TUTTI CONTRO TUTTI
In Afghanistan, i signori della guerra consegnano le armi, mentre gli arsenali delle famiglie si rinnovano. La situazione sfugge di mano a Karzai e agli statunitensi. E sotto le bombe continuano a morire civili innocenti.
Kabul (Afghanistan), 9 dicembre 2003 - È grande la soddisfazione del presidente Karzai e del suo governo alla notizia che alcuni dei più importanti signori della guerra afgani hanno deciso di sospendere i combattimenti per il controllo delle diverse province del paese e hanno iniziato la consegna delle proprie armi al nuovo esercito nazionale afgano.
Carri armati, mortai, pezzi di artiglieria pesante, fino a poche settimane fa utilizzati per mantenere o estendere il controllo sul territorio, terrorizzando interi villaggi, passano ora nelle mani del ministero della difesa, stoccate in luoghi sicuri e sorvegliati. Nel nord del paese sono due comandanti “storici”, generale Dostum e Mohammed Atta, a cedere alle richieste delle Nazioni Unite e a disarmare, a poche settimane dai combattimenti di ottobre che hanno lasciato sul terreno decine di morti.
Ma mentre al nord è calma apparente, a sud di Kabul la situazione si deteriora di giorno in giorno, di ora in ora: Ghazni e Kandahar le province più turbolente.
A Kandahar, (ex)-roccaforte talebana, mercoledì è esplosa una granata nel centro della città, al passaggio di un’auto con a bordo due soldati americani e un soldato afgano, secondo alcune fonti tutti morti nell’esplosione.
E venerdì, una nuova bomba, nel cuore commerciale della città, in una zona solitamente frequentata da stranieri. Diciotto feriti, tutti afgani, di cui cinque in gravi condizioni.
E sabato nella provincia di Ghazni, nel corso dell’ennesimo raid antiterroristico americano, hanno trovato la morte nove bambini afgani, colpevoli – ancora una volta – di trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato, ovvero nel luogo che secondo fonti di intelligence statunitensi ospitava un sospetto terrorista. “Non eravamo al corrente della presenza di bambini in quella località” – si difendono gli alti comandi di enduring freedom...
Ma è così, fra attentati e attacchi alleati contro obiettivi militari - che troppo spesso si rivelano stragi di civili innocenti – che il risentimento verso le truppe straniere cresce in tutto l’Afghanistan, giorno dopo giorno. Un clima di insicurezza sempre più diffuso anche nella capitale, Kabul, a pochi giorni dall’inizio della Loya Jirga costituzionale - ovvero della grande assemblea che sta chiamando a raccolta i rappresentanti di tutte le province del paese per esprimersi sulla nuova bozza di costituzione.
L’atmosfera a Kabul si fa sempre più pesante, l’equilibrio ("pace armata", o "non-guerra", dicono gli afgani) sempre più fragile. Aumentano i controlli militari, sale la tensione.
Pochi giorni fa un razzo ha sfiorato l’ambasciata Americana, esplodendo nelle sue vicinanze senza causare vittime. Ma è forte il sospetto che possa essersi trattato di un ‘fintò incidente, organizzato appositamente per gettare benzina sul fuoco dei timori e dei sospetti.
Il momento politico, del resto, è cruciale. La lotta per il controllo delle leve del potere si fa sempre più serrata. Bisogna decidere quale costituzione dare al paese, se accettare l’attuale bozza che prevede uno sbilanciamento dei poteri in senso fortemente presidenzialista, e poi lanciare in primavera la campagna presidenziale per decidere chi sarà il successore di Karzai, se non lo stesso Karzai.
In apparenza gli afgani sono tutti d’accordo: l’attuale presidente è una pedina nelle mani degli americani – sostengono - e deve essere sostituito da chi possa agire nell’interesse del paese senza sottostare a diktat e interferenze esterne.
Al momento però, un’alternativa concreta non esiste ed è forte il sospetto, e il timore, che al timone del paese possa essere confermata l’attuale leadership.
“Chiunque altro dovesse essere eletto presidente – dice una fonte confidenziale – non sarebbe mai in grado di mettere tutti i signori della guerra d’accordo, e sarebbe un dead man walking, un morto che cammina!”. La sua sorte, insomma, sarebbe inesorabilmente segnata.
È questo il paradosso: tutti uniti nel non volere più l’attuale presidente, ma – forse – tutti pronti ad accettare un rinnovo del suo mandato pur di non vedere uno degli acerrimi nemici sullo scranno più importante. Tutti contro tutti, sul nome e sul ruolo del nuovo presidente.
Ma prima, ancora più importante, quali saranno i poteri che gli verranno assegnati dalla nuova carta costituzionale?
Intorno a questo quesito ruota il presente e il futuro dell’Afghanistan.
Questa volta, però, tutti d’accordo nel ritenere inaccettabile la bozza di costituzione che la più importante Loya Jirga degli ultimi anni è tenuta ad approvare, modificare o respingere nelle prossime due settimane, a partire da sabato 13 dicembre.
È contrario Pir Mohammad, delegato del distretto di Tagab alla Loya Jirga: “Come possiamo accettare un sistema presidenziale se vogliamo che l’Afghanistan sia un paese democratico? La bozza di costituzione prevede l’attribuzione del 100% dei poteri al presidente. È inaccettabile”.
È contrario Mohammad Asghar, rappresentante del distretto di Sheikh Ali, dalla provincia di Parwan: “La forma di governo presidenziale è impensabile nell’attuale Afghanistan. Le forze armate non possono essere sotto la sua diretta guida, è troppo pericoloso per il futuro del paese”.
Ci si domanda chi davvero abbia preparato la bozza che verrà discussa alla Loya Jirga. “È stata preparata dai rappresentanti del popolo afgano? O dale potenze straniere?” – si domanda Jamil Sadiq, delegato alla Loya Jirga per la provincia di Parwan – “e non parliamo solo del presidente. Altre questioni sono molto importanti per il futuro del popolo afgano. L’educazione, ad esempio. Secondo questa bozza, per la prima volta nella storia del nostro paese l’istruzione superiore diverrà a pagamento. E chi potrà permettersela, quando un impiegato statale ha un salario che a stento raggiunge i 30 dollari al mese?”.
Il presidente non è tenuto a rispondere di fronte al parlamento, di fronte quindi ai legittimi rappresentanti del popolo, dei suoi atti e delle sue decisioni – questa l’accusa più frequente. Non è tenuto a presentare annualmente i piani e le politiche di sviluppo del paese, ne le previsioni finanziarie, come avviene, ad esempio, nel modello costituzionale americano, già caratterizzato da un forte presidenzialismo...
E chi garantirà l’applicazione e l’esecuzione dei dettami costituzionali?
Critiche cui cerca di dare una risposta il vicepresidente della Commissione Costituzionale, l’organismo responsabile della stesura della bozza in discussione, Abul Salam Azeemi. “Il presidente è tenuto a monitorare l’applicazione della carta costituzionale…”.
Ma monitorare non significa garantirne l’esecuzione. “Allora se ne occuperà la Corte Suprema. O il presidente insieme al parlamento…”.
Risposte poco convincenti, risposte confuse che non placano polemiche e proteste e contribuiscono a creare un clima di incertezza e insicurezza che preoccupa e spaventa il popolo afgano e la comunità internazionale.
Nell’attesa, le famiglie, la gente comune, si prepara, senza sapere esattamente per che cosa. Tre-quattrocento dollari è il costo di un kalashnikov al bazaar. Esattamente quanto le Nazioni Unite pagano a chi consegna quello vecchio, nell’ambito dei programmi di disarmo. E i piccoli arsenali di famiglia si rinnovano a costo zero...




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0 ora italiana) dalle colline di Kohe Sher Darwaza e Chilsitoon, appena a sud della città vecchia, cadendo a vari chilometri di distanza dal grande tendone bianco allestito alla periferia nord-occidentale della capitale afgana per ospitare i lavori dell’assemblea costituente.
