Liberalizzazioni e riforme, siamo all’anno zero
di Tullio Toscano
II giornali che hanno enfatizzato le cosiddette “liberalizzazioni” del ministro Bersani, non sanno forse cosa significhi aprire veramente un mercato alla concorrenza. Parlano probabilmente per sentito dire...o per dovere di ufficio. L'unica vera liberalizzazione che ricordi la storia d'Italia è quella di Ugo La Malfa che, nei primi anni Cinquanta, liberalizzò il 99% (percentuale Ocse) dei nostri scambi commerciali. Chi scrive collaborò a quella riforma come giovane funzionario ministeriale, e ricorda che si trattò di una impresa molto ardua, perché osteggiata dalle più grandi imprese italiane, che si chiamavano Fiat, Pirelli, Montecatini e così via. Ma Ugo La Malfa non si lasciò intimidire e portò a termine il suo progetto, da cui prese il via il cosiddetto “miracolo economico”, che portò l'Italia tra i maggiori paesi industrializzati del mondo. Non solo, la nostra lira faceva anche agio sul dollaro e sul franco svizzero, perché era preferita nei pagamenti internazionali. Abbiamo voluto ricordare la liberalizzazione degli anni Cinquanta, non per un motivo di carattere storico, ma perché non vi siano dubbi sulle misure che il Governo avrebbe dovuto adottare per dare competitività alla nostra economia, che non brilla nelle graduatorie internazionali.
Come è noto, il mercato italiano soffre di pesanti incrostazioni accumulatesi nel corso dei decenni e che ne frenano la libertà di movimento. Si tratta di monopoli piccoli e grandi, di potentati economici, di corporativismi, di riserve di caccia eccetera...che godono della protezione dei partiti politici e dei sindacati, e sono fattori di inquinamento della politica italiana. Ma da questa area il Governo si è mantenuto rigorosamente alla larga, barattando per “liberalizzazione” misure che si inquadrano nella pura e semplice “ordinaria amministrazione”. Non v'è dubbio che sono da considerarsi tali, ad esempio, l'eliminazione di alcuni balzelli o la rimozione di limiti alla vendita di giornali e carburanti e così via, che riguardano peraltro settori già ampiamente inflazionati. Tale è il caso, infatti, della distribuzione dei carburanti, che in Italia conta una rete di 22 mila punti vendita, contro 15 mila della Germania e 14 mila della Francia. Se dunque il prezzo della benzina è alto in Italia, non è tanto per un difetto di concorrenza, ma piuttosto per l'elevatezza del carico fiscale, che è del 63% circa. È giustificato quindi il sospetto che tali misure non siano state escogitate nell'interesse dei consumatori in quanto tali, ma in quello della cosiddetta grande distribuzione che annovera tra i suoi principali protagonisti le cooperative rosse, variamente denominate e camuffate. Di questo passo, c'è il rischio che l'Italia si avvicini sempre più agli schemi organizzativi e di vita delle cosiddette “democrazie popolari” dell'est, trascinate nel 1989 nel crollo dell'Unione Sovietica.
tratto da http://www.opinione.it/




Rispondi Citando

