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Discussione: Guerre Dimenticate

  1. #211
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    Dopo il golpe, la repressione



    Nepal, arresti arbitrari e censura. Parla un'operatrice umanitaria




    A Kathmandu e nella valle circostante è aumentata la presenza dei militari. A causa della censura mediatica, non abbiamo notizie di cosa sta accadendo nel Paese e soprattutto nei villaggi rurali. Le comunicazioni con questi luoghi sono ancora difficili e le strade sono state bloccate da militari e ribelli. I maoisti hanno annunciato un nuovo assedio della capitale a tempo indeterminato a partire dal 13 febbraio. Difficile dire cosa accadrà”. A parlare è Silvia del Conte, presidente dell’associazione onlus Apeiron che si occupa di bambini e donne vittime di abusi. Nel regno himalayano dal primo febbraio, quando il re Gyanendra – al potere dal giugno 2001 dopo il misterioso massacro della famiglia reale - ha proclamato lo stato d’emergenza e preso il potere assoluto assieme all’Esercito, sono state sospese tutte le libertà fondamentali. I militari sono entrati nelle sedi di tv e giornali e controllano i servizi parola per parola. [B]La censura rimarrà in vigore per sei mesi. Non ci saranno elezioni “fino a quando i maoisti - che combattono dal ’96 contro la monarchia - non verranno sconfitti”. Diversi attivisti, politici, sindacalisti e studenti sono stati arrestati: 43 secondo il governo, almeno mille secondo l’opposizione. “Contando anche gli scomparsi, le persone portate via dalle forze di sicurezza potrebbero essere molte di più”, dichiara Del Conte. “Molti altri dissidenti sono tuttora nascosti per timore di essere incarcerati”.

    Il raid di Pokhara. Uno dei fatti più drammatici è avvenuto tra il primo e il 2 febbraio a Pokhara, duecento chilometri da Kathmandu. In seguito a una manifestazione studentesca, l’Esercito ha fatto irruzione in un ostello e rapito 250 giovaniNon ci sono conferme ufficiali, ma si dice che quella notte siano stati uccisi dai 35 ai 60 ragazzi”, continua l’operatrice di Apeiron. Agli arresti domiciliari ci sono anche alcuni membri dell’Esecutivo rimosso il primo febbraio. Ventuno capi del più importante partito nepalese, il Nepali Congress, sono stati fermati nella città occidentale di Kanchanpur e altre 70 persone sono detenute nella capitale. Finora sono stati rilasciati solo sette politici.




    Tra due fuochi. Anche il lavoro delle organizzazioni straniere potrebbe venire compromesso. Del Conte spiega: “Secondo alcune voci, il nuovo governo nominato dal re vorrebbe verificare se le Ong appoggiano i guerriglieri. Ma è ovvio che lavorando con gli strati più emarginati della popolazione e nei distretti fuori dalla valle di Kathmandu, tutti noi abbiamo a che fare con i maoisti che controllano quei luoghi. Dobbiamo per forza avere rapporti con entrambe le parti in conflitto. Ciò non significa che siamo schierati politicamente. Il nostro unico scopo è difendere i diritti umani”. I maoisti combattono per instaurare un regime comunista e controllano ormai due terzi del territorio nepalese. Gli scontri con le truppe governative sono giornalieri e finora, in nove anni di guerra, ci sono state 11mila vittime. “Spesso civili – commenta del Conte – che si trovano tra due fuochi. Da una parte ci sono i ribelli che chiedono loro soldi, cibo e alloggio, dall’altra l’Esercito che li arresta accusandoli di aver sostenuto la guerriglia”.




    Guerra e povertà. “In un Paese già poverissimo – continua Del Conte –il conflitto ha peggiorato le condizioni di vita. Nelle campagne non ci sono strade e servizi, si vive in una sorta di Medio Evo. Gli abitanti camminano giorni per recarsi al primo mercato. Il malcontento verso le autorità ha portato molti contadini ad arruolarsi nella guerriglia e in molti villaggi sono rimasti solo bambini, donne e anziani. Altri hanno deciso di emigrare a Kathmandu che ha raggiunto ormai 2 milioni di abitanti, dai 900mila dei primi anni ‘90. Non essendo registrati come residenti, non possono lavorare. Affollano le baraccopoli in condizioni di grande miseria”.

    Le bugie del sovrano. Intanto il re ha rafforzato la propaganda. Dice di voler cancellare la corruzione e instaurare la pace. Più volte i suoi ministri hanno chiesto ai ribelli di sedersi al tavolo delle trattative, ma non è chiaro a quali condizioni. Questi ultimi hanno condannato il nuovo golpe del sovrano (il primo era stato nell’ottobre 2002) e annunciato giorni di scioperi e blocchi delle principali arterie del Paese.
    In questo clima di repressione e paura, un importante quotidiano ha pubblicato in prima pagina l’immagine tranquillizzante di due cigni in un lago.



    Francesca Lancini

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  2. #212
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    Dialogo tra sordi

    Pacifisti e intellettuali russi chiedono a Putin di trattare con i ceceni. Ma la risposta è sempre "Niet"

    In Russia, esponenti del mondo pacifista, delle organizzazioni per i diritti umani, intellettuali ed ex dissidenti sovietici hanno sottoscritto un appello rivolto al presidente Vladimir Putin affinché risponda positivamente alla tregua unilaterale e all’offerta negoziale avanzata nei giorni scorsi dal leader indipendentista ceceno Aslan Maskhadov. Ecco il testo dell’appello, seguito dall’elenco di alcuni dei firmatari e, purtroppo, dalla sprezzante risposta delle autorità filorusse dell’amministrazione cecena.



    Al presidente della Federazione Russa
    E’ oltre un decennio, con tre anni di relativa pausa, che la Russia è in guerra nella Repubblica Cecena. Una guerra terribile che ha causato decine di migliaia di morti, centinaia di migliaia di invalidi e la distruzione di città e industrie.
    In questi giorni si profila una possibilità d’uscita da questo violento conflitto: l’ordine di cessate il fuoco unilaterale impartito dal leader della resistenza cecena Aslan Maskhadov, che già aveva preso le distanze dalle azioni di Basayev, è un’opportunità storica che non va sprecata.
    E’ semplice ignorare questo gesto bollandolo come un bluff. Ma è anche pericoloso, perché così non si fa altro che frustrare l’ala moderata dei ribelli e dare spazio all’ala radicale, trasformando questa guerra in un conflitto eterno ed esteso a tutto il Caucaso del nord. I terroristi sono capaci di resistere anni nella presente situazione politico-militare.
    Più la guerra dura, più la resistenza cecena si radicalizzerà nella direzione di un fondamentalismo islamico che, per sua natura, non cerca l’accordo politico ma considera la lotta armata come fine a se stessa.
    Ugualmente, dall’altra parta, più la guerra dura, più la politica russa si radicalizzerà nella direzione dell’ultranazionalismo che, per sua natura, ha bisogno che il conflitto ceceno vada avanti per poterlo sfruttare a scopi politici.
    La storia insegna che il negoziato è l’unico metodo per conseguire con mezzi politici ciò che non si riesce a conseguire con mezzi militari.
    Signor presidente, se davvero non si vuol trasformare la Cecenia in un altro fronte dello scontro tra radicalismo islamico e civiltà occidentale, bisogna privilegiare adesso il dialogo con i moderati.
    La Russia si trova davanti ad una grave decisione: ha la possibilità di salvare migliaia e migliaia di vite umane, o di condannare la prossima generazione di politici russi a cercare una via d’uscita da questa guerra in condizioni molto meno favorevoli delle attuali.
    Signor presidente, chiediamo a lei, come supremo comandante delle forze armate e come garante dei diritti costituzionali, primo tra tutti quello alla vita, di ordinare il cessate il fuoco in Cecenia e di nominare una delegazione per avviare negoziati con Maskhadov al fine di trovare una soluzione politica del conflitto.

    Lyudmila Alekseeva, presidente del Moscow Helsinki Group
    A.V.Babushkun, Comitato “Diritti Civili”
    V.V.Borschev, Moscow Helsinki Group
    S.V.Brovchenko, Fondo Pubblico “Pubblicità”
    Svetlana Gannushkina, Committee “Assistenza Civile”
    L.I.Grafova, Coordinatrice del Comitato d’Assistenza ai Rifugiati
    E.L.Grishin, Centro Informazione Pubblica
    Sergei Kovalev, Tatyana Kasatkin, Oleg Orlov, Pravozashchitnyj, “Memorial”
    A.A.Piontkovsky, presidente del Centro di Ricerche Strategiche
    A.S.Politkovskaja, giornalista di “Novaja Gazeta”
    Lev Ponomariov, Ju.A. Fishermen, Movimento per i Diritti Umani
    J.V.Samodurov, Museo A.D.Saharova
    A.P.Tkachenko, scrittore
    G.P.Yakunin, Comitato per la Difesa della Libertà di Religione




    Nessuna risposta è giunta dal Cremlino a questo appello.
    Ma, se venisse, non sarebbe certo positiva a giudicare da quella data da Ziyad Sabsabi, vice primo ministro del governo ceceno filo-russo.
    Il dialogo con Maskhadov è stato tolto dalla nostra agenda politica molto tempo fa”, ha dichiarato all’agenzia di stampa russa Interfax. “E poi, su cosa dovremmo negoziare? Sulla secessione della Cecenia dalla Federazione Russa? Sul ritiro delle truppe russe per far scoppiare una guerra civile? Non c’è niente da negoziare! Se Maskhadov vuole la pace deve semplicemente riconoscere l’appartenenza della Cecenia alla Russia e i risultati del referendum del 2003 con cui è stata approvata la nuova Costituzione cecena”.
    E’ opportuno ricordare che Aslan Masdkhadov, comandante della resistenza cecena già nella prima guerra cecena, dopo aver firmato gli accordi di pace di Khasavyurt con i Eltsin nell’agosto del 1996 venne democraticamente eletto presidente della Repubblica Cecena nel 1997 in elezioni riconosciute sia dall’Osce che dalla Russia. Fu Putin, due anni dopo, a disconoscere la sua legittima autorità e a rimuoverla con l’invasione e l’occupazione militare del paese.
    Così come merita ricordare che il referendum del 2003 con cui il Cremlino sottopose ai ceceni la nuova Costituzione preparata per loro (priva delle “ampie autonomie” promesse) fu una farsa colossale, in cui addirittura votarono anche i soldati delle truppe d’occupazione russe.

    Enrico Piovesana

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  3. #213
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    Afghanistan a Rischio




    L'Undp lancia l'allarme: "Paese al collasso, rischia di tornare paradiso del terrorismo"




    Tre anni dopo la cacciata del regime talebano, il Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite ha pubblicato il primo rapporto sulla situazione sociale dell’Afghanistan mai realizzato nella storia di questo paese. Un rapporto che mostra una situazione disastrosa, in netto contrasto con la propaganda fatta da chi, per giustificare a posteriori l’intervento armato del 2001, parla di ritorno della libertà, della democrazia, della pace e del benessere. Una situazione che dimostra non solo i danni sociali causati dalla guerra e dalla perdurante presenza militare straniera, ma anche l’assenza di una reale ricostruzione post-bellica e il rischio concreto che il paese, sostanzialmente abbandonato a se stesso, riprecipiti in una situazione di caos e ritorni ad essere un paradiso del terrorismo internazionale.

    [Un quadro allarmante. Le 288 pagine del rapporto, intitolato “Sicurezza dal volto umano”, sono piene di numeri e dati che dipingono una fotografia allucinante delle condizioni di vita del popolo afgano.
    L’Afghanistan risulta al 173° posto, su 178, nella classifica di sviluppo dei paesi: solo cinque Stati africani (Burundi, Mali, Burkina Faso, Niger e Sierra Leone) sono più poveri dell'Afghanistan.
    La mortalità infantile è tra le più elevate al mondo: un bambino su cinque muore prima di aver compiuto cinque anni per malattie che normalmente sono curabili.



    L’Afghanistan è il paese al mondo con il maggior numero di bambini che muoiono per infezioni legate alla non potabilità dell’acqua: uno su otto. Nelle zone rurali solo il 30 per cento] della popolazione ha accesso all’acqua potabile, il 60 per cento in quelle urbane.
    L’aspettativa di vita media degli afgani è di soli 44 anni, contro una media di 65 nei paesi confinanti. Un afgano su cinque è denutrito, non avendo la possibilità di soddisfare il fabbisogno calorico giornaliero (almeno 2 mila chilocalorie al giorno).
    La situazione scolastica ed educativa è la peggiore del pianeta: solo il 28 per cento degli afgani maggiori di quindici anni sa leggere e scrivere, solo una ragazza su cinque va a scuola.
    Le donne sono quelle che soffrono di più a causa della loro emarginazione sociale (malnutrizione, mancanza di cure mediche, violenze domestiche, stupri, matrimoni forzati): in media muore una donna ogni mezz’ora per problemi di gravidanza. La mortalità materna è sessanta volte più alta di quella registrata nei paesi sviluppati.
    L’economia nazionale è cresciuta, ma in maniera assolutamente distorta: la coltivazione e il traffico di droga rimangono la principale fonte di reddito, un reddito distribuito in maniera tremendamente diseguale: il 30 per cento più povero della popolazione ne riceve solo il 9 per cento, il 30 per cento più ricco invece più della metà.
    La situazione politica, a parte le recenti elezioni, non è migliorata: continuano le violenze e le angherie dei signori della guerra, gli abusi e le torture delle forze di sicurezza governative e gli attacchi dei talebani.




    Critiche dirette agli Usa. E continua una presenza militare straniera che “contribuisce a creare un clima di paura, intimidazione, terrore e illegalità (…), e che invece non incide minimamente sui problemi di ingiustizia e disuguaglianza sociale che a lungo termine costituiscono la maggiore minaccia alla sicurezza”. Il rapporto critica anche i progetti di ricostruzione gestiti dai militari Usa, giudicati “inadeguati e pericolosi” perché, essendo usati come strumento di pressione sulle comunità locali per ottenere informazioni sui talebani, finiscono con il mettere in cattiva luce il lavoro degli operatori umanitari civili e a rischio la loro sicurezza.
    Se questa situazione non migliora – è scritto nel rapporto – l’Afghanistan collasserà presto sprofondando in uno stato di insicurezza che rappresenterebbe una grave minaccia non solo per la popolazione locale, ma anche per la comunità internazionale (…), la quale rischia così di pagare in futuro un caro prezzo per difendere se stessa, un prezzo molto più alto di quello che basterebbe per garantire veramente lo sviluppo e la pace di questo paese”.
    Dopo aver lanciato una frecciata al governo Usa sullo squilibrio tra i soldi che spende per le operazioni militari in Afghanistan (un miliardo di dollari al mese) e per la ricostruzione (un miliardo all’anno, e non tutto destinato a scopi ‘puramente civili’, ndr), il rapporto si conclude con un giudizio politico assai critico: “Lo sviluppo e il benessere della popolazione, più che la forza militare, sono le chiavi per risolvere i complessi problemi dell’Afghanistan, e sono obiettivi che non devono essere sacrificati in nome degli interessi nazionali di paesi stranieri”.



    Enrico Piovesana

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