Pagina 12 di 15 PrimaPrima ... 2111213 ... UltimaUltima
Risultati da 111 a 120 di 142
  1. #111
    email non funzionante
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Messaggi
    36,452
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Liberalizzazioni e riforme, siamo all’anno zero

    di Tullio Toscano

    II giornali che hanno enfatizzato le cosiddette “liberalizzazioni” del ministro Bersani, non sanno forse cosa significhi aprire veramente un mercato alla concorrenza. Parlano probabilmente per sentito dire...o per dovere di ufficio. L'unica vera liberalizzazione che ricordi la storia d'Italia è quella di Ugo La Malfa che, nei primi anni Cinquanta, liberalizzò il 99% (percentuale Ocse) dei nostri scambi commerciali. Chi scrive collaborò a quella riforma come giovane funzionario ministeriale, e ricorda che si trattò di una impresa molto ardua, perché osteggiata dalle più grandi imprese italiane, che si chiamavano Fiat, Pirelli, Montecatini e così via. Ma Ugo La Malfa non si lasciò intimidire e portò a termine il suo progetto, da cui prese il via il cosiddetto “miracolo economico”, che portò l'Italia tra i maggiori paesi industrializzati del mondo. Non solo, la nostra lira faceva anche agio sul dollaro e sul franco svizzero, perché era preferita nei pagamenti internazionali. Abbiamo voluto ricordare la liberalizzazione degli anni Cinquanta, non per un motivo di carattere storico, ma perché non vi siano dubbi sulle misure che il Governo avrebbe dovuto adottare per dare competitività alla nostra economia, che non brilla nelle graduatorie internazionali.

    Come è noto, il mercato italiano soffre di pesanti incrostazioni accumulatesi nel corso dei decenni e che ne frenano la libertà di movimento. Si tratta di monopoli piccoli e grandi, di potentati economici, di corporativismi, di riserve di caccia eccetera...che godono della protezione dei partiti politici e dei sindacati, e sono fattori di inquinamento della politica italiana. Ma da questa area il Governo si è mantenuto rigorosamente alla larga, barattando per “liberalizzazione” misure che si inquadrano nella pura e semplice “ordinaria amministrazione”. Non v'è dubbio che sono da considerarsi tali, ad esempio, l'eliminazione di alcuni balzelli o la rimozione di limiti alla vendita di giornali e carburanti e così via, che riguardano peraltro settori già ampiamente inflazionati. Tale è il caso, infatti, della distribuzione dei carburanti, che in Italia conta una rete di 22 mila punti vendita, contro 15 mila della Germania e 14 mila della Francia. Se dunque il prezzo della benzina è alto in Italia, non è tanto per un difetto di concorrenza, ma piuttosto per l'elevatezza del carico fiscale, che è del 63% circa. È giustificato quindi il sospetto che tali misure non siano state escogitate nell'interesse dei consumatori in quanto tali, ma in quello della cosiddetta grande distribuzione che annovera tra i suoi principali protagonisti le cooperative rosse, variamente denominate e camuffate. Di questo passo, c'è il rischio che l'Italia si avvicini sempre più agli schemi organizzativi e di vita delle cosiddette “democrazie popolari” dell'est, trascinate nel 1989 nel crollo dell'Unione Sovietica.

    tratto da http://www.opinione.it/

  2. #112
    email non funzionante
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Messaggi
    36,452
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    "Tra lo spettro di un rallentamento globale e l'incertezza cinese"

    di Fulvio Giulio Visigalli

    Ci siamo. Il guru Alan Greenspan (ex Presidente della Federal Reserve Americana) ha dato il suo autorevole giudizio in merito allo stato di salute dell'economia: entro l'anno gli USA scivoleranno in recessione. Le parole positive dell'attuale Presidente Bernanke sono state sconfessate. E' un colpo duro alla credibilità del Fed: pesano di più le parole di Greenspan rispetto a quelle di Bernanke. Devo solo dire che il timing non è stato dei migliori. Infatti, contemporaneamente, la borsa cinese ha registrato un pauroso crollo dei valori borsistici alla luce di una semplice riflessione: la speculazione sta danneggiando il tessuto economico. Insomma: si sono registrate tensioni e preoccupazioni su tutte le piazze finanziarie. Come andrà a finire? Difficile a dirsi. Per ora, preferiamo attendere e non fare pronostici.

    Ci limitiamo ad osservare l'andamento della curva dei tassi che rappresenta il termometro dell'economia. Come ci informa il Sole24Ore siamo in una situazione in cui ci sono presenti “troppi segnali di pericolo tutti insieme: è scattato così via all'ondata di vendite che sta investendo da questa mattina i mercati azionari di tutto il mondo”. Siamo all’inizio di una nuova stagione di ribassi mondiali? “In effetti, potrebbe essere, quello avviato in Cina, l'inizio dell'annunciata correzione dei mercati dopo mesi di continui rialzi, giudicati eccessivi e inspiegabili, nonostante le trimestrali brillanti” continua il Sole24Ore ed è chiaro quindi che il mondo capitalistico attende lo scoppio della bolla finanziaria cinese. Rintracciare le cause di questo scivolone è sempre un’attività ardua e non priva di errori. Tuttavia possiamo affermare che la causa principale potrebbe essere la materializzazione dello spettro di un possibile rallentamento economico globale. E, a detta degli opinionisti economici, una crisi vera e propria potrebbe proprio far la propria comparsa entro San Silvestro 2007.
    C’è però un’altra spiegazione.
    In questo caso stiamo parlando del comunicato del governo di Pechino che ha deciso di porre essere una energica stretta sugli investimenti a rischio e su alcune pratiche poco trasparenti utilizzate nel mercato azionario cinese che ha scatenato il panico. E’ facile capire gli speculatori in questo contesto. Si sono chiesti se è proprio necessario interrompere il giochetto dei soldi facili. In aggiunta dobbiamo segnalare che si sono rincorse voci (poi smentite) riguardanti le dimissioni del presidente della Consob Cinese, Shang Fulin come segnale inequivocabile di un fallimento totale delle politiche di salvaguardia del risparmio nazionale. Ricordiamo infine che la Cina è prossima al Congresso nazionale del Popolo, convocato per il 5 marzo, da cui molti si aspettano nuove misure di apertura al mercato. Le recenti notizie invece fanno propendere il barometro della libertà economica verso la bassa pressione ed è forse questo il vero motivo di nervosismo.
    Come reagirà l’occidente?
    Tempo fa ci fu una missione economica americana in Cina guidata dal segretario del Tesoro statunitense Henry Paulson, che dichiarò, a margine dei colloqui intrapresi per modificare l’equilibrio del rapporto di cambio yuan/dollaro che «l'economia cinese sarà esposta a gravi rischi». Grande intuizione, facoltà paranormali o semplice deduzione economica-accademica? Quello che ci preoccupa maggiormente non è tanto l’esuberanza ma quanto la volatilità: dall’inizio dell’anno la borsa di Shanghai ha già vissuto un crollo del 4,9%, poi un altro del 3,7% e, fatto stano, ogni volta si è immediatamente ripresa per poi salire a nuovi record.
    Strano, troppo strano.
    La Cina sta tentando di sottrarsi dalle logiche del mercato e i suoi tentavi appaiono goffi. Aspettiamo con apprensione il Congresso nazionale del Popolo Cinese e nel frattempo impariamo a scrutare l’oroscopo cinese.

    tratto da http://www.fgr-italia.it/

  3. #113
    Forumista assiduo
    Data Registrazione
    23 Oct 2009
    Messaggi
    9,385
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito j.m. keynes visto da giorgio la malfa

    Dalla Voce Repubblicana di domani

    La teoria generale, un libro in grado di sfidare i dogmi dell'accademia
    J.M. Keynes visto da Giorgio La Malfa


    di Riccardo Bruno

    Un’attrazione fatale. Quando nei primi anni ‘60 il giovane Giorgio La Malfa approdò a Cambridge, non si poteva resistere. Nella più prestigiosa facoltà di economia britannica, il fascino della personalità e delle teorie di Keynes era rimasto vivissimo. A Cambridge insegnavano ancora suoi allievi, come Reddaway, e suoi incalliti avversari come Dennis Robertson. Poteva uno studioso alle sue prime esperienze resistere alla suggestione di un’atmosfera intellettuale tanto originale? Ricordiamo anche che all’università di Cambridge viveva una personalità carismatica come Piero Sraffa, l’autore di “Produzione di merci a mezzo di merci”, allora famosissimo negli ambienti economici e politici italiani. A Sraffa (un amico personale di Gramsci) lo stesso Keynes nell’estate del ‘21. chiese di scrivere un articolo sul sistema bancario italiano per i supplementi di economia del quotidiano “Manchester Guardian”. Keynes apprezzò il livello scientifico dell'articolo al punto che decise di pubblicarlo direttamente sull'”Economic Journal”, la più autorevole rivista inglese di economia politica, col titolo "The Bank Crisis in Italy". Alla fine Keynes affidò a Sraffa anche la cura dell'edizione italiana del suo “A Tract on Monetary Reform”. Da quel momento Sraffa diventa un monumento vivente, e il giovane La Malfa ci si trovò subito a confronto. Un’altra epoca.

    Questioni tematiche

    Il “Keynes visto da Giorgio La Malfa” edito per la Luiss University Press (pagg. 155, euro 14,00) ci aiuta a ricostruire le questioni tematiche di uno dei più grandi economisti del secolo scorso, ma soprattutto ci permettere di cogliere quell’aura che ha condizionato un intero processo culturale, non certo solo economico. Va detto che lo scritto di La Malfa si accompagna a due testi originali di Keynes piuttosto considerevoli. Uno di essi è “La fine del laissez - faire” (1926), e l’altro “Le note conclusive sulla filosofia sociale”, tratto da “La Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta”, del 1936. In quest’ultimo si legge: “La nostra critica della teoria economica classica prevalente è consistita non tanto nel trovare errori logici nella sua analisi, quanto piuttosto nell’evidenziare che i suoi assunti impliciti vengono soddisfatti mai o di rado, con il risultato che essa non può risolvere i problemi economici del mondo reale”. E’ cosa rilevante essere costretti a constatare che la scienza economica non risolve le questioni che si pongono nei processi della vita reale. Si tratta di un aspetto del pensiero di Keynes a cui La Malfa si mostra molto sensibile. Ad esempio, La Malfa difende Keynes dalle accuse di Schumpeter mosse alla “Teoria generale”. Stando a quelle, in sostanza, le analisi di Keynes non andrebbero al cuore del processo capitalistico e alle sue prospettive future. Per Schumpeter, Keynes si limiterebbe ad una valutazione dei fenomeni economici valida per il breve periodo. La Malfa replica che Keynes ne era consapevolissimo, ma che la sua analisi era condizionata dall’esperienza drammatica dei sistemi economici di quegli anni. Si tratta del 1929, del 1930, in cui l’economia aveva evidenziato una patologia acuta, mostrandosi incapace di utilizzare pienamente la forza produttiva esistente e quindi di realizzare la piena occupazione. Una “patologia”, chiosa La Malfa, che ha poi continuato a manifestarsi nei sistemi economici contemporanei e che si manifesta perfino ai giorni d’oggi nei paesi dell’Europa Occidentale, inclusi gli Stati Uniti.
    “E’ chiaro – scrive La Malfa – che in un’ottica di breve periodo, un’elevata propensione al risparmio rende più difficile la piena occupazione, mentre in un’ottica di più lungo respiro, posto che il sistema sia in condizioni di piena occupazione, una maggior quota di risparmio, seppure non influenzi il tasso di crescita dell’economia che è determinato dall’aumento della popolazione e dal ritmo del progresso tecnologico, ha altri effetti positivi”. Per cui La Malfa sottolinea come il testo keynesiano, oltre che un nuovo contributo alle teorie generali dello sviluppo capitalistico, sia principalmente uno strumento indispensabile per gli interventi correttivi alle disfunzioni dello stesso.

    Economista in lotta


    Il Keynes che ci trasmette La Malfa non è un “professorone” che sforna teorie e trattati: è un economista che si batte per trovare delle soluzioni ai problemi del suo paese e ovviamente del mondo, come dimostra financo il ruolo svolto sul piano diplomatico all’indomani della fine del primo conflitto, dove Keynes era contrario, a ragione, alle sanzioni imposte alla Germania da parte dalle nazioni vincitrici. Tra l’altro c’è da osservare che nella querelle che divide Schumpeter da Keynes spicca anche un ulteriore elemento di rilevante importanza: Schumpeter era convinto di un’evoluzione felice e socialista del sistema economico e di una inevitabile sconfitta del capitalismo. Keynes, al contrario, non aveva nessun dubbio che il socialismo, soprattutto quello sperimentato in Unione sovietica, non fosse assolutamente in grado di offrire un nuovo modello di riferimento, né per l’Oriente, né tanto meno per l’Occidente. Di più, Keynes era completamente emancipato anche da qualsiasi condizionamento marxiano, escludendo dunque che le linee di pensiero del tedesco fornissero elementi di qualche utilità pratica. Keynes riteneva, ci ricorda La Malfa, che il futuro avrebbe imparato più dallo spirito di un tal Silvio Gesell che da quello di Marx. Visto che Silvio Gesell era piuttosto sconosciuto anche all’epoca, si capisce molto bene l’opinione dell’economista sui lavori di Marx. E’ proprio l’elemento dogmatico e dottrinario – Marx prima che un economista era pur sempre un erede dell’idealismo tedesco - a suscitare la diffidenza di Keynes. Tanto è maggiore il dogmatismo, tanto maggiore è lo scetticismo di Keynes. E’ vero che Marx voleva riporre “l’uomo sui piedi invece che sulla testa”, ma evidentemente per un pensatore come Keynes, la sola elaborazione della metafora (“un uomo poggiato sulla testa”, secondo l’Hegel letto da Marx) comportava un allontanamento ulteriore dalla realtà.

    Entità viva

    La realtà, inclusa quella economica, è invece un qualcosa di vivente, che tende a sfuggire ai concetti in cui la si vorrebbe rinchiudere a forza. Veniamo allora al laissez – faire, che ha influenzato un intero secolo di pensiero economico, in Inghilterra e non solo. Keynes non ne sottovaluta certo la rilevanza, ed è quanto mai attento all’importanza delle sue origini polemiche nei confronti delle politiche protezioniste colbertiane. Ma egli si richiama a Cairnes per ricordare che “la massima del laissez - faire non ha alcuna base scientifica, è tutt’al più una semplice e comoda regola pratica”, e sostiene che con la stessa misura occorre considerare la teoria della “mano invisibile” di Adam Smith. “Liberiamoci dai principi metafisici o generali sui quali, di tempo in tempo, si è basato il laissez - faire”. Questo lo spirito. E’ chiaro che, seppur senza riuscire a convincere, l’importanza del socialismo, in particolare all’indomani della rivoluzione sovietica, ha un effetto sulla riflessione keynesiana. Ma, come nota La Malfa, Keynes ne resta impressionato sul piano morale, e non su quello strettamente economico. “L’esperimento sovietico – scriveva Keynes – era volto a far nascere un uomo nuovo liberato dal motivo dell’accumulazione della ricchezza”. E La Malfa: “Il capitalismo non era allora, e non è oggi, un sistema in sé attraente”.

    Serve dell’altro

    Il desiderio individuale di accumulare denaro e ricchezza, alla fine può rivelarsi volgare, e anche piuttosto vano. In termini più semplici, il denaro e l’individualismo sfrenato non danno risposte soddisfacenti alle esigenze di una esistenza. Serve dell’altro, soprattutto quando “l’avidità”, produce sì benessere, ma anche profondi squilibri sociali. A fronte di una crisi gravissima, come quella del 1929, occorre pensare ad un intervento correttivo. Per questo serve lo Stato. Lo sforzo di Keynes è cercare di ritagliarsi uno spazio di azione fra il pensiero economico classico, e la sua interpretazione dottrinale, senza finire in un dogmatismo ancora più grave, come quello socialista. Keynes è ormai lontano nel tempo, ma l’interesse attuale per la sua opera, La Malfa lo spiega in questi termini: “Oggi prevale, soprattutto in Europa, una visione dell’economia che assomiglia molto a quella contro la quale Keynes mosse all’attacco nella Teoria generale”. Bisogna non demonizzare le forze spontanee del mercato, ma avere anche la capacità di saperle correggere, ove è necessario. Ci viene facile credere che in Italia, se si fosse conosciuto un po’ di più il pensiero keynesiano, ed il suo sforzo di trovare soluzioni, la classe dirigente del Paese avrebbe potuto essere migliore.

  4. #114
    email non funzionante
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Messaggi
    36,452
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Previdenza
    Restano inascoltati i richiami della Bce per una riforma

    Per la maggior parte dei paesi dell'area dell'euro le riforme dei sistemi fiscali e pensionistici sono divenute "una necessità improrogabile". Lo dice la Banca centrale europea, nella sezione dedicata all'analisi della finanze pubbliche di Eurolandia nel suo ultimo bollettino mensile. La Bce, a proposito, è chiarissima come è sempre stata: bisogna "ridurre la vulnerabilità delle finanze pubbliche in vista dei significativi aumenti della spesa collegati con l`invecchiamento della popolazione previsti nei prossimi decenni". E, di conseguenza, aggiunge che "ciò richiede una maggiore determinazione nel perseguimento del risanamento mediante programmi di riforme economiche e fiscali a un tempo credibili ed esaurienti". Quindi, "riforme adeguate dei sistemi fiscali e previdenziali e aumenti della qualità della spesa pubblica migliorano gli incentivi economici e consentono non soltanto di sostenere la crescita del prodotto e dell'occupazione, ma anche di accrescere la sostenibilità dei conti pubblici". Non c'è niente di nuovo in questa posizione, e semmai verrebbe quasi da chiedersi come sia possibile che essa continui ad essere ripetuta nel tempo così monotematicamente.



    A volta capita che non siamo d'accordo con tutto quello che la Bce propone o dispone, ma non abbiamo certo mai pensato che in quella sede si sia perso il contatto con la realtà. Al contrario, crediamo che la ragione di questa insistenza della Bce sul problema pensioni sia dovuta al fatto che ci sono paesi europei che sono altrettanto insistenti nel volerlo ignorare.

    Il primo di questi è di sicuro l'Italia. Apriamo anche soltanto la sezione economia del "Corriere della Sera" del 15 marzo. Il titolo di apertura recita: "Pensioni, è subito scontro sui tagli alla riforma Dini". E l'occhiello: "Welfare, rivedremo i coefficienti. Poi Damiano sfuma". Senza nessuna fatica e timore di essere smentiti, assicuriamo che questo titolo è lo stesso da 11 mesi a questa parte, e non certo perché al "Corriere Economia" manchino di fantasia. Ma semplicemente perché ogni volta che il governo Prodi ha affrontato, o meglio, annunciato di voler affrontare la questione, si è riprodotto un manierato minuetto, in cui il ministro Damiano annuncia una posizione, il ministro Ferrero la smentisce, la Cgil si dice d'accordo con Ferrero, il ministro Padoa - Schioppa si mette le mani nei capelli, il presidente del Consiglio gira alla larga, il presidente della Confindustria glissa che egli preferirebbe "parlare a bocce ferme". E chi le ferma più oramai le bocce?

    Perché è evidente che nel governo sono consapevoli della necessità di un intervento. Sono o non sono un "governo europeista", con tanto di super tecnico economico che proviene proprio dalla Banca Centrale Europea? E forse possiamo mai immaginare che Tommaso Padoa - Schioppa non condivida i richiami della Banca che ha rappresentato per anni ai massimi livelli? E allora, perché mai la situazione ristagna immobile dal giorno dell'insediamento del governo a oggi, al punto che oramai sono i sindacati spazientiti a chiedere di aprire il tavolo?

    Perché non c'è una posizione unitaria. Ci sono i realisti nel governo e ci sono anche i visionari. E i visionari sono ancora di più nella maggioranza parlamentare. "Credo che sia davvero necessaria una risposta forte da parte delle organizzazioni sindacali, di fronte a queste vere e proprie provocazioni sulla pelle dei lavoratori": così Stefano Zuccherini, vicepresidente della commissione Lavoro e senatore di Rifondazione comunista, ha bollato come "inaccettabile" l'ipotesi di revisione dei coefficienti di calcolo, ovvero la quantità monetaria delle pensioni avanzata dal ministro del Lavoro, Cesare Damiano. E ha financo rispolverato il fantasma di Donat Cattin, tanto per far capire che andrà fino in fondo: "Il ministro, come ci ha insegnato Donat Cattin - ha detto Zuccherini - dovrebbe considerarsi ministro dei lavoratori e non della speculazione finanziaria dei fondi pensionistici".

    Questo il clima della maggioranza a Palazzo Madama, che si accompagna agli strali della Cgil sul ritocco dei coefficienti con tanto di minacce di ricorso alla piazza. Può forse fare qualcosa un governo in queste condizioni, senza sostegno sociale e senza numeri parlamentari? Può il ministro Padoa - Schioppa essere l'interprete dei desiderata della Bce? E più facile che, nell'attesa di una risposta, il sistema del welfare ci crolli addosso.

    Roma, 15 marzo 2007

    tratto da http://www.pri.it

  5. #115
    email non funzionante
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Messaggi
    36,452
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Brioches e ricariche per i disoccupati

    La più grande liberalizzazione fatta, ancora non completa, sta dando frutti preziosi. Si tratta delle legge Biagi, che ha liberato i lavoratori dai vincoli di un mercato del lavoro corporativizzato, consentendo così un significativo riassorbimento della disoccupazione che, nel 2006, scende al 6.8%, toccando il minimo dal 1993. Una bella notizia, per chi ha creduto nella lezione di Biagi una conferma, ma cancellata dalle prime pagine dei giornali, dove si affacciano, invece, le lenzuolate Bersani e le lezioncine a ditino alzato.

    Altro oppositore della Biagi è l'attuale ministro del lavoro, Damiano, il quale ritiene che il dato positivo sia in realtà frutto della regolarizzazione degli immigrati e dei contratti a termine, quindi precari. I dati gli danno torto. In ciascuna delle tre aree del Paese, nel 2006, hanno trovato occupazione più italiani che stranieri, ma la cosa più importante è che la percentuale d'italiani rasenta la totalità nel meridione, dove più alta era, e resta, la disoccupazione. Questo significa che la rigidità del mercato del lavoro è nemica dei giovani meridionali ed è amica del mercato nero, che manifesta la sua vitalità evadendo ogni regola fiscale e previdenziale. Quanto alla solfa del precariato sarà bene ricordare che l'alternativa è la disoccupazione secca. Il che può piacere ai politicanti che speculano sul disagio, ma non agli interessati né al mercato.
    Questa liberalizzazione del lavoro, questa liberazione dei lavoratori, chiede d'essere proseguita e completata, mentre, al contrario, forze della maggioranza ed esponenti del governo chiedono di amputarla e distruggerla. Suggerirei a Bersani, che si sente nei panni di un novello Adam Smith, di far due chiacchiere con i colleghi. Già, perché pensare che un mercato possa andare verso la liberalizzazione annunciando aumenti di taxi e di licenze che non arrivano mai, in compenso conservando le tariffe amministrate, o cambiando per decreto la struttura di una tariffa telefonica, salvo poi dovere correre a convertire il decreto quando il mercato si è già adeguato, è segno d'idee a dir poco confuse. Certo, l'Italia ha bisogno di liberalizzazioni e di battere i corporativismi. Vale anche per il mercato del lavoro, giusto per non dare brioches e ricariche telefoniche ai disoccupati.

    Davide Giacalone
    www.davidegiacalone.it

    tratto da http://it.groups.yahoo.com/group/Rep.../message/11650

  6. #116
    colleziono trofei
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Località
    Bergamo, Italy
    Messaggi
    144,982
     Likes dati
    3,827
     Like avuti
    14,803
    Mentioned
    3948 Post(s)
    Tagged
    7 Thread(s)

    Predefinito

    E DAJE CO STA LEGGE bIAGI, I BANANAS SANNO DIRE SOLO QUELLO.

    SIETE I SOLITI PUGNETTARI


  7. #117
    email non funzionante
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Messaggi
    36,452
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Riceviamo da Vittorio Bertolini

    Mazzinianesimo e relazioni industriali

    CONVEGNO PROMOSSO DAL CIRCOLO BOTTAI SUL MODELLO PARTECIPATIVO IN AZIENDA

    Quanto è «mazziniana» la responsabilità sociale

    Scioscioli: «Parlò di concordia degli obiettivi». Rodelli: «Così si cresce»

    di Andrea Viola

    .. Le imprese «ottengono migliori risultati quando basano l'attività sul dialogo. Imprenditori e dipendenti costruiscono qualcosa insieme, con una visione positiva, superando una conflittualità diffusa dalla politica all'economia. Il prezzo che l'1talia sta pagando alla rissosità è quella di un'economia che cresce lentamente - dice Rossella Rodelli Giavarini, amministratore delegato dell'Industria Laterizi Giavarini, vicepresidente dell'Unione industriali e presidente della Finco -. Se ora c'è ripresa non è merito dei governi ma del fatto che noi, imprenditori e lavoratori, ci siamo rimboccati le maniche portando il know-how italiano sul mercato globale».
    «.Alimentare le motivazioni dei lavoratori è un problema molto avvertito - aggiunge Laura Grazia Sipala, responsabile relazioni pubbliche di STMicroelectronics -. In una realtà come la nostra è indispensabile che ognuno sappia prendere decisioni in modo veloce e lavori come se fosse un'impresa nell'impresa. Deve esserci condivisione di valori, formazione e informazione su quanto accade in azienda». È' quindi sempre più importante valorizzare le risorse umane: è il messaggio emerso dal convegno a Palazzo Soragna moderato dalla giornalista della «Gazzetta» Patrizia Ginepri e organizzato dal circolo Bottai dell'Associazione mazziniana italiana. Cosa c'entri Giuseppe Mazzini con le relazioni industriali lo chiarisce lo storico Massimo Scioscioli: «Mazzini propone la partecipazione degli operai agli utili dell'impresa. e respinge l'antagonismo di classe. Propone il principio dell'associazione, la concordia negli obiettivi fra tutti i soggetti, anche in economia.». Bisogna valorizzare professionalità e motivazioni del personale.
    «Passiamo da un'economia di consumo alla società della conoscenza e, in azienda, dall'autorità all'autorevolezza nei rapporti con il management - spiega la Giavarini -. Nell'economia della conoscenza i lavoratori trovano soddisfazione e si sentono responsabili di ciò che fanno. Sono davvero imprenditori di se stessi».
    Il coinvolgimento rientra nel concetto di responsabilità sociale, che a sua volta è un insieme di obblighi delle aziende. verso gli stakholders che il sistema giuridico contempla da tempo: lo sottolinea l'avvocato Lucia Silvagna, docente di Diritto sindacale all'università di Parma.
    E anche dal mondo sindacale viene un'esortazione a cambiare mentalità in senso mazziniano. II segretario regionale della Uil Denis Merloni auspica che si diffonda fra le aziende «un insieme di buone pratiche nella gestione dei rapporti con i portatori d'interessi. Il sistema migliore è coinvolgere i lavoratori in modo leale e trasparente nelle strategie. A volte i lavoratori non paiono interessati: per questo i sindacati devono favorire questo salto culturale...

    tratto da La Gazzetta di Parma del 3 aprile 2007

  8. #118
    email non funzionante
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Messaggi
    36,452
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    La ripresa economica
    Dare il giusto merito al lavoro compiuto dal precedente governo

    di Giorgio La Malfa

    Il Ministro dell'economia Tommaso Padoa - Schioppa, a Washington per gli incontri di primavera del Fondo Monetario e della Banca Mondiale, ha dichiarato: "L'emergenza dei conti pubblici è passata...Se confronto la situazione con quella di quando sono venuto qui a settembre per la prima volta come ministro, c'erano molti dubbi sul fatto che l'Italia riuscisse a realizzare la legge Finanziaria che io mi accingevo a presentare. Oggi la legge Finanziaria è adottata: l'emergenza è passata ed intorno a me sento un clima di molta maggiore fiducia".

    Ma qual era la situazione di partenza dei conti pubblici rispetto alla quale si dichiara conclusa la fase dell'emergenza? A stare alle affermazioni rese dallo stesso Ministro all'atto di assumere l'incarico di Governo, la situazione dei conti pubblici italiani nel 2006 era peggiore di quella del 1992.

    Ricordando che la legge finanziaria predisposta dal Governo Amato nel 1992 previde tagli di spesa ed aumenti di entrate dell'ordine di 90.000 miliardi di vecchie lire e che essa non bastò a rimettere in carreggiata i conti, il cui miglioramento avvenne in un quinquennio circa di legge finanziarie più o meno severe, vi sono solo due possibilità: o è assai prematuro annunciare la fine dell'emergenza o, più probabilmente, il giudizio sullo stato della finanza pubblica ereditato dal Governo Berlusconi era grossolanamente falso. L'effetto netto del saldo fra le maggiori spese e le maggiori entrate previste nella legge finanziaria di quest'anno è infatti dell'ordine di 20 miliardi di euro * una cifra importante, ma non sufficiente, se la situazione dei conti fosse stata davvero catastrofica, a rimettere a posto il bilancio dello Stato.

    Ma vi è un secondo aspetto della situazione dei conti pubblici di quest'anno che richiede qualche approfondimento ed è lo straordinario gettito delle entrate tributarie. E' esso il prodotto della lotta all'evasione, come il Governo vorrebbe far credere? O è invece, più semplicemente, il prodotto della ripresa economica. L'analisi delle cause di questi andamenti non è facile, ma in generale si può dire che, quando il motore primo di un aumento delle entrate è la lotta all'evasione, è molto probabile che si determini un effetto di contenimento della domanda e quindi si registri un andamento non favorevole della congiuntura. Quando invece la congiuntura è favorevole, questo andamento può produrre un consistente aumento delle entrate.

    Queste considerazioni inducono a una lettura molto diversa delle vicende economiche della precedente legislatura nella quale andrebbero rintracciate le origini degli andamenti della finanza pubblica in questi mesi. Fra il 2001 e il 2006 la contrapposizione fra il centro-sinistra e la maggioranza sui temi di politica economica si è concentrata sull'orientamento di fondo del Governo Berlusconi di promuovere una riduzione del carico fiscale. Tale politica ha avuto, come era prevedibile, un primo impatto negativo sui conti pubblici che l'opposizione ha sistematicamente denunciato poggiando anche sui rilievi che la Commissione Europea e la Banca Centrale Europea, custodi ortodossi del Patto di Stabilità, non hanno mai mancato di formulare. L'effetto negativo sui conti è stato ulteriormente accentuato dalle condizioni negative della congiuntura internazionale e dall'impatto immediato delle elevate quotazioni mantenute dall'euro negli ultimi anni in rapporto al dollaro.

    Oggi la situazione economica italiana è migliorata fortemente, in parte per lo stato favorevole della congiuntura europea ed internazionale, in parte perché, come è stato osservato da molte parti, le imprese italiane, per compensare la rivalutazione dell'euro, hanno dovuto impegnarsi in un recupero di produttività, ma in parte rilevante, infine, per l'effetto di stimolo che le riduzioni fiscali degli scorsi anni hanno avuto sulla domanda e sul reddito nazionale.

    Sta avvenendo in Italia esattamente quello che è avvenuto negli Stati Uniti negli scorsi anni e cioè che le riduzioni di imposte hanno un ovvio impatto negativo immediato nei conti, ma conducono a una dinamica delle entrate fiscali conseguenti alla ripresa economica tale da più che compensare la perdita di gettito conseguente alle riduzioni delle imposte. Non è quindi la lotta all'evasione fiscale - che se fosse stato l'ingrediente principale di questi mesi avrebbe avuto un inevitabile effetto depressivo sull'economia italiana * ad aver fatto crescere le entrate, ma la forte ripresa trainata dalle politiche economiche della precedente legislatura.

    Questa è l'unica lettura dei dati della finanza pubblica di questi mesi che abbia un senso dal punto di vista dell'analisi economica.

    Sarebbe forse una manifestazione di obiettività se il Governo e la maggioranza cominciassero a esporre una interpretazione dei fatti che riconosca i meriti della politica economica condotta nella legislatura precedente.

    Roma, 25 aprile 2007

    tratto da http://www.pri.it

  9. #119
    JohnNozik
    Ospite

    Cool Le rasoiatte di Oscar Giannino, Repubblicano Minarchico.

    Italiani, la vostra vita è meravigliosa (anzi sarebbe) di OSCAR GIANNINO

    Stampatevi bene in mente questi tre nomi: Gunter Coenen, Peter McAdam, e Roland Straub. Lavorano a Francoforte, presso il direttorato studi e ricerche della Banca Centrale Europea, e finalmente portano nuovi argomenti concreti a favore di noi mosche bianche liberiste che chiediamo il calo generale delle imposte. Sbaragliano in un solo colpo tutti gli economisti europei, che sostenevano pervicacemente negli ultimi tre anni che erano del tutto campate in aria le tesi del Nobel dell'Economia Ted Prescott, che ha vinto il premio proprio provando quanto le alte tasse che gravano su noi italiani ed europei servano solo a far lavorare di meno la gente, con effetti di riduzione del reddito disponibile maggiormente gravi proprio per chi ha le qualifiche più basse, e non certo invece redistributivi a loro vantaggio, come invece predicano gli statalisti tassatori e le sinistre unite di tutto il continente.

  10. #120

 

 
Pagina 12 di 15 PrimaPrima ... 2111213 ... UltimaUltima

Discussioni Simili

  1. Risposte: 7
    Ultimo Messaggio: 20-04-13, 15:10
  2. Risposte: 232
    Ultimo Messaggio: 28-11-08, 13:42
  3. Risposte: 54
    Ultimo Messaggio: 02-04-08, 14:42
  4. Ho grossi problemi economici
    Di DD nel forum Fondoscala
    Risposte: 68
    Ultimo Messaggio: 15-05-04, 23:21
  5. un'unica ricetta per risolvere i problemi economici dell'europa
    Di elizabeth nel forum Centrodestra Italiano
    Risposte: 5
    Ultimo Messaggio: 20-02-04, 13:05

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito