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Discussione: Guerre Dimenticate

  1. #201
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    I minatori incrociano le braccia

    Botswana - 07.9.2004
    Dopo undici giorni di braccio di ferro e 444 licenziamenti, la questione è ancora aperta

    Minatori

    Lontano dalle gioiellerie di New York, Parigi, Roma, Tokyo o Dubai, a una manciata di chilometri dal deserto del Kalahari, alcune centinaia di lavoratori delle miniere diamantifere del Botswana stanno entrando nel loro undicesimo giorno di sciopero. Chiedono un aumento del salario, con il quale - sostengono - non riescono più a mantenere le proprie famiglie. Sono i minatori della Debswana, principale compagnia diamantifera del Paese, nata dall’unione della DeBeers sudafricana con la società nazionale del Botswana.

    [B]Lo sciopero ha già avuto conseguenze drastiche per 444 minatori, licenziati in tronco dall’azienda perché "non autorizzati a lasciare il posto di lavoro". E molti altri potrebbero subire lo stesso trattamento, se il braccio di ferro dovesse prolungarsi ulteriormente. Appoggiati dal Botswana Mining Workers Union (Bmwu), il sindacato dei minatori, i lavoratori manovali chiedono di ricevere un aumento del dieci per cento sulla loro paga mensile e reclamano il diritto a un bonus annuale. "La Debswana aveva concordato l’aumento - sostiene il sindacalista Jack Thagale, appena fuori dal tribunale di Gaborone, dove i giudici stanno analizzando le dinamiche della disputa – [B][I]poi si sono tirati indietro. Non possono farlo. Questi minatori guadagnano ancora troppo poco. Non ci lamentiamo delle loro condizioni lavorative, che tutto sommato sono decenti. Ci lamentiamo della miseria che percepiscono. Ne hanno licenziati quasi cinquecento. Ma continueremo la nostra battaglia".


    Miniera di Diamanti

    Ieri, nella miniera di Jwaneng, 70 chilometri a ovest della capitale Gaborone, più di mille minatori inneggiavano slogan di protesta tra canti e urla. "Ho una famiglia, guadagno 1800 pula (l’equivalente di 300 dollari al mese, ndr)", ha detto Peter, uno di loro. La cifra può sembrare alta, per un paese dell’Africa sub-sahariana. Va tuttavia ricordato che il Botswana è uno dei paesi con il più alto reddito pro capite del continente. "E’ una paga da bestie, qui in Botswana - continua Peter -. E c’è chi prende ancora meno di quello. Sopravvivere con questa paga è una lotta quotidiana. Valiamo di più. Vogliamo di più. E’ un nostro diritto. Nessuno sa quanta fatica e quanta sofferenza ci sono dietro a un singolo diamante".

    La Debswana è,con i suoi oltre 6mila impiegati, l’azienda con più dipendenti di tutto il Botswana. Lo sciopero di questi giorni ha rallentato le attività produttive, anche se qualche decina di minatori è tornata a scavare. Tuttavia la compagnia diamantifera non sembra disposta a cedere. "Il sindacato dei minatori fa solo stupida propaganda", commenta furioso da Gaborone Jacob Sesiny, rappresentante della holding. Sono trattati bene e ben pagati. Quelli che abbiamo licenziato non avevano avuto il permesso di scioperare. Sono andati contro il regolamento interno dell’azienda. Ci hanno costretti a cacciarli".

    La decisione finale spetterà al tribunale di Gaborone, i cui magistrati conoscono bene la Debswana. Circa un anno fa, infatti, un gruppo di Boscimani ha fatto causa al governo del Botswana, denunciando di essere stati deportati dalle loro terre nella regione occidentale del Kalahari non appena sotto il suo suolo sono stati rinvenuti giacimenti diamantiferi. La popolazione boscimana - circa duemila persone - i cui antenati hanno vissuto in quelle terre dalla notte dei tempi, hanno denunciato torture e spostamenti forzati. "Abbiamo motivo di credere che dietro all’atteggiamento tenuto dal governo ci siano state pressioni della compagnia DeBeers - commenta da Milano Francesca Casella, rappresentante italiana di Survival, l’organizzazione che appoggia i Boscimani – il governo del Botswana ha fornito spiegazioni troppo vaghe per giustificare il loro spostamento. E’ probabile che i brillanti sotterranei siano molto più importanti delle persone che vi abitano sopra".


    Pablo Trincia

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  2. #202
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    Botswana - 26.1.2005


    Botswana, allontanati da scuola i figli dei minatori licenziati dalla compagnia Debswana

    L’altro giorno sono uscito di casa con la borsa e i libri, era il primo giorno di scuola. Ero felice di rivedere i miei compagni e di cominciare un nuovo anno. Ma appena sono arrivato mi si è avvicinato il preside, che mi ha dato una lettera e mi ha detto di andarmene perché non c’era posto per me. Sono tornato a casa molto triste. Non so perché mi abbiano cacciato”.
    Mofikari Badisa, 11 anni, parla dalla sua abitazione a Orapa, nel Botswana centrale, dove lo abbiamo raggiunto telefonicamente. Il suo inglese è ancora incerto, ma basta per comunicare la sua delusione.
    Figlio di una minatrice licenziata lo scorso anno dalla società diamantifera Debswana (De Beers – Botswana), Mofikari frequentava la scuola privata della compagnia, insieme ai figli degli altri operai. Tornato a scuola il 18 gennaio scorso ha trovato a sbarrargli la strada una lettera di rifiuto della Livingstone English Medium School, in cui si comunicava che non era più uno studente. E, come lui, tutti gli altri figli dei 460 operai allontanati dalla Debswana in seguito a un lungo sciopero cominciato lo scorso 23 agosto per protestare contro i mancati aumenti dei salari. La maggior parte di loro ha comunque deciso di restare negli alloggi della compagnia in segno di protesta, nonostante il parere decisamente contrario della Debswana.

    Quando sono tornata a casa l’ho trovato quasi in lacrime, con una lettera della scuola. L’avevano cacciato”, racconta la madre di Mofikari, Keresete. “A nulla sono servite le nostre proteste, il preside e la compagnia non ne hanno voluto sapere. Ci hanno ricattato, intimandoci di lasciare le abitazioni della compagnia se vogliamo che i nostri figli continuino a frequentare la loro scuola. Dovremmo fare le valigie e andarcene chissà dove, oltre a pagare la quota d’iscrizione, che prima era compresa nel contratto di lavoro. Ma noi non abbiamo nessuna intenzione di andarcene. Non prima di sentire il parere del tribunale, a cui abbiamo fatto affidamento per ottenere la riassunzione”.

    Ora che tutte le scuole pubbliche hanno riaperto da almeno dieci giorni, sarà difficile trovare un posto per Mofikari e per tutti i figli degli ex-operai della Debswana. "Nessuno ci aveva avvisati, né i professori né la compagnia", continua la madre di Mofikari. "Quella scuola era ottima, i bambini avevano la possibilità di imparare da professori validi e avevano un cortile dove giocare e svagarsi. Molti di noi genitori si sono offerti di pagare la quota di iscrizione, anche se è molto cara. Ci hanno detto di no. Ora dobbiamo cercare una scuola governativa. Ma qui in Botswana le scuole pubbliche non solo non offrono queste possibilità, ma sono spesso in pessime condizioni".

    Dalla capitale Gaborone il portavoce della Debswana, Jacob Sesinyi, sostiene invece che i genitori degli studenti cacciati erano stati avvisati preventivamente. “Mentono spudoratamente, se dicono che non abbiamo dato ai loro figli la possibilità di tornare a scuola – dice arrabbiato Sesinyi – avevamo comunicato per tempo alle famiglie degli operai licenziati che i bambini potevano tornare nelle aule della nostra scuola, ma a condizione che i genitori lasciassero le abitazioni della compagnia, occupate abusivamente. Non l’hanno fatto e ora si lamentano che cacciamo i loro piccoli”.

    Le sue affermazioni vengono subito smentite da Chimbisani Chimica, leader della Botswana Mine Workers Union (Bmwu), il sindacato nazionale dei minatori. “E’ dal settembre scorso che combattiamo una battaglia legale contro la Debswana, contro l’ingiusto licenziamento di centinaia di lavoratori. Questi ora non solo devono lasciare le proprie case, ma devono anche sottostare all’umiliazione di vedere i propri figli cacciati da scuola. E’ vergognoso che dei bambini di 10-11 anni vengano usati per ricattare della povera gente”.

    Prima di essere allontanato dalla scuola Mofikari adorava la matematica e sognava di diventare un ufficiale di polizia.


    Pablo Trincia

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  3. #203
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    Il genocidio ruandese attraverso le immagini che lo hanno reso visibile agli occhi del mondo




  4. #204
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  5. #205
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  6. #206
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  7. #207
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    Al precipizio



    Nepal - 02.2.2005


    Nepal, licenziato il governo e proclamato lo stato d'emergenza. Parla il portavoce di Huron


    re Gyanendra


    Un’altra mossa improvvisa del re Gyanendra, salito al potere nel 2001 dopo il massacro della famiglia reale causato da un gesto di follia del principe ereditario Dipendra, ha fatto sprofondare il Nepal nell’incertezza. Ieri il sovrano, per la seconda volta in due anni e mezzo, ha licenziato il governo e assunto pieni poteri. Lo stato di emergenza è stato proclamato, i militari presidiano la capitale e la residenza dell’ex primo ministro Bahadur Deuba. Il regno himalayano torna così ad essere una monarchia assoluta, dove la soluzione del conflitto con i guerriglieri del Partito Comunista nepalese di orientamento maoista (Ncp), sembra sempre più lontana. La tensione è altissima dall’agosto 2004, quando i guerriglieri sono riusciti ad assediare la capitale per alcuni giorni. Il blocco delle vie d’accesso a Kathmandu è stato ripetuto anche dal 24 al 28 dicembre scorsi: i ribelli – che controllano ormai due terzi del territorio nepalese - stanno guadagnando terreno. Intanto a gennaio l’Esecutivo ha promesso elezioni anticipate per il prossimo aprile e imposto un ultimatum all’Ncp entro il quale iniziare i negoziati di pace. Ma i ribelli erano disposti a trattare solo con la mediazione delle Nazioni Unite e alla fine il 13 gennaio – data ultima scelta dal governo per intavolare trattative - è trascorso con un nulla di fatto.

    Il racconto di HURON.La situazione in Nepal peggiora ogni giorno”, ci racconta Charan Prasai, portavoce di una delle Ong più antiche del regno, la Human Rights Organisation of Nepal (HURON). “Le persone vivono in uno stato di agonia e precarietà. Nessuno è in grado di prevedere cosa accadrà l’indomani. Per le strade di Kathmandu , le persone vengono coinvolte nelle agitazioni politiche dei partiti che dimostrano contro la recessione e l’innalzamento dei prezzi. La Nepal Oil Corporation ha aumentato il prezzo della benzina e le bombole di gas utilizzate per cucinare non sono disponibili nei negozi della capitale. A volte le manifestazioni sfociano nella violenza: qualche giorno fa gli studenti hanno incendiato le auto governative e lanciato pietre contro la polizia”.




    La guerra continua. Intanto negli altri distretti del regno continuano gli scontri tra l’Ncp, che vuole instaurare una repubblica comunista, e l’Esercito governativo. “I maoisti - continua Charan Prasai – hanno aumentato gli attacchi contro le forze di sicurezza lungo le strade principali del Paese. Dopo l’ultimo assedio di Kathmandu, le autostrade sono diventate un vero campo di battaglia. Ci sono continue perdite e ferimenti da entrambe le parti. Un episodio: il 22 dicembre la guerriglia ha incendiato 18 camion di beni di prima necessità tra Hetauda e Narayanghar, nel centro del Paese. Le forze dell’ordine non sono intervenute e gli abitanti della regione hanno perso ogni fiducia in queste ultime. Spesso vengono lasciate bombe nel mezzo delle strade e diversi civili sono morti nel tentativo di rimuoverle”.
    I nepalesi sono in balia delle mosse delle autorità e dei guerriglieri. Charan Prasai spiega: “Ad affliggere la popolazione sono soprattutto le serrate dei negozi e gli scioperi generali (in gran parte imposti dai maoisti e dai partiti d’opposizione, Ndr.). In molti distretti i licei sono tuttora chiusi per volere dei ribelli”. Dopo nove anni di guerra e10mila vittimeviviamo in un clima di totale sfiducia nelle autorità”, aggiunge l’uomo preoccupato. “Nessuno credeva che si potessero tenere elezioni anticipate senza l’approvazione dei maoisti”.




    Senza legge. Il 20 gennaio scorso due organizzazioni di Hong Kong, l’ Asian Human Rights Commission (AHRC) e l’Asian Legal Resource Centre (ALRC), hanno definito il Nepal “uno Stato senza legge caduto nella follia della barbarie”. “Sono d’accordo”, commenta Chran Prasai. “L’applicazione della legge è compromessa sia dalle forze di sicurezza sia dai guerriglieri”. Entrambi infatti rivaleggiano in atrocità. Da una parte, l’Esercito compie rapimenti, torture ed esecuzioni sommarie di presunti ribelli. Dall’altra, i guerriglieri reclutano con la forza centinaia di civili e li espropriano delle loro terre e proprietà. “Ormai i giudici sono in mano alle forze di sicurezza”, dichiara il presidente di Huron. “I diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione sono continuamente violati. Le sparizioni, per esempio, sono diminuite dopo le denunce di Amnesty e dell’Onu, ma sono aumentate le esecuzioni sommarie. L’Esercito potrebbe aver cambiato la sua strategia di eliminazione dei dissidenti, scegliendo di uccidere in segreto le persone anziché arrestarle ed esporsi alle critiche della società civile”. A partire dal 2001 Huron ha calcolato 859 sparizioni ad opera del governo e dei maoisti, di cui 369 casi solo negli ultimi sei mesi. Il Nepal ha raggiunto così il triste record per il maggior numero di desaparecidos nel 2004.


    Francesca Lancini

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  8. #208
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    Popolazioni a rischio


    Myanmar (ex-Birmania) - 01.2.2005


    Nell'ex Birmania le minoranze sono colpite dalle più gravi violazioni dei diritti umani




    Negli ultimi due mesi centinaia di famiglie del popolo dei Mon stanno fuggendo dal Myanmar - la Birmania di un tempo – verso il confine tailandese. “La mia casa e altre sei sono state distrutte e bruciate dall’esercito birmano”, dice Mi Doot, un’anziana signora arrivata da alcuni giorni in un campo per sfollati. I militari accusano i civili Mon di sostenere la guerriglia e li rapiscono per impiegarli come portatori dell’esercito. Molti rifugiati portano con sé storie di torture, uccisioni, stupri, estorsioni e riduzioni in schiavitù. Abusi, ordinati dal governo dei militari, che non risparmiano il resto della popolazione civile a maggioranza birmana e soprattutto le altre minoranze.

    Il Myanmar si estende tra Asia meridionale e Indocina ed è abitato da decine di popolazioni diverse. La giunta ne riconosce ‘solo’ 135, ma ce ne sono molte altre a cui i dittatori non concedono un documento di identità. In tutto rappresenterebbero un terzo di 48 milioni di abitanti. La maggior parte si trovano in sette principali stati dell’Unione birmana, di cui portano anche il nome: Shan, Kayah, Karen, Mon, Chin, Kachin e Rakhine. Alcune di queste regioni sono nominate black area, ‘zone nere’ inaccessibili agli stranieri e teatro di guerre interminabili tra i movimenti separatisti e il tatmadaw, l’esercito governativo[/I]. L’Unione birmana è nata infatti nel 1948, con la fine della colonizzazione britannica, ma i suoi sette stati e le sue sette divisioni non hanno mai goduto di una vera autonomia. Per centinaia di chilometri si distendono montagne, colline e valli disseminate di mine, province fortemente militarizzate poste sotto il controllo del tatmadaw, della guerriglia o dei signori della guerra e della droga: il Myanmar è il secondo produttore d’oppio al mondo dopo l’Afghanistan.

    Religioni. Nei villaggi delle minoranze i militari fanno razzia di ogni bene in nome del ‘programma di autosufficienza’, secondo cui le truppe devono provvedere da sole al proprio sostentamento. Moltissimi civili sono poi costretti a coltivare il riso per il tatmadaw, senza ricevere nulla in cambio. Spesso l’esercito impedisce loro di andare a scuola, di parlare la propria lingua e di pregare. La religione ufficiale del Myanmar è il buddismo theravada, ma nel Paese ci sono gruppi di ogni credo. I Chin sono quasi tutti cristiani protestanti, ma le autorità stanno cercando di convertirli al buddismo. Per questo hanno inviato diversi monaci nella provincia. Alcuni preti sono stati imprigionati e diverse chiese sono state date alle fiamme.




    Guerre e accordi. I militari sono al potere dal 1962, ma solo dopo il 1988, anno delle prime proteste popolari per la democrazia hanno iniziato una serie di negoziati con i gruppi ribelli che hanno portato alla proclamazione di almeno 17 cessate il fuoco. Al momento tre grandi movimenti armati continuano a combattere il Consiglio di stato per la pace e lo sviluppo (Spdc), come viene anche chiamata la giunta: l’Esercito dello stato Shan del sud (SSA-South), il Partito progressista nazionale Karenni (KNPP) e l’Unione nazionale Karen (KNU). Con quest’ultimo, nel dicembre 2003, è stato però raggiunto un accordo verbale che secondo gli osservatori ha fatto diminuire gli scontri. Ma non gli abusi: gennaio scorso l’esercito governativo muove attacchi contro i civili Karen, bruciando villaggi e costringendo gli abitanti ad andare nei campi di lavoro conta che nel primo mese del 2004 almeno 5mila persone hanno lasciato le loro case per la paura di essere deportate o addirittura torturate e uccise. L’ong americana Us Campaign for Burma ha documentato in pochi scatti lo sfollamento forzato di 230 persone a 50 miglia dalla frontiera tailandese: donne coi neonati sulle spalle e bambini piegati sotto ceste di bambù che si facevano strada nella giungla. Secondo fonti umanitarie, i militari avrebbero anche usato lo stupro come arma di guerra, rievocando quanto accaduto in Bosnia a metà degli anni novanta.

    Francesca Lanci

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  9. #209
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    Popolazioni a rischio /2


    Myanmar (ex-Birmania) - 01.2.2005


    Nell'ex Birmania le minoranze sono colpite dalle più gravi violazioni dei diritti umani


    I Karen sono una delle minoranze più numerose. Abitano lo stato Kayin, una striscia lunga 600 chilometri che costeggia la Thailandia, dove tra l’altro si sono rifugiati in almeno 120mila. Per lo più buddisti, ma anche cristiani (battisti e cattolici) e animisti, sono di continuo colpiti dalle persecuzioni. In settembre un attacco birmano nel loro territorio ha seminato il panico. Alcuni guerriglieri temono che il tatmadaw stia preparando una nuova offensiva. Intanto si raccolgono storie di disperazione. Le donne Karen in gravidanza continuano a scappare in Thailandia con un po’ di droga nelle tasche. Lo fanno di proposito, per farsi arrestare e per poter partorire con un minimo di assistenza in carcere: spesso i membri delle minoranze non hanno accesso alle cure degli ospedali statali, che tra l’altro nelle zone da cui provengono sono quasi inesistenti. Gli uomini, d’altra parte, vengono impiegati come portatori dell’esercito, un lavoro forzato che coinvolge soprattutto i Karen e gli Shan. Un anno fa fece il giro del mondo la storia – pubblicata sul quotidiano di Hong Kong South China Morning Post – di tre uomini costretti ad aprire la strada all’esercito sui terreni minati. Win, Saw e Min hanno camminato per giorni trasportando 25 chili di munizioni ciascuno in ceste di bambù. Per fortuna sono riusciti ad aumentare il passo e a far perdere le loro tracce. “Lasciammo mille altri portatori che non trovarono la forza di fuggire e trovammo riparo nelle basi delle brigate Karen”.

    Nei campi profughi tailandesi si trovano anche i cosiddetti Padaung che appartengono a un sottogruppo Karen. Nelle capanne di paglia e fango le donne si riconoscono per i lunghi colli ornati da collane di ottone. Da qui il nome di ‘donne giraffa’. Da tempo sono oggetto di un ‘turismo etnico’ che non si cura della loro povertà. Per entrare nei loro villaggi, i visitatori pagano una tassa di 250 bath (circa dieci dollari) che serve ai Padaung per la sopravvivenza. Per il resto, il governo tailandese non consente loro di lavorare: i Padaung non hanno terre da coltivare e non possono raccogliere il legname, cacciare o pescare.

    Lontano da qui, nell’estremità meridionale del Paese, un’altra minoranza è stata messa in pericolo dal mercato turistico. Si tratta dei Moken o più in generale ‘gitani del mare’ che vivono sulle acque Andamane. Secondo fonti indipendenti almeno duecento di loro sarebbero stati uccisi dallo tsunami del 26 dicembre 2004. Ma è quasi impossibile fare una stima attendibile delle vittime e dei danni provocati dal maremoto in Birmania: la giunta ha parlato di soli 59 morti e non ha accettato gli aiuti internazionali.
    I Moken trascorrono tutta la vita sull’oceano, gettando l’ancora solo se il mare è mosso dai monsoni. Da quando però, nel ’97, la giunta ha aperto queste zone al turismo, sono cominciati anche i trasferimenti forzati sulla terraferma. Come in occasione del festival voluto dalle autorità nel febbraio scorso: moltissimi Moken sono stati rapiti e costretti a mettere in scena i balli tradizionali davanti ai turisti.

    Tra le minoranze che come i Moken non sono riconosciute dal governo ci sono i Rohingya, l’etnia di credo musulmano della Birmania. Vivono nello stato occidentale Rakhine, al confine con il Bangladesh, un’area di foreste e fiumi. La giunta vieta loro di muoversi liberamente, sono di fatto delle persone senza una terra. Per questo dagli anni ’70 fuggono in territorio bengalese dove si mimetizzano con gli autoctoni dei quali hanno gli stessi tratti somatici e parlano la lingua. L’ultimo esodo è iniziato ad ottobre, quando 15 mila persone hanno attraversato il fiume di confine Naaf, mentre altre migliaia sono rimasti accampati sulle sue sponde con il rischio di essere arrestati dai Nasata, le guardie di frontiera.

    Le persecuzioni della giunta non risparmiano nessuno, uomini, donne e bambini. Centinaia di persone sono impiegate nei campi di lavoro per la costruzione di grandi opere statali, costrette a combattere (in Myanmar ci sarebbero più bambini soldato – 70mila - che in ogni altre parte del mondo) o rinchiuse in carcere con condanne decennali. Il governo continua a promuovere, anche dopo la cacciata del primo ministro Khin Nyunt, la road map verso la democrazia, ma tutti gli osservatori dicono che si tratta solo di una farsa. Degli oltre 14mila carcerati liberati con un’amnistia nelle scorse settimane, solo una cinquantina erano prigionieri politici. Almeno 1350 dissidenti, infatti, sono ancora agli arresti, tra i quali il premio nobel per la pace Aung San Suu Kyi.


    Francesca Lancini

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  10. #210
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    Cessato il fuoco


    In Cecenia regge la tregua proclamata dalla guerriglia. Imbarazzo al Cremlino



    Negli ultimi giorni non si sono verificati attacchi da parte dei guerriglieri ceceni”. Con questo stringato comunicato il comando militare dell’esercito russo nel Caucaso settentrionale conferma la tenuta del cessate il fuoco unilaterale proclamato giovedì scorso dal leader indipendentista ceceno Aslan Maskhadov e sottoscritto dal famigerato Shamil Basayev.
    La sospensione della quotidiane azioni di guerriglia da parte dei ceceni è un’imbarazzante sorpresa per le autorità russe, che fin da subito avevano bollato il cessate il fuoco come un bluff propagandistico privo di conseguenze orchestrato da un leader che non ha più il controllo della resistenza. Evidentemente non è così. Secondo alcuni analisti russi sembra che qualcuno, al Cremlino, stia per la prima volta prendendo in seria considerazione l’opportunità di cogliere la palla al balzo, sfruttando questa occasione per porre fine a una guerra senza uscita che sta dissanguando le casse dello Stato russo e che rischia di estendersi alle altre repubbliche islamiche della Russia caucasica.



    Khanbiev nominato negoziatore. Questa è la speranza di Maskhadov, che dal suo nascondiglio sulle montagne della Cecenia meridionale ha scritto al quotidiano russo Komersant: “Ora, se al Cremlino prevarrà la ragione, potremo finalmente porre fine a questa guerra sedendoci attorno a un tavolo negoziale. Sennò, il sangue continuerà a scorrere ancora per molto tempo, ma noi ceceni non potremmo più essere ritenuti moralmente responsabili per la prosecuzione di questa pazzia”.
    Per dimostrare che fa sul serio, Maskhadov ha annunciato anche la nomina di un negoziatore ufficiale per cercare un accordo con i russi: la scelta è caduta su Umar Khanbiev, ex ministro della Sanità del governo indipendentista ceceno che Maskhadov fu democraticamente chiamato a presiedere dal 1997 fino all’invasione russa del ’99.



    Le ragioni di Maskhadov. Sulla stampa russa continua intanto il dibattito sulle ragioni che hanno spinto il leader indipendentista a compiere questo “gesto di buona volontà”, come lui stesso lo ha definito.
    Secondo i sostenitori della guerra, la scelta di Maskhadov è stata determinata dalle pesanti perdite subite dalla guerriglia in seguito alle massicce offensive militari scatenate nelle ultime settimane dai russi contro le roccaforti della ribellione sulle montagne del sud della Cecenia. C’è addirittura chi mette in relazione la mossa del leader ceceno con il “successo” della nuova strategia anti-guerriglia intrapresa dal Cremlino dopo Beslan: il rapimento dei familiari dei capi indipendentisti. Otto parenti stretti di Maskhadov sono stati rapiti all’inizio di dicembre: un colpo durissimo che avrebbe piegato lo spirito combattivo del capo della resistenza. Ma questa connessione è stata seccamente smentita proprio da Umar Khanbiev, intervistato alcuni giorni fa dall’agenzia di stampa cecena Daymohk.



    Basayev non sembra morto. C’è infine chi sostiene che tutto sarebbe facilmente spiegabile se fosse vera la notizia della morte di Shamil Basayev. “Basayev è una figura così fondamentale per la resistenza cecena che la sua scomparsa potrebbe ben spiegare il tentativo di Maskhadov di trovare rapidamente una via d’uscita alternativa alla resa alle autorità russe”, ha commentato Taus Dzhabrailov, presidente del Consiglio di Stato del governo ceceno filo-russo. Ma la notizia della morte di Basayev sembra non convincere nessuno, nemmeno lo stesso presidente ceceno Alu Alkhanov, che sarebbe il primo ad esultare se il fatto fosse vero: “Non ho elementi per poter confermare questo fatto”, ha invece dichiarato all’agenzia russa Ria Novosti.
    Secondo il sito Internet indipendentista Kavkaz Center Basayev è vivo e vegeto e venerdì ha passato una bella serata in compagnia dei suoi luogotenenti davanti alla televisione satellitare, godendosi la sua intervista su Channel 4, mandata in onda dall’emittente britannica nonostante le rabbiose proteste del Cremlino.

    Manifestazione a Mosca. Intanto a Mosca i movimenti pacifisti russi stanno organizzando una manifestazione contro la guerra in Cecenia per il 23 febbraio, vale a dire il giorno successivo alla scadenza del cessate il fuoco proclamato dai ceceni. Oltre che il giorno del 61esimo anniversario dell’inizio della deportazione staliniana dei ceceni, costata la vita a 480 mila persone.
    L’attuale guerra ha già ucciso 200 mila ceceni: uno genocidio che ora Putin ha la possibilità di fermare.

    Enrico Piovesana

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