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  1. #21
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    Predefinito Ma cosa gli danno da bere alla bouvette?

    Vegas (sottosegretario - FI) paragona Berlusconi a Gesù Cristo e la sua finanziaria al miracolo dei pesci e dei pani delle nozze di Caana (mi sembra si scriva così).
    Se la frase è stata detta nel pomeriggio ci sarebbe da chiedersi cosa si beve alla bouvette di Montecitorio.
    Se la frase è stata detta al mattino ed in piena lucidità (.........), ci sarebbe da proporre anche in Italia un meccanismo di valutazione della squadra di governo.
    Tex Wille

  2. #22
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    Predefinito tratto da www.pri.it

    Il Pri al vertice

    Ridurre le imposte, stimolare la ripresa, sostenere il Sud

    Sono principalmente due gli aspetti che il Partito repubblicano ha sottoposto all'attenzione del vertice di maggioranza. Il primo concerne la definizione della proposta di riforma fiscale quale è emersa dal comitato di segreteria riunitosi nella mattinata del 9 novembre. I repubblicani condividono, come hanno sottolineato più volte, l'ipotesi di una riduzione delle imposte, anche come elemento di stimolo alla ripresa economica, chiedendo al governo di evitare che si possano determinare riflessi sul potere di acquisto tali da far si che la riduzione fiscale possa incrementare le importazioni, vanificando così gli effetti di stimolo.

    Per questa ragione il comitato di segreteria del Pri è dell'idea che la manovra di riduzione delle imposte deve essere accompagnata da una manovra contestuale di sostegno della competitività dell'industria italiana. In tale senso si ritiene indispensabile una consistente riduzione dell'Irap. Ma è necessario che il governo "indichi come soddisfare ambedue queste esigenze, tenendo presente la necessità di non ridurre i fondi per il Mezzogiorno, già gravemente penalizzato dalla legge Finanziaria". Saremo molto soddisfatti se dal vertice si riuscirà finalmente a dare un segnale chiaro di accordo all'interno della coalizione di governo su un'impostazione di questo genere, confidando che essa sia condivisa nel suo complesso e serva a dare nuova linfa all'azione politica dei prossimi mesi. Ve ne è sinceramente bisogno.

    Il secondo aspetto è comunque altrettanto rilevante, lo ha posto con una certa evidenza lo stesso segretario del partito in una intervista al "Corriere della sera", e concerne il ruolo dei repubblicani nella coalizione.

    Dell'esigenza di questo ruolo diede un segnale chiaro lo stesso presidente del Consiglio chiedendoci di indicare un nome per ricoprire un incarico ministeriale.

    Noi abbiamo anche indicato delle aree di intervento sulle quali riteniamo di avere le capacità di svolgere una funzione propositiva ed attiva: Mezzogiorno, Immigrazione, Economia. Tutti campi nei quali la maggioranza ha spesso segnato il passo e per i quali i repubblicani possono realizzare una svolta vera. Per una svolta vera serve che questa maggioranza sappia dare al Paese il segnale di volersi concretamente allargare ad una forza politica che si è caratterizzata negli anni in uno spirito di servizio.

    Roma, 9 novembre 2004

  3. #23
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    Predefinito Nel vuoto, di Davide Giacalone

    Nel vuoto

    Due cortei attraversano le strade di Roma, due cortei di protesta contro la riforma della scuola e contro la legge finanziaria. I due cortei bloccano il traffico, rendono la vita impossibile a tanta gente, ed una volta conclusi non resterà nulla, perché questo modo rituale e vecchio di protestare non serve a niente. (continua ... sotto)

    http://it.groups.yahoo.com/group/Rep...i/message/1360

  4. #24
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    Predefinito tratto da www.pri.it

    Intervista a Bruno Trezza/Questa legge Finanziaria contiene provvedimenti di tipo tradizionale

    Sviluppo e Mezzogiorno: i grandi assenti

    "E' necessario trovare risorse per il Mezzogiorno, per le famiglie e favorire la ripresa economica". Lo spiega alla "Voce Repubblicana" Bruno Trezza, responsabile economico del Partito repubblicano italiano. Trezza ha vinto il Premio Saint Vincent per l'Economia (1979), ed è autore, tra l'altro, di "Economia e moneta" (il Mulino, 1975) e "Origine e sviluppo delle teorie economiche" (CISU, 1993) ed è stato consulente economico con Ugo La Malfa e Giovanni Spadolini alla Presidenza del Consiglio. Trezza è stato inoltre capolista del Partito repubblicano alle ultime elezioni europee. Ecco cosa ci ha detto il docente sulla legge Finanziaria appena approvata alla Camera dei deputati e sulla posizione del Pri.

    Professor Bruno Trezza, qual è il bilancio che è possibile fare dopo questo primo passaggio della Finanziaria alla Camera dei deputati? Come giudica la legge uscita da Montecitorio? Pensa che si tratti di un passo importante per rilanciare l'economia italiana?

    "E' necessario sanare l'errore che ha riguardato l'articolo 1 della legge, quello sul saldo netto. Questo è il primo aspetto importante di cui tenere conto. Inoltre, questa finanziaria presenta ancora dei problemi perché non aiuta lo sviluppo. Ci troviamo di fronte ad una legge di tipo tradizionale. In questo documento vengono sistemati i conti pubblici e basta. Per lo sviluppo e il Sud si fa pochissimo.

    Pensa che il sottosegretario all'economia Miccichè abbia fatto bene a sollevare il problema dei fondi e delle risorse da impiegare per il Mezzogiorno minacciando le proprie dimissioni?

    "Sono d'accordo con Miccichè. In questa fase il Governo deve essere molto attento alla copertura prevista per ogni parte della Finanziaria. Questo aspetto non è stato analizzato con la dovuta sufficienza. Vogliamo evitare che queste coperture siano a scapito del Mezzogiorno".

    Qual è la posizione del Partito repubblicano italiano sulla legge Finanziaria?

    "La nostra posizione era di affrontare il tema della ‘Golden Rule' per evitare il computo degli investimenti produttivi nel computo del Patto di stabilità. La questione del rapporto tra Pil e debito pubblico rischia di mettere il nostro Paese in una condizione di inferiorità. Questo argomento doveva essere affrontato tempestivamente in sede europea. La nostra idea iniziale era quella di avere un pacchetto complessivo che contemplasse un'adeguata politica di rilancio, un'attenta difesa del Mezzogiorno. Invece ci siamo trovati di fronte ad una Finanziaria tradizionale, che cerca di riportare i conti nei parametri di Maastricht. Si tratta di una legge deflattiva. In un momento in cui la situazione complessiva della spesa pubblica, della spesa corrente e dei consumi pubblici e della condizione del reddito sta andando verso il deperimento dell'economia italiana. La manovra relativa alle tasse è rimasta fuori ed è stata spostata nel tempo. La situazione che si è venuta a creare per l'Irap con i fondi che dovrebbero essere destinati alle famiglie trova una difficile copertura. Questa situazione viene fatta a sfavore del Mezzogiorno. Non aver stabilito un impianto complessivo fin dall'inizio ha fatto in modo che l'esame della Finanziaria avvenisse per spezzoni. Questa situazione ha creato molte difficoltà".

    Che problemi ci sono stati tra il Tesoro e il ministro dell'economia Siniscalco?

    "I problemi nascono prima dell'insediamento di Siniscalco. Avevamo fatto delle riunioni del tavolo tecnico sull'Economia con il ministro ad interim Berlusconi nel periodo tra maggio e giugno. In queste occasioni si è delineata una scelta politica che vedeva l'accordo di tutte le componenti politiche. Il ministro avrebbe dovuto interpretare questo accordo tra le varie componenti della CdL. Il ministro ha fatto un'analisi relativa al mantenimento degli impegni di Maastricht. Siniscalco non ha tenuto presente l'esigenza dello sviluppo e il Mezzogiorno. Riportare una linea all'interno della maggioranza oggi è diventato difficilissimo".

    Lei pensa che l'arrivo di Siniscalco abbia alimentato confusione perché il nuovo ministro non ha tenuto conto degli accordi raggiunti precedentemente tra le forze politiche della CdL?

    "Ciò che ha fatto Siniscalco non era contemplato nella linea politica che avevamo discusso tra maggio e giugno. Quando le forze politiche si incontrano con il Tesoro si ritrovano in un quadro poco armonico e che non riescono a far funzionare. Nell'impianto della Finanziaria non c'è più la possibilità di aiutare lo sviluppo e il Sud. Da qui nasce il conflitto tra Grilli e Siniscalco e le forze politiche".

    La scelta di imporre il tetto del 2% alla spesa dei ministeri è stata una scelta saggia?

    "Queste sono chiacchiere. Ci sono delle leggi di spesa. Occorre che queste leggi siano adeguate. Altrimenti rischiamo di trovarci di fronte ad un problema esclusivamente di cassa con tutto quello che comporta".

    Come giudica le critiche degli enti locali in più di un'occasione alla legge Finanziaria?

    "Nella Finanziaria, Siniscalco ha spostato molti carichi sugli enti locali dicendo di arrangiarsi. Loro non hanno accettato questo metodo ed hanno risposto al ministro. Bisogna stare attenti perché la coperta è una sola".

    Cosa auspica nel passaggio al Senato della Finanziaria che inizierà la prossima settimana?

    "Il primo passo da fare è quello di ricostituire l'articolo 1. Si tratta di un incidente di percorso molto antipatico. Quando abbiamo fatto l'incontro al Tesoro, Miccichè ha detto che il Sud non deve essere penalizzato. Il vero problema da affrontare saranno le coperture, dove si prendono i soldi".

    Erano necessari tagli maggiori in alcuni settori per reperire risorse utili per il bilancio dello Stato?

    "Bisognava impostare i problemi diversamente. Stiamo affrontando oggi problemi che potevamo risolvere meglio prima. Andava fatto il quadro complessivo del problema. Andava affrontata la necessità del rilancio dell'economia. Il discorso che ha fatto il ministro ha tenuto conto soprattutto dei parametri di Maastricht".

    La posizione complessiva del Partito qual è? Che cosa chiede il Pri?

    "Dobbiamo usare i soldi della finanziaria nella maniera più efficace possibile per favorire la ripresa; dare fondi alle famiglie; la politica di copertura della spesa non può colpire il Mezzogiorno".

    (intervista a cura di l. p.)

  5. #25
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    L'approvazione della Finanziaria con i provvedimenti per Regioni ed Enti locali/Modificato il Patto di stabilità per i Comuni ai fini degli obiettivi europei. Stretta per le consulenze

    Con il passaggio al Senato necessarie ulteriori modifiche

    di Pino Vita*

    La Camera ha approvato, dopo il ritiro degli emendamenti sia della maggioranza che dell'opposizione, la legge Finanziaria per il 2005 che modifica il Patto di stabilità per i Comuni, con regole che vincolano a nuovi parametri il bilancio degli enti locali in maniera da consentire al governo di centrare gli obiettivi europei.

    Le misure contenute nella legge prevedono il blocco delle addizionali fino al 2006 per tutti gli enti locali, mentre nel triennio 2005-2007 i comuni che non si siano mai avvalsi della facoltà di applicare l'addizionale potranno fare ricorso alla leva fiscale, sia pure nei limiti dello 0,1%,

    Viene stabilito, inoltre, che province e comuni con più di 3mila abitanti e le comunità montane con oltre 10mila abitanti, potranno incrementare la spesa annua dell'11,5% rispetto alla media del triennio 2001-2003. In particolare tale aumento interesserà gli enti locali che nel triennio hanno registrato una spesa corrente media pro-capite inferiore a quella media pro capite della classe demografica di appartenenza. Per gli altri enti locali l'incremento sarà' del 10%.

    Per il 2005 la spesa corrente e in conto capitale delle Regioni non potrà essere superiore alla corrispondente spesa del 2003 incrementata del 4,8%. Per gli anni 2006 e 2007 sarà invece applicato un incremento del 2% alla spesa corrente e in conto capitale di tutti gli enti locali. Da questo calcolo resteranno escluse le spese per il personale, per la sanità, quelle derivanti dall'acquisizione di partecipazioni azionarie e di altre attività finanziarie, da conferimenti di capitale e dalla concessione di crediti. Saranno, inoltre, escluse le spese per trasferimenti destinate alle amministrazioni pubbliche e quelle connesse agli interventi a favore di minori sottoposti ai provvedimenti dell'Autorità giudiziaria e minorile.

    Soltanto per l'anno 2005 il calcolo delle spese viene fatto al netto di quelle in conto capitale che siano state finanziate dai fondi Ue.

    Gli enti possono superare il tetto di spesa solo per gli investimenti e nei limiti delle entrate derivanti da alienazione dei beni immobili, mobili e delle erogazioni a titolo gratuito e di liberalità.

    Gli enti locali che non rispettano i vincoli del Patto di Stabilità interno non potranno, nel 2006, assumere personale a qualsiasi titolo; ricorrere all'indebitamento per fare investimenti ed effettuare spese per l'acquisto di beni e servizi in misura superiore a quanto speso nell'ultimo anno in cui e' stato rispettato il Patto. Nel caso in cui l'ente sia risultato sempre inadempiente non potrà andare oltre alle spese effettuate nel 2004 ridotte del 10%.

    Viene inoltre istituito un Fondo ‘ad hoc' per il 2005 pari a 250milioni di euro presso la gestione separata della Cassa depositi e prestiti che dovrà anticipare le spese in conto capitale degli enti locali che eccedono il limite di spesa stabilito dalla Finanziaria. Le anticipazioni devono essere estinte dagli enti locali entro il 31 dicembre 2006 e i relativi interessi, valutati in 10 milioni di euro, sono a carico del bilancio statale. Le anticipazioni sono corrisposte dalla Cassa depositi e prestiti secondo le priorità fissate dal Cipe. Per il 2005 viene istituito, presso il Ministero dell'Interno, il Fondo di 10 mln di euro per il rimborso agli enti locali delle minori entrate che deriveranno dall'abolizione del credito di imposta.

    Un'altra stretta riguarderà i nuovi mutui contratti dagli enti locali che per poter accedere ai prestiti ed altre forme di finanziamento dovranno ulteriormente ridurre il loro livello di indebitamento complessivo. In pratica, l'ente locale potrà contrarre nuovi mutui solo se l'importo annuale degli interessi, sommato a quello dei mutui precedentemente contratti, non supera il 12% della somma fra entrate proprie, tariffe e trasferimenti. In precedenza la percentuale fissata era pari al 25%. Gli enti che sfiorano il tetto del 12% dovranno riportare la spesa per interessi entro parametri precisi nell'arco dei prossimi 9 anni: non oltre il 20% per il 2008, entro il 16% nell'esercizio 2010 ed entro il 12% per la fine del 2013.

    Viene infine autorizzata la spesa di 201,5 mln di euro per l'anno 2005, di 176,5 mln di euro per il 2006 e 170,5 mln per il 2007 per la concessione di contributi statali al finanziamento di interventi diretti a ‘'tutelare l'ambiente e i beni culturali''. Le risorse per le coperture saranno reperite tagliando di 15 milioni di euro il Fondo nazionale per il sostegno della progettazione delle Opere pubbliche di regioni ed enti locali; riducendo di 50 milioni di euro per l'anno 2005 i fondi nazionali per la realizzazione di infrastrutture di interesse locale ed anche utilizzando parte dei fondi già assegnati ai diversi Ministeri.

    La Finanziaria ha rinviato l'esame degli estimi catastali e dei studi di settore e ha fatto sparire dal testo la Polizza obbligatoria anticalamità sulla casa, mentre ha, invece, dato via libera alla confezione "monodose" per i farmaci.

    Non è passata la norma per Roma che doveva garantire finanziamenti speciali alla capitale, ed è stata accantonata quella che prevedeva il condono per i beni archeologici detenuti illegalmente da privati cittadini e sulla quale il comitato di segreteria del Pri aveva espresso la sua netta contrarietà.

    Stretta del 10% sulle auto blu dei ministeri e giro di vite anche sulle consulenze per gli enti locali che dovranno essere, "adeguatamente motivate con specifico riferimento all'assenza di strutture organizzative o professionalità interne all'Ente''. L'atto di affidamento di incarichi di studio o ricerca dovrà inoltre essere corredato della valutazione dell'Organo di revisione economico-finanziario dell'ente locale e trasmesso alla Corte di Conti. Per l'anno 2005 i proventi delle concessioni edilizie e delle sanzioni comminate per illeciti in ambito edilizio potranno essere destinati al finanziamento di spese correnti entro il limite del 50%. Inasprite le sanzioni per le infrazioni al divieto di fumare che aumentano del 10% per cui si passa dall'attuale fascia che va da 25 euro a 27,50 ad un'altra che va da 250 a 275.

    Si tratta di misure che seguiremo nel corso dell'iter della legge finanziaria 2005 he è ora passata all'esame del Senato.

    *Responsabile nazionale Pri Enti locali

  6. #26
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    Discutibili certezze

    E’ ancora presto per dire chi davvero si trova isolato nel Paese

    Premesso che parrebbe un po’ riduttivo considerare, come il segretario della Cisl, Pezzotta, che il mestiere del sindacato sia quello di scioperare, ci chiediamo se davvero sia stato un successo la manifestazione nazionale che ha paralizzato le grandi città italiane contro la politica economica del governo.

    Aspetteremmo poi a proclamare tanto solennemente, come pure ha fatto il leader della Cgil che "il governo è solo". A noi sembrerebbe più solo Epifani, quando leggiamo che anche un anziano e valoroso sindacalista quale Emanuele Macaluso non riesce a sostenerne con convinzioni le ragioni. Punti di vista da verificare.

    E’ certo invece che la scelta di correre in piazza contro il tentativo di riforma fiscale del governo, e soprattutto senza avere un chiaro piano alternativo per il rilancio del Paese, rappresenta per lo meno il rischio di non venire capiti dalla maggioranza della popolazione.

    Lo scriviamo viste anche le evidenti differenziazioni interne al centrosinistra nell’incontro con il professor Prodi, sempre ammesso che il sindacato abbia davvero raggiunto una posizione unitaria. Ma è chiaro che se la riforma del governo non incide veramente (vale "trenta cappuccini", per dirla con Scalfari) non può essere al contempo di "macelleria sociale" come pure sostengono i sindacati e Bertinotti. Senza contare che lo stesso Prodi contesta il merito degli interventi, ma non le cifre delle coperture, che un governo di centrosinistra manterrebbe, come saremmo legittimati a presumere a questo punto.

    Non avremmo molti dubbi che, a fronte di questa indecisione nel giudizio, il resto degli italiani si auguri, al contrario degli scioperanti, un successo per la ricetta del premier, soprattutto a fronte di nessuna ricetta per un sistema descritto in declino. La cosa colpisce, ma questo concetto non è nostro originale: lo abbiamo letto qualche giorno fa su un editoriale del quotidiano comunista "il Manifesto" e lo facciamo nostro, con il necessario beneficio di inventario.

    Evidentemente sono diversi i soggetti a sinistra che temono più di apparire forze della conservazione prive di idee, rispetto a chi, anche in maniera discutibile e magari anche contro le legittime convinzioni di qualcuno, cerca il rilancio economico del Paese.

    Roma, 30 novembre 2004

  7. #27
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    I risultati dell’indagine della Pubblica.Swg commissionata dall’Anci/Esaminato un campione di 200 sindaci di comuni piccoli, medi e grandi di tutte le Regioni

    Un sondaggio che porta a risultati prevedibili

    di Pino Vita*

    L’Anci ha approfittato dell’elezione degli organi dirigenti per presentare i risultati di un sondaggio svolto, per suo conto, dalla Pubblica.Swg sulle misure che gli amministratori hanno dovuto adottare, a seguito dei provvedimenti della Finanziaria 2005, per poter chiudere i bilanci. Un’indagine svolta su un campione di 200 sindaci di comuni piccoli, medi e grandi di tutte le regioni italiane, contattati telefonicamente. Il 74% dei comuni italiani ha sottolineato che quest’anno chiudere il bilancio " sarà un’impresa complicata e dolorosa", in quanto per fare quadrare i conti gli amministratori locali saranno costretti "a rinunciare all’apertura di nuovi servizi, a tagliare gli investimenti e a ridurre, in alcuni casi, i servizi già erogati."

    Il 29% dei sindaci italiani ha annunciato che gli effetti dei tagli e delle riduzioni si faranno sentire , soprattutto, sulla manutenzione delle città, sugli investimenti per lo sviluppo, sul mantenimento del welfare locale e sulla realizzazione di nuovi servizi per le famiglie.

    Secondo le tabelle del sondaggio il 36% dei comuni per fare quadrare il bilancio di previsione del 2005 ha dovuto rinunciare a creare nuovi servizi, mentre il 26% è stato costretto a tagliare gli investimenti e il 25% a fare a meno dei servizi già erogati. Rispetto alle percentuali di questi tagli il ricorso all’aumento delle tariffe è più ridotto ed ancora più contenuto risulta l’incremento dell’Ici. La razionalizzazione delle risorse e la lotta all’evasione fiscale sono mezzi a cui gli amministratori non sembrano ricorrere per far quadrare i conti dei bilanci. Alcuni dichiarano di non aver fatto nulla per l’obiettivo indicato nelle domande, mentre altri non hanno, addirittura, risposto. Il sondaggio, che viene fatto annualmente, risulta in sostanza veritiero ma la maniera con cui erano state poste le domande faceva si che le risposte costituissero un "unicum" negativo.Un esempio di domanda: "Per fare quadrare i bilanci avete dovuto tagliare gli investimenti? O aumentare l’Ici? Etc.". Qualunque fosse stata la risposta degli amministratori, salvo quella in cui si dichiarava di non aver fatto nulla, la stessa andava in direzione della premessa: che in ogni caso c’erano sacrifici da compiere.

    Per i tagli che i comuni stanno predisponendo nei loro bilanci le risposte indicano che sarà principalmente colpita la cura delle città (strade, aree verdi) assieme alla realizzazione di nuovi servizi, al settore della cultura e della qualificazione del personale dipendente e alla manutenzione delle scuole. Il settore dello sport e i servizi per gli anziani e per i bambini saranno, contrariamente, a quanto di solito si afferma tra i meno colpiti, mentre per 18 sindaci non ci sarà addirittura alcun taglio.

    Anche per queste domande è stato utilizzato lo stesso metodo per cui bastava l’indicazione del settore in cui sarebbero avvenuti i tagli per avere una risposta negativa. Esempio: "in quale settore del bilancio graveranno maggiormente i tagli?

    Il risultato era già nelle domande e ha portato diritto alla bocciatura della Finanziaria anche da parte di quei sindaci che si richiamano al centro-destra. Il presidente dell’associazione nel presentarlo lo ha rilevato specie quando dichiara: "la bocciatura della legge finanziaria non è dettata solo dalle posizioni politiche dei singoli amministratori, ma come emerge dalla rilevazione, a ritenere la proposta del governo inadeguata è la metà dei sindaci di centrodestra, il 94 di quelli eletti con liste civiche e il 99% del centro-sisnistra".

    Per rendere le risposte del sondaggio più realistiche è stato anche chiesto agli amministratori locali quanto e in che in modo la Finanziaria sostenga i comuni del sud. L’83% ritiene "che lo faccia poco o niente e il giudizio accomuna entrambi i fronti: la pensano così il 63% dei sindaci di centrodestra e il 92 % di quelli del centrosinistra".

    Questo volere omologare le risposte dei sindaci, al di là delle loro appartenenza politica, conferma il carattere strumentale dell’inchiesta, dove anche il riferimento al Mezzogiorno rientra nei temi generali che l’opposizione agita contro il governo, per cui il riferimento agli enti locali appare scontato.

    Naturalmente va dato un giudizio non solo sui limiti del sondaggio ma sulla linea dell’Anci e questa valutazione politica è per il Pri negativa e coinvolge tutta la dirigenza dell’associazione eletta con criteri spartitori al recente congresso dell’Anci di Genova.

    Una forza come la nostra di antica tradizione e cultura autonomistica deve continuare a far sentire la sua voce e per questo siamo decisi a non mollare.

    *Responsabile nazionale Pri Enti locali

  8. #28
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    Predefinito tratto da L'OPINIONE 17 dicembre 2004

    La Finanziaria spiegata agli scettici

    di Domenico Siniscalco

    Signor Presidente, onorevoli senatori, desidero innanzitutto ringraziare la Commissione bilancio per il lavoro svolto sul testo della legge finanziaria e l’Assemblea del Senato per il dibattito che ha occupato gli ultimi due giorni e che ha offerto elementi di approfondimento, di critica e di suggerimento. La discussione sui cambiamenti che sono stati introdotti in Commissione ha ovviamente attratto l’attenzione degli ultimi giorni; pertanto oggi, prima del voto di fiducia, è doveroso che io replichi ai numerosi interventi, che sono stati tutti interessanti, e, soprattutto, che ricomponga i vari elementi del provvedimento in un quadro d’insieme che ne offra una visione complessiva.

    La stabilità dei conti e una minore invasività dello Stato
    Permettetemi prima di tutto una premessa. Quella che il Senato si accinge a votare è una legge finanziaria quantitativamente imponente e strutturale per la dimensione dei flussi coinvolti ed è guidata da due princìpi chiave: la stabilità dei conti e una minore invasività dello Stato nell’economia e nella vita dei cittadini.

    Per argomentare queste affermazioni di principio mi sia concesso di entrare nel dettaglio e di dividere la mia replica in tre parti legate tra loro: la base di partenza della legge finanziaria, su cui mi soffermerò ovviamente molto in breve, la ricostruzione del quadro d’insieme del provvedimento per come si è andato costituendo fino ad oggi e la ricollocazione di questa legge finanziaria e del bilancio nella politica economica e in generale nella visione che il Governo ha del Paese, che si trova indubbiamente nel mezzo di un processo di transizione.

    Ogni legge finanziaria può essere giudicata da più punti di vista; dal punto di vista economico, da quello finanziario, da quello politico e fondamentalmente dal punto di vista del cittadino elettore. Nel replicare io cercherò di analizzare il provvedimento in modo sintetico prendendo di volta in volta in conto questi diversi punti di vista.
    Cominciamo dal punto di partenza della legge finanziaria. In una legge finanziaria la costruzione del quadro tendenziale dell’economia, e soprattutto del quadro tendenziale della finanza pubblica - credetemi -, è metà dell’opera.

    Se questo quadro è credibile e trasparente, tutto l’esercizio di formazione del bilancio è costruito su una base solida. Al contrario, se non lo è, rischia di avere fondamenta discutibili. La costruzione di un quadro tendenziale trasparente, che abbiamo fatto in luglio e riproposto in settembre, non è stata un’operazione semplice, ma ci ha consentito di disegnare un aggiustamento appunto ingente e credibile: 24 miliardi di euro, pari all’1,7 per cento del PIL, rispetto alle tendenze spontanee che si andavano manifestando in quel momento nel bilancio pubblico.

    Attenzione, come abbiamo spesso ripetuto, questo aggiustamento si riferisce al tendenziale: rispetto all’anno 2004, cioè rispetto all’andamento storico dell’economia, è molto più limitato, e vedremo tra breve quanto. Ma sicuramente in assenza di questo intervento il deficit sarebbe salito fino al 4,4 per cento del PIL. Partendo dal tendenziale, la legge finanziaria che avevano presentato in settembre era stata disegnata attraverso un meccanismo trasparente, ma soprattutto semplice da capire nei rapporti tra i Ministeri e con le altre amministrazioni. Per fare questo ci eravamo innanzitutto concentrati esplicitamente sui conti della pubblica amministrazione non soltanto sul bilancio dello Stato, cioè sul perimetro e sul parametro che sono rilevanti per l’Europa e per i mercati.

    La regola aurea del bilancio
    Partendo da lì abbiamo utilizzato tre strumenti chiave, la cui principale caratteristica - ripeto - era la semplicità. Abbiamo applicato un tetto del 2 per cento all’aumento della spesa, ovviamente con le eccezioni legate ai diritti soggettivi e alle priorità; abbiamo operato una manutenzione della base imponibile in cui alcuni condoni e misure una tantum andavano sostituiti con misure di carattere strutturale; abbiamo introdotto esplicitamente una regola importante per una gestione sana della finanza pubblica, cioè la cosiddetta "regola aurea" o golden rule, in base alla quale il bilancio corrente sia in pareggio e tutto il nuovo debito serva a finanziare unicamente gli investimenti.

    Questa parte della legge finanziaria di settembre è la base di partenza su cui poi il Governo ha costruito il taglio fiscale che è coperto non soltanto in base all’articolo 81 della Costituzione italiana, ma anche in base a criteri europei e di mercato. Insieme al programma di privatizzazione degli attivi patrimoniali dello Stato, la riduzione delle tasse è l’aspetto più significativo di natura economica, e aggiungo anche politica, del programma del Governo Berlusconi. La riduzione delle imposte, al di là dei possibili effetti espansivi, rappresenta una visione di politica economica che ha appunto una valenza politica, come fin dall’inizio dell’economia classica i grandi padri della nostra disciplina hanno sempre dimostrato (non a caso erano filosofi ed economisti insieme).

    Una legge da riformare
    L’emendamento oggi all’esame dell’Aula incorpora anche l’inevitabile pragmatismo che caratterizza tutte le leggi finanziarie, che per un Ministro dell’economia senz’altro non è agevole da sopportare, e che deve far riflettere sulla necessità di riformare questo strumento (non certo di abolirlo!) in linea con le migliori pratiche che prevalgono nei Paesi avanzati. Dall’approvazione del DPEF in estate, alcuni elementi del quadro su cui abbiamo costruito la nostra legge sono migliorati, altri sono invece peggiorati e in maniera anche vistosa. È peggiorato progressivamente il contesto delle variabili economiche esogene, quali il tasso di cambio tra euro e dollaro e il prezzo del petrolio.

    A luglio, avevamo un tasso di cambio euro-dollaro dell’1,22, mentre oggi questo è superiore al 3,33-3,34; il petrolio - cito il Brent, che è la qualità più diffusa - era a 37 dollari al barile ed è salito fino a 45 dollari, per poi fortunatamente decrescere fino a 41 dollari. Tutto ciò evidentemente, da un lato, danneggia la competitività della nostra industria e, dall’altro, anche tramite questo canale esercita una pressione al ribasso sulle prospettive di crescita.

    Competitività: una buona notizia
    Per converso, è migliorata di molto l’inflazione, e non soltanto in termini assoluti, dal momento che per la prima volta è più bassa rispetto all’inflazione europea. Questa per la competitività è una buona notizia. È migliorata la crescita del PIL del 2004 rispetto alla previsione di luglio, che era pari all’1,2 per cento; ritengo di poter dire, con qualche confidenza, che probabilmente salirà intorno all’1,4 per cento per fine anno. Sono decimali, non sono grandi numeri, però ciò significa che la base di partenza per il PIL del 2005 in termini nominali è più elevata di quello che era previsto nel quadro tendenziale.

    Nel terzo trimestre 2004, peraltro, il nostro Paese è quello che cresciuto di più nell’Europa dell’euro: confrontando i trimestri e usando un dato destagionalizzato, l’Italia è cresciuta dello 0,4 per cento contro lo 0,1 per cento della Francia e della Germania e lo 0,3 per cento medio dell’Europa a dodici. Questo è un punto importante. Tale aumento di natura congiunturale, che andrà spiegato e che probabilmente verrà riassorbito nel prosieguo del ciclo, è avvenuto nonostante nel terzo trimestre dell’anno ci sia stata (per la prima volta, da quando io ricordi le statistiche) una riduzione della spesa pubblica per acquisto di beni e servizi nella sua componente del PIL: si è avuta una diminuzione del 3 per cento in valori correnti e del 2,6 per cento in valori costanti, secondo i conti trimestrali dell’ISTAT.

    Con ciò voglio dire che il controllo della spesa (seppure doloroso e con tutte le imperfezioni che conosciamo e siamo pronti a riconoscere) messo in campo dal luglio di quest’anno in avanti ha prodotto dei risultati che si vedono anche nella contabilità nazionale.

    Il miglioramento dei conti pubblici
    Sul piano dei conti pubblici, peraltro, si registra - e questo è un dato che al Tesoro interessa molto - un netto miglioramento nel controllo del flusso di cassa; quella di prima era una variabile di competenza, una variabile economica. Si è ridotto infatti in modo vistoso il differenziale nel fabbisogno finanziario del 2004 rispetto al fabbisogno di cassa del 2003 (mi riferisco in poche parole agli esborsi meno gli introiti, mese per mese e settimana per settimana). Pensate che questo cuneo tra il valore del 2004 e quello del 2003 si era allargato fino a raggiungere circa 12 miliardi nel 2004 rispetto al 2003, nel mese di luglio.

    Nel mese di novembre, si è ridotto a 2,3 miliardi e immaginiamo che nel mese di dicembre resti pari o continui a ridursi. Si è avuta in sostanza una riduzione di divario (quindi un miglioramento, in parole semplici) di 10 miliardi di euro in sei mesi: lo considero uno sforzo poderoso, di notevoli dimensioni, che non ha ingenerato contrazioni nell’attività economica, quanto meno nel terzo trimestre, a riprova che nell’economia le variabili non si muovono in modo né automatico né idraulico, ma la vita è sempre più complessa di come appare a prima vista.

    Infine, per quanto riguarda i conti del mese di dicembre, di cui non disponiamo, il condono edilizio sta producendo il gettito previsto e l’autotassazione - secondo i primi dati - è in linea con le previsioni. Allora, grazie all’andamento del fabbisogno finanziario che ho appena descritto, abbiamo potuto cancellare le emissioni di titoli di Stato di fine anno (altra cosa che non avevamo fatto in precedenza). Inoltre, dovremmo - uso il condizionale - chiudere l’anno con un rapporto tra debito e PIL migliore di quello che avevamo previsto e promesso nel programma di stabilità nazionale approvato dalla Commissione europea in marzo.

    Sempre meno tasse: una scelta politica
    Così è stato per la riforma fiscale americana operata dai repubblicani o per la riforma fiscale inglese. Si procede per moduli. Nel nostro caso si è iniziato nel 2002 aumentando fino a 516 euro le detrazioni per i figli, con un incremento dell'81 per cento, e ne hanno beneficiato 9,5 milioni di contribuenti con carichi di famiglia, per un beneficio di oltre 2 miliardi di euro.

    Nel 2003 si è proseguito con il primo modulo della riforma IRE, l'ex IRPEF per intenderci, che aveva accorpato le due aliquote più basse e introdotto la cosiddetta no tax area. 28,6 milioni di contribuenti con redditi medio-bassi avevano beneficiato di uno sgravio fiscale valutato ex post in 6 miliardi di euro. Il primo modulo aveva portato da 7,1 a 13,2 milioni il numero di contribuenti esenti dal pagamento delle imposte. Nel 2005, sulla base del secondo modulo che viene oggi sottoposto al voto, si riducono ulteriormente le aliquote - 23 , 33 e 39 per cento - con un contributo di solidarietà del 4 per cento per i redditi al di sopra dei 100.000 euro.

    Raddoppia la no tax area
    Aumenta la no tax area selettivamente laddove è maggiore il bisogno, vale a dire per le famiglie numerose e a basso reddito. Le detrazioni per carichi di famiglia sono infatti trasformate in deduzioni decrescenti al crescere del reddito e sono significativamente potenziate nel loro ammontare. I beneficiari di questa riduzione sono 15,6 milioni, cioè il 62 per cento di tutti coloro che nel 2004 hanno pagato imposte e che non avevano beneficiato del primo modulo. Il secondo modulo di cui si sta parlando ora comporta a sua volta sgravi per 6 miliardi.

    Nel complesso, per quanto riguarda l'imposta sul reddito dal 2001, i contribuenti favoriti dall'azione del Governo sono stati 31 milioni e nessuno di essi ha subito aggravi, anche per l'operare delle clausole di salvaguardia. Dal 2001 è raddoppiato il numero dei soggetti che hanno smesso di pagare le imposte da 6,8 milioni a 13,5 milioni e oggi un contribuente su 3 non paga più le imposte sul reddito. L'entità complessiva dei tre sgravi supera un punto del PIL. Passo ora ad analizzare nel dettaglio l'emendamento.

    Questa riforma dà alla famiglia, soprattutto a quella monoreddito, e non dimentica la speciale riduzione per le badanti ma soprattutto il forte incremento delle deduzioni per gli altri familiari a carico, in particolare gli anziani che non sono autosufficienti dal punto di vista fisico nel caso della badante, ma anche il cosiddetto "nonno a carico". Per un dipendente con coniuge e due figli a carico la no tax area sale fino a 14.000 euro. Il meccanismo delle deduzioni decrescenti permette di concentrare gli sgravi laddove il bisogno è maggiore e assicura la progressività dell'imposizione. Anzi, in tutti i moduli, per ciò che riguarda l'IRE, l'indice di progressività, anche se non è mia intenzione dilungarmi con tecnicismi, cresce in media dell'1 per cento, e anche in questo cresce.

    È più complesso fare un calcolo sull'intero sistema, ma il Governo si sta cimentando anche su tale questione. Per quanto riguarda le politiche relative alla famiglia, sulla base di un articolo molto interessante di uno dei più famosi demografi italiani e mio collega, professor Massimo Livi Bacci che poneva l'accento sulla necessità di fare di più per la famiglia. Sono sicuramente d'accordo con lui in questa valutazione, però rispetto ad incentivi al margine per ogni nuovo nato - il famoso bonus relativo al figlio in più, che lui stesso menzionava ed invocava - una certezza sulla struttura delle deduzioni sui figli a carico non al momento della nascita ma fino a quando restano a carico, è a mio parere uno strumento migliore rispetto a quell'una tantum del neonato, anche perché l'ammontare di questi bonus non mi pareva tale da determinare scelte demografiche così rilevanti.

    Una mano alle imprese
    Veniamo ora alle imprese. Con l’emendamento è proseguito il progressivo cammino di riduzione dell’IRAP: la no tax area IRAP sale a 8.000 euro; le imprese (cosa molto importante) non pagheranno più l’IRAP sui ricercatori del settore privato, che quindi diventano esenti; il costo del lavoro di ogni assunto incrementale, di ogni assunto in più, a livello di azienda viene sgravato dall’IRAP e questo beneficio diventa doppio se l’assetto incrementale è nelle aree dell’Obiettivo 1 e dell’Obiettivo 2, cioè nel Mezzogiorno e nelle altre aree sottoutilizzate.

    Dal 2001 gli interventi di riduzione dell’IRAP hanno comportato sgravi fiscali per 750 milioni di euro, hanno avvantaggiato oltre 3,2 milioni di imprese e di professionisti; 612.000 imprese e professionisti, cioè il 16 per cento del totale, non pagheranno più questa imposta. Una parola su un tema che ha suscitato molto dibattito nella giornata di ieri: le addizionali regionali. Sin dal passaggio parlamentare della legge finanziaria alla Camera era stato introdotto il blocco delle addizionali regionali sulle imposte.

    Nel maxiemendamento presentato al Senato viene ribadito quanto già approvato dalla Commissione bilancio di Montecitorio, vale a dire che il blocco delle addizionali c’è, ma che può essere superato dalle Regioni come misura dissuasiva laddove esse sfondano la spesa sanitaria, spesa che comunque, in assenza di questo strumento di carattere di responsabilità politica, lo Stato pagherebbe a piè di lista; quindi, la spesa sarebbe comunque quella, ma c’è in più questo disincentivo a sfondare.

    Per il riscatto del Mezzogiorno
    Per ciò che riguarda il Mezzogiorno e le aree sottoutilizzate del Paese, è assicurata innanzitutto piena copertura al cofinanziamento nazionale dei fondi comunitari. Già alla Camera era stato risolto il possibile problema del cofinanziamento degli enti locali quando batteva contro il tetto del 2 per cento; è assicurata assoluta continuità e certezza di medio termine alla politica regionale nazionale aggiungendo 8 miliardi di euro per il quadriennio 2005-2008.

    La regola del 2 per cento, che si applicava a tutte le voci, è attuata ma con tutela per le risorse per lo sviluppo. In particolare, c’è una flessibilità per i limiti di spesa posti al Fondo aree utilizzate(FAS), alla legge-obiettivo e agli incentivi, così che se uno di questi tira meno l’altro può tirare di più. Un tetto applicato in maniera flessibile su più voci ovviamente morde meno - mi si passi l’espressione poco tecnica - piuttosto che un tetto disaggregato su ogni singolo capitolo.

    C’è una nuova tutela normativa al Sud di ricevere il 30 per cento della spesa in conto capitale per rispettare l’impegno con l’Unione europea. E’ introdotto, e lo riteniamo un segnale molto importante, un primo passo di fiscalità di vantaggio, con la famosa IRAP raddoppiata per gli addetti incrementali nelle aree sottoutilizzate. È introdotto, infine, il fondo rotativo di 6 miliardi di euro per gli investimenti che, come sapete, non è solo per le aree sottoutilizzate ma anche per la ricerca, l’innovazione e la produttività, quindi è uno strumento più generale.

    Richiamato per sommi capi questo impianto finanziario della legge nei suoi grandi saldi, vorrei concludere dando un giudizio economico e politico sul provvedimento nel quadro della politica economica del Governo. Per farlo, ovviamente, si richiede un minimo di prognosi condivisa per poter discutere poi di una diagnosi.

    Non declino, ma transizione
    Con la creazione della moneta unica europea e con la recente accelerazione repentina di alcuni processi di globalizzazione nel mercato dei prodotti, in quello dei capitali e in quello del lavoro (quando dico recente intendo dire post Seattle, post 2000, quando il processo ha ripreso ad accelerare dopo una stasi), l’Italia più che in una fase di declino secondo noi è entrata in una fase di profonda, difficile transizione, in cui si sta liberando delle cattive abitudini o delle tossine economiche accumulate nei precedenti trent’anni.

    Per trent’anni il nostro Paese è andato avanti fondandosi su un’alta inflazione, su frequenti svalutazioni della moneta che consentivano una spinta all’export nel breve periodo ma ovviamente determinavano un problema finanziario nel medio, sull’accumulazione del debito pubblico e su un eccesso di protezione su tutti i mercati. È una diagnosi direi condivisa da tutti; è un problema di storia economica, non di un Governo o di un altro.

    In sintesi, rispetto a questo regime di politica economica sta cambiando radicalmente il contesto: siamo entrati in un sistema di bassa inflazione e di moneta stabile, un sistema in cui i disavanzi pubblici non sono più ammessi e in cui la globalizzazione e la concorrenza internazionale sta aprendo a ritmo vertiginoso quasi tutti i mercati dei beni e molti mercati dei servizi. Adattarsi da un sistema di regolazione di una società ad un altro è una questione difficile, complessa, dolorosa, ma già oggi la performance economica dell'Italia - crescita-inflazione per intenderci - sta tornando verso la media europea.

    C'è un indice economico che si chiama - non facciamo ironia sul nome - indice di miseria, che è semplicemente la somma del tasso di inflazione e del tasso di disoccupazione. Questo indice di miseria, che aveva avuto un massimo sopra il 20 per cento in Italia negli anni in cui l'inflazione era a due cifre, si va riducendo continuamente: ancora nel 2000 era pari a 13, oggi è pari al 10,6 perché è scesa la disoccupazione al livello minimo (8,7), perché è scesa l'inflazione al livello minimo dal 1999 (1,9).

    Il processo di adattamento a queste nuove realtà, all'integrazione europea e alla globalizzazione, naturalmente richiede di spingere moltissimo i processi di riforma piuttosto che badare ai sintomi con effimeri aggiustamenti, sussidi o provvidenze, che curano nel breve termine, sono lenitivi nel breve termine, ma non affrontano mai il problema.Credo si debba puntare con decisione alla riduzione strutturale del debito attraverso anzitutto l'avanzo primario, che non basta mai a questi livelli ma va riportato su, attraverso un aumento del potenziale di crescita (investimenti in capitale umano, Agenda di Lisbona), attraverso un recupero di efficienza delle nostre aziende e un aumento di investimenti pubblici.

    Questa è la direzione di marcia. Quindi, la stabilità dei conti - come dicevamo prima - è un bene pubblico, in un contesto di globalizzazione finanziaria, perché - ripeto - il 45 per cento del nostro debito sta ai mercati internazionali. Le riforme che impongono la ristrutturazione del sistema industriale alla sua competitività sono ugualmente importanti, il mercato dei capitali va sviluppato e tutelato.

    La scommessa dei fondi pensione integrativi
    Anche qui ieri c'è stata una polemica sul decollo dei fondi pensione integrativi. Avevamo presentato un emendamento in tal senso, non era coperto per la Commissione in maniera convincente, è stato rinviato ad un successivo provvedimento, ma posso garantirvi che per quel che riguarda il Governo e me in particolare il decollo di una previdenza integrativa di mercato permane una evidente priorità.
    In questo contesto abbiamo aperto anche una specie data room - mi si lasci passare questo termine - in cui stiamo mettendo tutte le statistiche disponibili in maniera ordinata, cosicché il Parlamento, le istituzioni internazionali, le agenzie di rating possano avere accesso in tempo reale a tutti i dati che produciamo.

    C'è, poi, il problema della competitività. La contrazione della produzione industriale è sotto gli occhi di tutti ed è il vero problema del Paese. per il comparto manifatturiero non esista nessuno a dire che la recessione non è ancora terminata. Il problema è in parte strutturale e in parte legato al tasso di cambio nominale, che ha subito un apprezzamento che il presidente Trichet, pur nella sua prudenza, da definito brutale: pensate che dal 2000 ad oggi il tasso di cambio euro-dollaro si è apprezzato del 63 per cento, con un differenziale di inflazione che non ne spiega neanche una Y, quindi, l'apprezzamento del tasso di cambio reale non è molto distante.

    Economisti della Banca d'Italia, di Confindustria, delle Università e così via, riconosco che il problema di competitività della nostra industria esiste da almeno quindici anni. Ricordo, peraltro, che la produzione industriale rappresenta soltanto il 20 per cento del prodotto interno lordo e che non è un indicatore di per sé, di avanzamento di un Paese, anzi più un Paese è avanzato, più magari il settore terziario è avanzato. La questione è che da noi è tutto il sistema ad avere un problema di competitività: ce l'abbiamo nell'industria, ce l'abbiamo nei servizi, ce l'abbiamo nei servizi finanziari, ce l'abbiamo ovviamente nella pubblica amministrazione.

    È qui che dobbiamo fare lo sforzo più grande, curando le cause e non i sintomi; lo facciamo avendo alle spalle questa legge finanziaria che, come è ovvio, si occupa di conti, e lo facciamo - mi auguro, mi immagino da subito - occupandoci di quello che è giusto che uno Stato consideri: anzitutto, cambiare il contesto delle regole in cui gli operatori interagiscono, migliorare dove è necessario il processo di integrazione europea, curare il capitale umano per l'innovazione e le infrastrutture materiali e immateriali.

    Domenico Siniscalco

  9. #29
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    Predefinito tratto da L'OPINIONE 28 dicembre 2004

    Non lo dite al Tg3

    di Ferruccio Formentini

    Berlusconi ce la farà a reggere tutta la legislatura e porterà a compimento una maratona mai tentata prima. Non male per un governo definito dai suoi avversari nei migliori dei casi bugiardo, dannoso e incapace. Un risultato eccezionale ma non tutto farina del sacco della CdL, in buona parte è merito dell’inesistenza, stato confusionale e litigiosità dell’opposizione. Tuttavia qualche benemerenza, proprio in questi giorni, andrebbe riconosciuta anche all’opera del centro destra: la borsa italiana nel 2004 ha ottenuto in Europa i migliori risultati; le guardie di Finanza scovano quasi settemila evasori totali e recuperano parecchi milioni di euro; la disoccupazione cala insistentemente proprio come l’inflazione; eppoi perfino l’impossibile: la Rai riscopre l’utile di bilancio e i siciliani vedono l’insperata congiunzione tra i due tronconi della Palermo-Messina. Con buona pace di Montezemolo godiamoci con serenità il Natale. Non tutti i dati sono disastrosi come lui li racconta per la consolazione del “tg3” e “la Repubblica” che altrimenti non saprebbero più cosa inventare per convincere gli italiani del disastro in cui il Cavaliere li avrebbe precipitati.

    Ferruccio Formentini
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  10. #30
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    Predefinito Dal 1 gennaio 2005

    sono finiti i contingentamenti alle importazioni dalla Cina in numerosi settori economici e molte categorie sono preoccupate da una concorrenza sleale portata avanti a discapito dei diritti civili dei lavoratori cinesi.
    Credo sarebbe utile, da parte di Nucara, sollevare il problema in Consiglio dei Ministri: non credo che dobbiamo lasciare il tema in mano alla Lega, con contenuti che non ci appartengono.
    Questa è sicuramente una battaglia di sinistra che la sinistra non sta facendo.
    Tex Willer

 

 
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