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Discussione: Guerre Dimenticate

  1. #81
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    VITTIME IGNORATE


    Uccisi quasi per gioco da soldati ubriachi e violenti che si divertono a fare tiro a segno sui civili, o dalle granate e dalle mine disseminate nelle campagne dove i bambini portano le pecore al pascolo. Queste morti non figurano nei bollettini di guerra forniti dai comandi militari russi e nemmeno in quelli diffusi in Internet dalla guerriglia separatista cecena


    25 marzo 2004 – Primo marzo. Khaskhanova, diciannove anni, chiede un passaggio in auto a un suo parente per andare in città, a Urus-Martan, dal suo villaggio Guekhi. E’ uno dei pochi ad avere la macchina. I due partono. Lungo la strada s’imbattono in un posto di blocco dell’esercito russo, che in questa regione sta conducendo un’operazione antiguerriglia. Rallentano, ma i soldati non li fermano e loro tirano dritto. Ma appena passati, senza alcun motivo, uno dei militari apre il fuoco contro l’auto. Khaskhanova viene colpita e si accascia senza vita sul sedile. Anche il suo parente, alla guida, viene ferito.


    Quattro marzo. Una Uaz dell’esercito russo arriva nella piazzetta del piccolo villaggio di Itum-Kala. A bordo ci sono tre giovani soldati, ubriachi fradici, come spesso sono i militari russi che servono in Cecenia. Scendono dall’auto. Due di loro entrano in un negozietto a comprare ancora da bere, un altro va a fare una telefonata da una cabina pubblica. Presto le sue urla in russo attirano l’attenzione della gente: il giovane soldato stava litigando al telefono. Le persone attorno osservano la scena con un misto di curiosità e timore: tutti temono i russi, soprattutto quando sono pieni di alcool. La conversazione del soldato col suo sconosciuto interlocutore si fa sempre più concitata, finché il giovane militare aggancia la cornetta. Esce infuriato dalla cabina, impugna il suo kalashnikov, lo carica e apre il fuoco contro la prima persona che si trova a tiro, uccidendola. Poi si accorge di un’auto della locale polizia parcheggiata, con due agenti ceceni a bordo. Parte subito un’altra raffica, che crivella di colpi la carrozzeria dell’auto e uccide i due occupanti.


    Sedici marzo. Rosa e altre donne del villaggio di Shaami-Yurt raccolgono prezzemolo selvatico sul bordo della strada, tra gli alberi che segnano l’inizio della foresta. A un tratto passa un camion militare russo, di quelli che trasportano i soldati. Appena superato il gruppo di donne, uno dei militari seduti nel cassone tendato del camion prende il fucile e spara tre colpi contro di loro. Rosa e le altre si buttano nel fosso rimanendo illese.


    Diciotto marzo. Ilyas e sua cugina, due ragazzi di Grozny, stanno camminando tra le rovine del centro della città. Incontrano un gruppo di miliziani delle forze di sicurezza del presidente ceceno filo-russo Kadyrov, considerati dalla gente traditori collaborazionisti al servizio delle forze d’occupazione russe. Qualche futile motivo, forse un’occhiata di troppo da parte di un militare verso la cugina di Ilyas, scatena un litigio tra i due, che vengono subito alle mani. La ragazza, temendo che il soldato usi il kalashnikov che ha a tracolla, si getta subito in mezzo a loro per dividerli. Ci riesce. Il miliziano si allontana, fa pochi passi, si volta, imbraccia il fucile mitragliatore e spara ad Ilyas, colpendolo alle spalle e uccidendolo.


    Ventuno marzo. Nelle campagne attorno ad Urus-Martan c’è la guerra. I russi sparano cannonate e seminano sul terreno centinaia di mine. Il loro obiettivo sono i ribelli separatisti. Ma a morire sono anche adolescenti senza alcuna colpa, se non quella di essere nati in Cecenia. Tre nel giro di pochi giorni. Due ragazzini, di quindici e diciassette anni, sono morti allo stesso modo: saltando su una mina mentre portavano al pascolo le pecore. Un loro quasi coetaneo, di sedici anni, stava invece tornando a casa da scuola quando l’artiglieria russa ha iniziato a bombardare la zona: una granata russa lo ha colpito e ucciso.


    Lo stillicidio continuo di queste vittime civili non figura nei bollettini di guerra forniti dai comandi militari russi e nemmeno in quelli diffusi in Internet dalla guerriglia separatista cecena. I loro conteggi, ripresi dalle agenzia di stampa internazionali, tengono conto, rispettivamente, solo dei “ribelli” e degli “invasori” uccisi in combattimenti, bombardamenti, agguati e altre azioni militari: oltre cento in tutto, solo nelle ultime due settimane. Solo alcuni organismi indipendenti, organizzazioni non governative e associazioni di difesa di diritti umani basate in Russia o in Europa, danno conto delle vittime civili di questo conflitto senza fine, vittime ignorate di una guerra già di per sé ignorata.

    Enrico Piovesana

  2. #82
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    CAMPI DI CONCENTRAMENTO IN CECENIA


    Ufficialmente sono stati chiusi. Ma di campi di filtraggio segreti russi ce ne sono ancora ottocento. Qui i civili ceceni vengono rinchiusi e torturati per giorni e rilasciati solo dietro riscatto. La drammatica storia di un padre e del suo bambino picchiato a morte


    30 gennaio 2004 – Khalid Daudov e i suoi tre figli sono stati portati via dal loro villaggio nel corso di uno dei tanti rastrellamenti delle forze armate russe. Li hanno condotti al campo di filtraggio Pap-1, un'ex fabbrica automobilistica della Lada alla periferia di Grozny. Dopo una lunga e angosciante attesa è iniziato l’interrogatorio. “Sei un combattente?” gli ha chiesto un ufficiale russo. “No, io non combatto” ha risposto Khalid. Altre domande, altri no. A ogni risposta negativa, un calcio, un pugno, uno schiaffo. Ma Khalid continuava a dire che lui non c’entrava niente con i guerriglieri. Il russo però voleva una confessione, a tutti i costi. E allora è cominciato l’inimmaginabile


    I militari russi hanno iniziato a picchiare i figli di Khalid. “Guarda paparino, ti piace?”, gli chiedeva cinicamente l’ufficiale mentre i tre bambini piangevano e urlavano per le botte. Il figlio maggiore Usman, di dieci anni, accasciato sul pavimento per il dolore, guardava suo padre senza parlare. “I suoi occhi terrorizzati – ricorda Khalid – sembravano chiedermi disperatamente ‘Perché?!’. Non scorderò quel suo sguardo. Mi sono sentito morire. In quel momento ho chiesto ad Allah perché mi aveva dato la vita per poi caricare sulle mie spalle una così insopportabile sofferenza”.


    Dopo alcuni giorni di questo inferno Khalid e i suoi figli sono stati rilasciati dietro pagamento di un riscatto da parte dei parenti. Erano tutti malconci, ma Usman era in condizioni davvero critiche. I calci dei soldati russi gli avevano gravemente danneggiato il fegato e il rene destro. Dopo un mese, Khalid ha seppellito Usman nel cimitero del villaggio. “Io non ho mai combattuto perché mia moglie è morta molti anni fa e io mi sono dovuto prendere cura dei figli – racconta Khalid. Ma sono orgoglioso dei miei fratelli ceceni che con coraggio muoiono in nome della nostra terra, per la salvezza della nostra nazione”.


    Tutto questo accadeva nel 2000. A quell’epoca Pap-1 doveva essere stato chiuso assieme alle altre centinaia di campi di filtraggio creati dai russi in tutta la Cecenia per passare al settaccio la popolazione cecena allo scopo di filtrare i buoni dai cattivi. In realtà si tratta di veri e propri campi di concentramento e di tortura. In seguito alle dure proteste di Amnesty International e Human Right Watch, Mosca aveva annunciato la loro chiusura nel giugno del 1997. Ma non è stato così. Secondo Umar Khanbiyev, ex ministro della Sanità del governo indipendentista, oggi rappresentante del governo ceceno in esilio, attualmente in Cecenia sono ancora attivi ottocento “campi di filtraggio”.


    I russi e il loro governo fantoccio – spiega Khanbiyev – non hanno chiuso questi campi, li hanno solo trasferiti dalle città a posti più nascosti e inaccessibili. I civili prelevati durante le cosiddette operazioni di pulizia continuano a essere portati in questi posti e torturati senza pietà. In realtà queste operazioni sono dei veri e propri sequestri di massa a scopo di estorsione. Non ha importanza che i prigionieri confessino o meno la loro appartenenza alla resistenza indipendentista. Lo scopo dei militari russi è sterminare il popolo ceceno e arricchirsi. Infatti, se dopo quattro giorni di detenzione non arrivano i parenti del prigioniero con il riscatto (soldi o armi) il prigioniero sparisce per sempre. Si calcola che attualmente siano ventimila i civili ceceni di cui si è persa ogni traccia dopo che sono stati catturati dai russi e dalla polizia del regime filo-russo di Kadyrov. E quasi altrettanti sono ancora rinchiusi nei campi di filtraggio segreti sparsi per il paese”.


    Anche Khanbiyev, sempre nel 2000, era stato rinchiuso in “campo di filtraggio”, a Chernokozovo, uno dei più tristemente noti.Oggi quello di Chernokozovo, solo quello, è stato trasformato in un carcere modello che le autorità filo-russe cecene presentano al mondo come prova della loro umanità. Ma quando ci finii io era un inferno. Mi trovavo nell’ospedale del villaggio di Alkhan-Kala a curare i feriti dei bombardamenti russi, che in quel periodo erano violentissimi. I soldati hanno fatto irruzione nella clinica e hanno portato via tutti quelli che c’erano, 19 medici e 75 pazienti. Ci hanno portati a Chernokozovo, dove ci hanno picchiati e torturati per giorni, senza pietà per nessuno, nemmeno per i pazienti feriti. Ho protestato contro questa crudeltà, ma un ufficiale russo mi ha risposto: 'Puoi essere un dottore, puoi essere anche Dio, tanto non cambia niente: siete ceceni e noi vi uccideremo!”.
    Queste cose succedono regolarmente ancora oggi. Nessuno ne parla solo perché chi prova a raccogliere testimonianze e prove di queste atrocità viene punito con la morte. E’ il caso di Aslan Davletukaev, attivista locale dell’organizzazione di difesa dei diritti umani Società di Amicizia Russo-Cecena, rapito lo scorso 10 gennaio e ritrovato morto il 26. Il suo cadavere mutilato, con segni di violenze e torture di ogni genere, è la macabra conferma del terrore che regna in questo angolo del Caucaso, nel silenzio e nel disinteresse del mondo intero, che ricorda gli orrori di ieri, ma ignora quelli di oggi.


    Enrico Piovesana

  3. #83
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    Predefinito Guerre Dimenticate 6 - Uganda

    UGANDA




  4. #84
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    SCHEDA DEL CONFLITTO



    Il Presidente Roweri Museveni festeggia in questo periodo il diciottesimo compleanno del suo Governo. Il Presidentissimo, ha definito il Governo dell'Uganda "una forma alternativa di democrazia" nella quale fino al 2000 non potevano esistere altri partiti politici oltre il suo NRM (Movimento di resistenza nazionale), braccio politico della NRA (Armata di resistenza nazionale) con la quale Museveni si impadronì del potere nel 1988.

    Ma nonostante il lunghissimo periodo al potere ed i successi millantati, Museveni continua a dover affrontare i gravi problemi di una guerra civile logorante che dura da quasi 20 anni e che ha provocato una grave crisi economica.

    L'LRA (Armata di resistenza del signore) è la forza ribelle che terrorizza le province del nord dell'Uganda fin dal 1987, abitate dagli Acholi, ai confini con il Sudan. Ed è proprio in Sudan che gli Olum ("erba" così vengono chiamati in lingua Acholi) hanno le loro basi e da lì partono molti dei loro attacchi

    Si calcola che fin'ora razzie e scontri abbiano causato 100.000 vittime ed 1.200.000 sfollati, senza contare il dramma dei bambini rapiti: i maschi vengono addestrati come piccoli soldati mentre le femmine divengono schiave sessuali dei ribelli.

    La LRA è stata fondata dall'oggi quarantenne Joseph Kony di etnia Acholi, regione nel nord dell'Uganda ai confini con il Sudan, alla fine degli anni '80. Egli dichiara di essere il successore spirituale di una sua zia, Alice Lakwena pretessa vudù di grande carisma ("lakwena" significa messaggero in Acholi) che aveva condotto gli Acholi in guerra contro la giunta militare del Presidente Museveni durante le rivolte tribali avvenute tra il 1987 ed il 1988.

    L'"Armata del santo Spirito" così era chiamato l'esercito composto da guerrieri Acholi che arrivarono fino a Kampala, la capitale, armati di lance e pietre. Morirono a migliaia sotto il fuoco dell'artiglieria dei militari.
    Joseph Kony radunò i resti della Armata e con essi fondò l'Armata di resistenza del Signore con l'obbiettivo di vendicare i torti e le atrocità subite dagli Acholi da parte dell'esercito. L'armata iniziò le proprie operazioni di guerriglia nel 1989.

    Ma ben presto da oppressi gli Olum si trasformarono in oppressori iniziando ad uccidere e depredare la popolazione ed a rapirne i bambini per addestrarli come piccoli soldati. Consuetudine già praticata dall'Armata del santo spirito di zia Lakwena. L'UNICEF calcola che siano più di ventimila i bambini rapiti dalla fine degli anni '80 ad oggi.

    Gli obbiettivi dichiarati della LRA sono quelli di instaurare in Uganda un regime basato sull'applicazione letterale dei dieci comandamenti biblici. Kony stesso afferma di essere un profeta e di essere posseduto da uno spirito-guida divino. I bambini rapiti vengono indottrinati alle visioni di Kony: egli crede nell'avvento di un giorno in cui tutte le armi da fuoco del mondo smetterano di funzionare (il giorno del "mondo silenzioso" ) e solo coloro in grado di usare le armi bianche potranno sconfiggere i nemici e prendere il potere.

    La religione di Kony, un misto di concetti cristiani, animismo e magia africani, ha recentemente aggiunto un undicesimo comandamento ai dieci della Bibbia: "non dovrai mai guidare una bicicletta"; i soldati della LRA puniscono i contadini trovati a bordo di un biciclo mutilando loro le natiche con il machete. In un crescendo di follia, recentemente è stata lanciata una campagna contro i proprietari di polli bianchi e i maiali che vengono uccisi in tutto l'Acholi, quando scoperti. I motivi? Questi sono i comandamenti che Kony riceve dal suo spirito e dagli angeli, che consigliano anche i metodi di addestramento e guidano i ribelli in battaglia.

    I metodi di addestramento sono brutali: i bambini, spesso drogati, sono costretti a mutilare ed uccidere con il machete, per non incorrere i punizioni gravissime o addirittura essere uccisi a loro volta. In battaglia portano una pietra in tasca che dovrebbe, in caso di pericolo, innalzare una montagna di fronte a loro come protezione dal nemico ed una bottiglia d'acqua con un bastoncino che, versata, dovrebbe creare un fiume che disperda le pallottole degli avversari. Mai ritirarsi di fronte alla battaglia dice la dottrina di Kony che, comunque, rimane ben al riparo nelle retrovie a compiere le sue divinazioni.

    Le principali basi della LRA sono nel sud del Sudan che per anni ha fornito ai ribelli armi e supporto logistico, nonostante il differente credo religioso: il Sudan è governato da un regime musulmani. Le motivazioni risiedono nei contrasti tra Sudan e Uganda, che a sua volta ha sempre finanziato i ribelli dello SPLA (Sudan People's Liberation Army) che da vent'anni lotta per il potere nel sud del Sudan.

    Nel gennaio 2002 la guerra per procura sembrava essere finita, dopo la stipula di un accordo tra i due paesi e l'impegno reciproco a non finanziare più i gruppi ribelli, ma gli scambi di accuse tra i due Paesi sono proseguite; nuova speranza potrebbe derivare dalle trattative in corso tra Khartoum e ribelli dello SPLA che potrebbero portare la pace nel sud del Sudan e di conseguenza disinnescare l'intervento ed il sostegno dell'Uganda a questa forza ribelle.

    Dall'indipendenza ad oggi una terribile storia di dittature


    L'Uganda conquista la sua indipendenza dagli Inglesi nel 1962 e Primo Ministro viene eletto Milton Obote che poco dopo abolisce Costituzione e diritti e governerà con un duro regime dittatoriale per una decina d'anni, sostenuto inizialmente dagli Acholi e dai Langi dei distretti del nord.

    Ad inizio 1971 il potere viene conquistato, con un colpo di stato, da un suo ex-fedele generale: Idi Amin. Obote che è costretto a fuggire all'estero.

    Il regime di Amin è caratterizzato da spaventosi massacri di oppositori politici e della popolazione Acholi e Langi, accusata di aver appoggiato il regime precedente: in otto anni si calcola che Amin abbia mandato a morte almeno 300.000 persone. La politica estera di Amin, inoltre, precipita il Paese in una spaventosa crisi economica.

    La sua dittatura termina nel 1979 quando, dopo aver ingaggiato una guerra con la Tanzania accusata di sostenere ed ospitare gli oppositori del suo regime, è costretto dai suoi oppositori interni e dall'esercito tanzaniano che invade Kampala a fuggire in aereo prima in Libia e quindi in Arabia Saudita dove morirà tra lussi ed agi nell'estate del 2003.

    Al regime del poco rimpianto Amin succedono altri 5 anni sanguinosi: fuggito il nemico, Milton Obote può nuovamente rientrare in Uganda ed impadronirsi del potere, dopo un breve periodo nel quale viene tentata una transizione democratica. Ma Obote trova subito una forte opposizione da parte della NRA (Armata di resistenza nazionale) guidata da Roweri Museveni; ne segue una sanguinosa guerra civile che durerà fino al 1985.

    Nel 1985 il generale Basilio Olara-Okello, a capo di un'armata composta principalmente di Acholi, sconfigge Obote che fugge in Zambia e si insedia al potere. Vengono aperti dei negoziati con la NRA di Museveni, nel tentativo di fermare i due decenni di spaventosi massacri e sistematiche violazioni dei diritti umani e dare un po' di pace al prostrato Paese, ma nelle campagne intorno a Kampala si continua a combattere e a morire.

    A dispetto dei negoziati in atto infine la NRA riesce a conquistare Kampala, Okello fugge in Sudan e Museveni si insedia come Presidente, sedia sulla quale è saldamente assiso ancora oggi.


    Fulvio Poglio

  5. #85
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    MUSEVENI, 18 ANNI DI POCHE LUCI E MOLTE OMBRE



    27 gennaio 2004


    Il presidente Yoweri Museveni ha celebrato ieri a Kampala i 18 anni di presidenza. Il discorso del presidente è stato l'occasione per fare il punto sulla situazione economica e politica dell'Uganda, non certo rosea a causa della guerra ormai quasi ventennale con i ribelli cristiani del LRA (Lord's Redemption Army).

    Lungi dal sembrare sconfortato dal protrarsi del conflitto e dagli scarsi risultati ottenuti sul campo nonostante le risorse profuse, Museveni ha rilanciato l'invito ai ribelli perché accettino l'amnistia proposta dal governo ugandese.

    Museveni ha anche dettato le condizioni per eventuali trattative con i ribelli. Dopo aver dichiarato che, scaduta l'amnistia, la caccia all'uomo contro gli uomini di Joseph Kony riprenderà, Museveni ha posto come precondizione per i colloqui di pace il disarmo ed il raggruppamento dei ribelli nella zona di confine con il Sudan. Difficile che i ribelli decidano di intavolare trattative a queste condizioni.



    Il presidente ugandese ha avuto parole di fuoco anche per i paesi donatori e le nazioni occidentali, accusate di ingerenza negli affari interni ugandesi, in particolare riguardo alla possibile rielezione presidenziale di Museveni.

    Mentre infatti la costituzione ugandese vieta al capo di stato uscente di essere eletto per un terzo mandato, da qualche mese circolano voci per cui i parlamentari ugandesi sarebbero pronti a modificare il testo costituzionale per permettere a Museveni di ripresentarsi alle elezioni.

    Sulla questione il presidente non si è espresso, dichiarando solo che il problema riguarda gli affari interni del paese e che Kampala non ammetterà ingerenze esterne sulla questione.

    Museveni non si è invece espresso sul pressante problema della tortura, praticata largamente soprattutto della polizia e tornata alla ribalta dopo un appello lanciato pochi giorni fa dall'ambasciata olandese a Kampala, che invita le autorità ugandesi a prendere seri provvedimenti per arginare questa pratica.

    Nell'occhio del ciclone sembrano esserci la Military Intelligence e la Violent Crimes Crack Unit, istituita due anni fa: un trattamento "particolare" sarebbe riservato ai sospettati di terrorismo, detenuti nelle "safe houses", centri di detenzione illegali dove la tortura sembra essere molto diffusa.

    Nuovi scontri nel nord


    Secondo fonti militari ugandesi, la scorsa settimana le Forze Armate (UPDF) avrebbero ucciso 25 guerriglieri e liberato 47 bambini-soldato rapiti in precedenza dal LRA. I numeri, non confermati da alcuna fonte indipendente, si riferiscono a numerosi scontri avvenuti nei distretti settentrionali di Pader e Lira.

    Ieri mattina un comandante delle UPDF sarebbe rimasto vittima di un'imboscata nel nord del paese; nell'attacco sarebbero morti anche due soldati della scorta.


    Matteo Fagotto

  6. #86
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    SCONTRI TRIBALI, OLTRE 50 VITTIME


    19 Gennaio 2003

    Non c'è solo il conflitto tra truppe governative e ribelli del LRA ad insanguinare l'Uganda. Negli ultimi giorni, scontri tra tribù rivali nel nord-est del paese hanno provocato numerose vittime, rinfocolando un conflitto ormai latente tra le tribù nomadi che vivono al confine tra Uganda e Kenya.

    Il 6 gennaio scorso un gruppo di armati facente parte della tribù dei Pokot avrebbe sconfinato dal Kenya, attaccando i rivali Karamojong per impadronirsi del bestiame. Le vittime dovrebbero essere circa 50, mentre l'incursione avrebbe fruttato ai Pokot più di 700 capi di bestiame.

    Le autorità ugandesi avrebbero dato ordine all'esercito di circondare la zona, per evitare che il conflitto si possa propagare in altre regioni del paese. Kampala ha inoltre invitato il Kenya a rafforzare i controlli presso il confine, per limitare le frequenti incursioni dei Pokot.


    Spiraglio per la pace



    Dopo le aperture verso il governo fatte ad una radio alla fine del 2002, il leader del LRA Joseph Kony ha nuovamente invitato le autorità ugandesi a sedersi al tavolo delle trattative.

    In una telefonata ad un parlamentare, Kony ha dichiarato che il suo gruppo è pronto a cominciare i colloqui di pace con il presidente ugandese Yoweri Museveni, ponendo però come condizione la partecipazione alle trattative di un mediatore internazionale.

    Si apre così la possibilità di un accordo tra le due parti, che potrebbe far cessare una guerra civile durata 15 anni. Il LRA ha sofferto numerose perdite da quando l'esercito ugandese ha lanciato l'anno scorso l'operazione "Iron Fist", anche perché il Sudan ha cessato di sostenere i ribelli ormai dal marzo scorso.

    Il riavvicinamento tra i due paesi ha registrato un importante sviluppo la settimana scorsa. I due ministri della difesa hanno raggiunto un accordo, in base al quale l'esercito sudanese occuperà le zone di confine dove si trovano i campi del LRA, tagliando di fatto ogni via di fuga ai ribelli ugandesi.

    Nei giorni scorsi infine l'esercito ugandese ha dichiarato di aver ucciso 12 guerriglieri, mentre 15 sarebbero stati fatti prigionieri. C'è però da ricordare come questi numeri non siano verificabili da alcuna fonte indipendente. Sarebbero 98 i civili liberati negli ultimi attacchi alle postazioni del LRA.


    Matteo Fagotto

  7. #87
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    PER MUSEWENI LA DEMOCRAZIA PUÒ ATTENDERE


    28 Gennaio 2003


    Si è svolta ieri in Uganda la celebrazione per il diciassettesimo anno di governo del presidente Ioweri Museweni, che conquistò il potere nel 1986. Il discorso fatto dal capo di stato e trasmesso via radio a tutta la nazione è stato l'occasione per fare il punto sulle riforme del paese.

    Chi si aspettava una maggiore apertura verso una società democratica e pluralista è rimasto deluso: secondo Museweni i tempi non sono ancora maturi, la riforma delle istituzioni è ancora lontana dall'essersi conclusa, soprattutto per quanto riguarda polizia e magistratura.

    I maggiori risultati lo stato sembra averli raggiunti nella lotta contro i ribelli del LRA, che controllano il nord del paese: dal lancio dell'operazione Iron Fist nel marzo scorso l'esercito regolare ugandese ha riguadagnato molte posizioni nei confronti dei ribelli. E' inoltre previsto un aumento dei fondi per le spese militari, che dovrebbe consentire alle Forze Armate di sconfiggere definitivamente i ribelli.

    Se l'esercito fa segnare punti a proprio favore nella guerra civile, la situazione umanitaria nel nord del paese peggiora sempre più: secondo il World Food Program il numero dei profughi è salito da 500.000 a 800.000 negli ultimi mesi, con danni irreparabili soprattutto per le coltivazioni. La maggior parte della popolazione è ospitata in campi profughi, dove trovano rifugio anche 150.000 Sudanesi, in fuga dal proprio paese dove è in corso una guerra civile ventennale.

    Ben 350 ex-guerriglieri del LRA hanno chiesto di poter ritornare in patria dal Kenya, dove sono attualmente ospitati. Tra di essi si contano numerose donne e ragazzi sotto i 18 anni. In virtù di un accordo approvato nel 2000, sarà loro concessa l'amnistia per i crimini commessi durante la guerra civile.

    Matteo Fagotto

  8. #88
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    LA CROCE ROSSA SOSPENDE GLI AIUTI NEL NORD


    11 Febbraio 2003


    Gli abitanti dei tre distretti settentrionali dell'Uganda, Pader, Kitgum e Gulu, dovranno fare a meno dell'assistenza della Croce Rossa a tempo indeterminato. Lo ha reso noto ieri il portavoce della CR ugandese, Tom Buruku.

    La decisione è stata presa a seguito di un'imboscata tesa dai ribelli LRA a due veicoli della Croce Rossa nello scorso weekend. Gli assalitori avrebbero aperto il fuoco contro i sei membri dell'equipaggio, ricoverati ora in un vicino ospedale. I ribelli erano probabilmente alla ricerca di cibo e medicinali.

    Sull'accaduto è intervenuto anche il portavoce dell'esercito ugandese, il maggiore Shaban Bantariza, il quale ha ricordato come più volte le Forze Armate abbiano offerto protezione alla Croce Rossa. Buruku ha però sempre rifiutato l'offerta dell'esercito.

    La sospensione degli aiuti colpisce soprattutto il gran numero di rifugiati che si trovano nei tre distretti settentrionali, costretti ad abbandonare le proprie case a causa dei continui raid dei ribelli LRA. Secondo "Action by Churches Together" i ribelli avrebbero bruciato più di 3.000 abitazioni solo nel distretto di Gulu.

    Pochi gironi fa alcune NGO avevano lanciato un appello per l'invio di aiuti nella regione, che ospita numerosi campi profughi. In quello di Pabo la settimana scorsa un incendio ha distrutto numerose abitazioni, lasciano senza tetto più di 10.000 persone.

    Continuano anche i rapimenti di bambini ad opera dei ribelli LRA: pochi giorni fa sarebbero stati sequestrati ventotto ragazzi, destinati a finire sotto le armi o a diventare schiavi sessuali, mentre ieri un'imboscata ad un furgone avrebbe portato alla morte di undici persone (tra cui tre soldati).

    Matteo Fagotto

  9. #89
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    SCONTRI ETNICI NEL NORD,SEI VILLAGGI RASI AL SUOLO


    14 Febbraio 2003

    Un nuovo scontro tribale ha insanguinato negli ultimi giorni il nord dell'Uganda: nel distretto di Nebbi, vicino al confine con la DR Congo, ripetuti attacchi degli Alur contro i Lendu hanno provocato almeno 13 morti, anche se il numero delle vittime è destinato a crescere. Gli Alur hanno incendiato sei villaggi, distruggendo più di mille case e causando la fuga di circa tremila civili.

    Anche se la situazione sembra essere tornata alla normalità, il capo della polizia locale Geoffrey Erach ha lanciato un appello al governo di Kampala, affinché rafforzi la sicurezza della zona. I conflitti etnici che insanguinano il vicino Ituri rischiano infatti di coinvolgere anche le regioni ugandesi confinanti con la DR Congo.

    Il governo ugandese e l'ACNUR (Alto Commissariato ONU per i Rifugiati) si sono già attivati per fornire una prima assistenza agli sfollati, ma la situazione è aggravata dal fatto che nella zona non esistono campi profughi attrezzati.

    Più in generale, le condizioni di vita nel nord del paese peggiorano sempre più: a causa del persistente conflitto tra i ribelli del LRA e le truppe governative è molto difficile fornire assistenza ed inviare aiuti alla popolazione locale, malnutrita e vulnerabile alle malattie.

    Proprio per far fronte alla disastrosa situazione umanitaria nella zona, l'Unione Europea ha stanziato 10 milioni di euro, che serviranno per l'acquisto di generi alimentari, acqua, medicinali e forniture agricole. L'UE per bocca del suo portavoce Sigurd Illing si è anche detta disposta a fare da mediatrice nei colloqui di pace tra governo e ribelli del LRA.


    Matteo Fagotto

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    RIBELLI E GOVERNO AL TAVOLO DELLE TRATTATIVE


    11 Marzo 2003


    Si potrebbe tenere questa settimana un incontro fra una delegazione governativa ed una dei ribelli del LRA, il gruppo ribelle cristiano operante da 16 anni nel nord del paese, per intavolare trattative di pace. Finalmente una buona notizia per un paese martoriato da un conflitto che ha causato circa 860.000 profughi.

    A fare il primo passo sono stati i ribelli del LRA, il cui capo Joseph Kony ha proclamato lo scorso 1 Marzo un cessate-il-fuoco unilaterale, al fine di aprire un dialogo con le autorità di Kampala. La risposta del governo ugandese è stata dapprima molto cauta, a causa delle numerose violazioni della tregua ad opera dei guerriglieri.

    Le operazioni dell'esercito contro il LRA sono quindi continuate fino a ieri, quando il presidente Yoweri Museveni ha proclamato una tregua limitata: il cessate-il-fuoco riguarderà solo i due distretti settentrionali di Pader e Kitgum e durerà fino a sabato, per permettere un incontro tra autorità e ribelli.

    I vertici del LRA non hanno ancora risposto all'invito di Museveni, probabilmente per paura di una trappola: già la scorsa settimana infatti un meeting tra le parti era saltato all'ultimo momento per la presenza sul luogo dell'incontro di troppi soldati, cosa che aveva fatto pensare ad una possibile imboscata organizzata dall'esercito contro i ribelli.

    Preoccupano però le numerose violazioni del cessate-il-fuoco da parte del LRA: la scorsa settimana i guerriglieri hanno fatto una decina di vittime e rapito circa cinquanta persone, venti delle quali sarebbero poi state liberate da una controffensiva dell'esercito.

    Mentre alcuni danno la colpa alle difficoltà di comunicazione tra le varie truppe ribelli che non avrebbe permesso la conoscenza della tregua, altri pensano che Kony non riesca ad imporre la propria autorità ai suoi uomini, un'ipotesi decisamente più preoccupante.


    Matteo Fagotto

 

 
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