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  1. #121
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    analisi e commenti della voce

    Valeva davvero la pena di armonizzare governo nazionale e regione nel Lazio con la medesima maggioranza politica. Infatti il primo avversario del neo ministro dell'Ambiente è il presidente Marrazzo, il quale ha scritto a Romano Prodi un duro atto d'accusa contro il dicastero guidato da Pecoraro Scanio accusandolo di ingiustificati ritardi per ciò che concerne l'emergenza rifiuti, proprio "mentre la situazione rischia di assumere connotati di estrema gravità e pericolo per la salute pubblica”. Marrazzo è anche commissario straordinario per i rifiuti ed ha già minacciato le dimissioni. Anche perché se il ministro dell'Ambiente non darà subito via libera al piano messo a punto da Marrazzo, la Pisana dovrà adottare gli indirizzi messi a punto dal precedente presidente della Regione Lazio, Storace. Un boccone troppo amaro da ingoiare per Marrazzo. Ovviamente la ragione del ritardo del ministero non è dovuta ad incuria o a menefreghismo: è una scelta strategica, visto che Verdi e Rifondazione non vogliono nuovi impianti e pare vano il fatto che il presidente della Regione sottolinei come il suo Piano valorizzi il ruolo della raccolta differenziata. Quello che preoccupa Pecoraro Scanio sono infatti gli stabilimenti industriali per smaltire l'immondizia. Mai mettere uno come Pecoraro davanti all'aut aut rifiuti o industrie. Preferisce con coerenza annegare nei rifiuti, o in questo caso, più semplicemente, lasciare che ne siano sommersi gli altri, come il povero Marrazzo.

  2. #122
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    Citazione Originariamente Scritto da calvin Visualizza Messaggio
    ... Infatti il primo avversario del neo ministro dell'Ambiente è il presidente Marrazzo, il quale ha scritto a Romano Prodi un duro atto d'accusa contro il dicastero guidato da Pecoraro Scanio accusandolo di ingiustificati ritardi per ciò che concerne l'emergenza rifiuti ...
    Calvin, io sono propenso a credere poco e nulla a questa levata di scudi di Marrazzo ...

  3. #123
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    Celebrazioni del 1° maggio/Dai sindacati solamente gli stessi proclami rivolti al passato
    Anche il lavoro necessita di una rivoluzione culturale

    di Gianni Ravaglia

    Nel corso della celebrazione della festa del lavoro ci sarebbe piaciuto ascoltare leader sindacali riportare i dati che l'economista Indur Gokdany, ex delegato Usa presso la commissione Onu sui cambiamenti climatici, ha pubblicato in un libro, la cui sintesi si trova nel sito internet del Cato Institute, centro studi del pensiero libertario americano. Con ricchezza di dati e di tabelle, emerge che, solo grazie a pacifiche rivoluzioni che hanno introdotto, a partire dall'ex Unione Sovietica, gli istituti della democrazia, l'economia capitalistica e la globalizzazione, i lavoratori, nel mondo, hanno conquistato maggior benessere e vivono di più. Dagli anni 60, pur a fronte di un aumento dell'83% della popolazione, la disponibilità di calorie minime per vivere, nei paesi più poveri, è aumentata del 38%. I prezzi degli alimenti si sono ridotti del 75%. La sottonutrizione cronica si è ridotta del 50 %. I popoli costretti a vivere con un euro al giorno, che erano il 16% negli anni 70, sono oggi il 6%. Quelli costretti a vivere con 2 euro al giorno sono passati dal 39% al 18%. La speranza di vita media nel mondo, ai primi del Novecento, era sui 30 anni, oggi è di 67 anni, con punte, in Italia, che superano gli 80 anni. La scuola e la formazione sono di gran lunga più disponibili. Il tasso mondiale di analfabetismo che si aggirava, negli anni 70, sul 46%, oggi è del 18%. Si sono ridotte le distanze tra paesi ricchi e paesi poveri. I livelli minimi di sussistenza dei paesi poveri sono significativamente cresciuti. Mai, nella storia del mondo, si sono complessivamente registrati tassi di benessere, di salute, di vita, di lavoro, di alfabetismo, di interscambio commerciale e culturale, pari a quelli che viviamo al giorno d'oggi.

    Con ciò non si vuole certo dimenticare che, nel mondo, milioni di uomini soffrono ancora le piaghe della povertà. Ma è ora di denunciare che esse sono figlie di regimi totalitari, comunisti e non, di lotte tribali e religiose tra popoli che non hanno ancora compreso la lezione del liberalismo, della democrazia e della concezione laica dello stato. Valori e istituti, questi, dai quali nascono anche gli anticorpi che servono da antidoto sia nei confronti di logiche capitaliste senza regole che di ogni guerra di religione. Si potrà discutere, allora, se siano più o meno opportuni interventi tesi ad esportare la democrazia nei paesi ove essa è assente. Certo appare miope e senza costrutto l'aiuto ai paesi più poveri se prima, in quegli stessi paesi, non si sono create le condizioni per una convivenza democratica e per la libertà di impresa. Ancora, si potranno discutere incidenza e contromisure indotte dalle variazioni climatiche. Ma, indubbiamente, le scelte migliori non sono quelle tese a fermare lo sviluppo, stante il fatto che solo con più ricerca, più sviluppo e più ricchezza si potranno trovare risorse e innovazioni necessarie per convivere o per ridurre gli effetti del fenomeno.

    Per venire al cortile di casa nostra, la vera rivoluzione culturale sarebbe stata quella di sentire i leader sindacali porsi il problema di invertire, a vantaggio dei lavoratori italiani, il processo di delocalizzazione delle imprese, sollecitando i governi ad aggredire la natura dei maggiori costi che esse debbono sopportare in Italia. A partire da quelli energetici, per passare a quelli di un apparato pubblico, costoso e inefficiente, per arrivare allo smantellamento dei vincoli corporativi che legano la società italiana ad una logica di progressivo declino. Sarebbe stato rivoluzionario sentirli contestare quelle banche italiane che hanno investito miliardi in un'azienda come la Telecom, pur appetibile sul mercato internazionale. Così destinando risorse, accumulate sulla pelle di milioni di piccoli e medi imprenditori e di lavoratori, invece che per dare ossigeno finanziario, consulenza, conoscenze per far crescere quelle stesse imprese e con esse il numero dei loro dipendenti, in un investimento improprio, per fare piacere al capo del governo. Sarebbe stato rivoluzionario se il sindacato, mentre chiede, giustamente, un recupero del potere d'acquisto di salari e stipendi del settore privato, avesse contestato il governo che, prima attua un aumento assurdo delle imposte, per poi utilizzare le maggiori entrate per aumentare gli stipendi del settore pubblico, l'unico che, negli ultimi anni, non ha subito una riduzione del proprio potere d'acquisto.

    Purtroppo, nei comizi del primo maggio, di rivoluzione culturale non si è parlato. Il conformismo vetero collettivista ha regnato sovrano. Cosicché, mentre i paesi in via di sviluppo, con le loro rivoluzioni di mercato, cresceranno sempre più, i nostri giovani e i lavoratori, se continueranno ad essere ammaliati dalle idee collettiviste, saranno costretti a pagare, sulla loro pelle, il progressivo impoverimento delle risorse produttive della nazione.

    tratto da http://www.pri.it

  4. #124
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    Una politica di contenuti
    Nucara a Padoa-Schioppa: tagliare le spese superflue per contenere il debito

    Lettera aperta del segretario nazionale del Pri, Francesco Nucara, al ministro dell'Economia Tommaso Padoa * Schioppa.

    Roma, 3 maggio 2007. Gentile Signor Ministro, nella sua lunga storia il Partito Repubblicano Italiano ha sempre premiato la logica dei contenuti, rispetto a quella dei semplici schieramenti. Lo ha fatto guardando soprattutto ai grandi interessi del Paese, nella consapevolezza che i singoli partiti dovessero essere il veicolo democratico affinché quegli stessi interessi potessero essere meglio difesi e realizzati.



    È con questo spirito, immutato nel tempo, che a nome di tutta la Direzione del Partito, Le esprimo apprezzamento e sostegno per alcuni indirizzi che, pur con grandi difficoltà, Ella ha enunciato e che ci auguriamo possano improntare la politica del Governo.

    Mi riferisco, in particolare, alle ferme parole, pronunciate proprio in questi giorni, con le quali ha richiamato l'attenzione della pubblica opinione sulla carenza di investimenti esteri nel nostro Paese. Fenomeno che è riconducibile non soltanto alla presenza di regole non compatibili con gli standard internazionali.

    Ciò è da addebitare altresì ad un clima più generale, stigmatizzato, del resto, nelle analisi più lucide, da molti commentatori.

    Quando esponenti della maggioranza governativa adombrano, ad ogni piè sospinto, ipotesi di nuovi interventi dello Stato nell'economia, o minacciano veti e ritorsioni nei confronti di chi non rispetta il loro particolare punto di vista, allora la risposta dei mercati non può che essere conseguente.

    In questo quadro, debbo dire, che una Sua telefonata, per quanto a mio parere inopportuna, ha generato un allarme eccessivo. Bisogna reagire a questo stato di cose, non impedendo a chicchessia di parlare - del resto non c'è riuscito nemmeno il presidente Prodi - ma dimostrando con i fatti, oltre che con le parole, che quelle posizioni minoritarie appartengono più al folklore che non alla concretezza dell'attività di governo.

    Vi è poi un secondo punto che merita la più grande attenzione, almeno da parte di un Partito che ha fatto del rigore finanziario il suo tratto caratteristico. Nell'impostazione dell'ultima legge finanziaria, il risanamento dei conti, è stato affidato soprattutto all'aumento della tassazione. I risultati, tutt'altro che positivi, si vedono nell'accresciuta pressione fiscale. Avrei preferito si andasse in un'altra direzione: tagliando spese superflue. Come dimostra il dibattito avviato sui costi delle comunità montane. Per non parlare di quelli delle province. Ora è importante che le maggiori entrate nel frattempo acquisite, non alimentino una ulteriore espansione della spesa.

    Quel "tesoretto", ne conveniamo con Lei, va pertanto utilizzato per accelerare il processo di risanamento e contenere la dinamica del debito pubblico. Preoccupa infatti il progressivo rialzo dei tassi d'interesse, che determinerà una brusca inversione di tendenza rispetto agli anni passati: quando, appunto, il progressivo contenimento della relativa spesa portava sollievo nelle casse dello Stato.

    Il Partito Repubblicano Italiano appoggerà ogni scelta rivolta a contenere la spesa pubblica corrente. Sosterrà tutte le iniziative e le misure volte alla riorganizzazione della Pubblica Amministrazione, che è presupposto di qualsiasi ipotesi di contenimento. Seguirà, quindi, con grande interesse e partecipazione i lavori per la "spending review", i cui risultati conoscitivi dovranno essere portati all'attenzione del Parlamento per costruire, su quelle risultanze, le nuove procedure di bilancio. Il progetto di legge presentato anche da deputati repubblicani dimostra quanto il tema sia sentito e quanto sia opportuno un intervento in materia.

    Ho richiamato questi due argomenti in modo esemplificativo, per ribadire l'impegno del Partito Repubblicano a favore di scelte che si muovono nell'interesse del Paese. Dovrebbe essere ovvio. Ma purtroppo così non è a causa di una logica politica che fa, invece, leva su un astratto senso di appartenenza. Una logica che non è mai appartenuta all'esperienza storica del mio Partito, che rimane, in questo momento, forza di opposizione: sempre pronto, tuttavia, a misurarsi con la reale natura di problemi e a dare il suo contributo. E' un'abitudine antica che qui voglio rinnovare, affinché Ella ne possa tener conto nell'affrontare le difficili scelte che ancora La attendono.

    Con stima e considerazione sincera,

    Francesco Nucara

    Roma 3 Maggio 2007

    tratto da http://www.pri.it/html/Home%20pri.html

  5. #125
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    Una nuova super banca
    Si allarga il perimetro della cultura di mercato nel nostro Paese

    "Non siamo davanti ad un caso nel quale la politica ha scacciato il mercato. E' successo esattamente il contrario. L'operazione che abbiamo presentato permette di allargare il perimetro della cultura di mercato in Italia". Con queste parole Alessandro Profumo ha presentato la fusione fra Unicredit e Capitalia.

    Ritenendo che tali affermazioni siano un giudizio molto ponderato sulla nascita del nuovo colosso bancario, possiamo esprimere tutta la nostra soddisfazione.

    Abbiamo, poi, più di un motivo per apprezzare la creazione di una super banca di dimensioni così rilevanti. Anche perché dobbiamo considerare che, di fronte ad un colosso bancario come Intesa - San Paolo, se ne affianca un altro, e ciò significa maggiore concorrenza, con maggiori dimensioni, nel nostro Paese ed in Europa. Un anno fa nelle graduatorie continentali le nostre banche erano intorno alla decima posizione, oggi ne abbiamo ben due in testa di serie - Unicredit-Capitalia diventa la seconda in Europa - e questo significa sicuramente prestigio, ma innanzitutto maggiore ricchezza. Se mai la superbanca Intesa - San Paolo rischiava di monopolizzare il sistema finanziario del Paese, ecco provenire una risposta positiva, tale da poter superare anche nelle dimensioni la stessa Intesa * San Paolo.

    Ma c'è il rischio di duopolio? I due gruppi occupano il 36% del mercato. Il restante 64% può porsi il problema di emancipare le proprie caratteristiche localistiche se vuole competere, oppure restare radicato nel proprio territorio potendo garantire servizi più dettagliati. A noi appare certo che la competizione non potrà che crescere e che, nella competizione fra azionisti, la clientela possa solo avere dei guadagni. Anche solo i 9000 sportelli di Unicredit e Capitalia significano sicuramente meno costi per l'utilizzo del bancomat, e già solo questa è una notizia positiva. Speriamo di conoscerne altre sui conti correnti e sui servizi in generale. Ma è inevitabile che sia quella dei minori costi per la clientela la direzione che le grandi banche dovranno imboccare per avere successo: e qui le grandi dimensioni aiutano.

    Intesa * San Paolo aveva annunciato nel momento della fusione che essa avrebbe guardato anche "agli interessi generali". Conosciamo lo situazione di amicizia e di frequentazioni che corre fra Bazoli e Prodi. E quindi nessuno può negare come il gruppo Intesa - San Paolo graviti nell'area del governo. Profumo è un manager con i fiocchi, interessato sì alla politica, ma molto di più agli azionisti suo gruppo, e lo ha sempre dimostrato, anche con la capacità di specializzarsi in determinati settori bancari, tanto da essere molto apprezzato all'estero. L'alleanza con Geronzi significa che alla fine, anche il banchiere romano, molto esperto di cose della politica, ha rotto gli indugi e si rafforza in una nuova filosofia di mercato e di impresa. Una filosofia che prevede per le aziende di generare i profitti, mentre il ruolo delle politiche economiche spetta alle istituzioni dello Stato: i settori di reciproca competenza sono diversi e separati, privi di canali comunicanti, almeno in teoria. Profumo ha dimostrato già abbondantemente di praticare tale dottrina e ci può solo far piacere che essa si estenda e trovi nuovi sodali in una impostazione che non tutte le banche italiane, soprattutto negli anni passati, hanno saputo condividere.

    "I mutui li decide la struttura ed io * ha risposto Profumo ad una domandina tendenziosa del ‘Corriere della Sera' * e li diamo a chi ci rimborsa i quattrini".

    Magari fosse questo il motto che d'ora in poi aleggiasse sulle scrivanie dei banchieri italiani! Non conosciamo altro modo per far crescere il mercato e garantire gli azionisti; e non lo conosciamo perché non c'è.

    Siamo di fronte ad una svolta per un sistema che in realtà ha rischiato spesso l'asfissia e ha fatto pagare costi salati ai risparmiatori. Profumo ha ragione a sperare che questa sua mossa sullo scacchiere finanziario determini anche importanti cambiamenti nel capitalismo italiano. A volte basta un passo nella direzione giusta per dare un nuovo orientamento. Ci vuole il coraggio per fare quel passo e altri ne seguiranno. Ad esempio bisogna non farsi impressionare dalla reazione negativa della Borsa che, dopo un primo rialzo, ha avuto un calo delle azioni dei due gruppi. Può significare che si sta preparando a rastrellarle. E non sarà certo un calo in Borsa a modificare la nostra impressione, positiva su tutta l'operazione. Geronzi ha dimostrato grande duttilità e grande capacità di mediazione. Anche il Mezzogiorno ne guadagnerà. Vedremo se centrerà anche un altro appuntamento, la presidenza di Mediobanca.

    Sarà Geronzi l'erede di Cuccia?

    Roma, 21 maggio 2007

    tratto da http://www.pri.it

  6. #126
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    Il discorso di Mario Draghi e le difficoltà dell'Italia d'oggi/Pesa sul Paese la stagnazione dei centri di potere, ormai immutabili da anni
    I quarantenni: una generazione inesistente

    Dalla relazione annuale del Governatore della Banca d'Italia Mario Draghi della scorsa settimana, traspare quale sia il vero male del nostro Paese, cioè la mancata realizzazione di riforme coerenti ed organiche e l'incapacità a rinnovarsi nella propria classe dirigente e soprattutto politica. L'Italia ben potrebbe riconoscersi nel paradosso di Kelsen: i sistemi incapaci di prendere una decisione sono quelli che più necessitano di riforme; il problema però è che la riforma è la più impegnativa delle decisioni da ipotizzare e prendere. Di conseguenza più un sistema necessita di riforme meno è capace di farle.

    Meno tasse, meno spesa corrente e riduzione del debito pubblico; maggiore trasparenza del mondo finanziario e bancario; una nuova scuola e un rinnovato sistema universitario; una macchina burocratica più snella; un nuovo sistema previdenziale; un piano infrastrutturale adeguato alle crescenti esigenze del Paese; una giustizia efficiente; un nuovo piano energetico; liberalizzazioni: sono tutti ingredienti di quella "ricetta" che è la sola in grado di produrre sviluppo e benessere. Purtroppo, però, non riusciamo a scorgere un'azione politica in grado di amalgamare bene tutti gli ingredienti e quindi ricadiamo fatalmente nel paradosso di Kelsen. Un paradosso in quanto tale insolubile perché per essere sciolto occorre riporre al centro proprio la politica, rivalutarla nella sua azione e rinnovarla nei suoi uomini.

    Il merito

    Del resto, un sistema può definirsi virtuoso e quindi avere grandi prospettive di sviluppo solo se pone a fondamento il primato del merito sulle posizioni di rendita e sui privilegi. In Italia, invece, fin troppo spesso la meritocrazia non esiste, frustrata e sacrificata in favore di logiche conservatrici e di parte. E questo avviene in tutta evidenza in politica (la legge elettorale attualmente in vigore ne è la prova). Da più di dieci anni sempre gli stessi uomini, siano di destra o di sinistra, si alternano al potere guidando i destini del nostro Paese, come se non fossero essi stessi responsabili e corresponsabili del declino italiano. Oltretutto uomini espressione di una generazione invecchiata nelle stanze del potere, chiusa su se stessa, incapace di rinnovarsi e di avere alcuna prospettiva che superi il breve periodo: per ciò stesso nemica della modernità.

    Allora forse un modo per sciogliere il paradosso di Kelsen sulle riforme lo si può trovare.

    Quando una ricetta "viene male" o non la si riesce ad eseguire affatto, o si cambiano gli ingredienti o si cambia il cuoco. Considerando che gli ingredienti fondamentali, cui possono aggiungersene degli altri, sono condivisi da tutti o quasi, è l'ora di domandarsi se il cuoco sia all'altezza della ricetta.

    Nelle altre democrazie occidentali, e non solo, la classe dirigente è espressione della generazione più produttiva e dinamica, quella più coraggiosa e innovatrice: quella dei quarantenni. Da noi, invece, ci si affida a quella meno produttiva e per natura conservatrice che è quella degli ultra sessantenni. Questa situazione genera frustrazione diffusa in coloro che dovrebbero tenere le redini del comando e disillusione nella generazione dei venti-trentenni che cresce nella rassegnazione che le cose difficilmente cambieranno. Sta in questo il nodo del paradosso italiano: vi è un necessario ed impellente bisogno di ricambio. Lo denunciamo da anni ormai.

    La casta

    Non possiamo rassegnarci a credere che, solo in Italia, le migliori menti, quelle in grado di guidare il Paese, siano esclusivamente quelle nate prima della seconda guerra mondiale. Noi siamo convinti che non sia affatto così e che il problema risieda in un sistema che non consente spazi alcuni, ideato e tenuto in piedi da una vera e propria casta (per dirla alla Stella) autoreferenziale, che ha come metodo quello di impedire l'emergere e la valorizzazione di nuove potenzialità, frustrandole.

    Forse la proposta lanciata dalle colonne del "Corriere della Sera" da Giovanni Sartori, nel suo editoriale di sabato 2 giugno, che prevede l'eleggibilità a turni alterni in Parlamento è una proposta estrema e non del tutto condivisibile, e certamente, come lo stesso Sartori sospetta, "verrà seppellita dal silenzio oppure da acutissimi strilli di dolore". Fatto sta che se non si pone mente a questa esigenza improcrastinabile di apertura del sistema e di rinnovamento difficilmente si risolverà il paradosso di Kelsen. E saremo costretti, ancora una volta e come sempre, a fare indigestione.

    Giovanni Postorino

    tratto da http://www.pri.it

  7. #127
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    La tela di Penelope
    Il freno al ddl Bersani un colpo per la credibilità del Partito democratico

    Ad occhio, qualcosa non torna nelle magnifiche sorti e progressive del partito democratico.

    "Europa", quotidiano della Margherita, titola a tutta pagina: "Addio care liberalizzazioni, alla fine vincono le lobby". Segue di spalla una nota copiosa che spiega come "la brusca marcia indietro delle liberalizzazioni in parlamento porta la firma bella grossa anche dei moderati dell'Unione, Ulivo compreso".



    All'interno del giornale, ampio rilievo all'amarezza di Bersani costretto a piegarsi ai voleri del parlamento. E sull'"Unità", quotidiano dei Ds? Saremo lettori distratti, ma non abbiamo trovato un bel niente. La notizia non c'è. All'"Unità" sono interessati ad altro. Situazione curiosa. Nella Margherita si soffre perché la gloriosa lenzuolata di Bersani delle liberalizzazioni è stata strappata e "rischia di essere ricordata come la tela di Penelope", dove "il governo fa, il parlamento disfa". I Ds invece, che hanno impegnato un loro prestigioso ministro, stendono un velo pietoso.

    Perchè due scelte così diverse di comunicazione? Sta succedendo qualcosa?

    Di fatto l'allarme di "Europa" corrisponde al vero: l'abolizione del Pra, il pubblico registro automobilistico, è saltata. Così l'emendamento che abolisce l'esclusiva per i notai in caso di donazione o cessione di immobili con valore catastatale non superiore ai centomila euro, la clausola del massimo scoperto sui conti correnti, la liberalizzazione tariffaria delle Fs e persino la vendita dei prodotti farmaceutici nei supermercati.

    Quest'ultima era considerata un'inezia. Bene, non si fa neanche questa. Un economista come Vaciago commenta a denti stretti: "Con questo ritmo mercati aperti solo fra trent'anni". E' ancora ottimista, perché le lobby sono davvero dure da battere se sono capaci di penetrare tanto a fondo nella maggioranza da modificare gli impulsi del suo governo. Per la Margherita è un duro colpo, e non fa nulla per nasconderlo. Un partito democratico si caratterizza con dei provvedimenti pratici, un profilo politico a cui improntare il Paese. Se questo fallisce, resta una sigla capace solo di velleità.

    I Ds sembrerebbero prendersi invece una pausa di riflessione, quasi che il problema non avesse questa urgenza, nonostante l'impegno di un loro ministro. Allora è vero che il governo perde una ragione di appeal popolare: l'opinione pubblica sembrava gradire i propositi liberalizzatori ed ora è di fronte alla frenata brusca ed improvvisa a riguardo, con un effetto di "annuncio frustrato, di una promessa mancata". Ma anche il partito democratico appare destinato a subire un contraccolpo, dettato da reazioni e sensibilità diverse, incapaci di fondersi in un'azione comune.

    Roma, 8 giugno 2007

    tratto da http://www.pri.it

  8. #128
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    Predefinito Due ottimi editoriali del Corriere

    Liberalizzazioni tradite e colpe della politica
    Lobby continua

    Angelo Panebianco

    Quando si concluderà la vicenda del governo Prodi i ministri delle «liberalizzazioni » Pier Luigi Bersani (Attività produttive) e Linda Lanzillotta (Affari regionali) ne usciranno a testa alta. Ma serietà e impegno di singole personalità non possono compensare una squadra che non funziona. Le liberalizzazioni dovevano avere due scopi. Mostrare la capacità e la volontà del governo di introdurre forti cambiamenti (con il passaggio — epocale — dalla tradizionale protezione delle corporazioni all’attiva difesa dei consumatori); dovevano poi essere la prova della vocazione riformista del costituendo Partito democratico. Ma il progetto si è sfilacciato per strada, con molti arretramenti sostanziali. Qualcosa forse alla fine resterà ma sarà troppo poco per salvare sostanza e immagine di quella politica.
    Si è visto che cosa è accaduto. La liberalizzazione dei servizi locali su cui ha lavorato la Lanzillotta è andata a sbattere contro il muro delle lobbies locali, dell'opposizione sindacale e dei veti della sinistra estrema. Un compromesso al ribasso (Boitani, Sole 24 Ore del 7 giugno) ne ha svuotato gli aspetti innovativi lasciando i servizi locali sotto il tallone del regime pubblicistico.
    Né miglior sorte tocca alle liberalizzazioni di Bersani che, peraltro, l'estate scorsa (quando il ministro ne varò, con decreto, la prima tranche) fecero crescere per un po', nel Paese, i consensi per il governo. Ora, in aula, a colpi di emendamenti, il progetto si va decomponendo: «rinazionalizzazione » dell'acqua, stralcio della norma sull'abolizione del pubblico registro automobilistico, cedimenti a quasi tutte le corporazioni colpite. Probabilmente, al termine dell' iter parlamentare, quando il provvedimento verrà approvato, i risultati appariranno modesti. E pochi i vantaggi per i consumatori.
    Vari fattori hanno favorito il risultato. Non solo i veti sindacali e della sinistra estrema. Ha contato probabilmente anche il fatto che i ministri delle «liberalizzazioni» non sono stati sostenuti con l'impegno che un'impresa così difficile avrebbe richiesto dal presidente del Consiglio. Per giunta, in un clima di indebolimento dei consensi, molti deputati della maggioranza sono diventati ancor più sensibili di prima all' influenza delle lobbies colpite.
    A parte gli effetti sulla sorte di un governo che sembra comunque vicino al capolinea, due sono le principali conseguenze del mesto tramonto delle liberalizzazioni. La prima riguarda i riflessi negativi sull'identità del Partito democratico. Mentre la politica fiscale del governo ha compromesso, forse irreparabilmente, il suo rapporto con il Nord del Paese, la fine della breve stagione delle liberalizzazioni svuota di credibilità la promessa «rivoluzione » che doveva mettere i consumatori al centro dell'azione politica. Che razza di pedigree riformista potrà domani esibire il Partito democratico di fronte agli elettori?
    La seconda conseguenza riguarda l'opposizione e le sue ben note ambiguità in tema di liberalizzazioni. I deputati della maggioranza che lavorano all'affossamento delle liberalizzazioni sono spalleggiati da deputati dell' opposizione anch'essi impegnati a difendere corporazioni varie. L'opposizione nel suo insieme, probabilmente, tornerà al governo appena si voterà di nuovo. Per demerito del centrosinistra più che per meriti propri. Senza neppure bisogno (purtroppo) di dare chiarimenti sul perché non ci fu alcun impulso alle liberalizzazioni all'epoca del governo di centrodestra e su che cosa intenda fare al riguardo nella prossima puntata.
    10 giugno 2007

    La botte piena
    di
    di Piero Ostellino

    L'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) pubblica un Rapporto sullo stato dei sistemi pensionistici nei Paesi più industrializzati nel quale denuncia due incongruenze dell'Italia e disegna un ideale percorso lavorativo. Prima incongruenza: da noi, la spesa pensionistica è più alta che altrove (nel 2003, 13,9% del Pil, contro il 7,7 degli altri). Seconda incongruenza: noi abbiamo il tasso più alto di contributi, il 33% dei salari contro il 20 degli altri). Percorso lavorativo: si entra nel mercato occupazionale a 20 anni e se ne esce dopo 45. Siamo i soli che non sottoscrivono il Rapporto e facciamo inserire una nota che dice: «L' Italia ha espresso seri dubbi sull'adeguatezza dei dati utilizzati dal Rapporto e conseguentemente sulla compatibilità dei risultati». Da noi scoppia un «caso politico».
    Il segretario della Cgil, Guglielmo Epifani, plaude alla decisione di aver preso le distanze dal Rapporto; altrettanto fanno alcuni rappresentanti della sinistra; l'opposizione parla di «schiaffo a Prodi». Come succede sempre quando «la si butta in politica», nessuno si pone queste semplici domande: se sia «tecnicamente» giustificata la riserva espressa dal rappresentante italiano; ovvero quali siano le ragioni «politiche » che gli avrebbero suggerito di assumere tale posizione. Se la riserva fosse «tecnicamente » giustificata avrebbe torto l'Ocse; se non lo fosse, accanto alle due incongruenze spunterebbe un’ulteriore anomalia tutta nostrana. In realtà, le ragioni della riserva italiana sono due: una, formalmente tecnica; l'altra, sostanzialmente politica. La ragione tecnica è che, nel caso italiano, il percorso stimato dall'Ocse è effettivamente «fuorviante». Da noi non si entra abitualmente nel mercato occupazionale a 20 anni, bensì più tardi, e non se ne esce sempre dopo 45, bensì prima. La ragione politica è che, in proiezione futura, chi lavorasse fino a 65 anni riceverebbe una cifra analoga a quella percepita dalle generazioni già in pensione: il 70-80% dell'ultimo salario; ma chi lavorasse meno, sia con la riforma Dini, sia con quella Maroni, finirebbe col prendere meno.
    Ma i sindacati si oppongono sia alla Dini —che lascia al lavoratore la libertà di andare in pensione quando vuole, salvo pagare tale libertà con la revisione dei coefficienti di trasformazione della quota di contributi in pensione erogabile rispetto alle aspettative di vita —; sia la Maroni che, con lo «scalone», impone a tutti, nel 2008, l'uscita dal mercato del lavoro (almeno) a 60 anni, ma esclude la revisione dei coefficienti di trasformazione. In altre parole, i nostri sindacati sono contrari sia alla revisione dei coefficienti di trasformazione della Dini, sia allo «scalone» della Maroni, perché ritengono che, per mantenere in equilibrio ugualmente il sistema, i costi dell'uscita anticipata dal mercato del lavoro li debba sostenere la collettività attraverso le tasse. La decisione del nostro rappresentante all'Ocse di non sottoscrivere il Rapporto, e il plauso di Epifani e degli esponenti della sinistra si spiegano, dunque, così, con questa anomalia tutta italiana. Che tradotta in un proverbio popolare significa che vogliamo la botte piena e la moglie ubriaca.
    omar proietti

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    La metamorfosi
    Allentare i cordoni della borsa sperando di poter sopravvivere

    Come gli esami, le sorprese in politica non finiscono mai. Per abituarsi a questa semplice verità bisogna incominciare a prevedere qualsiasi ipotesi, anche la più impensabile e che, secondo le regole dell'apparenza, appare irrealizzabile. Chi ricorda la novella praghese dell'impiegato Gregor Samsa che una mattina si sveglia nel suo letto e si accorge di essersi trasformato in un insetto? Impossibile, avrà pur detto qualsiasi lettore. Non in politica, dove, per l'appunto, l' impossibile lo si esige e, nello specifico, la metamorfosi sembra una regola comune.

    Il ministro dell'Economia, Tommaso Padoa - Schioppa, ad esempio, ci aveva spiegato che il risanamento era il primo obiettivo da conseguire per la politica del governo. A fronte di un consistente extragettito, il ministro dell'Economia non si era messo a fare salti di gioia come tanti suoi colleghi che si fregavano le mani, ma, con cipiglio severo, aveva avvisato tutti che non era il caso di farsi illusioni e che occorreva perseverare in una politica di rigore per ridurre il deficit. Anni di esperienza consumati nel board della Bce, facevano del ministro Padoa - Schioppa la persona più autorevole in materia per conoscere i margini di compatibilità finanziaria fra l'Unione europea e l'Italia. Dunque Padoa - Schioppa più di tutti comprendeva la necessità di tagliare il deficit e ridurre la spesa pubblica, come i primi obiettivi che il nostro paese doveva conseguire per poter porre su basi più solide una ripresa economica tanto fragile. Altrimenti, addio crescita del sistema Italia. Ci sarebbe stato, invece, il cosiddetto "declino". Da parte nostra siamo stati talmente compiaciuti dalle prese di posizione del ministro dell'Economia che, pur non avendo particolari punti di contatto con il governo, abbiamo desiderato esprimere alla sua persona pubblicamente ed apertamente il nostro sostegno. Anche perché, a fronte di un partito della spesa piuttosto nerboruto e strabordante, il ministro dell'Economia mostrava una notevole indipendenza di giudizio e altrettanto piglio. Al punto che egli non temeva di contraddire nemmeno il premier. Prodi spiegava che voleva distribuire l'extragettito per sostenere i più deboli e per ridurre le spese? Padoa - Schioppa non aveva dubbi e nei forum internazionali ai suoi colleghi banchieri diceva: tutto alla riduzione del debito!

    Abbiamo appreso alla fine della storia che il ministro dell'Economia si è sbagliato. Perlomeno così ha detto Prodi al Consiglio dei ministri che ha deciso invece di azzerare il risanamento: "Immaginavamo che occorressero due anni per il risanamento, ma sia le misure messe in campo con la Finanziaria sia l'extragettito fiscale ci permettono di aprire subito una fase di investimento, sviluppo e sostegno alle famiglie". Immaginavano male, insomma, o meglio: immaginava male il solo ministro dell'Economia, il quale per compensare questo suo errore di immaginazione ora è pronto a sfidare l'Europa e le sue richieste, spiegando che l'Italia non si farà mettere camicie di forza. Così si è completata la metamorfosi del ministro dell'Economia.

    Nessuno conosceva le ragioni per le quali il buon Gregor Samsa nel corso di una sola notte diventava un insetto. Il lettore stesso era suggestionato dalle reazioni all'evento, al "cosa" comportasse tale metamorfosi, più che al "perché" essa era avvenuta. Invece, nella realtà, dove la fantasia viene superata in lunghezza, il perché è chiaro. Il ministro Padoa - Schioppa non è un giovane di belle speranze, ma un economista che sa il fatto suo e non difetta di immaginazione: le cose le vede benissimo. Ma, come ha ricordato il professor Prodi: mica ci si può suicidare politicamente per ottemperare gli avvertimenti della Commissione di Bruxelles, o i moniti dei banchieri centrali, e magari perfino gli auspici della stampa nazionale. Che seccatura. Si tratta pur sempre di "fonti che non si misurano con il consenso popolare e che spesso vedono le cose attraverso l'ottica distorta dell'interesse particolare", spiega Alfredo Recanatesi sull'"Unità", un osservatore che, ad onor del vero, di metamorfosi non ne ha mai subita nessuna. La ragione per la quale il ministro dell'Economia ha dovuto mutare la sua natura deriva dalla necessità di vita per il governo e per la speranza di recupero del consenso popolare. E quando un governo non ha politica, non ha la schiena dritta ed è in rovina su tutti i fronti, dispone di una sola risorsa all'occorrenza, quale i cordoni della borsa. Non certo i sacrifici, ma il sacrificio dell'unico elemento che li tiene stretti. Non crediamo davvero che questo servirà a recuperare i consensi perduti in questi mesi. Ma siamo certi che Prodi abbia ragione quando dice soddisfatto di aver fatto "oggi passi importanti".

    Verso il disastro.

    Roma, 26 giugno 2007

    tratto da http://www.pri.it

  10. #130

 

 
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