Pagina 17 di 18 PrimaPrima ... 7161718 UltimaUltima
Risultati da 161 a 170 di 180

Discussione: Guerre Dimenticate

  1. #161
    Forumista assiduo
    Data Registrazione
    10 Nov 2011
    Messaggi
    9,625
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Beslan: i mandanti


    Per Giulietto Chiesa, dietro ai ceceni di Basayev ci sono gli oligarchi anti-putiniani

    Russia - 08.9.2004

    Nei suoi articoli e nelle sue interviste di questi ultimi giorni sulla tragica vicenda di Beslan lei ha sostenuto che dietro il sequestro della scuola non ci sarebbe solo l’ala fondamentalista del separatismo ceceno, quella che fa capo a Shamil Basayev, e che tantomeno sia il caso di tirare in ballo al-Qaeda. Ci può spiegare meglio quali sono secondo lei i mandanti occulti di quella azione terroristica?

    Che gli esecutori materiali del sequestro facciano capo al fanatico leader integralista islamico ceceno Shamil Basayev non v’è alcun dubbio. Ma dietro di lui non c’è la rete terroristica internazionale di Osama Bin Laden, come affermano sia il Cremlino che i media occidentali. Dietro a Basayev c’è, come c’è sempre stato, un uomo potentissimo e temibilissimo: Boris Berezovsky, il gran capo dei cosiddetti ‘oligarchi’ anti-putiniani, che dal suo dorato esilio londinese guida una guerra senza quartiere contro l’uomo che lui stesso ha contribuito a mandare al potere e che poi, una volta al Cremlino, lo ha tradito.

    Potrebbe ricordarci chi è questo Berezovsky, com’è evoluto il suo rapporto con Putin fino a diventare così tremendamente conflittuale e quali legami ci sono tra lui e Basayev?

    E’ una storia un po’ complicata, ma merita di essere ripercorsa. E’ la storia stessa della Russia di oggi e del durissimo scontro di potere che la sta dilaniando, quella che vede da una parte Putin e la sua corte di ex agenti del Kgb nostalgici dei tempi andati e fedeli allo spirito della “Grande Russia”, e dall’altra Berezovsky e gli altri oligarchi e mafiosi russi arricchitisi nell’era Eltsin. Un’èlite tradizionalmente filo-occidentale che dopo un decennio di potere assoluto pensava di poter rimanere sulla cresta dell’onda anche con Putin.

    E invece avevano fatto male i conti?

    Sì. Questi ricchissimi e potentissimi signori, appoggiati da chi in Occidente voleva che la Russia divenisse un ricco mercato rimanendo però politicamente debole e inoffensiva, pensavano di poter manovrare Putin come avevano fatto con Eltsin, continuando a fare affari d’oro e a farli fare ai loro amici occidentali. Per questo Berezovsky, arricchitosi illegalmente con la privatizzazione della compagnia aerea Aeroflot e con la televisione di Stato russa Ort, fece di tutto nel 1999 per portare Putin al Cremlino. Fu lui, come venne fuori in seguito da alcune intercettazioni telefoniche, a finanziare l’ex agente segreto ceceno Shamil Basayev permettendogli di comprare le armi e le connivenze adeguate per compiere, nell’agosto ’99, l’incursione guerrigliera in Dagestan che, assieme ai quasi contemporanei attentati di Mosca, fornì a Putin il pretesto per scatenare la seconda guerra cecena. Una guerra che lo mise in luce come il salvatore della Patria e che fu il suo trampolino di lancio verso il Cremlino.

    Basayev era un agente dei servizi segreti russi?

    Certo! Era un agente del Gru, il servizio segreto militare russo. La sua missione principale in passato per conto del Cremlino era stata quella di sostenere la rivolta separatista in Abkhazia (Georgia) all’inizio degli anni Novanta e di dirigere poi gli apparati di sicurezza della neonata repubblica indipendente d’Abkhazia.

    Ma torniamo a Putin. Cosa accadde tra lui e Berezovsky dopo il suo arrivo al Cremlino?

    La riconoscenza di Putin, eletto trionfalmente come presidente di guerra, nei confronti di Berezovsky durò molto poco. Il nuovo zar dagli occhi di ghiaccio non voleva essere un fantoccio nelle mani degli oligarchi, dei mafiosi e dei loro amici occidentali. Il suo programma fu chiaro fin da subito: restaurare la potenza della “Grande Russia” accentrando tutti i poteri nelle sue mani e in quelle dei suoi fedelissimi, e dunque togliendo di mezzo gli oligarchi. Il loro leader, Berezovsky, fu il primo obiettivo. L’arma usata, come avverrà anche in seguito (si veda il caso Kodorkovsky-Yukos), fu quella giudiziaria. Accusato di corruzione per la gestione degli utili Aeroflot a Berezovsky non rimase altra scelta: il carcere o l’esilio. Scelse di fuggire a Londra, da dove iniziò la sua guerra per abbattere colui che lo aveva tradito. Una guerra combattuta con un’arma già sperimentata: il sostegno al terrorismo ceceno. Un’arma cinica volta a destabilizzare la Russia e a dimostrare che Putin non è più in grado di fare quello per cui era stato eletto: garantire la sicurezza dei russi. Una spietata guerra per il potere combattuta sulla pelle della popolazione russa e di quella cecena. Una guerra che Berezovsky combatte con interessati aiuti stranieri.

    A chi si riferisce?

    Mi riferisco ai servizi segreti occidentali di quei paesi, Stati Uniti in testa, che hanno sempre sostenuto l’oligarchia eltsiniana non solo perché questa garantisce affari facili nel mercato russo ma perché costituisce una garanzia contro il rischio di una Russia stabile e potente, un’eventualità che spaventa molto l’Occidente. Sarà poi solo una coincidenza, ma dopo Beslan il gradimento del presidente americano Bush è salito di undici punti percentuali.

    Quindi, in conclusione, chi ci sarebbe dietro al sequestro nella scuola di Beslan?

    Per compiere azioni come quella di Belsan ci vuole la manodopera, che è cecena ma che potrebbe anche essere di altre nazionalità caucasiche, i soldi, che sono di Berezovsky e dei suoiamici oligarchi e mafiosi, e l’organizzazione logistica. Quest’ultima può essere gestita in parte con la corruzione della autorità locali, ma necessita anche di un livello di organizzazione superiore. E
    secondo me qui entra in ballo lo zampino di qualche servizio segreto occidentale. Non ho elementi per provarlo, ma sono certo che è così. E lo è pure Putin, anche se non lo dice esplicitamente. Ma è questo che intendeva secondo me quando, nel suo ultimo discorso alla nazione, ha parlato di “forze esterne” che minacciano la stabilità della Russia.

    Non ritiene che questa sua spiegazione dei fatti finisca per fare troppo il gioco di Putin, che comunque ha delle gravi responsabilità per il modo in cui gestisce la crisi cecena, per le brutalità che i militari russi hanno compiuto e stanno compiendo in Cecenia?

    Mi rendo conto che quello che dico possa far piacere al Cremlino. Ma a me questo non interessa, non è certo mio interesse adulare Putin. Io dico solo quello che so, quello che capisco in base alla mia esperienza in merito a queste faccende. Se la verità finisce per favorire Putin non è affar mio.

    Già, la verità. Sembra che la prima vittima della tragedia di Belsan sia stata proprio la verità, vista la censura che le autorità russe hanno imposto ai giornalisti ‘non allineati’ che stavano cercando di andare in Ossezia: Anna Politkovskaya (Novaya Gazeta) avvelenata in aereo, Andrei Babitsky (Radio Free Europe) arrestato per teppismo, Amro Abdel Hamid (Al-Arabiya) arrestato all’aeroporto, due reporter georgiani (Rustavi 2) fermati a Beslan. Cosa ne pensa?

    La censura della libertà di stampa è una delle più importanti ed efficaci armi con cui Putin combatte la sua guerra per il controllo dell’opinione pubblica russa e mondiale, che non vuole venga influenzata da giornalisti “liberali” vicini all’ambiente degli oligarchi e quelli dei gruppi di pressione occidentali.


    Enrico Piovesana

    Link

  2. #162
    Forumista assiduo
    Data Registrazione
    10 Nov 2011
    Messaggi
    9,625
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    “Fuoco amico”




    Ossezia del Nord (Fed. Russa) - 26.10.2004




    Comincia ad emergere la verità, sconcertante, sulla strage degli innocenti di Beslan




    Nonostante gli sforzi delle autorità russe, la verità sulle responsabilità per la strage di Beslan sta pian piano venendo a galla. E si tratta di una verità sconvolgente: i quasi quattrocento morti della scuola numero uno, in maggioranza bambini, sono imputabili soprattutto a uno sproporzionato e sconsiderato uso della forza da parte dei corpi speciali russi.

    La censura imposta dal Cremlino alla stampa russa indipendente e il silenzio ordinato a testimoni e superstiti dalle autorità non hanno impedito a molti di parlare, di raccontare come sono andate veramente le cose. Tasselli di un mosaico che qualcuno, in Russia, sta cercando di ricomporre.

    E’ il caso del quotidiano Novaya Gazeta, una delle poche voci critiche del panorama giornalistico russo (lo stesso giornale per cui lavora la famosa giornalista Anna Politkovskaya, avvelenata dai servizi segreti di Mosca nei giorni del sequestro). E dell’esperto militare russo Pavel Felgenhauer, che sta conducendo una sua indagine personale per vederci più chiaro.

    Secondo le loro ricostruzioni, basate su testimonianze dirette di sopravvissuti e di cittadini di Beslan, quello messo in atto dalle forze russe non è stato un blitz per liberare gli ostaggi ma una vera e propria azione di guerra condotta nel più totale spregio della vita degli ostaggi, con l’impiego di armamenti altamente distruttivi come carri armati, elicotteri da guerra e devastanti lanciafiamme.

    Ecco alcune di queste voci.




    Guardate cosa rimane di questo corpo”, dice Lyudmila Kokova, la preside della scuola di Beslan. “Di lui è rimasto intero solo uno stivale. Quella non è stata un’irruzione, è stata una guerra! I carri armati appostati in via Komintern sparavano cannonate contro i muri della scuola e il pavimento tremava come se ci fosse un terremoto”.

    I primi colpi”, racconta Marina Karkuzashvili, una sopravvissuta, riferendosi alle cannonate, “danneggiarono i muri e mandarono in frantumi le vetrate della palestra, uccidendo molti ostaggi che stavano lungo le pareti. Non si scatenò però nessun incendio e il soffitto rimase intatto. Prese fuoco solo dopo, quando cominciarono a bombardarlo da fuori: in un attimo i pannelli di plastica s’incendiarono cadendo sulla gente, che prese fuoco all’istante. Bruciavano tutti come torce”.

    Molti testimoni hanno raccontato che su quel tetto i russi hanno sparato razzi da un elicottero da guerra Mi-24 (una corazzata volante assolutamente inadatta per operazioni ‘chirurgiche’, assicura Felgenhauer) e granate incendiarie sparate dal tetto del condominio n. 39 che sovrasta la scuola, trasformato dai russi in postazione militare durante le oltre dodici ore di battaglia.

    Gregory Beroyev viveva lì ed è stato uno dei pochi a non venire scacciato dai soldati, dato che il suo appartamento non era in posizione utile. “Spararono così tanto e con armi così potenti che temevo che il mio palazzo crollasse, con le mitragliatrici dalle finestre e con i razzi dal tetto”, ricorda Gregory. “Il giorno dopo degli uomini in abiti civili ci hanno detto di non raccontare quello che avevamo visto e di tenere alla larga i giornalisti”.




    Ma i giornalisti, almeno quelli di Novaya Gazeta, non si sono arresi e, saliti sul tetto del condominio hanno anche fotografato tre grossi lanciafiamme ‘Bumblebee’, che, come spiega Felgenhauer, sparano bombe termobariche ad altissimo potere incendiario, normalmente usate per dare alle fiamme intere case e considerate così devastanti da essere state vietate dalle convenzioni di Ginevra.

    Dopo il crollo del tetto incendiato”, continua a raccontare Marina, la superstite, “i sequestratori ci hanno fatti salire al secondo piano. Gli elicotteri erano scesi davanti alle finestre della mensa e attraverso quelle mitragliavano a raffica dentro la scuola. I terroristi hanno ordinato ai bambini di mettersi alla finestra e di urlare ai militari di non sparare. Mia figlia Lora è morta così, davanti ai miei occhi: mentre urlava disperatamente ‘Non sparateci!’ una raffica l’ha uccisa assieme a tutti gli altri che erano alla finestra. Il suo corpo era straziato da fori enormi”.

    Le gravissime responsabilità delle forze russe non stanno emergendo solo in base a simili testimonianze. Evidentemente anche nelle indagini della commissione parlamentare d’inchiesta, inizialmente osteggiata dal presidente russo Vladimir Putin, stanno venendo alla luce imbarazzanti verità.

    Lo dimostra il fatto che l’altro ieri il comandante delle operazioni militari di Beslan, il generale Viktor Sobolev, comandante della 58esima armata russa di stanza in Ossezia del Nord, ha pubblicamente ammesso in un articolo apparso sull’organo ufficiale del ministero della Difesa, Krasnaya Zvezda (Stella Rossa), che nell’operazione di Beslan sono stati fatti molti errori, ma tutti imputabili ai servizi segreti, l’Fsb, e al ministero dell’Interno, intervenuti sulla scena in maniera tardiva e inopportuna. Uno scaricabarile tra poteri forti che, evidentemente, nasconde verità inconfessabili.

    Enrico Piovesana

    Link

  3. #163
    Forumista assiduo
    Data Registrazione
    10 Nov 2011
    Messaggi
    9,625
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Vivere nell’incubo




    Sequestri, torture, esecuzioni. Ecco cosa succede ogni giorno in Cecenia






    La famiglia Masuev viveva in affitto in una povera casupola nel villaggio di Troitskaya, in Inguscezia. Erano ceceni, fuggiti dal loro villaggio durante l’invasione russa del 1999.
    Il capofamiglia, l’anziano Turko, 73 anni, era noto in paese per il suo fervore religioso e per la sua approfondita conoscenza del Corano. Sua moglie Zama, di 60 anni, si occupava delle faccende domestiche. A portare un po’ soldi a casa ci pensavano le tre figlie, Kulsum di 35 anni, Petman di 32 e Khavu di 28, vendendo in una bancarella semi fritti e pane tostato, e l’unico figlio maschio Badrudi, di 26 anni, carpentiere in un cantiere privato.
    Alle quattro di mattina del 3 settembre, prima dell’alba, due blindati da trasporto truppe, due camion Ural e due fuoristrada Niva sono arrivati davanti alla loro abitazione. Decine di soldati russi, tutti in mimetica e con il volto coperto da passamontagna, hanno circondato la casa mentre altri hanno fatto irruzione portando via tutta la famiglia.
    Nessuno sa dove siano finiti. Da quel giorno non si hanno più loro notizie.




    Sayev Idris era un ragazzo ceceno di 22 anni, abitava in via Admirala Makarova, nel centro di Grozny.
    Il 4 settembre stava aspettando l’autobus sotto casa, quando due vecchie Zhiguli si sono fermate davanti a lui. Ne sono scesi alcuni uomini armati, in mimetica e passamontagna, e lo hanno portato via di peso, caricandolo su una delle auto e dileguandosi ad alta velocità. La scena è stata descritta dai commercianti del vicino mercato.
    Due giorni dopo, il 6 settembre, il cadavere di Sayev è stato ritrovato tra le macerie del palazzo dell’Università Statale, in via Sheripova. Sul suo corpo i segni di torture con scariche elettriche, un braccio rotto e il cranio sfondato.


    Amuev Khasan aveva 36 anni e abitava nel villaggio di Dzugurty, nel distretto di Kurchaloy.
    Mazhidov Musa era invece originario della cittadina di Shali, poco lontano. Entrambi avevano combattuto nella resistenza anti-russa durante la prima guerra (1993-1996), ma da allora non avevano più toccato un kalashnikov.
    Di loro non si sapeva più nulla da agosto, quando furono rapiti da miliziani ‘kadyroviti’ (ceceni collaborazionisti al servizio delle forze federali d’occupazione).
    L’8 settembre i loro corpi senza vita sono stati rinvenuti in un fosso nelle campagne fuori dal villaggio di Geldagan, con i soliti orrendi segni delle torture. A Geldagan si trova una grossa base delle milizie kadyrovite, in cui, come raccontano gli abitanti del villaggio, vengono portate le persone rapite per essere “interrogate”.






    Vitaev Alikhan, Machiev Anzor e Ruslan Chergizov erano tre ragazzi intorno ai venticinque anni che abitavano nel villaggio di Assinovskaya. Secondo le persone che li conoscevano, questi tre amici, che giravano sempre insieme, non avevano nulla a che fare con la guerriglia indipendentista. L’11 settembre stavano tornando da Grozny a bordo di una Uaz. Uscendo dalla superstrada ‘Caucasica’ si sono trovati davanti un posto di blocco di miliziani kadyroviti in mimetica nera e passamontagna. Questi hanno intimato loro di fermarsi, ma i tre giovani hanno provato a fuggire, immaginando bene quale sarebbe stata la loro sorte. I miliziani hanno allora aperto il fuoco sull’auto con le mitragliatrici, crivellandola di colpi e facendola finire nel fossato. Poi si sono avvicinati, hanno aperto gli sportelli e hanno finito i tre ragazzi con un colpo di pistola alla testa.

    Khalimat Sadullaeva è una donna di 37 anni, madre di quattro bambini. Viveva nella cittadina di Argun, in via Novaja 31. Si era trasferita lì da soli tre mesi, dopo che la sua vecchia casa di famiglia, in via Gagarin 26, era bruciata durante un combattimento tra soldati russi e guerriglieri.
    All’alba del 12 settembre, una Uaz, una Zhiguli e un furgoncino Gazela sono arrivati sotto casa sua. Ne sono scesi militari russi in mimetica e passamontagna, che hanno fatto irruzione in casa ordinando a tutta la famiglia (madre, sorella e nipoti di Khalimat) di riunirsi in una stanza. Sotto la minaccia dei mitra hanno chiesto chi di quelle donne fosse Khalimat e se la sono portata via.
    Di lei non si sa più nulla da quel giorno.





    Mukhaev Kh. M. era un ragazzo di 26 anni. Viveva con sua nonna, di 84 anni, in via Pervomajskaya, nel villaggio di Kotar-Yurt, nel distretto di Achkhoi-Martan.
    La notte del 16 settembre una ventina di soldati russi in mimetica e passamontagna, sono arrivati sotto casa sua a bordo di un blindato e due furgoncini Gazela.
    Sono entrati e hanno portato via Mukhaev. Sua nonna ha supplicato i militari di lasciarlo perdere, e uno di loro l’ha colpita con il calcio del fucile, uccidendola
    .
    Del ragazzo non si sa più nulla.

    Il 23 settembre , poco dopo le otto del mattino, circa trecento guerriglieri separatisti sono entrati nel villaggio di Alleroj, distretto di Kurchaloy. Hanno circondato il locale comando delle milizie kadyrovite, ma senza attaccarlo. Hanno dato alle fiamme una Volga parcheggiata nel piazzale. Poi sono entrati nell’abitazione privata di Suleyman Abuev, comandante dei kadyroviti del villaggio, e dopo aver ordinato a tutti di uscire hanno dato fuoco alla casa. L’esercito russo non è intervenuto, se non sorvolando il villaggio con un elicottero attorno alle 11 di mattina. Per tutto il resto della giornata i guerriglieri si sono aggirati per il villaggio in massima tranquillità, addirittura entrando a fare spese nei negozi, e pagando il conto. Verso mezzanotte se ne sono andati via.
    Due giorni dopo, il 25 settembre, squadre di kadyroviti sono arrivati al villaggio, terrorizzando la popolazione, minacciando di distruggere tutto e appiccando il fuoco a nove abitazioni.






    Il 29 ottobre il corpulento procuratore generale russo Vladimir Ustinov ha tenuto un allucinante discorso alla Duma di Mosca (il parlamento russo) chiedendo che la nuova legislazione antiterrorismo allo studio del Cremino dopo i fatti di Beslan preveda anche di autorizzare le forze di sicurezza russe a compiere sequestri di familiari dei sospetti terorristi.
    Credo che se i terroristi compiono atti disumani - ha detto Ustinov – sarebbe opportuno prendere i loro parenti e dimostrare che anche noi possiamo far subire loro la stessa cosa”.
    Lo stanno già dimostrando.

    Enrico Piovesana

    Link

  4. #164
    Forumista assiduo
    Data Registrazione
    10 Nov 2011
    Messaggi
    9,625
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Come ai tempi dell'Urss


    Nessuna libertà di stampa in Russia, Cecenia, Asia centrale e Caucaso. Poca in Afghanistan




    Antonio Russo


    Russia e Cecenia. L’organizzazione Reporter Senza Frontiere ha indicato la Russia come uno dei paesi più pericolosi al mondo dove praticare la professione del giornalista. Prima ci sono solo 27 dittature africane ed asiatiche.
    Solamente l’anno scorso sono stati uccisi otto giornalisti. Ventuno in tutto da quando Putin, ex dirigente del Kgb, è diventato presidente della Russia (2000).
    Il buco nero dell’informazione russa è certamente la Cecenia, praticamente inaccessibile alla stampa indipendente. Ricordiamo il caso di Antonio Russo, giornalista italiano di Radio Radicale, trovato morto in Georgia il 16 ottobre 2000 dopo aver raccolto materiale compromettente sulle atrocità commesse dalle truppe russe nella repubblica separatista. Il sospetto è che sia stato eliminato dai servizi segreti russi. O il caso di Ali Astamirov, corrispondente dell’agenzia francese AFP, che dopo essere stato minacciato per molti mesi e sconsigliato di partire per la Cecenia dal FSB, i servizi segreti russi, nel luglio 2003 è stato rapito in Ingushezia da non meglio identificati uomini armati. E da allora non se ne sa più nulla.
    La recente tragedia di Beslan ha evidenziato i metodi con cui il Cremlino impedisce ad alcuni giornalisti considerati scomodi di coprire vicende altrettanto scomode o semplicemente poco pulite che possano imbarazzare o mettere in cattiva luce, a livello internazionale, la Russia.
    Anna Politkovskaya, nota corrispondente di Novaya Gazeta e dura critica della politica di Putin in Cecenia, è stata avvelenata mentre era in volo per l’Ossezia. Andrei Babitsky, collaboratore di Radio Free Europe-Radio Liberty è stato arrestato all’aeroporto di Mosca prima con l’accusa di trasportare esplosivo, poi con quella di teppismo per essere stato aggredito da due uomini.
    Sempre durante la crisi di Beslan, le autorità russe hanno inoltre [B]trattenuto all’aeroporto di Mineralniye Vody, tappa obbligatoria per proseguire il viaggio in Ossezia, il responsabile della sede di Mosca dell’emittente satellitare araba Al-Arabiya, Amro Abdel Amid e una troupe della Tv georgiana Rustavi 2: in entrambi i casi non sono state fornite spiegazioni se non mere questioni di visto (e tutti ne erano provvisti o in regola[/I]).
    Ralf Shakirov, direttore del prestigioso quotidiano russo Izvestiya, è stato costretto a dimettersi dall’editore (vicino a Putin) per gli articoli critici scritti sul blitz delle forze speciali russe.
    Ma, questione cecena e terrorismo a parte, in tutta la Russia di oggi la libertà di stampa è praticamente inesistente.
    Con spregiudicate manovre politiche e finanziarie, il Cremlino è riuscito a mettere in crisi e a mettere poi le mani su tutte le televisioni indipendenti per poi. Oggi in Russia non esiste più un canale televisivo nazionale indipendente: tutte sono strettamente controllate e censurate dalle autorità.
    Ma purtroppo sono molto in voga anche metodi molto più pragmatici per far tacere i giornalisti scomodi. Se le minacce o l’arresto non bastano, si passa all’assassinio. Come si diceva all’inizio, ben otto giornalisti sono stati uccisi nel 2003. Di solito perché svolgevano inchieste sulle collusioni tra crimine organizzato e politica, come è avvenuto per Aleksey Sidorov, capo redattore del giornale indipendente Tolyatinskoye Obozreniye, ucciso a Togliattigrad, o a Dmitry Shvets, vice direttore della tv indipendente TV-21 di Murmansk, nel nord della Russia, [U]ucciso a colpi di pistola proprio fuori dalla sala di registrazione.



    Anna Politovskaya



    Repubbliche ex-sovietiche. Non migliore è la situazione nelle altre repubbliche ex sovietiche, dall’Asia centrale al Caucaso.
    Il brutale regime bielorusso di Alexander Lukashenko è ancora più in basso della Russia nella classifica mondiale della libertà di stampa stilata da Reporter Senza Frontiere. Per il Comitato per la Protezione dei Giornalisti è addirittura tra i dieci posti più pericolosi del mondo.
    Tutti i mezzi di informazione sono controllati dal governo. Qui la critica giornalistica al potere è semplicemente vietata e le autorità reprimono con ogni mezzo ogni accenno di libertà di stampa, come si è visto in occasione del referendum presidenziale dello scorso 17 ottobre, costato la chiusura a una dozzina di giornali indipendenti.
    Lo stesso dicasi per l’Ucraina di Leonid Kuchma. Le recenti elezioni, con numerosi pestaggi di giornalisti indipendenti e la censura applicata a tutta la stampa in campagna elettorale, hanno mostrato una volta di più l’assenza della libertà di stampa in questo paese. Anche l’assassinio dei giornalisti è molto comune, con vari casi registrati ogni anno.
    Ma in cima alla lista mondiale dei paesi più oppressivi per la libertà di stampa (dietro solo a Corea del Nord, Cuba e Birmania) c’è il Turkmenistan dell’eccentrico presidente a vita Saparmurat Niazov, quello delle statue d’oro che si crede il re sole. Qui la stampa ha solo una funzione: tessere in maniera grottesca le lodi del “Padre dei Turkmeni” glorificandone ogni discorso e ogni atto. Ogni minima critica significa il carcere e la tortura.
    Non molto diversa la situazione nell’Uzbekistan del presidente Islam Karimov. La condanna di un giornalista e difensore dei diritti umani a una pesante pena detentiva per “omosessualità” è un esempio significativo della brutale repressione esercitata dal potere contro la stampa indipendente, peraltro quasi inesistente nel paese.
    In Kazakistan, il presidente Nursultan Nazarbayev ha scatenato una vera e propria guerra contro la stampa indipendente a colpi di censura, minacce e incarcerazione di giornalisti critici.
    In Kirghizistan e Tagikistan i mezzi di comunicazione sono completamente controllati dallo Stato, in maniera non dissimile dall’epoca sovietica. Quindi i margini della libertà di stampa sono decisi dal governo, che non esita ad usare la censura e le minacce.
    Passando al Caucaso (della Cecenia si è già detto) l’Azerbaijan ha registrato un forte arretramento nel campo della libertà di stampa dopo le elezioni presidenziali dell’ottobre 2003. Nel corso dei disordini che hanno seguito lo scrutinio, sono stati aggrediti e messi sotto inchiesta almeno cento giornalisti. Uno di loro, che era anche leader di un partito d’opposizione, è stato condannato a cinque anni di carcere.
    In Georgia, i disordini nelle regioni indipendentiste di Ajaria e Ossezia del Sud e Abkhazia hanno dato luogo a numerose violazioni della libertà di stampa.



    Aleksey Sidorov

    Afghanistan. Sorprendentemente migliore rispetto ai paesi citati fino ad ora, secondo Reporter Senza Frontiere, la situazione della libertà di stampa nell’Afghanistan post-talebano governato (con qualche difficoltà) del neoeletto presidente Hamid Karzai. Dal 2002 si sono moltiplicati i giornali, le televisioni e soprattutto le radio locali. Ma nel 2004 una legge sulla stampa ha vietato di scrivere e trasmettere messaggi “offensivi verso la fede Islamica”, il che spesso significa verso le autorità locali. Criticare le malefatte dei signori della guerra che ancora comandano fuori da Kabul è sconsigliabile.


    Enrico Piovesana

    Link

  5. #165
    Forumista assiduo
    Data Registrazione
    10 Nov 2011
    Messaggi
    9,625
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Tutto un altro film



    I lati oscuri degli attentati moscoviti del settembre '99 nel Fahrenheit 9/11 russo


    Il regista Andrei Nekrasov

    Lo hanno definito il “Michael Moore russo”. In effetti ci sono forti analogie tra il film-documentario del regista Andrei Nekrasov, Disbelief, uscito alla fine del 2004 (non ancora in Italia) e Fahrenheit 9/11 del suo collega statunitense. Come d’altronde sono analoghi i tragici avvenimenti di cui trattano.
    Due drammatici attentati che hanno prodotto, in Russia come negli Stati Uniti, un clima favorevole ai rispettivi presidenti e alle loro strategie di risposta al terrorismo: una politica estera di guerra e una politica interna di restrizione delle libertà dei cittadini.
    Disbelief, attraverso molte testimonianze denuncia il coinvolgimento dei servizi segreti e del governo russo negli attentati che tra il 4 e il 16 settembre del 1999 distrussero vari condomini a Mosca e in altre città, causando la morte di 294 persone e aprendo all’allora primo ministro Vladimir Putin le porte del Cremlino e ai ceceni quelle dell’inferno. L’inferno che, su ordine di Putin, cominciò una settimana dopo con il bombardamento di Grozny. E che dura ancora oggi.


    L'attentato di via Guryanov

    Sopravvissuta, alla ricerca della verità. La signora lubov Morozova morì in uno degli attentati del settembre '99. Sua figlia, Alyona Morozova, si salvò per miracolo.Il Cremlino indicò subito i ceceni come autori della strage e di quelle che seguirono nei giorno successivi. Ma una volta raggiunta negli Stati Uniti sua sorella Tanya, Alyona venne a sapere che, secondo molti, dietro gli attentati c’era lo zampino dello stesso governo russo. Il 22 settembre, infatti, era stata sventata per caso un’ennesima strage: alcuni uomini, poi risultati agenti dei servizi segreti russi (Fsb), furono visti piazzare dei sacchi di polvere esplosiva nelle cantine di un palazzo di Ryazan, città operaia della Russia centrale. I vertici dell’Fsb dissero che si trattava di una esercitazione per testare le misure di sicurezza. Venne poi fuori anche che un agente dell’Fsb, Vladimir Romanovich, aveva affittato quelle cantine prima degli attentati; ma nessuno poté mai interrogarlo perché Romanovich morì poco dopo a Cipro, investito da un’auto.


    L'avvocato Mikhail Trepashkin

    Le indagini dell’avvocato Trepashkin. Le due sorelle Morozov decisero di scoprire la verità. Per farlo si affidarono all’avvocato Mikhail Trepashkin, ex agente dell’Fsb e per questo ottimo conoscitore degli ambienti dei servizi. Trepashkin raccolse un gran numero di prove che conducevano alla stessa conclusione: gli attentati del settembre ’99 erano opera dell’Fsb, non dei terroristi ceceni.
    Le indagini di Trepashkin suscitarono l'interesse di due deputati russi, Sergei Yushenkov e Yuri Schekochihin, che iniziarono a prendere in seria considerazione le sue tesi. E per questo finirono male. Yushenkov venne ucciso sotto casa sua nell’aprile del 2003; Schekochihin morì due mesi più tardi per un’intossicazione dovuta, secondo i medici, a un avvelenamento.
    Nel maggio 2004 fu la volta dell’avvocato Trepashkin: non venne eliminato fisicamente, ma arrestato e condannato a quattro anni di carcere con l’accusa di divulgazione di segreti di Stato.


    Alyona Morozova


    “Pedine per i loro giochi di guerra”. Alyona Morozova, temendo per la propria vita, ha chiesto asilo politico negli Stati Uniti, e lo ha ottenenuto il 14 gennaio. “Il materiale che il mio avvocato Trepashkin ha raccolto e che lo ha reso un prigioniero politico del regime russo – ha dichiarato nei giorni scorsi Alyona a un quotidiano di Mosca – ha convinto le autorità d’immigrazione americane del fatto che Putin non si fermerebbe davanti a niente pur di nascondere la verità sulle stragi del 1999”.
    Non sono molti in Russia quelli che cercano di scoprire la verità sui tragici fatti del ‘99, perché la maggior parte dei sopravvissuti vuole solo dimenticare – dice Alyona intervistata in Disbelief –. Ma io non mi arrendo: voglio che i veri mandanti degli attentati vengano puniti. Non ci possono trattare come pedine da usare per i loro giochi di guerra”.

    Enrico Piovesana

    Link

  6. #166
    Forumista assiduo
    Data Registrazione
    10 Nov 2011
    Messaggi
    9,625
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Intervista a Andrei Nekrasov: "La democrazia da noi non ha futuro"



    Com’è stato accolto il suo film, Disbelief, in Russia?

    In due maniere completamente opposte: c’è chi ha elogiato il coraggio di sfidare il muro di omertà che copre questi argomenti, e c’è chi mi ha chiamato traditore, amico dei terroristi ceceni, nemico della Russia, servo degli oligarchi e degli Stati Uniti. Insomma, tutte le classiche accuse che vengono mosse a chi osa mettere in dubbio le verità ufficiali del Cremlino. Non sono mancate nemmeno le minacce.

    Ha subito qualche forma di censura?

    Beh, formalmente no, ma nei fatti sì. Hanno lasciato che proiettassi Disbelief solo in un piccolo teatro di Mosca, senza nessuna pubblicità, e già questo la dice lunga. Ma soprattutto mi è stato impedito di portarlo in televisione: nessun network russo ha voluto trasmettere il mio documentario, perché non esiste più in Russia un’emittente televisiva che non sia controllata dal governo.

    Pensa che il suo film avrà qualche effetto concreto sulla società russa?

    Lo spero tanto. Ma sono realista: solo le cose che passano in televisione, e quindi arrivano a tutti, riescono a influenzare l’opinione pubblica. Avendolo visto in pochi, dubito che il mio documentario riuscirà mai a scalfire le certezze propagandate dal governo.

    Qual è la tesi centrale del suo film?

    Disbelief non accusa il governo russo di aver commesso gli attentati del ’99. Lo accusa però di non aver fatto quello che qualsiasi governo democratico avrebbe dovuto fare al suo posto: cercare la verità su una tragedia che ha colpito il suo popolo, indagare a fondo in maniera chiara e trasparente. Invece, come racconta il documentario, le autorità non hanno fatto altro che ostacolare le indagini e insabbiare le prove, tappando la bocca a chiunque osasse mettere in dubbio la verità ufficiale.

    E perché il governo si comporterebbe così?

    Per proteggere se stesso. Oggi in Russia comandano i cosiddetti “siloviki”, uomini appartenenti ai servizi segreti e all’esercito. Sono loro la nuova classe dirigente giunta al potere con l’avvento al Cremlino dell’ex ufficiale del Kgb Putin. La Russia oggi è governata dall’Fsb, l’ex Kgb. Quindi, se, come probabile, agenti dell’Fsb hanno delle responsabilità negli attentati del ’99, il governo li protegge a qualsiasi costo. In Russia, da sempre, [i servizi segreti assomigliano più a una setta segreta, con un suo rigido codice d’onore che non contempla il tradimento di un compagno, per nessun motivo al mondo.

    Cosa ne pensa del terrorismo ceceno e della questione cecena?

    Non penso, come alcuni mi hanno accusato di fare, che il terrorismo ceceno non esista. Esiste eccome, ma forse fa comodo a qualcuno. Forse qualcuno lo manipola per trarne vantaggi politici, questo sì.
    Penso invece che la guerra in Cecenia sia un orrore, come ogni guerra. Ma questa in particolare ha risvolti tremendi perché l’esercito russo prende di mira i civili, considerandoli tutti potenziali terroristi. Così non si combatte il terrorismo: così lo si alimenta
    .

    E cosa ne pensa mediamente la gente in Russia?

    Purtroppo la propaganda del governo a riguardo è molto efficace. Proprio in virtù degli attentati del ‘99, tutti pensano che la guerra sia una giusta guerra di legittima autodifesa contro un popolo di pericolosi criminali e terroristi. Quegli attentati sono stati il nostro 11 settembre: i russi si sono sentiti attaccati in casa propria, avevano paura, e quando Putin si è eretto a loro difensore dichiarando guerra ai ceceni, tutti lo hanno appoggiato. E continuano a farlo.

    Secondo lei Putin, senza quegli attentati, sarebbe arrivato al Cremlino?

    No. O quantomeno non così velocemente. E’ innegabile: chi ha tratto vantaggio da quei tragici eventi fu lui. Non voglio dire con ciò che sia stato lui a orchestrarli, ma di certo ha saputo bene come sfruttarli. Diciamo che per lui è stata una fortunata coincidenza. A cui ne sono seguite molte altre in questi anni: ogni elezione, ogni importante votazione alla Duma è stata preceduta da attentati che hanno portato l’opinione pubblica impaurita a stringersi attorno al suo capo.

    L’hanno definita il Michael Moore russo: è d’accordo?

    Beh, per certi versi è vero: le similitudini tra i nostri lavori ci sono. Ma c’è anche un’enorme differenza: lui negli Stati Uniti è circondato e sostenuto da un ambiente culturale e politico forte, quello dei democratici che si oppongono alla guerra e alle politiche di Bush. Io, in Russia, sono praticamente solo, una delle poche voci fuori da un coro in cui tutti cantano le lodi di Putin. Nella Russia di oggi non esiste opposizione.

    Quale futuro vede per una svolta democratica al Cremlino?

    Nessun futuro, purtroppo, almeno a breve termine. Sono molto pessimista.
    Le uniche deboli forze d’opposizione al governo sono tutte di matrice estremista e ultranazionalista, di sinistra o di destra che siano. Le forze liberaldemocratiche sono rimaste vittime della guerra che il Cremlino ha scatenato contro gli oligarchi dell’era eltsinaiana. Putin oggi è rimasto solo al centro della scena politica russa, che lui domina con la sicurezza di chi sa di non avere rivali. Non esiste nella Russia di oggi un uomo politico che possa sfidarlo. Speriamo che venga fuori prima delle elezioni del 2008.


    Enrico Piovesana

    Link

  7. #167
    Forumista assiduo
    Data Registrazione
    10 Nov 2011
    Messaggi
    9,625
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    I minatori incrociano le braccia

    Botswana - 07.9.2004
    Dopo undici giorni di braccio di ferro e 444 licenziamenti, la questione è ancora aperta

    Minatori

    Lontano dalle gioiellerie di New York, Parigi, Roma, Tokyo o Dubai, a una manciata di chilometri dal deserto del Kalahari, alcune centinaia di lavoratori delle miniere diamantifere del Botswana stanno entrando nel loro undicesimo giorno di sciopero. Chiedono un aumento del salario, con il quale - sostengono - non riescono più a mantenere le proprie famiglie. Sono i minatori della Debswana, principale compagnia diamantifera del Paese, nata dall’unione della DeBeers sudafricana con la società nazionale del Botswana.

    [B]Lo sciopero ha già avuto conseguenze drastiche per 444 minatori, licenziati in tronco dall’azienda perché "non autorizzati a lasciare il posto di lavoro". E molti altri potrebbero subire lo stesso trattamento, se il braccio di ferro dovesse prolungarsi ulteriormente. Appoggiati dal Botswana Mining Workers Union (Bmwu), il sindacato dei minatori, i lavoratori manovali chiedono di ricevere un aumento del dieci per cento sulla loro paga mensile e reclamano il diritto a un bonus annuale. "La Debswana aveva concordato l’aumento - sostiene il sindacalista Jack Thagale, appena fuori dal tribunale di Gaborone, dove i giudici stanno analizzando le dinamiche della disputa – [B][I]poi si sono tirati indietro. Non possono farlo. Questi minatori guadagnano ancora troppo poco. Non ci lamentiamo delle loro condizioni lavorative, che tutto sommato sono decenti. Ci lamentiamo della miseria che percepiscono. Ne hanno licenziati quasi cinquecento. Ma continueremo la nostra battaglia".


    Miniera di Diamanti

    Ieri, nella miniera di Jwaneng, 70 chilometri a ovest della capitale Gaborone, più di mille minatori inneggiavano slogan di protesta tra canti e urla. "Ho una famiglia, guadagno 1800 pula (l’equivalente di 300 dollari al mese, ndr)", ha detto Peter, uno di loro. La cifra può sembrare alta, per un paese dell’Africa sub-sahariana. Va tuttavia ricordato che il Botswana è uno dei paesi con il più alto reddito pro capite del continente. "E’ una paga da bestie, qui in Botswana - continua Peter -. E c’è chi prende ancora meno di quello. Sopravvivere con questa paga è una lotta quotidiana. Valiamo di più. Vogliamo di più. E’ un nostro diritto. Nessuno sa quanta fatica e quanta sofferenza ci sono dietro a un singolo diamante".

    La Debswana è,con i suoi oltre 6mila impiegati, l’azienda con più dipendenti di tutto il Botswana. Lo sciopero di questi giorni ha rallentato le attività produttive, anche se qualche decina di minatori è tornata a scavare. Tuttavia la compagnia diamantifera non sembra disposta a cedere. "Il sindacato dei minatori fa solo stupida propaganda", commenta furioso da Gaborone Jacob Sesiny, rappresentante della holding. Sono trattati bene e ben pagati. Quelli che abbiamo licenziato non avevano avuto il permesso di scioperare. Sono andati contro il regolamento interno dell’azienda. Ci hanno costretti a cacciarli".

    La decisione finale spetterà al tribunale di Gaborone, i cui magistrati conoscono bene la Debswana. Circa un anno fa, infatti, un gruppo di Boscimani ha fatto causa al governo del Botswana, denunciando di essere stati deportati dalle loro terre nella regione occidentale del Kalahari non appena sotto il suo suolo sono stati rinvenuti giacimenti diamantiferi. La popolazione boscimana - circa duemila persone - i cui antenati hanno vissuto in quelle terre dalla notte dei tempi, hanno denunciato torture e spostamenti forzati. "Abbiamo motivo di credere che dietro all’atteggiamento tenuto dal governo ci siano state pressioni della compagnia DeBeers - commenta da Milano Francesca Casella, rappresentante italiana di Survival, l’organizzazione che appoggia i Boscimani – il governo del Botswana ha fornito spiegazioni troppo vaghe per giustificare il loro spostamento. E’ probabile che i brillanti sotterranei siano molto più importanti delle persone che vi abitano sopra".


    Pablo Trincia

    Link

  8. #168
    Forumista assiduo
    Data Registrazione
    10 Nov 2011
    Messaggi
    9,625
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Non ammessi


    Botswana - 26.1.2005


    Botswana, allontanati da scuola i figli dei minatori licenziati dalla compagnia Debswana

    L’altro giorno sono uscito di casa con la borsa e i libri, era il primo giorno di scuola. Ero felice di rivedere i miei compagni e di cominciare un nuovo anno. Ma appena sono arrivato mi si è avvicinato il preside, che mi ha dato una lettera e mi ha detto di andarmene perché non c’era posto per me. Sono tornato a casa molto triste. Non so perché mi abbiano cacciato”.
    Mofikari Badisa, 11 anni, parla dalla sua abitazione a Orapa, nel Botswana centrale, dove lo abbiamo raggiunto telefonicamente. Il suo inglese è ancora incerto, ma basta per comunicare la sua delusione.
    Figlio di una minatrice licenziata lo scorso anno dalla società diamantifera Debswana (De Beers – Botswana), Mofikari frequentava la scuola privata della compagnia, insieme ai figli degli altri operai. Tornato a scuola il 18 gennaio scorso ha trovato a sbarrargli la strada una lettera di rifiuto della Livingstone English Medium School, in cui si comunicava che non era più uno studente. E, come lui, tutti gli altri figli dei 460 operai allontanati dalla Debswana in seguito a un lungo sciopero cominciato lo scorso 23 agosto per protestare contro i mancati aumenti dei salari. La maggior parte di loro ha comunque deciso di restare negli alloggi della compagnia in segno di protesta, nonostante il parere decisamente contrario della Debswana.

    Quando sono tornata a casa l’ho trovato quasi in lacrime, con una lettera della scuola. L’avevano cacciato”, racconta la madre di Mofikari, Keresete. “A nulla sono servite le nostre proteste, il preside e la compagnia non ne hanno voluto sapere. Ci hanno ricattato, intimandoci di lasciare le abitazioni della compagnia se vogliamo che i nostri figli continuino a frequentare la loro scuola. Dovremmo fare le valigie e andarcene chissà dove, oltre a pagare la quota d’iscrizione, che prima era compresa nel contratto di lavoro. Ma noi non abbiamo nessuna intenzione di andarcene. Non prima di sentire il parere del tribunale, a cui abbiamo fatto affidamento per ottenere la riassunzione”.

    Ora che tutte le scuole pubbliche hanno riaperto da almeno dieci giorni, sarà difficile trovare un posto per Mofikari e per tutti i figli degli ex-operai della Debswana. "Nessuno ci aveva avvisati, né i professori né la compagnia", continua la madre di Mofikari. "Quella scuola era ottima, i bambini avevano la possibilità di imparare da professori validi e avevano un cortile dove giocare e svagarsi. Molti di noi genitori si sono offerti di pagare la quota di iscrizione, anche se è molto cara. Ci hanno detto di no. Ora dobbiamo cercare una scuola governativa. Ma qui in Botswana le scuole pubbliche non solo non offrono queste possibilità, ma sono spesso in pessime condizioni".

    Dalla capitale Gaborone il portavoce della Debswana, Jacob Sesinyi, sostiene invece che i genitori degli studenti cacciati erano stati avvisati preventivamente. “Mentono spudoratamente, se dicono che non abbiamo dato ai loro figli la possibilità di tornare a scuola – dice arrabbiato Sesinyi – avevamo comunicato per tempo alle famiglie degli operai licenziati che i bambini potevano tornare nelle aule della nostra scuola, ma a condizione che i genitori lasciassero le abitazioni della compagnia, occupate abusivamente. Non l’hanno fatto e ora si lamentano che cacciamo i loro piccoli”.

    Le sue affermazioni vengono subito smentite da Chimbisani Chimica, leader della Botswana Mine Workers Union (Bmwu), il sindacato nazionale dei minatori. “E’ dal settembre scorso che combattiamo una battaglia legale contro la Debswana, contro l’ingiusto licenziamento di centinaia di lavoratori. Questi ora non solo devono lasciare le proprie case, ma devono anche sottostare all’umiliazione di vedere i propri figli cacciati da scuola. E’ vergognoso che dei bambini di 10-11 anni vengano usati per ricattare della povera gente”.

    Prima di essere allontanato dalla scuola Mofikari adorava la matematica e sognava di diventare un ufficiale di polizia.


    Pablo Trincia

    Link

  9. #169
    Forumista assiduo
    Data Registrazione
    10 Nov 2011
    Messaggi
    9,625
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Il genocidio ruandese attraverso le immagini che lo hanno reso visibile agli occhi del mondo




  10. #170
    Forumista assiduo
    Data Registrazione
    10 Nov 2011
    Messaggi
    9,625
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito


 

 
Pagina 17 di 18 PrimaPrima ... 7161718 UltimaUltima

Discussioni Simili

  1. Guerre Dimenticate
    Di yota71 nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 212
    Ultimo Messaggio: 24-02-05, 10:11
  2. Guerre dimenticate...
    Di Egol nel forum Sinistra Italiana
    Risposte: 3
    Ultimo Messaggio: 24-01-05, 23:03
  3. Guerre Dimenticate 2
    Di yota71 nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 14
    Ultimo Messaggio: 14-09-04, 21:17
  4. Guerre dimenticate
    Di davide82 nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 8
    Ultimo Messaggio: 08-08-04, 21:19

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito