





Al precipizio
Nepal - 02.2.2005
Nepal, licenziato il governo e proclamato lo stato d'emergenza. Parla il portavoce di Huron
re Gyanendra
Un’altra mossa improvvisa del re Gyanendra, salito al potere nel 2001 dopo il massacro della famiglia reale causato da un gesto di follia del principe ereditario Dipendra, ha fatto sprofondare il Nepal nell’incertezza. Ieri il sovrano, per la seconda volta in due anni e mezzo, ha licenziato il governo e assunto pieni poteri. Lo stato di emergenza è stato proclamato, i militari presidiano la capitale e la residenza dell’ex primo ministro Bahadur Deuba. Il regno himalayano torna così ad essere una monarchia assoluta, dove la soluzione del conflitto con i guerriglieri del Partito Comunista nepalese di orientamento maoista (Ncp), sembra sempre più lontana. La tensione è altissima dall’agosto 2004, quando i guerriglieri sono riusciti ad assediare la capitale per alcuni giorni. Il blocco delle vie d’accesso a Kathmandu è stato ripetuto anche dal 24 al 28 dicembre scorsi: i ribelli – che controllano ormai due terzi del territorio nepalese - stanno guadagnando terreno. Intanto a gennaio l’Esecutivo ha promesso elezioni anticipate per il prossimo aprile e imposto un ultimatum all’Ncp entro il quale iniziare i negoziati di pace. Ma i ribelli erano disposti a trattare solo con la mediazione delle Nazioni Unite e alla fine il 13 gennaio – data ultima scelta dal governo per intavolare trattative - è trascorso con un nulla di fatto.
Il racconto di HURON. “La situazione in Nepal peggiora ogni giorno”, ci racconta Charan Prasai, portavoce di una delle Ong più antiche del regno, la Human Rights Organisation of Nepal (HURON). “Le persone vivono in uno stato di agonia e precarietà. Nessuno è in grado di prevedere cosa accadrà l’indomani. Per le strade di Kathmandu , le persone vengono coinvolte nelle agitazioni politiche dei partiti che dimostrano contro la recessione e l’innalzamento dei prezzi. La Nepal Oil Corporation ha aumentato il prezzo della benzina e le bombole di gas utilizzate per cucinare non sono disponibili nei negozi della capitale. A volte le manifestazioni sfociano nella violenza: qualche giorno fa gli studenti hanno incendiato le auto governative e lanciato pietre contro la polizia”.
La guerra continua. Intanto negli altri distretti del regno continuano gli scontri tra l’Ncp, che vuole instaurare una repubblica comunista, e l’Esercito governativo. “I maoisti - continua Charan Prasai – hanno aumentato gli attacchi contro le forze di sicurezza lungo le strade principali del Paese. Dopo l’ultimo assedio di Kathmandu, le autostrade sono diventate un vero campo di battaglia. Ci sono continue perdite e ferimenti da entrambe le parti. Un episodio: il 22 dicembre la guerriglia ha incendiato 18 camion di beni di prima necessità tra Hetauda e Narayanghar, nel centro del Paese. Le forze dell’ordine non sono intervenute e gli abitanti della regione hanno perso ogni fiducia in queste ultime. Spesso vengono lasciate bombe nel mezzo delle strade e diversi civili sono morti nel tentativo di rimuoverle”.
I nepalesi sono in balia delle mosse delle autorità e dei guerriglieri. Charan Prasai spiega: “Ad affliggere la popolazione sono soprattutto le serrate dei negozi e gli scioperi generali (in gran parte imposti dai maoisti e dai partiti d’opposizione, Ndr.). In molti distretti i licei sono tuttora chiusi per volere dei ribelli”. Dopo nove anni di guerra e10mila vittime “viviamo in un clima di totale sfiducia nelle autorità”, aggiunge l’uomo preoccupato. “Nessuno credeva che si potessero tenere elezioni anticipate senza l’approvazione dei maoisti”.
Senza legge. Il 20 gennaio scorso due organizzazioni di Hong Kong, l’ Asian Human Rights Commission (AHRC) e l’Asian Legal Resource Centre (ALRC), hanno definito il Nepal “uno Stato senza legge caduto nella follia della barbarie”. “Sono d’accordo”, commenta Chran Prasai. “L’applicazione della legge è compromessa sia dalle forze di sicurezza sia dai guerriglieri”. Entrambi infatti rivaleggiano in atrocità. Da una parte, l’Esercito compie rapimenti, torture ed esecuzioni sommarie di presunti ribelli. Dall’altra, i guerriglieri reclutano con la forza centinaia di civili e li espropriano delle loro terre e proprietà. “Ormai i giudici sono in mano alle forze di sicurezza”, dichiara il presidente di Huron. “I diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione sono continuamente violati. Le sparizioni, per esempio, sono diminuite dopo le denunce di Amnesty e dell’Onu, ma sono aumentate le esecuzioni sommarie. L’Esercito potrebbe aver cambiato la sua strategia di eliminazione dei dissidenti, scegliendo di uccidere in segreto le persone anziché arrestarle ed esporsi alle critiche della società civile”. A partire dal 2001 Huron ha calcolato 859 sparizioni ad opera del governo e dei maoisti, di cui 369 casi solo negli ultimi sei mesi. Il Nepal ha raggiunto così il triste record per il maggior numero di desaparecidos nel 2004.
Francesca Lancini
Link


Popolazioni a rischio
Myanmar (ex-Birmania) - 01.2.2005
Nell'ex Birmania le minoranze sono colpite dalle più gravi violazioni dei diritti umani
Negli ultimi due mesi centinaia di famiglie del popolo dei Mon stanno fuggendo dal Myanmar - la Birmania di un tempo – verso il confine tailandese. “La mia casa e altre sei sono state distrutte e bruciate dall’esercito birmano”, dice Mi Doot, un’anziana signora arrivata da alcuni giorni in un campo per sfollati. I militari accusano i civili Mon di sostenere la guerriglia e li rapiscono per impiegarli come portatori dell’esercito. Molti rifugiati portano con sé storie di torture, uccisioni, stupri, estorsioni e riduzioni in schiavitù. Abusi, ordinati dal governo dei militari, che non risparmiano il resto della popolazione civile a maggioranza birmana e soprattutto le altre minoranze.
Il Myanmar si estende tra Asia meridionale e Indocina ed è abitato da decine di popolazioni diverse. La giunta ne riconosce ‘solo’ 135, ma ce ne sono molte altre a cui i dittatori non concedono un documento di identità. In tutto rappresenterebbero un terzo di 48 milioni di abitanti. La maggior parte si trovano in sette principali stati dell’Unione birmana, di cui portano anche il nome: Shan, Kayah, Karen, Mon, Chin, Kachin e Rakhine. Alcune di queste regioni sono nominate black area, ‘zone nere’ inaccessibili agli stranieri e teatro di guerre interminabili tra i movimenti separatisti e il tatmadaw, l’esercito governativo[/I]. L’Unione birmana è nata infatti nel 1948, con la fine della colonizzazione britannica, ma i suoi sette stati e le sue sette divisioni non hanno mai goduto di una vera autonomia. Per centinaia di chilometri si distendono montagne, colline e valli disseminate di mine, province fortemente militarizzate poste sotto il controllo del tatmadaw, della guerriglia o dei signori della guerra e della droga: il Myanmar è il secondo produttore d’oppio al mondo dopo l’Afghanistan.
Religioni. Nei villaggi delle minoranze i militari fanno razzia di ogni bene in nome del ‘programma di autosufficienza’, secondo cui le truppe devono provvedere da sole al proprio sostentamento. Moltissimi civili sono poi costretti a coltivare il riso per il tatmadaw, senza ricevere nulla in cambio. Spesso l’esercito impedisce loro di andare a scuola, di parlare la propria lingua e di pregare. La religione ufficiale del Myanmar è il buddismo theravada, ma nel Paese ci sono gruppi di ogni credo. I Chin sono quasi tutti cristiani protestanti, ma le autorità stanno cercando di convertirli al buddismo. Per questo hanno inviato diversi monaci nella provincia. Alcuni preti sono stati imprigionati e diverse chiese sono state date alle fiamme.
Guerre e accordi. I militari sono al potere dal 1962, ma solo dopo il 1988, anno delle prime proteste popolari per la democrazia hanno iniziato una serie di negoziati con i gruppi ribelli che hanno portato alla proclamazione di almeno 17 cessate il fuoco. Al momento tre grandi movimenti armati continuano a combattere il Consiglio di stato per la pace e lo sviluppo (Spdc), come viene anche chiamata la giunta: l’Esercito dello stato Shan del sud (SSA-South), il Partito progressista nazionale Karenni (KNPP) e l’Unione nazionale Karen (KNU). Con quest’ultimo, nel dicembre 2003, è stato però raggiunto un accordo verbale che secondo gli osservatori ha fatto diminuire gli scontri. Ma non gli abusi: gennaio scorso l’esercito governativo muove attacchi contro i civili Karen, bruciando villaggi e costringendo gli abitanti ad andare nei campi di lavoro conta che nel primo mese del 2004 almeno 5mila persone hanno lasciato le loro case per la paura di essere deportate o addirittura torturate e uccise. L’ong americana Us Campaign for Burma ha documentato in pochi scatti lo sfollamento forzato di 230 persone a 50 miglia dalla frontiera tailandese: donne coi neonati sulle spalle e bambini piegati sotto ceste di bambù che si facevano strada nella giungla. Secondo fonti umanitarie, i militari avrebbero anche usato lo stupro come arma di guerra, rievocando quanto accaduto in Bosnia a metà degli anni novanta.
Francesca Lanci
Link


Popolazioni a rischio /2
Myanmar (ex-Birmania) - 01.2.2005
Nell'ex Birmania le minoranze sono colpite dalle più gravi violazioni dei diritti umani
I Karen sono una delle minoranze più numerose. Abitano lo stato Kayin, una striscia lunga 600 chilometri che costeggia la Thailandia, dove tra l’altro si sono rifugiati in almeno 120mila. Per lo più buddisti, ma anche cristiani (battisti e cattolici) e animisti, sono di continuo colpiti dalle persecuzioni. In settembre un attacco birmano nel loro territorio ha seminato il panico. Alcuni guerriglieri temono che il tatmadaw stia preparando una nuova offensiva. Intanto si raccolgono storie di disperazione. Le donne Karen in gravidanza continuano a scappare in Thailandia con un po’ di droga nelle tasche. Lo fanno di proposito, per farsi arrestare e per poter partorire con un minimo di assistenza in carcere: spesso i membri delle minoranze non hanno accesso alle cure degli ospedali statali, che tra l’altro nelle zone da cui provengono sono quasi inesistenti. Gli uomini, d’altra parte, vengono impiegati come portatori dell’esercito, un lavoro forzato che coinvolge soprattutto i Karen e gli Shan. Un anno fa fece il giro del mondo la storia – pubblicata sul quotidiano di Hong Kong South China Morning Post – di tre uomini costretti ad aprire la strada all’esercito sui terreni minati. Win, Saw e Min hanno camminato per giorni trasportando 25 chili di munizioni ciascuno in ceste di bambù. Per fortuna sono riusciti ad aumentare il passo e a far perdere le loro tracce. “Lasciammo mille altri portatori che non trovarono la forza di fuggire e trovammo riparo nelle basi delle brigate Karen”.
Nei campi profughi tailandesi si trovano anche i cosiddetti Padaung che appartengono a un sottogruppo Karen. Nelle capanne di paglia e fango le donne si riconoscono per i lunghi colli ornati da collane di ottone. Da qui il nome di ‘donne giraffa’. Da tempo sono oggetto di un ‘turismo etnico’ che non si cura della loro povertà. Per entrare nei loro villaggi, i visitatori pagano una tassa di 250 bath (circa dieci dollari) che serve ai Padaung per la sopravvivenza. Per il resto, il governo tailandese non consente loro di lavorare: i Padaung non hanno terre da coltivare e non possono raccogliere il legname, cacciare o pescare.
Lontano da qui, nell’estremità meridionale del Paese, un’altra minoranza è stata messa in pericolo dal mercato turistico. Si tratta dei Moken o più in generale ‘gitani del mare’ che vivono sulle acque Andamane. Secondo fonti indipendenti almeno duecento di loro sarebbero stati uccisi dallo tsunami del 26 dicembre 2004. Ma è quasi impossibile fare una stima attendibile delle vittime e dei danni provocati dal maremoto in Birmania: la giunta ha parlato di soli 59 morti e non ha accettato gli aiuti internazionali.
I Moken trascorrono tutta la vita sull’oceano, gettando l’ancora solo se il mare è mosso dai monsoni. Da quando però, nel ’97, la giunta ha aperto queste zone al turismo, sono cominciati anche i trasferimenti forzati sulla terraferma. Come in occasione del festival voluto dalle autorità nel febbraio scorso: moltissimi Moken sono stati rapiti e costretti a mettere in scena i balli tradizionali davanti ai turisti.
Tra le minoranze che come i Moken non sono riconosciute dal governo ci sono i Rohingya, l’etnia di credo musulmano della Birmania. Vivono nello stato occidentale Rakhine, al confine con il Bangladesh, un’area di foreste e fiumi. La giunta vieta loro di muoversi liberamente, sono di fatto delle persone senza una terra. Per questo dagli anni ’70 fuggono in territorio bengalese dove si mimetizzano con gli autoctoni dei quali hanno gli stessi tratti somatici e parlano la lingua. L’ultimo esodo è iniziato ad ottobre, quando 15 mila persone hanno attraversato il fiume di confine Naaf, mentre altre migliaia sono rimasti accampati sulle sue sponde con il rischio di essere arrestati dai Nasata, le guardie di frontiera.
Le persecuzioni della giunta non risparmiano nessuno, uomini, donne e bambini. Centinaia di persone sono impiegate nei campi di lavoro per la costruzione di grandi opere statali, costrette a combattere (in Myanmar ci sarebbero più bambini soldato – 70mila - che in ogni altre parte del mondo) o rinchiuse in carcere con condanne decennali. Il governo continua a promuovere, anche dopo la cacciata del primo ministro Khin Nyunt, la road map verso la democrazia, ma tutti gli osservatori dicono che si tratta solo di una farsa. Degli oltre 14mila carcerati liberati con un’amnistia nelle scorse settimane, solo una cinquantina erano prigionieri politici. Almeno 1350 dissidenti, infatti, sono ancora agli arresti, tra i quali il premio nobel per la pace Aung San Suu Kyi.
Francesca Lancini
Link


Cessato il fuoco
In Cecenia regge la tregua proclamata dalla guerriglia. Imbarazzo al Cremlino
“Negli ultimi giorni non si sono verificati attacchi da parte dei guerriglieri ceceni”. Con questo stringato comunicato il comando militare dell’esercito russo nel Caucaso settentrionale conferma la tenuta del cessate il fuoco unilaterale proclamato giovedì scorso dal leader indipendentista ceceno Aslan Maskhadov e sottoscritto dal famigerato Shamil Basayev.
La sospensione della quotidiane azioni di guerriglia da parte dei ceceni è un’imbarazzante sorpresa per le autorità russe, che fin da subito avevano bollato il cessate il fuoco come un bluff propagandistico privo di conseguenze orchestrato da un leader che non ha più il controllo della resistenza. Evidentemente non è così. Secondo alcuni analisti russi sembra che qualcuno, al Cremlino, stia per la prima volta prendendo in seria considerazione l’opportunità di cogliere la palla al balzo, sfruttando questa occasione per porre fine a una guerra senza uscita che sta dissanguando le casse dello Stato russo e che rischia di estendersi alle altre repubbliche islamiche della Russia caucasica.
Khanbiev nominato negoziatore. Questa è la speranza di Maskhadov, che dal suo nascondiglio sulle montagne della Cecenia meridionale ha scritto al quotidiano russo Komersant: “Ora, se al Cremlino prevarrà la ragione, potremo finalmente porre fine a questa guerra sedendoci attorno a un tavolo negoziale. Sennò, il sangue continuerà a scorrere ancora per molto tempo, ma noi ceceni non potremmo più essere ritenuti moralmente responsabili per la prosecuzione di questa pazzia”.
Per dimostrare che fa sul serio, Maskhadov ha annunciato anche la nomina di un negoziatore ufficiale per cercare un accordo con i russi: la scelta è caduta su Umar Khanbiev, ex ministro della Sanità del governo indipendentista ceceno che Maskhadov fu democraticamente chiamato a presiedere dal 1997 fino all’invasione russa del ’99.
Le ragioni di Maskhadov. Sulla stampa russa continua intanto il dibattito sulle ragioni che hanno spinto il leader indipendentista a compiere questo “gesto di buona volontà”, come lui stesso lo ha definito.
Secondo i sostenitori della guerra, la scelta di Maskhadov è stata determinata dalle pesanti perdite subite dalla guerriglia in seguito alle massicce offensive militari scatenate nelle ultime settimane dai russi contro le roccaforti della ribellione sulle montagne del sud della Cecenia. C’è addirittura chi mette in relazione la mossa del leader ceceno con il “successo” della nuova strategia anti-guerriglia intrapresa dal Cremlino dopo Beslan: il rapimento dei familiari dei capi indipendentisti. Otto parenti stretti di Maskhadov sono stati rapiti all’inizio di dicembre: un colpo durissimo che avrebbe piegato lo spirito combattivo del capo della resistenza. Ma questa connessione è stata seccamente smentita proprio da Umar Khanbiev, intervistato alcuni giorni fa dall’agenzia di stampa cecena Daymohk.
Basayev non sembra morto. C’è infine chi sostiene che tutto sarebbe facilmente spiegabile se fosse vera la notizia della morte di Shamil Basayev. “Basayev è una figura così fondamentale per la resistenza cecena che la sua scomparsa potrebbe ben spiegare il tentativo di Maskhadov di trovare rapidamente una via d’uscita alternativa alla resa alle autorità russe”, ha commentato Taus Dzhabrailov, presidente del Consiglio di Stato del governo ceceno filo-russo. Ma la notizia della morte di Basayev sembra non convincere nessuno, nemmeno lo stesso presidente ceceno Alu Alkhanov, che sarebbe il primo ad esultare se il fatto fosse vero: “Non ho elementi per poter confermare questo fatto”, ha invece dichiarato all’agenzia russa Ria Novosti.
Secondo il sito Internet indipendentista Kavkaz Center Basayev è vivo e vegeto e venerdì ha passato una bella serata in compagnia dei suoi luogotenenti davanti alla televisione satellitare, godendosi la sua intervista su Channel 4, mandata in onda dall’emittente britannica nonostante le rabbiose proteste del Cremlino.
Manifestazione a Mosca. Intanto a Mosca i movimenti pacifisti russi stanno organizzando una manifestazione contro la guerra in Cecenia per il 23 febbraio, vale a dire il giorno successivo alla scadenza del cessate il fuoco proclamato dai ceceni. Oltre che il giorno del 61esimo anniversario dell’inizio della deportazione staliniana dei ceceni, costata la vita a 480 mila persone.
L’attuale guerra ha già ucciso 200 mila ceceni: uno genocidio che ora Putin ha la possibilità di fermare.
Enrico Piovesana
Link


Dopo il golpe, la repressione
Nepal, arresti arbitrari e censura. Parla un'operatrice umanitaria
“A Kathmandu e nella valle circostante è aumentata la presenza dei militari. A causa della censura mediatica, non abbiamo notizie di cosa sta accadendo nel Paese e soprattutto nei villaggi rurali. Le comunicazioni con questi luoghi sono ancora difficili e le strade sono state bloccate da militari e ribelli. I maoisti hanno annunciato un nuovo assedio della capitale a tempo indeterminato a partire dal 13 febbraio. Difficile dire cosa accadrà”. A parlare è Silvia del Conte, presidente dell’associazione onlus Apeiron che si occupa di bambini e donne vittime di abusi. Nel regno himalayano dal primo febbraio, quando il re Gyanendra – al potere dal giugno 2001 dopo il misterioso massacro della famiglia reale - ha proclamato lo stato d’emergenza e preso il potere assoluto assieme all’Esercito, sono state sospese tutte le libertà fondamentali. I militari sono entrati nelle sedi di tv e giornali e controllano i servizi parola per parola. [B]La censura rimarrà in vigore per sei mesi. Non ci saranno elezioni “fino a quando i maoisti - che combattono dal ’96 contro la monarchia - non verranno sconfitti”. Diversi attivisti, politici, sindacalisti e studenti sono stati arrestati: 43 secondo il governo, almeno mille secondo l’opposizione. “Contando anche gli scomparsi, le persone portate via dalle forze di sicurezza potrebbero essere molte di più”, dichiara Del Conte. “Molti altri dissidenti sono tuttora nascosti per timore di essere incarcerati”.
Il raid di Pokhara. Uno dei fatti più drammatici è avvenuto tra il primo e il 2 febbraio a Pokhara, duecento chilometri da Kathmandu. In seguito a una manifestazione studentesca, l’Esercito ha fatto irruzione in un ostello e rapito 250 giovani “Non ci sono conferme ufficiali, ma si dice che quella notte siano stati uccisi dai 35 ai 60 ragazzi”, continua l’operatrice di Apeiron. Agli arresti domiciliari ci sono anche alcuni membri dell’Esecutivo rimosso il primo febbraio. Ventuno capi del più importante partito nepalese, il Nepali Congress, sono stati fermati nella città occidentale di Kanchanpur e altre 70 persone sono detenute nella capitale. Finora sono stati rilasciati solo sette politici.
Tra due fuochi. Anche il lavoro delle organizzazioni straniere potrebbe venire compromesso. Del Conte spiega: “Secondo alcune voci, il nuovo governo nominato dal re vorrebbe verificare se le Ong appoggiano i guerriglieri. Ma è ovvio che lavorando con gli strati più emarginati della popolazione e nei distretti fuori dalla valle di Kathmandu, tutti noi abbiamo a che fare con i maoisti che controllano quei luoghi. Dobbiamo per forza avere rapporti con entrambe le parti in conflitto. Ciò non significa che siamo schierati politicamente. Il nostro unico scopo è difendere i diritti umani”. I maoisti combattono per instaurare un regime comunista e controllano ormai due terzi del territorio nepalese. Gli scontri con le truppe governative sono giornalieri e finora, in nove anni di guerra, ci sono state 11mila vittime. “Spesso civili – commenta del Conte – che si trovano tra due fuochi. Da una parte ci sono i ribelli che chiedono loro soldi, cibo e alloggio, dall’altra l’Esercito che li arresta accusandoli di aver sostenuto la guerriglia”.
Guerra e povertà. “In un Paese già poverissimo – continua Del Conte –il conflitto ha peggiorato le condizioni di vita. Nelle campagne non ci sono strade e servizi, si vive in una sorta di Medio Evo. Gli abitanti camminano giorni per recarsi al primo mercato. Il malcontento verso le autorità ha portato molti contadini ad arruolarsi nella guerriglia e in molti villaggi sono rimasti solo bambini, donne e anziani. Altri hanno deciso di emigrare a Kathmandu che ha raggiunto ormai 2 milioni di abitanti, dai 900mila dei primi anni ‘90. Non essendo registrati come residenti, non possono lavorare. Affollano le baraccopoli in condizioni di grande miseria”.
Le bugie del sovrano. Intanto il re ha rafforzato la propaganda. Dice di voler cancellare la corruzione e instaurare la pace. Più volte i suoi ministri hanno chiesto ai ribelli di sedersi al tavolo delle trattative, ma non è chiaro a quali condizioni. Questi ultimi hanno condannato il nuovo golpe del sovrano (il primo era stato nell’ottobre 2002) e annunciato giorni di scioperi e blocchi delle principali arterie del Paese.
In questo clima di repressione e paura, un importante quotidiano ha pubblicato in prima pagina l’immagine tranquillizzante di due cigni in un lago.
Francesca Lancini
Link


Dialogo tra sordi
Pacifisti e intellettuali russi chiedono a Putin di trattare con i ceceni. Ma la risposta è sempre "Niet"
In Russia, esponenti del mondo pacifista, delle organizzazioni per i diritti umani, intellettuali ed ex dissidenti sovietici hanno sottoscritto un appello rivolto al presidente Vladimir Putin affinché risponda positivamente alla tregua unilaterale e all’offerta negoziale avanzata nei giorni scorsi dal leader indipendentista ceceno Aslan Maskhadov. Ecco il testo dell’appello, seguito dall’elenco di alcuni dei firmatari e, purtroppo, dalla sprezzante risposta delle autorità filorusse dell’amministrazione cecena.
Al presidente della Federazione Russa
E’ oltre un decennio, con tre anni di relativa pausa, che la Russia è in guerra nella Repubblica Cecena. Una guerra terribile che ha causato decine di migliaia di morti, centinaia di migliaia di invalidi e la distruzione di città e industrie.
In questi giorni si profila una possibilità d’uscita da questo violento conflitto: l’ordine di cessate il fuoco unilaterale impartito dal leader della resistenza cecena Aslan Maskhadov, che già aveva preso le distanze dalle azioni di Basayev, è un’opportunità storica che non va sprecata.
E’ semplice ignorare questo gesto bollandolo come un bluff. Ma è anche pericoloso, perché così non si fa altro che frustrare l’ala moderata dei ribelli e dare spazio all’ala radicale, trasformando questa guerra in un conflitto eterno ed esteso a tutto il Caucaso del nord. I terroristi sono capaci di resistere anni nella presente situazione politico-militare.
Più la guerra dura, più la resistenza cecena si radicalizzerà nella direzione di un fondamentalismo islamico che, per sua natura, non cerca l’accordo politico ma considera la lotta armata come fine a se stessa.
Ugualmente, dall’altra parta, più la guerra dura, più la politica russa si radicalizzerà nella direzione dell’ultranazionalismo che, per sua natura, ha bisogno che il conflitto ceceno vada avanti per poterlo sfruttare a scopi politici.
La storia insegna che il negoziato è l’unico metodo per conseguire con mezzi politici ciò che non si riesce a conseguire con mezzi militari.
Signor presidente, se davvero non si vuol trasformare la Cecenia in un altro fronte dello scontro tra radicalismo islamico e civiltà occidentale, bisogna privilegiare adesso il dialogo con i moderati.
La Russia si trova davanti ad una grave decisione: ha la possibilità di salvare migliaia e migliaia di vite umane, o di condannare la prossima generazione di politici russi a cercare una via d’uscita da questa guerra in condizioni molto meno favorevoli delle attuali.
Signor presidente, chiediamo a lei, come supremo comandante delle forze armate e come garante dei diritti costituzionali, primo tra tutti quello alla vita, di ordinare il cessate il fuoco in Cecenia e di nominare una delegazione per avviare negoziati con Maskhadov al fine di trovare una soluzione politica del conflitto.
Lyudmila Alekseeva, presidente del Moscow Helsinki Group
A.V.Babushkun, Comitato “Diritti Civili”
V.V.Borschev, Moscow Helsinki Group
S.V.Brovchenko, Fondo Pubblico “Pubblicità”
Svetlana Gannushkina, Committee “Assistenza Civile”
L.I.Grafova, Coordinatrice del Comitato d’Assistenza ai Rifugiati
E.L.Grishin, Centro Informazione Pubblica
Sergei Kovalev, Tatyana Kasatkin, Oleg Orlov, Pravozashchitnyj, “Memorial”
A.A.Piontkovsky, presidente del Centro di Ricerche Strategiche
A.S.Politkovskaja, giornalista di “Novaja Gazeta”
Lev Ponomariov, Ju.A. Fishermen, Movimento per i Diritti Umani
J.V.Samodurov, Museo A.D.Saharova
A.P.Tkachenko, scrittore
G.P.Yakunin, Comitato per la Difesa della Libertà di Religione
Nessuna risposta è giunta dal Cremlino a questo appello.
Ma, se venisse, non sarebbe certo positiva a giudicare da quella data da Ziyad Sabsabi, vice primo ministro del governo ceceno filo-russo.
“Il dialogo con Maskhadov è stato tolto dalla nostra agenda politica molto tempo fa”, ha dichiarato all’agenzia di stampa russa Interfax. “E poi, su cosa dovremmo negoziare? Sulla secessione della Cecenia dalla Federazione Russa? Sul ritiro delle truppe russe per far scoppiare una guerra civile? Non c’è niente da negoziare! Se Maskhadov vuole la pace deve semplicemente riconoscere l’appartenenza della Cecenia alla Russia e i risultati del referendum del 2003 con cui è stata approvata la nuova Costituzione cecena”.
E’ opportuno ricordare che Aslan Masdkhadov, comandante della resistenza cecena già nella prima guerra cecena, dopo aver firmato gli accordi di pace di Khasavyurt con i Eltsin nell’agosto del 1996 venne democraticamente eletto presidente della Repubblica Cecena nel 1997 in elezioni riconosciute sia dall’Osce che dalla Russia. Fu Putin, due anni dopo, a disconoscere la sua legittima autorità e a rimuoverla con l’invasione e l’occupazione militare del paese.
Così come merita ricordare che il referendum del 2003 con cui il Cremlino sottopose ai ceceni la nuova Costituzione preparata per loro (priva delle “ampie autonomie” promesse) fu una farsa colossale, in cui addirittura votarono anche i soldati delle truppe d’occupazione russe.
Enrico Piovesana
Link


Afghanistan a Rischio
L'Undp lancia l'allarme: "Paese al collasso, rischia di tornare paradiso del terrorismo"
Tre anni dopo la cacciata del regime talebano, il Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite ha pubblicato il primo rapporto sulla situazione sociale dell’Afghanistan mai realizzato nella storia di questo paese. Un rapporto che mostra una situazione disastrosa, in netto contrasto con la propaganda fatta da chi, per giustificare a posteriori l’intervento armato del 2001, parla di ritorno della libertà, della democrazia, della pace e del benessere. Una situazione che dimostra non solo i danni sociali causati dalla guerra e dalla perdurante presenza militare straniera, ma anche l’assenza di una reale ricostruzione post-bellica e il rischio concreto che il paese, sostanzialmente abbandonato a se stesso, riprecipiti in una situazione di caos e ritorni ad essere un paradiso del terrorismo internazionale.
[Un quadro allarmante. Le 288 pagine del rapporto, intitolato “Sicurezza dal volto umano”, sono piene di numeri e dati che dipingono una fotografia allucinante delle condizioni di vita del popolo afgano.
L’Afghanistan risulta al 173° posto, su 178, nella classifica di sviluppo dei paesi: solo cinque Stati africani (Burundi, Mali, Burkina Faso, Niger e Sierra Leone) sono più poveri dell'Afghanistan.
La mortalità infantile è tra le più elevate al mondo: un bambino su cinque muore prima di aver compiuto cinque anni per malattie che normalmente sono curabili.
L’Afghanistan è il paese al mondo con il maggior numero di bambini che muoiono per infezioni legate alla non potabilità dell’acqua: uno su otto. Nelle zone rurali solo il 30 per cento] della popolazione ha accesso all’acqua potabile, il 60 per cento in quelle urbane.
L’aspettativa di vita media degli afgani è di soli 44 anni, contro una media di 65 nei paesi confinanti. Un afgano su cinque è denutrito, non avendo la possibilità di soddisfare il fabbisogno calorico giornaliero (almeno 2 mila chilocalorie al giorno).
La situazione scolastica ed educativa è la peggiore del pianeta: solo il 28 per cento degli afgani maggiori di quindici anni sa leggere e scrivere, solo una ragazza su cinque va a scuola.
Le donne sono quelle che soffrono di più a causa della loro emarginazione sociale (malnutrizione, mancanza di cure mediche, violenze domestiche, stupri, matrimoni forzati): in media muore una donna ogni mezz’ora per problemi di gravidanza. La mortalità materna è sessanta volte più alta di quella registrata nei paesi sviluppati.
L’economia nazionale è cresciuta, ma in maniera assolutamente distorta: la coltivazione e il traffico di droga rimangono la principale fonte di reddito, un reddito distribuito in maniera tremendamente diseguale: il 30 per cento più povero della popolazione ne riceve solo il 9 per cento, il 30 per cento più ricco invece più della metà.
La situazione politica, a parte le recenti elezioni, non è migliorata: continuano le violenze e le angherie dei signori della guerra, gli abusi e le torture delle forze di sicurezza governative e gli attacchi dei talebani.
Critiche dirette agli Usa. E continua una presenza militare straniera che “contribuisce a creare un clima di paura, intimidazione, terrore e illegalità (…), e che invece non incide minimamente sui problemi di ingiustizia e disuguaglianza sociale che a lungo termine costituiscono la maggiore minaccia alla sicurezza”. Il rapporto critica anche i progetti di ricostruzione gestiti dai militari Usa, giudicati “inadeguati e pericolosi” perché, essendo usati come strumento di pressione sulle comunità locali per ottenere informazioni sui talebani, finiscono con il mettere in cattiva luce il lavoro degli operatori umanitari civili e a rischio la loro sicurezza.
“Se questa situazione non migliora – è scritto nel rapporto – l’Afghanistan collasserà presto sprofondando in uno stato di insicurezza che rappresenterebbe una grave minaccia non solo per la popolazione locale, ma anche per la comunità internazionale (…), la quale rischia così di pagare in futuro un caro prezzo per difendere se stessa, un prezzo molto più alto di quello che basterebbe per garantire veramente lo sviluppo e la pace di questo paese”.
Dopo aver lanciato una frecciata al governo Usa sullo squilibrio tra i soldi che spende per le operazioni militari in Afghanistan (un miliardo di dollari al mese) e per la ricostruzione (un miliardo all’anno, e non tutto destinato a scopi ‘puramente civili’, ndr), il rapporto si conclude con un giudizio politico assai critico: “Lo sviluppo e il benessere della popolazione, più che la forza militare, sono le chiavi per risolvere i complessi problemi dell’Afghanistan, e sono obiettivi che non devono essere sacrificati in nome degli interessi nazionali di paesi stranieri”.
Enrico Piovesana
Link
In Origine Postato da yota71
Come giustamente hanno fatto notare molti durante la discussione della guerra in Iraq ci sono tantissime altre guerre in corso in giro per il mondo e moltissime volte sono dimenticare o deliberatamente lasciate da parte per fare gli interessi delle potenze mondiali, questo 3D nasce appositamente per fare una cronaca di queste guerre.
Il primo post lo metto quì sta a politica on line decidere se va bene quì o se volessero spostarlo in altri forum
Grazie