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Discussione: Ulivo senza....

  1. #11
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    Predefinito Prc e Sinistra europea

    Bertinotti spiega come col 51 per cento si guida un partito e se ne fa un altro
    Il segretario di Rifondazione respinge le critiche interne e dice: “Non saremo mai abbastanza grati al movimento”
    Congresso l’8 e 9 maggio


    Roma. C’è un cerchio numero uno: i fondatori.
    C’è un cerchio numero due: gli osservatori.
    C’è un cerchio numero tre: gli invitati.
    C’è un congresso da fare a Roma l’8 e il 9 maggio.
    Che, a sua volta, “fisserà un nuovo congresso in cui più compiutamente questa costruzione verrà definita”.
    Certo Fausto Bertinotti non è uomo che si faccia spaventare dai grovigli politici. Perché, una volta avviato il partito della Sinistra europea, ci sarà pur sempre Rifondazione in Italia, “e tu puoi non far parte di Rifondazione e iscriverti al partito della Sinistra
    europea”.
    La quale Rifondazione già al Parlamento europeo sta nel gruppo della Sinistra unita, dove alcuni gruppi sono interessati alla Sinistra europea e altri no, senza tener conto della “sinistra verde nordica”, che ha esigenze tutte sue. Nel parapiglia, che a Bertinotti pare positiva “complessità” verso la costruzione di “una soggettività europea per una sinistra radicale”, il segretario di Rifondazione è a suo agio, pure quando evoca “la condizione
    bidimensionale”.
    Lui, che è tra i fondatori del nuovo soggetto continentale, “quelli che hanno buttato il cuore oltre l’ostacolo”, con mezzo toscano tra le dita spiega gli scenari futuri e a essi piega la politica attuale.
    Anzi, se il disordine è tanto, tante sono le possibilità.
    Bertinotti sorride e sospira ironico:
    “Mi piacerebbe tantissimo un partito comunista cattolico”.
    Perché poi, appunto, lo slogan del congresso sarà: “Non è che l’inizio”, e appunto il leader di Rifondazione dice molto per ben far intedere che così sarà. “Si tratta davvero di un’impresa, ed è chiaro che divide tutti i partiti. Uno strappo? Certo che è uno strappo. Rompe consuetudini e tradizioni. C’è uno spostamento del baricentro anche dal punto di vista identitario, vi concorrono comunisti e non comunisti”. Bertinotti lo sa che il partito segue, ma pure dubita; ci sarà, ma pure resiste. E negli ultimi tempi, dentro Rifondazione, spesso si è ritrovato contro le altre componenti del partito, bertinottiani con una maggioranza risicata.
    Replica: “Una maggioranza risicata? Sì, a parte il fastidio per la definizione di bertinottiani. Un partito che sperimenta la strada più liberale”. Ma preoccupato, dice, non è. “Non mi impressiona per niente il 51 per cento. Se passa ad altri, faranno un’altra politica. Ma il 51 per cento basta per decidere. Basta. Si decide con una maggioranza risicata, e attraverso questo meccanismo vediamo crescere il consenso”. Il problema è quello del rapporto con il movimento, prima i no global poi i pacifisti. Secondo i critici interni, Bertinotti sacrifica troppo del partito in questo rapporto: dà più di quello che ha in cambio. Lui scuote la testa e agita il sigaro:
    “Cosa vuol dire avere? In ogni caso, dal movimento abbiamo avuto input fondamentali per il rinnovamento della nostra cultura. Non gli saremo mai grati abbastanza”.
    Cosa fare? “Non fare come il listone”
    Spiega pure: “Che cosa è il signore e che cosa è il servo? Il signore è la società”. Dice l’opposizione interna che il partito non sta bene, che il tesseramento cala? “Il problema del tesseramento c’è adesso e c’era sei anni fa. Lo condividiamo con tutti i partiti. Bisogna interrompere questa erosione, ma è un problema che non ha relazione con le cose di cui stiamo discutendo”. Né sarà, Rifondazione, “il partito del movimento, perché sarebbe un disastro”, ma ad esso guarda, e ad esso fa riferimento. Nel secondo cerchio, quello degli osservatori, ci sono i cugini-coltelli del Pdci. Se si chiede l’opinione di Bertinotti, lui scuote testa e sigaro (spento): “Un terreno troppo delicato perché possa rispondere. Come quel personaggio di Melville dico: preferirei di no”. Ma pure “con una visione della società totalmente diversa”, il segretario di Rifondazione parla di “necessità di una convergenza tra sinistra riformista e sinistra antagonista. I due campi non sono divisi da un muro, non c’è un centrosinistra e noi, e quindi o si fa l’accordo o si rompe, c’è un campo dell’opposizione plurale e articolato”. E un movimento “che non si rivolge solo a noi, ma a tutta l’opposizione, a Bertinotti come a Fassino e a Rutelli”. Aggiunge:
    “Penso che dopo le europee dovremmo rilanciare in grande l’idea della costituzione di una sinistra alternativa”. Come? Ride:
    “Ha in mente il listone? Ecco, quello è ciò che non dobbiamo fare”. Alza le spalle:
    “Ciò che non possiamo fare, per ora so dire”. Riprende: “Il movimento, a questa necessità storica bisogna corrispondere…”. E un accenno di rimpianto: “Avremmo tutto da guadagnare da un bel proporzionale…”.

    saluti

  2. #12
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    Predefinito Re: Re: Ulivo senza....

    In origine postato da tucidide
    ... la conseguenza di ciò mi fa pensare ad una probabile macro astensione...
    Al posto tuo non ci conterei più di tanto, almeno nel csx.

  3. #13
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    Predefinito Contrordine compagni, si resta...

    ...in Iraq

    Così si esprime il "leader?" dell'Ulivo momentaneamente all'estero.
    Aggiungendo:"Bisogna evitare il collasso di quel Paese".
    Se mai di soldati se ne devono aggiungere altri, quelli dei Paesi arabi moderati.

    Come ai bei tempi dei "trinariciuti" di Guareschi.

    Ma certo che l'Ulivo ce l'ha il leader!

    saluti

  4. #14
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    Predefinito

    Credo che, come al solito, tu non abbia capito un... lazzo. Certo che si resta in Iraq, ma sotto l'ONU. Certo che siete duri a capire, e non sono più convinto che lo facciate apposta.....

  5. #15
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    Predefinito

    In origine postato da Dario
    Credo che, come al solito, tu non abbia capito un... lazzo. Certo che si resta in Iraq, ma sotto l'ONU. Certo che siete duri a capire, e non sono più convinto che lo facciate apposta.....
    -----------------------
    Quello che fingi di non sapere è che l'Onu in Iraq c'è gia, e da un pezzo, e ha pagato la sua presenza col sangue.
    furbacchione!

  6. #16
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    Predefinito Entro metà maggio si vota...

    …il ritiro dall’Iraq

    Roma. Ufficialmente sono tutti d’accordo, nella Lista Prodi: “Entro un paio di settimane si vota sul ritiro dei militari dall’Iraq”.
    Quella che fino a due giorni fa era per Fabio Mussi
    “un’accelerazione inevitabile”, ora è la linea ufficiale del centrosinistra (escluso Mastella). Sbaragliata ogni resistenza visibile, il lodo Zapatero si traduce nella richiesta, “al massimo entro il 15 maggio, di richiamare le truppe italiane”.
    L’aveva anticipato in mattinata a Radio Radicale Luciano Violante, al termine di un breve incontro a Montecitorio con Pierluigi Castagnetti (Margherita) e Ugo Intini (Sdi). Lo ha ribadito lo stesso presidente dei deputati ds, più tardi, dopo una riunione dei capigruppo della Lista Unitaria con i colleghi di Rifondazione, Verdi, Pdci e correntone.
    “Tutti concordiamo sulla necessità che ci sia una discussione parlamentare e che quel dibattito si concluda con il voto di un documento unitario del centrosinistra per il ritiro dei soldati”,
    ha sentenziato Violante prima d’incassare, alla conferenza dei capigruppo di Montecitorio, la promessa che entro maggio il governo riferirà sugli ultimi sviluppi della vicenda irachena.
    Non c’è ancora una data certa, perché nessuno vuole infilarsi in un dibattito che si preannuncia al calor bianco prima che la questione degli ostaggi sia risolta.

    L’Ulivo allargato a sinistra sta già “approfondendo i dettagli della
    mozione”, annuncia soddisfatto Paolo Cento, visto che non c’è nessuna possibilità di una svolta e allora – rincara Castagnetti – “stando così le cose la scelta diventa ineludibile”.
    Reazioni diverse tra le poche (e per ora inascoltate) voci dissenzienti rispetto alla deriva zapaterista. Intanto c’è la sorpresa per l’allineamento apparentemente indolore della Margherita (ma Franco Marini, “a Bruxelles per preparare gli ultimi pacchi e dire arrivederci”, confessa che “la cosa non mi convince”).
    C’è lo sconcerto di Clemente Mastella: per il leader di Alleanza Popolare-Udeur “il fatto che al Qaida tenga sotto scacco uno Stato-canaglia come la Siria dovrebbe far riflettere chi spera di ottenere benefici dal ritiro dei nostri soldati”.
    Certo è che “la radicalizzazione di cui è vittima l’Ulivo origina dal timore di perdere voti verso la sinistra intransigente – aggiunge al Foglio—ma il punto è questo: quando l’opposizione reclama il rientro dei militari e al contempo Berlusconi si prepara a ricevere Bush, il 4 giugno, si capisce che c’è una tendenza trasversale a far prevalere le ragioni elettorali sugli effetti del dramma in corso”.
    “Proprio ora che l’Onu incoraggia Brahimi?”
    E c’è lo spiazzamento dei riformisti chiusi nell’angolo: delusi ma battaglieri.
    Comunque in disaccordo. Combattivo il senatore dei Ds Enrico Morando, che si aggrappa all’ultima relazione del consigliere di
    Annan, Brahimi, e per quanto possibile invita a ragionare.
    “Possibile – dice al Foglio- che l’Ulivo ripieghi proprio nel momento in cui il rappresentante tedesco della presidenza del Consiglio di sicurezza, Guenther Pleugerl, plaude al lavoro di Brahimi, lo incoraggia a proseguire e attende con ansia il suo nuovo rapporto? Mentre si prospetta entro un mese la possibilità che in Iraq si chiarisca il rapporto, cito testualmente, tra le ex potenze occupanti, il gruppo base del governo provvisorio e le nazioni che fossero disposte a sostenere l’intervento dell’Onu”.
    L’impressione è che il centrosinistra indietro non tornerà. “Non è detto. Anzi – conclude Morando – le priorità sono due: sostenere le iniziative delle Nazioni Unite e incalzare il governo perché assuma una posizione più esplicita con gli alleati anglo-americani. I margini di successo restano significativi”.
    “Ovviamente contrario” alla linea Zapatero il senatore ds Franco Debenedetti, non da oggi e con decisione:
    “L’Italia non deve andar via dall’Iraq, a prescindere da quel che accadrà entro il 30 giugno”.
    In sintonia con Morando, Debenedetti individua “un elemento di forte novità” nelle dichiarazioni del Consiglio di sicureza dell’Onu, “considerato a ogni pie’ sospinto depositario di speranza e virtù”, e non si spiega “come sia possibile proprio oggi parlare di una mozione per il ritiro da votare entro il 15 maggio”. La protervia del centrosinistra può essere interpretata come un segno di debolezza di fronte al ricatto dei terroristi islamici? “Io credo che uno Stato possa trattare coi terroristi ma non cedere ai loro ricatti. Non m’illudo che nel centrosinistra la tendenza si possa raddrizzare facilmente, il confronto interno è affidato per lo più a iniziative personali ma non è detto che non ci sia più spazio per riunirsi e battagliare. E non solo in Italia. Resto convinto che sia necessario radunare un consenso internazionale quasi totalitario intorno alla ragionevolezza. Per non abbandonare l’Iraq in uno stato di guerra civile o sotto un regime talebano”.

    dedicata al "leader?" Prodi Romano

    saluti

  7. #17
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    Predefinito Nota per la lista Prodi dopo Melfi: il....

    …il riformismo senza popolo è stato già bocciato dalle urne nel 2002

    Al direttore – Dopo la campagna sull’impoverimento dei ceti medi, la denuncia della condizione operaia. La rivolta di Melfi costringe il centrosinistra a riscoprire le tute blu. Un problema per l’Ulivo, che aveva scelto come asse del suo riformismo sociale una maggiore solidarietà nei confronti degli esclusi e più forti libertà di mercato. Tagliare le tasse non basta, si afferma nel programma della Lista Prodi. Sono altri gli ostacoli che ci impediscono di crescere e di lavorare di più. Sono le liberalizzazioni bloccate, una ricerca e un’innovazione tecnologica cenerentole d’Europa.
    Non un cenno al cuneo contributivo. L’omissione è singolare, perché la differenza tra costo del lavoro e retribuzione netta è stata sempre annoverata tra le cause delle nostre difficoltà competitive. Non solo. Margherita e Ds hanno presentato un emendamento alla legge delega previdenziale che prevede di fiscalizzare ciò che resta degli “oneri impropri”, i quali finanziano istituti non pensionistici (oggi pari all’1,68 per cento per la copertura degli assegni familiari).

    Per Tiziano Treu e Paolo Onofri (Il Sole-24 Ore) la riduzione del cuneo contributivo è una scelta alternativa alla riforma fiscale del governo. Può aumentare il reddito disponibile del lavoratore e incentivare i consumi se la diminuzione degli oneri sociali va in busta paga.
    Se va all’impresa può favorire l’occupazione. In effetti, la fiscalizzazione di una quota dei contributi sociali sui bassi salari è una soluzione caldeggiata dall’Ue. E’ curioso che siano esponenti di spicco della Margherita a rilanciare questa proposta. Come è degno di nota il silenzio dei Ds. Ma una spiegazione c’è. Perché nel documento presentato da Giuliano Amato non è tanto il costo del lavoro, ma la questione stessa del lavoro che viene declassata a problema sindacale. Grande spazio viene dedicato alla tutela di giovani, donne, anziani, immigrati, consumatori, risparmiatori, agricoltori, imprenditori.
    Brilla l’assenza del lavoratore dipendente. Non è poco, per chi dichiara di voler fondare l’unità delle forze riformiste su un nuovo patto tra produttori.
    Manca un punto di vista convincente sul futuro del lavoro nella società del rischio e della conoscenza, assunta come paradigma culturale dal listone unitario. La prospettiva di una nuova cittadinanza viene legata all’inclusione dei poveri e dei non garantiti, magari attraverso la panòplia dei redditi minimi e di inserimento a carico della mano pubblica. Il dominio della precarietà viene aggirato. Nel presupposto di poter costruire, oltre il mondo lacerato del lavoro, una sfera del “buon governo” che trova radici e giustificazione nelle intuizioni di un gruppo dirigente illuminato. Eppure il “riformismo senza popolo” è stato già bocciato dagli elettori nel maggio 2001.

    al Foglio
    Michele Magno, della direzione dei Ds....

    ...che non si rivolge al "leader?" Prodi Romano. Chissà perchè?

    ...ce lo spiegherà brunik col contorno dei seguaci

    saluti

  8. #18
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    Predefinito

    up!

  9. #19
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    Predefinito Calcoli e....

    ….passioni

    C’eravamo tanto Amato.
    Il titolo, va detto, viene facile: “Ci sarà un motivo per cui Giuliano non è Amato nella sinistra europea”. AprileOnline, quotidiano telematico del correntone ds, ieri ha riversato sulla testa dell’ex presidente del Consiglio, uno dei padri nobili della lista unitaria, dopo la sua intervista sull’Iraq, una valanga di accuse e sberleffi. Dalla constatazione che forse i delegati del Pse non hanno ancora letto le opinioni di Amato, e “sarebbe utile che lo facessero, se non altro per confermare a loro stessi la giusta scelta di eleggere Rasmussen”, all’ironica annotazione:
    “Insomma, hanno torto tutti, solo Amato vede giusto”. E ancora: “Lui, che i socialisti europei non hanno voluto come presidente, non esita a dare lezioni e consigli a mezza Europa”. E poi: “Al di là del fastidioso rumore di sottofondo che pervade l’intervista (sono le unghie di Amato che stridono contro gli specchi su cui cerca di arrampicarsi) c’è probabilmente un ragionamento serio da fare”. Annotazione finale: “Anche Bondi è d’accordo con Amato. Un motivo in più perché il listone si comporti nell’esatto contrario”.
    E meno male che i seguaci di Fabio Mussi ancora non conoscevano
    l’opinione di Ignazio La Russa sulla maggioranza di governo che deve “favorire la presa di posizione di persone come Amato”.
    Dunque, pare il meno amato di tutti, a sinistra, Giuliano Amato.
    Più di lui che del Cav., si dice male fuori dalla lista unitaria. Secondo lo psichiatra Luigi Cancrini illustre collaboratore dell’Unità, ma anche candidato con il Pdci che tempo fa esaminò
    pure la psiche berlusconiana, coloro che appoggiano l’intervento militare in Iraq “sono persone affette da un sé grandioso e patologico”.

    Fatte le liste, fatti gli eletti.
    I leader del Triciclo avevano appena depositato, ieri mattina, le candidature della lista presso la Corte d’Appello di Roma, che già in Transatlantico fiorivano le previsioni su sicuri eletti e probabili trombati.
    Molta l’attenzione riservata alla lista di Nord Ovest, capitanata da Pierluigi Bersani. Parecchi autorevole dirigenti ds sono pronti a scommettere su chi saranno i trionfatori: lo stesso Bersani, la presidente della Provincia di Torino, Mercedes Bresso, e quella della Provincia di Genova, Marta Vincenzi. Infine, Antonio Panzeri, ex segretario della Camera del Lavoro di Milano, ora responsabile per l’Europa della Cgil. La motivazione:
    “Verrà eletto perché la stragrande maggioranza della Cgil, ancora cofferatiana, non lo sopporta. Così lo voteranno per averlo fuori dai piedi”.
    Così Panzeri, da qualcuno identificato prima come l’anti-Cofferati e poi come l’anti-Epifani, andrà all’estero.

    Il sondaggio bilama.
    Esultanza ieri tra gli esponenti dell’opposizione per il sondaggio di Repubblica, secondo il quale due italiani su tre, il 68 per cento, sono delusi da Berlusconi. Ma preoccupazione per il dato del centrosinistra: tutti i “meriti” del crollo del Cav. vanno al Cav. stesso, nessuno all’opposizione, che ha un indice di gradimento più basso di quello dell’esecutivo. Insomma, un sondaggio a doppio taglio. Commento ironico a via Nazionale: “Prima di essere utili, bisognerebbe non essere dannosi”.

    Gli undici punti del correntone.
    Un decalogo più un consiglio. Fassino non lo ha chiesto, ma quelli del correntone non glielo hanno fatto mancare. E hanno preparato un documento: “11 punti per rinnovare la sinistra e sconfiggere la destra”, visto che “per sconfiggere la destra bisogna cambiare la sinistra”. C’è di tutto, dalla Bossi-Fini alla Moratti, dall’Iraq al lavoro, dalle “leggi vergogna” al paesaggio. Tutto in vista della necessità di superare “il riformismo debole” causa della sconfitta del 2001. Fassino, per il momento, non ha ancora replicato. Né punto per punto, né in generale.

    Festa ds per il Cav.
    Pure i Ds hanno festeggiato il record governativo del Cav.
    Il compito di celebrare manzonianamente l’evento sul sito del partito è stato affidato al capoufficio stampa, Stefano Di Traglia (“Ei fu. Siccome immobile, dato il mortal sospiro…”), e magari il Cav. avrà fatto pure un altro paio di corna.
    Poi il manifesto comparso sull’Unità.
    Lungo elenco di provvedimenti ed eventi – Gasparri e Cirami, Cirio e Parmalat – e lo slogan: “Effettivamente hanno lavorato molto. Prepariamoci a farli riposare”.
    Sandro Bondi, coordinatore di FI, l’ha presa male: “Solo veri e propri mascalzoni possono pensare di addebitare al governo in carica la crisi Cirio e la crisi Parmalat”.
    Via Nazionale prende atto della “veemenza” della replica di Bondi su Cirio e Parmalat. Poi, aggiunge ironico Gianni Cuperlo: “Non era intenzione offenderlo. Fa piacere, invece, che non abbia nulla da ridire su tutto il restante elenco di disastri compiuti dal governo più longevo della storia della Repubblica. Si vede che, al fondo, l’on. Bondi è un uomo leale e di questo gli va dato atto”. Alla prossima affissione.

    saluti

  10. #20
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    Predefinito Tessitore e....

    ...solista

    Roma. “Ma i capigruppo si sono già riuniti? E la Margherita che dice? E Letta non ha commentato?”. Toni preoccupati e telefonate incredule si rincorrevano tra i riformisti ds, mercoledì all’ora di pranzo.
    Luciano Violante aveva appena annunciato che, data l’assenza di svolte positive, la Lista Prodi si prepara a chiedere “al massimo
    entro il 15 maggio” il ritiro dei nostri soldati in Iraq. Posizione poi sfumata, nel tardo pomeriggio e nelle 24 ore successive, dall’invito alla cautela del leader Romano Prodi, dal deciso no di
    Francesco Rutelli (coordinatore della lista) e via via da altri
    esponenti della Margherita (su tutti Enrico Letta e Franco Marini). Mentre Piero Fassino (portavoce) non smentiva le parole del capogruppo ds alla Camera, ma in privato lo rampognava per
    l’inattesa uscita.
    Massimo D’Alema liquidava insofferente la “ridicola” discussione
    sulle date.
    Il tiro lo ha corretto nel giro di poche ore, Violante, anche ieri, illustrando nuovamente a Montecitorio la linea della Lista unitaria:
    “Aspettiamo di vedere se il tentativo Brahimi va in porto, il consigliere di Annan ha fissato un termine per il suo nuovo rapporto, il 30 maggio. La risoluzione dell’Onu, se ci sarà, verrà approvata con un congruo anticipo. Quando avremo la certezza su quello che accadrà, decideremo”.
    Il forum dei parlamentari pacifisti (Prc,Verdi, Pdci, sinistra Ds e Lista Occhetto-Di Pietro) gli ha replicato che mercoledì presenterà una sua mozione per il ritiro.
    Intanto tra i deputati della maggioranza ds monta la diffidenza per il Violante capogruppo e bicefalo. Uomo del dialogo che a forza di illudere il correntone, suggeriscono alcuni, diventa
    “sospetto d’intelligenza con la sinistra senza se e senza ma”. All’occorrenza anche solista, segretario di un partito invisibile con un unico iscritto, lui stesso.
    Il Violante tessitore sono ormai tre anni che rappresenta il partito a Montecitorio, nominato in quota riformista per lasciare al palo Fabio Mussi e al contempo tenere in carreggiata il difficile rapporto con il correntone.
    Compito preso seriamente, si vocifera al Botteghino, ma sino a farsi prendere la mano (e “sempre tenendo l’altra stretta alla cultura dei don Ciotti, dei Caselli, dell’antimafia militante che occupa quella sinistra della sinistra cara all’ex magistrato” dice un suo collega). Il risultato è che con la guerra in Iraq l’intransigenza dialogante ha raggiunto la sua espressione limite.
    Il Violante solista cura le aspirazioni personali ed è obbligato a parare qualche colpo. Con le accelerazioni zapateriste “cerca di smarcarsi all’interno di un gruppo parlamentare privo di estimatori”, dicono i bene informati.
    Tanto che non gli sono mancati gli inviti a migrare. Per esempio quando accarezzava un posto nella Consulta e nonostante le difficoltà gli venne offerto un generico sostegno pur di farlo sloggiare da Montecitorio.

    Il rischio di finire nel cimitero degli elefanti
    Lui ci pensò su e rispose che era prematuro. Così è stato anche per la prospettiva di un seggio a Strasburgo.
    Alcuni colgono un duplice segno di debolezza e ambizione nel suo rifiuto di una candidatura (in segreteria avrebbe minacciato: “Guardate che se vado via io, stavolta la leadership del gruppo se la prende il correntone”).
    Violante avrebbe percepito il rischio di ritrovarsi “parcheggiato in Europa come in un cimitero degli elefanti.
    Lui non ha il credito di Bersani, che può permettersi un interregno perché sarebbe reclamato in Italia nell’ipotesi d’una vittoria del centrosinistra alle politiche”.
    Però, e siamo alle ambizioni, chi pensasse a un Violante aggrappato purchessia al ruolo di capogruppo non arriverebbe al punto.
    La strategia del rifiuto è infatti il calco negativo di un progetto politico mai nascosto, in cui s’incontrano il solista e il tessitore: incassare ancora consensi a sinistra per contrattare meglio sul governo dell’Ulivo che verrà, se verrà.
    Obiettivo, il ministero della Giustizia. Altrimenti il Viminale.
    Ma non sarà facile, giurano in parecchi, vincere i dubbi di Fassino e D’Alema. Peggio ancora con Prodi che al momento di Violante non vuole sentir parlare.

    da il Foglio di sabato 1 maggio

    saluti

 

 
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