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  1. #131
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    Crisi mondiale liquidità

    di Fulvio Giulio Visigalli

    Sulle cause di questo tracollo finanziario mondiale molte parole sono state spese e fiumi di inchiostro si sono riversati sulle pagine dei quotidiani. Cercare la spiegazione ultima e definitiva di questo momentaneo panico internazionale non è facile. Molti autorevoli commentatori si sono allineati contro l’ex presidente della Fed Alan Greenspan. Il motivo?
    Semplice: il Maestro, per ridurre l’impatto della crisi economica degli anni 2000-2001 aveva dato il via ad una straordinaria fase di politica monetaria espansiva con la conseguenza diretta di un aumento spaventoso della liquidità nel sistema economico. Denaro facile e a buon mercato. Una vera manna per tutti gli operatori. Sicuri anche di poter contare sugli interventi della Fed nel momento in cui la situazione dovesse diventare rischiosa tutti gli operatori hanno cominciato a diversificare gli investimenti cercando rendimenti più alti (ricordiamo che è stata propria l’immensa liquidità immessa ad abbassare tutti i rendimenti degli investimenti in essere). Il tempo scorreva intanto. L’ingegneria finanziaria nel frattempo partoriva nuovi strumenti finanziari in grado di alzare “artificialmente” i rendimenti. Tra i più noti agli addetti del settore erano le cartolarizzazioni dei mutui bancari. Non entrando nei particolari di questi strumenti basterà dirvi che si tratta di carta straccia. La logica sottostante è semplice: un lavoratore privo di sufficienti garanzie economiche decide di comprarsi una casa al di sopra delle proprie capacità di reddito. La banca chiude un occhio e gli concede il prestito. La banca a sua volta trasforma il suo credito in una sorta di obbligazione da lanciare sul mercato. Gli investitori si incuriosiscono di tale nuovo strumento e lo comprano perché la banca concede un tasso di rendimento maggiore di altri investimenti sicuri (tipo i titoli di stato). La banca è sicura che il flusso di pagamento delle rate del mutuo potrà coprire la sua uscita per le cedole (e il rimborso) che dovrà versare all’acquirente dell’obbligazione. Finché il lavoratore paga tutto fila liscio. Ultimamente però il nostro lavoratore non è più riuscito a pagare e tutto il sistema è saltato. Colpa solo del nostro lavoratore americano che si è visto infranto il proprio sogno americano (ovvero la casa con giardino e un buon lavoro nella vicina città)? Non proprio. Le colpe sono del sistema finanziario che è andato oltre alle sue funzioni. La ricerca infinita di profitti ad ogni costo è arrivata alla fine della propria folle corse? Siamo di fronte, grazie agli interventi concertati della Banche Centrali mondiali, ad un nuovo ordine mondiale? Non credo. Le conseguenze saranno disastrose. Non è una crisi confinata ad uno stato preciso (come nel caso delle crisi valutarie). Questa crisi è una crisi di sistema: dura, feroce e violenta. La voce autorevole del Fondo Monetario è assente. La Banca Mondiale si nasconde e non si espone. La nostra Banca Centrale Europea tentenna e per ora lascia intendere che non alzerà i tassi a Settembre. Il motivo è logico: ci penserà infatti il prossimo rallentamento mondiale a raffreddare la spinta inflazionistica europea (che poi, in tutta confidenza, non è poi così grave). Sospensione di una assurda politica monetaria restrittiva? Si. Ed è meglio così. Altrimenti saremmo stati costretti a vedere uno scontro inedito tra politica e autorità monetaria: i premi segnali lanciati da Sarkozy in merito alla gestione della politica monetaria europea non ci tranquillizzano. Quando la politica bussa alla porta dell’indipendenza delle Banche Centrali non è mai buona novella. Aspettiamo con calma il botto dei mercati finanziari. Ma ricordiamo tutti quanti che, secondo gli analisti finanziari, gli anni che finiscono con un sette (dal lontano 1927 passando per il 1987 per arrivare al 2007) non sono mai stati tranquilli…ancora tre mesi e poi la cabala finanziaria ci rassicurerà un poco.


    Fulvio Giulio Visigalli - Responsabile economico F.G.R.

    tratto dal sito nazionale della Federazione Giovanile Repubblicana
    http://www.fgr-italia.it/index.php?o...d=204&Itemid=1

  2. #132
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    Pri: check up della finanza pubblica italiana
    I dati veri e divergenti rispetto alle ipotesi del governo

    Giovedì 11 ottobre, alle ore 13,00, presso la sala stampa della Camera dei deputati, il segretario del Pri Francesco Nucara insieme all'onorevole Giorgio La Malfa, al senatore Antonio Del Pennino e ai vicesegretari nazionali, Giancarlo Camerucci, Gianfranco Polillo e Corrado De Rinaldis Saponaro, illustreranno i dati reali della situazione finanziaria del Paese e le proposte per far fronte al continuo aumento della pressione fiscale.

    tratto da http://www.pri.it/html/Home%20pri.html

  3. #133

  4. #134
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    Il "virus" dei mutui subprime/Intervista a Michele Bagella, Università di Tor Vergata
    Un'autorità per il mercato finanziario globale

    C'è bisogno di un'agenzia di controllo internazionale per evitare che la crisi dei mutui subprime si abbatta di nuovo sull'Unione europea. Lo propone alla "Voce" il professor Michele Bagella, preside della facoltà di Economia e Commercio dell'Università di Tor Vergata.

    La crisi dei mutui subprime ha investito l'economia degli Stati Uniti. Quali sono state le responsabilità della Federal Reserve nell'innescare la crisi?

    "E' stato attribuita alla Fed e ad Alan Greenspan la responsabilità di aver abbassato molto i tassi di interesse negli ultimi anni, quando si facevano ancora sentire gli effetti dell'11 settembre del 2001 e delle nuove guerre in Medio Oriente. Ma dal 2004 i tassi di interesse statunitensi hanno cominciato a risalire per piccoli scatti. Non vedo una responsabilità della Fed nell'amministrazione della politica monetaria. La Fed ha fatto quello che tende a fare la Banca centrale europea. Quando si verificano eventi anomali, fuori dal mercato, come possono essere gli attacchi terroristici, gli operatori si fanno prendere dal nervosismo e quindi tendono a disinvestire, provocando una sorta di effetto a catena che può degenerare nel panico. Queste due banche centrali hanno immesso liquidità nel sistema che è controllabile dalle stesse banche centrali. E così hanno contribuito a frenare la paura e a scongiurare l'effetto panico".

    I mutui subprime vengono considerati come un punto debole per un sistema finanziario deregolato come quello Usa. Gli operatori finanziari e grosse società di credito come la "New Century Financial Corporation" sono finiti sotto accusa.

    "La responsabilità sta nel non aver saputo valutare i rischi. Questa è una responsabilità a capo di tutti coloro che hanno fatto credito a soggetti che avevano un grado di solvibilità molto poco attendibile. Questo mutuo è stato cartolarizzato. I rischi di questi mutui sono stati trasferiti dalle banche che li avevano accesi a soggetti terzi attraverso un meccanismo di cartolarizzazione. Oggi, i mercati finanziari sono fortemente integrati. In Italia abbiamo la Consob, ma non abbiamo agenzie di controllo internazionali. Manca però un'autorità che soprassieda a tutto ciò che accade nel mercato finanziario globale. Questo è un punto di debolezza del sistema. I mercati si sono integrati, ma le regole restano difformi da paese a paese. Tuttavia, non si riesce a trovare un'autorità che agisca dove il sistema finanziario agisce".

    Come si è trasmessa questa crisi in Europa?

    "Il meccanismo di trasmissione dagli Stati Uniti all'Europa è dovuto alla scarsa attenzione dei grandi gruppi finanziari americani che non hanno analizzato adeguatamente le caratteristiche dei mutui che stavano accendendo. Una volta che questi mutui sono stati trasformati in obbligazioni e venduti al mercato sono stati immessi in tutto il mondo. Questa situazione ha investito le banche europee che avevano questi titoli americani nel loro portafoglio. Negli Stati Uniti sono cominciati a circolare alcuni rumors sulla possibilità di una grave crisi dei mutui bancari. Questo nervosismo ha contagiato anche i mercati europei. Anche banche francesi e tedesche hanno subito effetti consistenti".

    Perché il mercato britannico ha sofferto di più questa crisi?

    "Si tratta del mercato più vicino a quello americano. Il governatore della Banca d'Inghilterra Marvin King aveva dichiarato che l'istituto centrale non sarebbe mai intervenuto per sostenere una banca in difficoltà. Ma lo ha fatto per evitare lo spettacolo delle code dei clienti agli sportelli della Northern Rock Bank. Le crisi finanziarie si trasferiscono comunque e c'è chi ne patisce conseguenze più gravi e chi le avverte di meno. L'intervento delle banche centrali si rende comunque necessario. La stabilità finanziaria prende il sopravvento su altri tipi di obiettivi che le banche centrali perseguono in tempi di normalità, quando bisogna contrastare l'inflazione per garantire la stabilità monetaria".

    Ci aspetta un ritorno prepotente dell'inflazione?

    "Questa crisi ha determinato un rallentamento della crescita economica. Prima dello scoppio della crisi ci si aspettava negli Stati Uniti un rialzo dei tassi perché c'era un'aspettativa di rialzo dell'inflazione. Invece la Fed li ha abbassati dopo la crisi. Nei prossimi mesi non sappiamo cosa accadrà. Può darsi che ci sia una ripresa dell'inflazione, ma questa dipende dal ciclo economico reale".

    E' stato giusto che il Congresso Usa abbia introdotto l'istituto del fallimento per le famiglie?

    "Il credito al consumo è una voce importante negli Usa. Le banche si occupano prevalentemente di questo. In Europa c'è una situazione diversa. Quella dell'istituto fallimentare applicato alle famiglie è un esercizio della fantasia finanziaria americana".

    Bankitalia parla di 1,3 miliardi di esposizione da parte delle banche italiane per questa crisi. Sono tanti?

    "Non è tanto se la consideriamo come una cifra relativa. In America le tre banche coinvolte nella crisi stanno creando un fondo di garanzia di 100 miliardi di dollari. Non so se mi sono spiegato".

    (intervista a cura di l. p.)

    tratto da http://www.pri.it/17%20Ottobre%20200...rvistaVoce.htm

  5. #135
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    L'allarme del Censis
    Il declino economico che genera sfiducia

    di Gianni Ravaglia

    Siamo messi proprio male. Nella relazione che accompagna il rapporto Censis del 2007, anche Giuseppe De Rita, che ci ha abituato a trarre dai dati socio-economici del Paese il sogno di ciò che potrebbe essere, ma non è, quest'anno è andato giù di brutto. E' ben vero che, per non smentirsi, ci dice che "non ci sono ragioni per disperare e considerare il paese sul sentiero del declino e dell'impoverimento", ma poi ci spiega che "tale dinamica è il risultato di una minoranza vitale, mentre il paese si disperde in una poltiglia di massa, tenuta insieme da un tessuto sociale inconsistente, nel quale le istituzioni non riescono a svolgere alcuna funzione di coesione". E continua: "Dovunque si giri lo sguardo facciamo esperienza e conoscenza del peggio, nella politica, nella violenza intrafamiliare, nella micro criminalità urbana come in quella organizzata, nella dipendenza da droga e alcool come nella debole integrazione degli immigrati, nella disfunzione della burocrazia come nello smaltimento dei rifiuti, nella realtà dei veti che bloccano lo sviluppo infrastrutturale come nella bassa qualità dei programmi televisivi. E' abituale allora ricavarne che viviamo una disarmante esperienza al peggio". Anche se non è consolante, vale la pena ricordare che il fenomeno descritto non è nuovo e non è solo italiano. Lo studio dei comportamenti sociali indusse Max Weber a teorizzare che "comuni principi morali alimentano la crescita, ma la stessa crescita produce conseguenze morali positive". Nel suo recente "Il valore etico della crescita", il sociologo americano Benjamin Friedman, esaminando i comportamenti sociali di varie nazioni, ha dimostrato che gli individui sono maggiormente contenti solo se la crescita economica e il cambiamento restano in continua evoluzione. Essi entrano invece in difficoltà in caso di stagnazione e si considerano poveri quando l'economia declina. Ciò dipende dal fatto che l'individuo giudica in base a ciò che ha, e lo confronta con gli altri e con il proprio passato. In una economia stagnante o in declino il guadagno di una persona corrisponde alla perdita di un'altra, per cui ognuno cerca di difendere ciò che ha acquisito, anche a costo di opporsi alle innovazioni. Al contrario, in una economia in crescita anche chi sta ai livelli più bassi accetta cambiamenti e il superamento di tutele corporative. Lo studio comparato della storia delle varie nazioni insegna, dunque, che esistono delle costanti nei comportamenti sociali. In presenza di una economia in crescita gli individui hanno reazioni di apertura, tolleranza, mobilità, equità e spinta per una maggiore democrazia. Al contrario, in presenza di un declino economico essi reagiscono con chiusure corporative, allontanamento dalla tolleranza, dalla mobilità, dall'equità, dalla democrazia. La lezione da trarre è che la crescita economica, pur con le contraddizioni che porta con sé, ha il grande merito di agevolare anche l'affermazione di valori etici. L'avanzamento materiale individuale e il miglioramento morale della società vanno di pari passo. Si può capire, allora, come lo scenario dipinto dal Censis di: "notevole depressione, impotenza, abbattimento della nostra società, impermeabile alla crescita economica, indifferente a fini e obiettivi di futuro" non è che il risultato, ampiamente prevedibile, di anni di stagnazione. Con l'aggravante di un governo che, invece di puntare ad uno sviluppo complessivo, in cui tutte le componenti sociali potessero riconoscersi per il vantaggio che loro poteva derivare, ha scelto di puntare ad una politica a somma zero. Ignorando la storia, ammalato di ideologia classista, ha voluto punire una parte della società, peraltro la più giovane, la più produttiva e impegnata per la crescita, per distribuire elargizioni non tanto ai più poveri, quanto ai più protetti e improduttivi. Con il risultato di ottenere, sul piano economico, più stagnazione, più inflazione, minore crescita per tutti. E sul piano sociale, minore fiducia reciproca, minore tolleranza, maggiore egoismo. Tragico fallimento per un governo di sinistra, il cui primo ministro aveva promesso che avrebbe garantito una "maggiore felicità per tutti"!

    tratto da http://www.pri.it/11%20Dicembre%2020...armeCensis.htm

  6. #136
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    Statalismo e tasse affossano il Paese La cura tutta sbagliata del governo Prodi
    E la ridistribuzione andò a danno dei poveri

    di Gianni Ravaglia

    Se l'euro non ci facesse da scudo, con un governo che propone la tassazione degli interessi sui Bot che, occorre ricordare, finanziano il terzo maggior debito pubblico del mondo industrializzato, avremmo ancora investitori che li acquistano o faremmo la fine dell'Argentina? E se l'euro ci salva, per il momento, dal fallimento dello Stato, che dire della pericolosa china che ha imboccato, da tempo, la nostra economia reale? C'è chi pensa - il governo è tra questi - che l'aumento dei prezzi delle materie prime, del cibo e dell'energia sia un fatto congiunturale, destinato a rientrare entro pochi mesi. Non è così. I prezzi di tali prodotti sono destinati a salire negli anni a venire.

    Per il semplice motivo che, al contrario di quanto afferma il Papa e tanta parte della sinistra, la globalizzazione ha cancellato la fame per miliardi di persone. Che oggi reclamano più carne e quindi più foraggi, più grano, più materie prime, più energia, con inevitabili conseguenze sui prezzi. Chi pensa che, arrivato a 100 dollari al barile, il prezzo del petrolio sia destinato a ridursi, si sbaglia. La crescita dei consumi, la volontà politica antioccidentale dei paesi produttori, l'instabilità politica del Medio Oriente, porterà il petrolio, nel medio termine, a superare di gran lunga i record attuali.

    La stessa crisi di liquidità delle banche internazionali, dovuta alla concessione di prestiti rivelatisi inesigibili, è stata tamponata con una notevole immissione di moneta da parte delle banche centrali. Gli esperti ci dicono che tale crisi non è finita, per cui le modalità scelte per affrontarla non possono che generare nuova inflazione. Ma il dibattito politico non pare voglia misurarsi con quello che, ormai, si conferma come il più epocale, rapido e strutturale mutamento della divisione internazionale del lavoro e delle ragioni di scambio dei tempi moderni. Quando negli anni Settanta e Ottanta, a seguito dei forti aumenti dei prodotti petroliferi, abbiamo dovuto affrontare analoghi, seppur temporanei, sconvolgimenti, la classe dirigente politica, sindacale e confindustriale scelse la scala mobile, una maggiore rigidità del lavoro, la socializzazione delle perdite e l'esplosione del debito pubblico.

    Con la conseguenza di avviare il declino progressivo dell'economia italiana, che ancora oggi perdura. Immemore degli errori compiuti in passato, incapace di comprendere il reale corso degli eventi, il governo Prodi ha applicato un programma di vecchie parole d'ordine classiste. All'insegna del "ridistribuire", parola d'ordine invero stupida in un sistema economico in declino, sindacati e governo hanno strappato ingenti risorse al sistema produttivo, lavoratori e imprese, per destinarle a pensionati cinquantenni e a consumi pubblici. Salvo scoprire, dopo aver ridistribuito in mille rivoli oltre 30 miliardi di euro in due finanziarie, che i salari del settore produttivo sono troppo bassi e che la stessa produttività non cresce. Eppure, le ragioni di tale andamento sono note da tempo.

    Secondo i dati dell'Ocse, nel 2006 un lavoratore italiano è costato mediamente alla propria impresa 29.138 euro all'anno, mentre un lavoratore statunitense è costato 27.911 euro. Con la differenza che il lavoratore italiano si è messo in tasca 16 mila euro, mentre l'americano, in saccoccia, ne ha messi circa 20 mila. Vale a dire che il lavoratore italiano costa all'azienda 1.200 euro in più di quello americano, ma il suo salario effettivo è inferiore di ben 4 mila euro. Sono le tasse e i contributi a fare la differenza. E se i contributi finanziano sanità e previdenza, che pur con le loro magagne, almeno, offrono prestazioni migliori di quelle americane, le tasse finanziano uno Stato pletorico e inefficiente che divora ogni anno il 50% del prodotto nazionale.

    E non è tutto. Sul salario, già taglieggiato dalle tasse, i lavoratori italiani sono costretti a pagare, sui consumi di gas e benzina, oltre l'aumento della materia prima, altre imposte, con percentuali che vanno dal 50 al 70%. Appare evidente, allora, che lo statalismo e le tasse che lo sostengono sono i veri nemici del potere d'acquisto degli italiani. La scelta di ridistribuire verso il basso elevando la tassazione dei redditi medio-alti, delle imprese e del risparmio, in un tale quadro si configura come una mera scelta di assistenzialismo classista. Non serve, invece, ad innescare un meccanismo di crescita. Il solo che può alleviare strutturalmente le sofferenze dei più deboli. Senza centrali nucleari, senza infrastrutture, senza liberalizzare i mercati e le professioni, senza tagli alla spesa pubblica corrente il declino continuerà. E i danni maggiori seguiteranno a subirli i più poveri.

    tratto da http://www.pri.it/17%20Gennaio%20200...Statalismo.htm

  7. #137

  8. #138
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    L'Italia in difficoltà
    Un'analisi responsabile e consapevole dei problemi da superare

    L'analisi che Silvio Berlusconi ha fatto in una videoconferenza del "Corriere della Sera" è apparsa seria e responsabile, l'analisi di chi è ben consapevole delle difficoltà in cui versa l'Italia. Il governo Prodi, secondo le parole di Berlusconi, ha aggravato le condizioni generali del paese con una paralisi decisionale ed un'arte del rinvio senza precedenti.



    E' importante che il prossimo premier abbia le idee chiare sul da farsi: risolvere il problema dei rifiuti, ripristinare l'energia nucleare, continuare la lotta all'evasione, dare all'Italia un progetto autentico di crescita economica. E una nuova politica estera. Sono questi i passi indispensabili che il futuro governo dovrà mettere in agenda fin dal momento del suo insediamento.

    Berlusconi oggi appare l'unico capace di lanciare questa sfida per la ripresa. Intraprendendo questa strada, stia certo che potrà contare sul sostegno dei repubblicani.

    Questo sostegno servirà, perché, per quanto possa essere netto il vantaggio che il Pdl potrà ottenere nelle due Camere, lo stato della coalizione di centrodestra non è ancora ottimale. Innanzitutto il nuovo partito non c'è ancora e non sarà cosa facilissima fondere insieme apparati così differenti come quelli di Forza Italia ed An; e questo indipendentemente dai contenuti e dai valori similari che li legano. Alleanza Nazionale è un partito vero e proprio, con i suoi organismi ed i suoi dirigenti; Forza Italia si regge interamente sul carisma del leader. Percorsi decisionali e di attività politica sono dunque molto diversi. Ma anche nel caso di un amalgama ottimale, vanno analizzati i rapporti con la Lega, per quanto siano già consolidati da tempo; e sono ancora tutti da vedere quelli con il Mpa di Raffaele Lombardo.

    Non nascondiamo che avremmo sperato di trovare una più forte presenza democratica e liberale, che invece oggi ancora manca alla coalizione di centrodestra. Ma, quali che siano le condizioni in cui ci troveremo nella prossima legislatura, faremo la nostra parte. Berlusconi non ha rinunciato a polemizzare con i piccoli partiti che hanno frenato l'azione di governo nella precedente legislatura di centrodestra.

    Sappiamo che non si rivolgeva ai repubblicani, ma non vorremmo che ora le difficoltà gli provenissero da partiti più grandi (o dal tentativo stesso di costruire un partito più vasto). Sotto questo profilo, ad esempio, non ci rassicura la polemica sul voto agli immigrati. Servirà per lo meno una registrazione del programma e delle intenzioni di come portarlo avanti. Notiamo, infine, il rifiuto netto ed inequivocabile di ogni accordo con il Partito democratico che si traduce nel "no" a quella volgarizzazione giornalistica definita come il "Veltrusconi".

    Il nostro auspicio è quello di un limpido successo del Pdl. Ma, nel caso di una vittoria di misura, saremmo molto prudenti sulle cose da fare e non escluderemmo la possibilità di una maggioranza più larga volta a coinvolgere chi davvero persegue un progetto di riforme dirette a favorire lo sviluppo economico e a dare un nuovo assetto istituzionale al Paese.

    Roma, 1 aprile 2008

    tratto da http://www.pri.it/html/Home%20pri.html

  9. #139
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    La pesante eredità di Prodi
    Servono atti concreti per lasciarsi alle spalle la crisi del Paese

    L'insensata rapina di decine di miliardi di nuove imposte e una spesa pubblica lasciata senza freni, hanno prodotto, come eredità del malgoverno prodiano, la stagnazione dell'economia denunciata da Istat e Confindustria. Le scelte del governo delle sinistre sono infatti avvenute nonostante la presenza di forti squilibri internazionali, generati da un aumento esponenziale dei costi energetici e delle materie prime, cui si è aggiunta, causa i bassi tassi di interesse americani, una crisi finanziaria della quale non si conoscono ancora tutte le conseguenze. In questo quadro le grida contro la speculazione internazionale sono fuorvianti. La sostanza dei fatti è che stanno operando due fattori concomitanti.

    La maggiore domanda di cibo ed energia delle popolazioni asiatiche genera un aumento dei prezzi che terminerà solo allorquando si troveranno nuovi equilibri tra produzione e consumi. Inoltre i paesi produttori di petrolio hanno deciso di innescare, sull'accresciuta domanda di energia, una battaglia politica ed economica, facendo del prezzo del petrolio un'arma contro l'Occidente industrializzato. Lo possono fare in quanto sanno che una minore domanda di petrolio, derivante da una crisi economica occidentale, viene rimpiazzata dallo strutturale aumento della stessa ad opera dei paesi asiatici. Così i prezzi possono restare alti in quanto il consumo complessivo non si riduce. L'azione concomitante dei due fattori fa sì che si registri più inflazione e un oggettivo impoverimento delle economie occidentali. Per innescare nuova crescita economica in Occidente dovremo cambiare abitudini, stili di vita, politiche economiche e sociali, quantità e qualità della spesa, soprattutto di quella pubblica improduttiva.

    Ogni euro in più improduttivo che spende lo Stato è un euro in meno nelle tasche di cittadini e imprese, già impoveriti dai maggiori costi internazionali. E' ciò che non ha capito il governo delle sinistre. Il governo Berlusconi fin dalla nascita ha invece iniziato ad aggredire i nodi dello statalismo e di nuove politiche energetiche. Ma, mentre i cittadini hanno ritrovato i motivi di una rinnovata speranza, gli statalisti, sconfitti elettoralmente, stanno reagendo con tutte le armi a loro disposizione. La punta di diamante di tale reazione è rappresentata da quei magistrati che vogliono cambiare "il regime".

    Sono state messe in campo migliaia di intercettazioni telefoniche, tipiche dei regimi golpisti. E' stato eletto un portavoce giustizialista che tuona ogni giorno sui mass media. Abbiamo un Pd diviso e a rischio di scissione che crede di ritrovare forza dal cortocircuito istituzionale imposto dagli antiregime e recupera i rapporti con gli sfascia paese, Verdi e comunisti. Siamo cioè di fronte ad una organizzazione quasi perfetta per ribaltare il voto dell'aprile scorso e distruggere ogni speranza nel Paese. Diciamolo fuori dai denti: è una battaglia che si preannuncia campale. Le forze della libertà, però, possono vincerla, con i fatti e il buon governo. Importanti riforme sono già all'attenzione del Parlamento. Veltroni, impegnato ad inseguire Di Pietro, non se ne rende conto, ma i cittadini con una casa, a giugno, non hanno più pagato l'Ici e si sono ritrovati in tasca dai 200 ai 400 euro in più. I lavoratori che vorranno lavorare di più per far fronte alle maggiori spese derivanti dagli squilibri internazionali, pagheranno meno tasse. I pensionati a basso reddito avranno un bonus di 400 euro. Con il piano della pubblica amministrazione, la razionalizzazione dei costi della scuola, le fondazioni universitarie, è iniziato il dimagrimento dello Stato e si incentiva la qualità dei servizi. Sono state poste le basi per avere il controllo dell'immigrazione e più sicurezza nelle città. E' stato riavviato il percorso per ridurre la dipendenza energetica. Necessari, perché a tutela delle libertà democratiche, sono, poi, i provvedimenti del governo per disinnescare il tentativo di abbattere "il regime" e il capo dell'esecutivo.

    Ad essere ottimisti, una volta che questi saranno approvati dal Parlamento, potrà avere inizio una nuova storia. Si potranno attuare il federalismo fiscale, la riduzione delle imposte e la riforma costituzionale. Con l'auspicio di un rinsavimento del Pd. Nel frattempo i giustizialisti antiregime vogliono organizzare referendum cercando consensi per realizzare fino in fondo i loro obiettivi. Per essere seri dovrebbero però proporre anche l'abolizione delle norme che tutelano le "irresponsabilità" dei magistrati per i propri errori. Quelle che, pur avendo ottenuto il voto dell'80% dei cittadini nel 1987, non sono mai state applicate.

    di Gianni Ravaglia
    Roma, 1 luglio 2008

    tratto da http://www.pri.it/html/Home%20pri.html

  10. #140
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    La norma senza nome

    Se falliscono le aziende al posto dei precari si diventa disoccupati

    Nella polemica che si è scatenata sulla cosiddetta norma anti – precari, prima che con i problemi del mondo del lavoro si ha a che fare con la propaganda politica. Basti vedere i toni usati dal segretario della Cgil Epifani che parla di "governo autoritario" in un'intervista alla "Stampa"; o le dichiarazioni di Diliberto che denuncia la maggiore debolezza dei lavoratori dovuta all'assenza della sinistra in Parlamento.

    L'opposizione ha scelto la strada dello scontro, ha minacciato l'autunno caldo e ora si attrezza per trovare il giusto sfondo su cui erigere la sua voglia di riscossa. Eppure il problema evocato in questa occasione è serio e con risvolti preoccupanti.

    La norma in questione riguarda particolarmente il conflitto fra le Poste ed i lavoratori di quel comparto che, impugnata una pratica di irregolarità contro il loro datore di lavoro, la vincevano automaticamente, ottenendo il posto fisso. E' possibile che la norma in questione sia incostituzionale, come sostengono Ichino ed altri, ma non che non sia razionale: nel senso che, se abolita, avremmo un eccesso opposto, e cioè che le Poste sarebbero l'unico ente in cui si garantisce il posto fisso invece che il lavoro a tempo determinato, con costi impossibili per l'azienda.

    La ragione per cui il Parlamento avrebbe dunque votato il provvedimento era quella di sanare una situazione insostenibile. E a volte il sindacato finge di non accorgersi che, senza contratti a tempo determinato, non c'è in realtà il posto fisso del lavoratore, ma il fallimento dell'azienda e la disoccupazione. Il capogruppo del Pdl alla Camera ha cercato di fare questa valutazione di buon senso, per quanto il provvedimento in sé resti discutibile. E l'opposizione doveva pensarla allo stesso modo - oppure dormiva - quando è stato presentato l'emendamento. In compenso si è svegliata venti giorni dopo.

    E preoccupa la corsa della maggioranza a declinare ogni responsabilità. Dal "distante e distinto" del ministro Sacconi, alla "norma da rivedere" di Brunetta, fino a dire che "ha deciso il Parlamento", come ha affermato Calderoli. Ora il Parlamento decide, non c'è dubbio, ma una norma deve pure avere un nome e una parte politica che la sostiene. Questa, invece, dopo essere stata votata, sembrerebbe scesa dallo spazio ed in quanto tale votata all'unanimità. Per cui, o il Parlamento votandola ha commesso un madornale errore, oppure non sa difendere le sue ragioni. Basta che il sindacato alzi la voce perché tutti si mettano in riga.

    Non vorremmo che, indicata una strada difficile, maggioranza e governo poi si spaventino e l'abbandonino in grande fretta senza timore di esporsi a figuracce. Eppure la questione precarietà, come importanza, non è diversa da quella dei fannulloni, se non per il fatto che di questi ultimi ci si può sbarazzare, mentre sbarazzarsi dei precari senza portare al collasso le aziende italiane è molto più difficile. Nel caso delle Poste, poi, è sicuro.

    Per cui si pensi ad un riordino di tutta la materia, preoccupandosi delle questioni relative alla costituzionalità dei provvedimenti, ma non ci si dimentichi che, se non si tutelano le aziende, non si possono poi nemmeno tutelare i loro dipendenti.

    Roma, 28 luglio 2008

    tratto da http://www.pri.it/new/html/notapolit...tapolitica.htm

 

 
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