



L'ignoranza storica del signor Serra, ottimo battutista "post"-comunista, mi era già arcinota. Dimentica decenni di storia della sinistra italica, dimentica tutta la polemica tra autonomisti e carristi nel PSI, dimentica.....dimentica l'essenza stessa della storia del socialismo e comunismo italiani. Una Serra in cui fiorisce il polemismo brillante ma seccano la verità e la cultura politica. Un pessimo servizio al riformismo.
Saluti liberali


Piccata risposta di Pieffebianco, che risponde al massimalista Serra panbianco per focaccia.
Grande Pieffe, questi agit-prop sono panebianco per i tuoi denti.
Dopo aver letto la tua replica al curaro, Serra è diventato panebianco come un lenzuolo.


Non assomiglia al cane di PCOSTA, neppure Serra. Peccato, avrebbe potuto scrivere qualcosa di intelligente.
Saluti liberali


di massimalismo della sinistretta ne parlano in tanti e da tanto tempo:
" L'eterno conflitto tra riformisti e massimalisti
di Alessandro Bezzi
Lo strappo è avvenuto. E alla fine i tre principali sindacati italiani hanno deciso di percorrere strade diverse nel confronto con il governo di centrodestra sulla riforma del mercato del lavoro. Cisl e Uil da una parte, decise ad affrontare le proposte dell'esecutivo e a dare battaglia sul tavolo delle trattative. Cigl dall'altra, ferma su una posizione di chiusura assoluta e votata a indire scioperi su scioperi, in un momento di impasse dell'economia del paese. In questa scelta c'è lo scontro di fondo tra un sindacato riformista, moderno, che intende farsi carico delle politiche economiche del paese e un sindacato conservatore, populista e demagogico, che guarda al passato e innalza vecchie barricate. Non si scappa da questo punto. E dopo scioperi generali unitari che nascondevano appena la profonda divisione tra le due linee sindacali, la strategia divergente è venuta allo scoperto.
Non senza conseguenze sul piano politico. La sinistra riformista, che pure è stata soccombente rispetto alla ventata populista che ha travolto l'opposizione dopo la sconfitta elettorale del 2001, appoggia la scelta pragmatica di Pezzotta e Angeletti. Lo ha ribadito Rutelli, criticando la scelta di Cofferati di rifiutare aprioristicamente il confronto con il governo. E non si capisce come possano andare a braccetto, in un ipotetico ticket elettorale fra quattro anni, quel Romano Prodi che da Bruxelles tuona contro le resistenze sindacali alla liberalizzazione del mercato del lavoro e quel "Cinese" che proprio di quelle resistenze è l'alfiere principale. La sinistra massimalista, riemersa dietro le lotte di retroguardia della Cgil, si accalora per i referendum di Bertinotti e scivola verso una deriva senza ritorno . E si allontana dal moderno sindacalismo europeo. In altri stati d'Europa i rappresentanti sindacali non lesinano critiche ai rispettivi governi (di destra o di sinistra) ma hanno da tempo abbandonato posizioni irriducibili e, come dimostrano gli esempi di Spagna, Germania e paesi scandinavi, collaborano positivamente con gli esecutivi per innovare le politiche economiche e sociali e renderle competitive. Senza rinunciare alla difesa dei diritti dei lavoratori: semplicemente reinterpretandoli alla luce del mondo che cambia. Ponendosi al passo coi tempi, riescono ad attrarre i nuovi soggetti del mondo del lavoro, attivando un circolo virtuoso che non li isola dai cambiamenti della società: si configurano come sindacati aperti.
Di questa elaborazione dottrinale, i sindacati italiani sembrano sprovvisti. Sono tutti in ritardo e una profonda analisi della loro struttura evidenzia segnali di debolezza che vanno al di là dell'effimero successo derivante da una manifestazione di piazza. L'analisi a tutto tondo è stata realizzata dalla redazione economica del più autorevole quotidiano italiano, il Corriere della Sera, e pubblicata sull'inserto settimanale Corriere Economia con il titolo: Sindacato Spa. Emerge un ritratto non proprio esaltante del sindacalismo italiano, tutto votato a far politica mentre perde iscritti tra i lavoratori, non attira (e dunque non rappresenta) le nuove professioni e si gonfia di pensionati . Le tre confederazioni sono però ricchissime , incassando ogni anno tra i 570 e gli 850 milioni di euro dal tesseramento e altri 300 milioni dallo Stato per patronati e Caaf. Un'isola di privilegio, irrorata dalla presenza di almeno 2mila funzionari "distaccati" e molti altri in aspettativa non retribuita.
Se fosse un'azienda, si potrebbe dire che il sindacato italiano si sta allontanando dal proprio core business, che dovrebbe essere quello di difendere i lavoratori, non quello di far politica. E proprio la voglia di politica di Cofferati sarebbe, secondo alcuni osservatori, la molla della svolta irriducibile della Cgil: la necessità di costituirsi un credito da spendere tra qualche tempo, quando abbandonata la segreteria della Cgil, il Cinese dovrà gettarsi nell'arena politica per non sfiorire in una fabbrica di provincia . Lui nega, ovviamente. Ma gli indizi sono tanti. Ecco dunque che Pezzotta e Angeletti hanno deciso la rottura. Se a loro interessa più il futuro del sindacato che quello personale in politica, sarebbe ora di percorrere strade nuove. Il tempo perduto è già tanto. E l'Italia ha bisogno di un sindacato moderno. Di un sindacato europeo.
7 giugno 2002 [/i] "
Saluti liberali


ci sarebbero tonnellate di articoli di tanti sul massimalismo, il radicalismo inconcludente della sinistretta.......da Galli della Loggia, a Panebianco, a Sergio Romano, per non dire di qualche articolo comparso pure sul Dalemiano RIFORMISTA, qualche battuta al vetriolo di Giuliano Amato ......e via discorrendo....
UNA SINISTRA MALATA DI NOSTALGIA
di CESARE DE MICHELIS
DI PIAZZA in piazza: il girotondo nazionale di oggi anziché a Piazza del Popolo si terrà a San Giovanni, luogo simbolo della tradizione operaia e comunista prima della caduta del muro di Berlino, dove i militanti accorrevano a migliaia, e poi ancora luogo simbolo dell'unità sindacale negli anni Novanta, con i mega-concerti di massa del 1° maggio.
La fine del comunismo in Italia sembra non finire mai, come se un'atavica maledizione condannasse la sinistra italiana a una insopprimibile «diversità», della quale vent'anni fa Enrico Berlinguer fece orgogliosamente una bandiera, ma che oggi resiste soltanto a segnare la distanza rispetto all'Europa del post-comunismo nostrano. Il desiderio di reinventarsi socialdemocratici si scontra con un radicalismo fondamentalista che riesplode ogni qual volta il ruolo di governo non lo contiene a forza.
Ha voglia Massimo D'Alema di andare al Festival dell'Unità anziché al girotondo, riproponendo con ostinata pazienza la centralità del partito sulla scena della politica, i militanti preferiscono la piazza al palazzo e accorrono in tanti, così tanti che neppure ci stanno nella borghese Piazza del Popolo e debbono, dunque, tornare nella piazza proletaria di San Giovanni, esattamente come quando aspettavano la rivoluzione e cantavano fieri l'Internazionale.
Questa volta l'egemonia culturale della sinistra, quella dei cantanti e dei cineasti di grido, si rivela un boomerang per la sedicente sinistra di governo, costringendola nei suoi vecchi panni movimentisti ; le analisi e i ragionamenti devono retrocedere di fronte al rumore degli slogan di lotta, persino la strategia delle alleanze scricchiola in questa fremente agitazione. Nel complesso si ha la sensazione di assistere a uno spettacolo festoso ma insensato, a una riunione di reduci scontenti che stanno insieme più per consolarsi che per avviare un'iniziativa comune, a un'assemblea di perdenti che sfoga la sua rabbia come il popolino, che quando piove maledice il governo ladro.
Eppure di questo girotondo in piazza non è facile sbarazzarsi facendo finta di niente, se oggi a Roma saranno davvero in tanti, se sul palco a prendere la parola al posto dei leader politici ci saranno gli agit-prop dell'insofferenza di massa , non basteranno le buone parole della saggezza politica per riprendere in mano la situazione, e infatti, in ogni contesto, su qualsiasi questione, i toni si stanno alzando senza misura, lo scontro sociale e parlamentare si surriscalda senza che si intravveda una ragionevole via d'uscita.
In un paese governato dal sistema bipolare l'opposizione dovrebbe perseguire obiettivi di controllo e di correzione dell'iniziativa del governo, non di ostruzionismo, di puro e semplice scontro, di rigida contrapposizione. Così non c'è via d'uscita, non c'è né spazio né tempo per riflettere e per scegliere, per meditare insomma; come in guerra bisogna soltanto schierarsi, o di qua o di là, senza vie di mezzo. È il trionfo del meno peggio, l'esclusione della società civile ridotta a mere funzioni gregarie, l'accentramento del potere nelle mani di un'èlite ristrettissima, se non di un solo leader.
La cultura, la piccola cultura d'avanguardia, che corre illusa e spensierata incontro al futuro come se nulla fosse successo durante il secolo che è stato, dimostra anche in questo caso la sua smisurata insufficienza, il suo drammatico disordine, la sua radicale incompetenza.
sabato 14 settembre 2002 "


Non vogliamo mica dimenticare gli scontri fra girotondari e dalemiani, nevvero?
CON LA PIAZZA NON SI GOVERNA IL PAESE
di FAUSTO GIANFRANCESCHI
DOPO la sbornia girotondina (un’allegra e vivace coda delle vacanze) proviamo a fare i conti. È chiaro che il successo musical-politico della manifestazione di piazza San Giovanni non ha alcuna influenza sulla legittimità dell’azione di governo, per due motivi principali. Anzitutto per i numeri: alcune centinaia di migliaia di persone sono assai poco rispetto alle decine di milioni di elettori, a parte l’inaccettabile supposizione (serpeggiante nella pubblicistica di sinistra) che quei pochi siano i migliori, e che quindi abbiano più diritti degli altri. Il secondo motivo è squisitamente costituzionale: qualsiasi movimento ha il diritto di convocarsi e di manifestare civilmente in piazza, ma senza pretendere di condizionare il Governo che deve rispondere soltanto al Parlamento, il quale a sua volta è legittimato soltanto dai risultati elettorali.
L’affollatissima festa di piazza San Giovanni è stata dunque, politicamente, un buco nell’acqua? Per quanto riguarda il bersaglio del centro-destra sicuramente sì; per quanto riguarda le posizioni del centro-sinistra sicuramente no. Questa è la grande novità: nell’area dell’Ulivo è nato, sostanzialmente se non ancora formalmente, un nuovo soggetto politico (come se non ce ne fossero già abbastanza).
Già da tempo circolavano molte voci sulla creazione di un altro partito nella sinistra, con il concorso dei movimentisti più agitati, al punto che un giorno prima della manifestazione Gavino Angius, intervistato dall’«Unità», non aveva escluso questa ipotesi, e Clemente Mastella aveva commentato: se loro fanno la Sacher list, io faccio la lista delle sfogliatelle.
Dopo le previsioni più o meno preoccupate, alcuni elementi della manifestazione sono sembrati una conferma «aurorale». Una frase del discorso di Nanni Moretti è molto significativa: «Non diamo una delega in bianco al centrosinistra». Che cosa vuol dire se non che il «movimento» è pronto a surrogare i partiti? E mentre Nanni parlava, si verificava un evento nell’evento: il tripudio per Sergio Cofferati («tu sei la speranza!»), che è stato il più applaudito fra i personaggi politici presenti.
Tutto fa pensare che si vada verso un consolato Moretti-Cofferati per la guida della sinistra, in contrapposizione al quadrunvirato Rutelli-D’Alema-Fassino-Amato (con Prodi di riserva). Come la nazionale di calcio di Trapattoni, l’Ulivo rischia di avere troppi attaccanti, che si odiano tra loro.
È noto il fastidio sempre più accentuato di D’Alema e Amato per i girotondi, e quindi per i loro promotori. Il presidente dei Ds ha affermato che «l’opposizione si costruisce pensando, non soltanto marciando»; come dire che Moretti e i suoi strillano e si agitano ma non ragionano. Si può essere più perfidi? Da parte sua Amato definisce «umiliante e sciocca» l’idea del girotondo contrapposto al partito. Insomma, per la nuova sfida tra l’Ulivo istituzionale e gli accaldati extraulivisti ed extraparlamentari, non si presentano tempi facili: scoccheranno scintille che la Casa delle Libertà potrà tranquillamente contemplare come lontani fuochi artificiali.
Oltretutto i due fronti soffrono la stessa malattia: né gli uni né gli altri hanno concreti progetti politici; i movimentisti dicono no a tutto con maggiore veemenza, mentre il portavoce dell’Ulivo, Rutelli, fissa le coordinate: «Entro il 2004 dobbiamo dotarci di un progetto, di un programma». Campa cavallo.
mercoledì 18 settembre 2002 [/i]"
Cordiali saluti


Povero Michele Serra......così avulso dalla realtà che lo circonda.....lui non vede i massimalisti..... e deride Panebianco. Lui .... nelle cui vene scorre tanto liquido rosso, forse vino.
Saluti liberali


Del fogliaccio "Cuore" del signor Serra ricordo il numero dell'ultimo giorno di vita di Vincenzo Muccioli con il macabro titolo : "Tutto pronto all'inferno per l'arrivo di Muccioli", che la dice lunga sulla "moralità" del personaggio, per non dire, ovviamente, dell'intelligenza da battutista d'osteria condito con colte citazioni.
Ma anche Serra qualche volta dice le cose come stanno....
" MICHELE SERRA
L’educazione sentimentale che il ministro Jervolino ha in mente per i giovani italiani ha qualcosa di sinistro, ma in fondo anche qualcosa di eccitante. Galera per chi fuma spinelli, vietato parlare di sesso a scuola; mancano solo, per completare definitivamente il quadretto sadomaso, la frusta e gli stivaloni: accessori che il ministro - confidiamo - non manchera’ di introdurre durante le sue prossime ispezioni scolastiche.
C’e’ un incantevole personaggio di Mel Brooks, una severa suora-infermiera di nome Fratella Diesel, che il ministro Jervolino ricorda in maniera impressionante. Si tratta di archetipi erotici ben noti alla nostra millenaria cultura cristiana: per elevarsi, si sa, e’ necessario soffrire almeno un po’. Fratella Jervolino aiutera’ i nostri figli ad apprezzare le raffinate delizie della punizione, della contrizione, della sottomissione. Non e’ un ministro, e’ una bomba sexy.
(30/1/93) "
Questo ritratto del Sindaco ULIVISTA di Napoli, che insieme al suo predecessore San Bassolino, sta lasciando la città letteralmente nella m****** e' veramente e incontestabilmente vero. Ma 11 anni fa Michele Serra non poteva prevedere che Rosa Russo Jervolino sarebbe diventata una kompagna di strada così fondamentale per le "magnifiche sorti e progressive". I massimalisti non sono mai stati buoni profeti. Neppure Michele.
Michele Serra è anhe "poeta", indicativi della statura somma del battutista d'osteria da fuori porta sono questi .....versi [vi risparmio il seguito per non rovinarvi la digestione]:
" Contro la patria
Non conosco patria
che non sia feroce
preferisco matria
dove cresce il noce
preferisco dove
preferisco stare
e qualunque altrove
mi è già familiare
[:::] "
Neppure l'Alighieri......
Saluti liberali


dal sito del quotidiano LIBERO
" Compagni sull'orlo d'una crisi di nervi di NANTAS SALVALAGGIO
IL COMMENTO
Mentre sta viaggiando verso la Riviera adriatica per una serie di comizi, Enrico Boselli mi spiega come abbia potuto perdere le staffe a "Porta a Porta". In pratica è successo questo: durante un dibattito sulla mozione delle sinistre, che intima il ritiro immediato delle nostre truppe dall'Iraq, il segretario dei Socialisti Italiani ha trasceso nei modi e nel linguaggio. Non era più possibile distinguerlo, per dire, da un Diliberto o da un Agnoletto. La cosa ha tanto più sorpreso il pubblico dello studio in quanto Boselli è considerato il gentleman del Riformismo moderato, una specie rara di politico 'british style'. Pacato nel tono della voce, riflessivo nelle argomentazioni, secondo Bruno Vespa era il moderatore ideale per i dibattiti a risc hio. Boselli ammette il passo falso, ma lascia capire che era alla fine di una giornata infelice. La giornata dei mal-di-pancia di socialisti ed ex democristiani, che hanno ballato obtorto collo sulla musica del pifferaio rosso, l'ineffabile Fausto Bertinotti. Non è un gesto da cristiano spargere aceto sulle piaghe, per cui cerco di persuadere l'onorevole Boselli che il pubblico dimentica presto, specie le cose viste in televisione. E tuttavia non posso negare la costernazione di alcuni amici, che temono di aver perduto l'ultimo panda socialista, mai sbracato e con la sintassi in ordine. «Adesso non rigiri il coltello nella piaga», supplica Boselli. Cito quell'altro caso singolare, il dottor Sottile alias Giuliano Amato, che vota contro le sue convinzioni: e porta il proprio cervello all'ammasso, insieme ai fuggiaschi no-global. «Ma io e Amato la pensiamo allo stesso modo», si dibatte Boselli, povero Gulliver legato come un salame dai lillipuziani. «E a lungo abbiamo portato la battaglia all'interno del Triciclo. Purtroppo eravamo pochi, non ci hanno ascoltato e abbiamo perso». Berlusconi non capisce il masochismo nei confronti del proprio Paese. «È l'unica battuta del suo discorso; enon è detto cheavesse tutti i torti. Per una volta». Insisto: l'aspetto più incomprensibile della vostra mozione sul ritiro delle truppe dall'Iraq è che avete fatto harakiri. Ma come, il governo vi offresu un piatto d'oro una vittoria mediatica, e voi gli voltate le spalle? Il solo fatto che Berlusconi avesse finalmente ottenuto l'impegno dell'Onu nella complicata situazione irachena, era un omaggio evidente alla campagna che avevate condotto per anni. «Lo so», dice lui, «ma la lealtà verso la coalizione... lei capisce. Non avevamo le mani libere». Le mani, forse. Ma non la lingua. Ci sono state defezioni a grappoli: quindici fra i Ds e quattordici nella Margherita. Una malalingua propone un nuovo simbolo: "Disuniti nell'Ulivo"." Boselli risponde con un discreto silenzio. Ma non posso lasciareil discorso a metà. E lo incalzo: l'altro fatto stupefacente è che la mozione dei fuggiaschi è stata votata dalla fanteria no global, ma non dai generali: le teste pensanti della coalizione riformista, da Gerardo Bianco ad Antonio Maccanico a Franco Marini, hanno cantato come il vecchio Scalfaro: "Io non ci sto"." E lui ammete: «E' vero, non abbiamo saputo fare sistema, ci siamo mossi in ordine sparso». Nel frattempo Cossutta gongola, Diliberto stappa champagne e il vero vincitore della con- tesa a sinistra, Bertinotti, già prepara la lista dei ministri. E Paolo Cento, detto er Piotta, dice che la mozione pacifista ha dissolto il Triciclo, e ormai non c'è più posto per i riformisti. Boselli tace, ma solo perché i duri non piangono. Insisto: Pecoraro Scanio ne ha sparata una delle sue: "In Irak c'è una rivolta armata ma pacifica. Forse Boselli vorrebbe urlare: 'Pecoraro è forse mio fratello?' Ma il self- control tiene a bada una possibile crisi di nervi, e il Britannico di nuovo tace. Forse pensa a Sisifo, alla sua inutile fatica di portare il sasso della ragione in cima al monte. Alle viste del mare dell'Abruzzo, Boselli avrebbe voglia di cambiar aria, e magari di mangiare un buon piatto di spaghetti alle vongole. Finalmente la canea di Porta a Porta è lontana; lontana la retorica di Fassino e soprattutto di Rutelli. Il segretario socialista ricorda ciò che gli ha suggerito l'ex presidente Cossiga a Montecitorio: «Prima di decidere, accosta l'orecchio alla gobba di Andreotti. È una bussola. Un punto di riferimento che non inganna». "
Paolo Cento sa che Serra non ha capito una mazza.
Saluti liberali