante la presenza dell'esercito che avrebbe dovuto proteggere i rifugiati, tanto che lo stesso presidente ugandese Museveni, accusato a sua volta di inettitudine e scarsa volontà politica, era stato costretto ad unire la sua voce al coro indignato di accuse ed a sostituire i vertici militari della regione.

    Il LRA viene di solito descritto come un'armata Brancaleone composta in buona parte di bambini soldato mandati allo sbaraglio, fanaticamente devoti al fondatore Joseph Kony, che le cronache descrivono come folle profeta che vorrebbe instaurare in Uganda un regime basato sulla stretta osservanza dei 10 biblici comandamenti. Ma evidentemente tanto male in arnese non è se dal 1986 riesce a tenere in scacco l'esercito ugandese in una regione, l'Acholi, grande una volta e mezza il nord-Italia. Inoltre deve godere, o aver goduto, di finanziamenti ed appoggi all'estero e, quantomeno, di connivenze in Uganda.

    L'Uganda ha accusato per anni il Sudan di aver protetto e foraggiato il LRA, accuse ricambiate dal governo di Karthoum per quanto riguarda i ribelli dello SPLA (Sudan People Liberation Army), che hanno lottato per 20 anni in Sudan per l'indipendenza delle regioni del sud del paese: il governo ugandese avrebbe finanziato questo gruppo ribelle in funzione anti-sudanese in una sorta di guerra per procura.

    La distensione dei rapporti tra è iniziata nel 2002 quando Karthoum ha dichiarato di aver smesso di finanziare il LRA. Una successiva serie di accordi avevano portato all'operazione "Iron Fist", una campagna di azioni per colpire il LRA direttamente nelle proprie basi nel Sudan meridionale, ma i risultati non erano stati affatto brillanti.

    Attualmente Governo sudanese e SPLA stanno conducendo una serie di trattative di pace. L'iniziativa è salutata con favore anche per l'influenza positiva che potrebbe avere nella lotta contro gli Olum; a questo proposito lo SPLA ha dichiarato di aver sostenuto dei combattimenti contro il LRA il mese scorso, accusato di commettere scorrerie ed atrocità anche nel sud del Sudan. A questo punto gli Olum sembrerebbero stretti tra incudine e martello.

    Nel conflitto in Acholi in questi 18 anni sono morte 200.000 persone, più di un milione sono state costrette a sfollare dai propri villaggi e più di 20.000 minori sono stati rapiti per farne soldati o schiavi sessuali, facendo guadagnare all'Uganda il triste primato di paese con il maggior numero di bambini soldato nel mondo.

    E' una tragedia con un risvolto grottesco: il sud del Paese è meta turistica rinomata e frequentata per i suoi parchi naturali ed i suoi lussuosi resort, mentre il nord si consuma lentamente nello stillicidio di una guerra che sembra interminabile.

    Fulvio Poglio

  8. #118
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    HRW DENUNCIA: TORTURE DI STATO IN UGANDA


    29 marzo 2004


    Tempi duri per il presidente ugandese Yoweri Museveni: ltre a dover subire le critiche per gli scarsi risultati ottenuti nella guerra contro i ribelli del LRA (Lord's Redemption Army), Museveni si vede ora accusato di aver deviato i servizi di sicurezza per perseguitare i propri oppositori politici.

    A denunciare il fatto è Human Rights Watch che in un rapporto uscito oggi rende pubblici gli abusi delle forze di polizia che, dietro la copertura di operazioni anti-terrorismo, arrestano e detengono illegalmente centinaia di oppositori politici torturandoli.

    Secondo HRW questo sistema di torture di stato farebbe perno sulle "safe houses", edifici isolati creati nel 2001 per detenere e interrogare i ribelli di Joseph Kony ma presto diventati delle specie di case degli orrori, in cui la tortura verrebbe praticata sistematicamente.

    Tra le vessazioni che gli arrestati subirebbero vi sono la mutilazione dei genitali, la perforazione di seni e unghie con aghi ipodermici, pestaggi con bastoni uncinati, gabbie piene di serpenti velenosi usate per terrorizzare gli interrogati. Tra le vittime di questo sistema vi sarebbe anche una manager di Kezza Besigye, il candidato presidenziale alle elezioni del 2001 sconfitto dal presidente Museveni.

    HRW imputa questi gravi abusi delle forze di sicurezza al clima di tensione e sospetto che le autorità ugandesi hanno creato in questi ultimi anni, e che farebbe vedere qualsiasi contestatore del presidente come un possibile collaborazionista dei ribelli. Il governo ugandese ha liquidato le accuse come "spazzatura dovuta a una fervida immaginazione".

    Le ferite di Barlonyo


    E' passato più di un mese dal massacro di Barlonyo, dove il 19 febbraio scorso un gruppo di armati del LRA assalì il locale campo profughi provocando la morte di 257 persone. Lo scorso weekend il presidente Museveni ha partecipato ad una solenne funzione funebre presso la fossa comune che ospita i resti di 121 vittime.

    Il presidente ha nuovamente promesso che i ribelli verranno stroncati in breve tempo, sciorinando poi la solita serie di numeri che testimonierebbero dei successi ottenuti recentemente dalle UPDF (le forze armate ugandese). La scorsa settimana sarebbero stati uccisi 92 ribelli in soli tre giorni, tra cui alcuni uomini che hanno partecipato ad un attacco contro un campo profughi a Lira lo scorso venerdì.

    Come ulteriore segno di buona volontà il governo ugandese ha deciso di sospendere i comandanti dell'esercito le cui forze si sono fatte sorprendere negli ultimi giorni dagli attacchi dei ribelli. Parole e numeri che non convincono più la popolazione locale, stanca di false promesse e della propaganda governativa.

    Il LRA torna in Uganda


    Ieri un'imboscata dei ribelli nei pressi di Okol, a una trentina di km dalla città di Kitgum, avrebbe provocato la morte di due persone. Lo riferiscono fonti della MISNA, che agguingono come l'attacco abbia causato il ferimento di altre sei persone.

    Sembra intanto che buona parte degli effettivi del LRA abbiano fatto ritorno in Uganda in séguito al dispiegamento di un nutrito contingente delle UPDF nel Sudan meridionale.

    Uganda e Sudan hanno firmato un accordo lo scorso anno, più volte rinnovato, in cui all'esercito ugandese viene dato il permesso di sconfinare nel territorio sudanese per dare la caccia ai ribelli. Il dispiegamento di forze nel Sudan meridionale potrebbe preludere ad un'offensiva delle UPDF, che in questo modo sperano di riuscire a chiudere i ribelli in una morsa.

    Matteo Fagotto

  9. #119
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    BAMBINI ALLA GUERRA


    08 aprile 2004


    Ci sono paesi in cui i bambini vanno a scuola, mangiano torte, guardano i cartoni alla TV e giocano con i soldatini. E ci sono paesi in cui i bambini fanno i soldatini. E come tali muoiono davvero.

    È il caso dell’Uganda, dove, secondo quanto riferisce la BBC, l’esercito ugandese (UPDF – Uganda People Defence Force) ha riportato in questi giorni una schiacciante vittoria contro i ribelli dell’LRA (Armata di resistenza del signore) guidati da Vincent Otti, braccio destro del leader Joseph Kony e numero due del gruppo.

    Secondo fonti ufficiali dell’esercito, Otti è stato ferito e costretto a ripiegare dalle forze ugandesi ancora impegnate nell’offensiva. Sul campo sono rimasti 55 miliziani.

    Miliziani. Un termine che evoca l’immagine di guerriglieri addestrati, crudeli, sanguinari, armati di tutto punto e pronti a tutto.

    E se poi si tratta di miliziani al servizio di Joseph Kony, il santone guerriero che comanda l’LRA e - a suo dire - lotta dal 1986 per instaurare un governo fondato sull’interpretazione letterale dei dieci comandamenti, i miliziani, se è possibile, li si immagina ancora più cattivi.

    Ma i ribelli morti che si è trovato davanti Callum Macrae, reporter BBC giunto sul luogo degli scontri, non avevano nulla a che fare con questo genere di terrorista. Erano bambini.

    Il più piccolo aveva forse quattro anni e giaceva riverso fra dozzine di corpi. Accanto a lui, secondo la testimonianza di Macrae, una bambina di dieci anni nuda fino alla cintura.

    Contro un albero giaceva un altro gruppo di corpi: qualche bambino, due donne, un adolescente di forse quattordici anni. Una delle due donne era appoggiata contro l’albero, come per cercare protezione, con il capo chino. Vista così poteva sembrare ancora viva. Ma bastava girare intorno all’albero per accorgersi che un missile sparato da un elicottero ugandese le aveva distrutto due terzi della testa.

    Accanto a lei un’altra donna morta, una delle mogli di Otti, secondo quanto riferisce Macraem.

    Tra tutti quei corpi era sdraiato un ragazzo di circa 14 anni, semicosciente ed in gravi condizioni, ma ancora vivo. “Torneremo a prenderlo” hanno detto i soldati. Pochi minuti dopo è morto.

    Secondo le stime effettuate da MSF, il 7% circa dei decessi di bambini di meno di cinque anni è direttamente imputabile alla violenza. Una percentuale che sale al 76% per le persone al di sopra dei cinque anni.

    Ma in Uganda i bambini non soffrono solo quando sono rapiti dai soldati, costretti a diventare a loro volta guerrieri, schiavi o donne di guerrieri.

    I bambini, in Uganda, non sanno neppure dove passare la notte. Sempre secondo quanto riporta MSF, ogni sera arrivano a Gulu decine di migliaia di bambini che, alla ricerca di un luogo sicuro dove passare la notte, percorrono chilometri e chilometri a piedi. Per ripartire il giorno dopo.

    Se fossero nati in Europa dormirebbero al caldo, mangerebbero torte, guarderebbero i cartoni animati e giocherebbero coi soldatini senza averne mai visto uno vero.

    A costo di essere banali, qualche riflessione dobbiamo pur farla.

    Benedetta Cocchini

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    IL VERBO DEL SIGNORE


    16 aprile 2004


    Finalmente. Dopo 18 anni di ribellione armata il leader dei ribelli ugandesi Joseph Kony ha deciso di concedere un'intervista e di rendere così pubbliche le sue idee sulla guerra che insanguina l'Uganda, sul presidente Museveni e sulle prospettive future per il suo gruppo ribelle, il LRA (Lord's Resistance Army).

    L'intervista è apparsa su The Referendum, un settimanale stampato in Kenya da fuoriusciti del Sudan meridionale. Sembra che Kony abbia accettato di parlare davanti ai taccuini del giornale perché ad intervistarlo sarebbe stato un suo ex-commilitone uscito dai ranghi del LRA. A patto che l'intevistatore lo chiamasse "Signore, non comandante: tutti i liberatori illuminati dallo spirito divino sono Signori."

    Sfortunatamente, ampi stralci dell'intervista offrono poche speranze per le prospettive di pace nella regione: Kony parla del presidente Museveni come di un "assassino, che ha provato in tutti i modi ad uccidermi. Per questo ho dato istruzioni ai miei uomini di ammazzarlo."

    Kony non si fida neanche di comunicare con Museveni via telefono, per paura di essere rintracciato (al momento dell'intervista, il 6 marzo scorso, Kony si sarebbe trovato nella città di Juba, nel Sudan meridionale): "Non ho bisogno di telefoni per parlare con il presidente ugandese, comunicherò con lui attraverso lo Spirito Santo."

    E per quanto riguarda i massacri di civili nei distretti settentrionali? "Sono stati compiuti tutti dai soldati delle UPDF (le Forze Armate ugandesi). Noi lottiamo per la libertà delle popolazioni Acholi del nord". Peccato che gli Acholi siano tra le prime vittime dei periodici massacri compiuti dai miliziani del LRA.

    "La liberazione della popolazione Acholi mi è stata ordinata dallo Spirito Santo" - prosegue Kony - "Dopo l'apparizione dello Spirito, ho pregato in raccoglimento per 60 giorni e 60 notti perché Dio mi desse la forza per liberare la gente dell'Uganda dal peccato e dalla corruzione."

    Le prospettive future


    Se le dichiarazioni di Kony non hanno concesso molto alle speranze di pace, se non altro hanno permesso di fare un po' di luce su alcuni punti oscuri della guerra ugandese, in particolare sul sostegno dato dal Sudan al LRA, più volte denunciato dal governo di Kampala.

    Kony ha infatti dichiarato al giornale di aver dovuto superare le pressioni delle autorità di Khartoum per poter concedere l'intervista, visto che le autorità sudanesi non vedono di buon occhio le apparizioni pubbliche di Kony. Oltre a ciò, il leader ribelle ha ammesso di aver visitato un club di ufficiali dell'esercito a Khartoum nel 2002, cosa che proverebbe i contatti tra il LRA e le Forze Armate sudanesi.

    Consapevole della difficile situazione in cui versa il proprio gruppo, attaccato ora nelle sue roccaforti anche dai ribelli sudanesi del SPLA (Sudan People's Liberation Army), Kony ha comunque dichiarato che proseguirà la lotta armata, se necessario spostandosi in Etiopia, da dove avrebbe ricevuto offerte di ospitalità da persone al momento sconosciute.

    No comment invece sul possibile sostegno dato ai ribelli dall'Egitto, nel più vasto disegno di controllo del Nilo, le cui acque sono contese appunto tra Uganda, Sudan ed Egitto. La domanda sembra aver infastidito molto Kony, che l'avrebbe usata come pretesto per interrompere prematuramente l'intervista.

    Le offerte di Museveni


    Nonostante le accuse e l'affossamento delle prospettive di pace fatto da Kony, il presidente Yoweri Museveni ha fatto ieri un altro tentativo per portare i ribelli al tavolo delle trattative: in una lettera aperta al quotidiano The Monitor Museveni ha lasciato uno spiraglio aperto alla pace, offrendo di organizzare alcuni campi di raccolta per i ribelli presso il confine con il Sudan, controllati da "personale neutrale", prima di cominciare delle vere e proprie trattative di pace.

    Ma oltre alla carota, Museveni ha usato anche il bastone: "Se la mia offerta venisse rifiutata, le operazioni militari nel nord continueranno giorno e notte, finché anche l'ultimo dei ribelli non verrà spazzato via."

    Intanto, stando al giornale filo-governativo New Vision, il governo ugandese avrebbe preparato un decreto che annullerebbe l'amnistia concessa a Joseph Kony in caso di resa: il nuovo decreto infatti permetterebbe l'amnistia per i ribelli costretti a combattere nelle file del LRA (come i bambini-soldato), ma non si applicherebbe ai leader di gruppi armati e di organizzazioni terroristiche, oltre che ai loro finanziatori.

    Matteo Fagotto

 

 
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