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  1. #91
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    Draghi li ha arrostiti
    Il duo Prodi-Schioppa farebbe bene a ripiegare lo spartito

    Nella sua audizione di giovedì presso le Commissioni Bilancio di Camera e Senato, il governatore della Banca d'Italia Mario Draghi ha tracciato senza mezzi termini una analisi che rappresenta il de profundis per l'impostazione della manovra di politica economica del duo Prodi - Padoa Schioppa. Ha detto infatti il governatore che la manovra è essenzialmente basata sul prelievo fiscale, che non ci sono tagli significativi della spesa corrente, che continuerà a crescere, come è avvenuto in questi anni, e che di conseguenza non è pensabile che l'Italia possa uscire dalla stagnazione con una manovra così configurata. Ha anche precisato, in risposta ad alcune domande, che non è detto che un prelievo fiscale così forte dia luogo a tutte le entrate che il Governo si ripromette di realizzare, perché, per usare una metafora che utilizzò a suo tempo il cancelliere socialdemocratico tedesco Schmidt, bisogna saper mungere le mucche senza ucciderle se si vuole che continuino a produrre nel tempo il latte. In questo caso invece la mucca sembrerebbe venire uccisa.



    Se poi si aggiungono alle parole ferme e chiare del governatore i giudizi dell'Abi, dell'Aiscat, delle organizzazioni dei professionisti e dei costruttori edilizi, fino a molti settori del sindacato, e ieri quello dell'ex direttore dell'"Economist", Bill Emmott, sul "Corriere della Sera", la conclusione è che il duo Lescano (come li chiamerebbe Eugenio Scalfari se dicesse quello che davvero pensa) che ha prodotto questo bel capolavoro dovrebbe, se avesse senso dello Stato, ripiegare lo spartito musicale e dedicarsi ad altro.

    Il problema riguarda i danni permanenti che questa impostazione è destinata a lasciare dietro di sé e la difficoltà che avrà il Governo che dovrà, sperabilmente entro un tempo non troppo lungo, raccoglierne l'eredità a dare al problema italiano una impostazione seria di cui vi è un urgente bisogno.

    Quello che appare certo è che il presidente del Consiglio ed il suo ministro dell'Economia appaiono sempre più isolati rispetto financo ad interlocutori che avrebbero dovuto essere punti di riferimento privilegiati. E, vista tale situazione, c'è da chiedersi se non sia quanto mai opportuno rilanciare il Tavolo dei volenterosi, le cui istanze riformatrici troverebbero un vasto consenso in tutti i principali soggetti economici e finanziari.

    Roma, 13 ottobre 2006



    tratto dal sito del Partito Repubblicano
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  2. #92
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    Niccolo' Paganini e la Santa Inquisizione


  3. #93
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    "Fumo e specchi"/E' ciò che l'Economist pensa del nostro governo e dell'ultima manovra
    Rinunciare ad arricchirsi per paura della tassazione

    di Giovanni Pizzo

    La prima legge finanziaria di un Governo di coalizione, formulata all'inizio del mandato, lontano dalle fibrillazioni elettorali e vicino al periodo della luna di miele e della euforia delle poltrone conquistate, dovrebbe fare emergere il lato migliore dell'alleanza, gli aspetti positivi che possono scaturire da una sintesi armonica fra le diverse posizioni dei gruppi che la compongono. Ciò, evidentemente, riesce meglio se le posizioni di partenza sono omogenee e, soprattutto, se non si è strangolati da terribili vincoli di bilancio. In effetti, se si guardano i documenti–manifesto della attuale coalizione, ci si rende conto che la dura realtà dei conti (come del resto in tutte le buone famiglie) è l'elemento che sta scardinando l'illusione che così distanti visioni della realtà e differenti interessi elettorali potessero dare vita ad un'azione di Governo decifrabile in una qualche direzione ed adeguata al difficile momento che attraversa il Paese. Dal programma elettorale dei sogni, in cui tutti potevano essere accontentati (bastava aggiungere un capitolo), si è passati al DPEF di stampo ragionieristico in cui per non litigare si sono fissati a priori e "a freddo" i confini senza, però, dire nulla sulle strade da percorrere, per arrivare alla proposta di legge finanziaria che avrebbe dovuto trovare il punto di sintesi armonica fra i sogni del programma e la prigione del DPEF. Evidentemente questo punto non si è trovato e ne è venuta fuori l'unica soluzione possibile per non sfasciare subito tutto, mirabilmente bollata dal settimanale "The Economist": "Smoke and mirrors". Un insieme di specchi per gli allocchi e di fumo per mascherare gli scippi, dal quale non si intravede, nemmeno in lontananza, uno straccio di progetto per il futuro di questo Paese contestualizzato nelle dinamiche mondiali della redistribuzione del lavoro e della ricchezza. Si tratta di un grave errore e di una ennesima occasione perduta nel momento in cui si stava avvertendo un lieve venticello di ripresa economica, come puntualmente sottolineato dal Governatore della Banca d'Italia, che ha evidenziato come il vincolo di bilancio sia stato rispettato a costo di maggiori tasse e pochi risparmi. Le riforme strutturali verranno dopo: intanto ridistribuiamo! Il fatto più preoccupante è che nemmeno i ceti meno abbienti, verso i quali sarebbe stata posta tanta attenzione, sembrano apprezzare. Intanto perché in mezzo a tanto fumo si sente puzza di bruciato nell'aumento delle tasse locali per i servizi essenziali che incideranno maggiormente sulla qualità della vita dei più poveri i quali rappresentano una grande fetta della popolazione delle grandi metropoli e sono costretti ad utilizzare i servizi locali. Lo ha detto molto chiaramente il Sindaco di Bologna, Sergio Cofferati, che, in questo momento, sembra essere il più lucido della compagnia. Ma c'è un'altra ragione: la maggior parte degli italiani che percepiscono redditi bassi ritiene di essere "momentaneamente" in quella situazione, che pensa di lasciare quanto prima; questo spiega la grande diffusione di giochi, scommesse e lotterie, che fanno sognare di poter lasciare improvvisamente la condizione attuale, e il grande successo delle fiction che rappresentano la vita dei ricchi. Questa parte della popolazione è infastidita dal malcelato "Robbinhooddismo" che trasuda da questo Governo, non ha nessuna voglia di far piangere i ricchi, piuttosto vorrebbe diventare ricca. A costoro si lascia qualche decina dei euro in tasca oggi ma, senza un progetto coerente con le dinamiche future, senza un programma di riqualificazione dell'ambiente, con la prospettiva di dovere piangere se si dovesse diventare ricchi, gli si toglierà il gusto di sognare. Purtroppo, e questo è il grave errore che le componenti moderate del Governo pagheranno a caro prezzo, si sta consentendo ad una frangia minoritaria di una coalizione votata solo dalla metà degli elettori – che in un paese normale riuscirebbe ad ottenere solo qualche piccolo marginale provvedimento – di imporre addirittura il proprio modello di società pauperistica, piatta e nichilista, mortificando l'indole vivace e creativa tipicamente italiana che costituisce l'unica vera ricchezza sulla quale contare per frenare il declino economico.



    tratto dal sito del Partito Repubblicano
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  4. #94
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    FINANZIARIA/ LA MALFA: AGENZIE RATING CONTRO PRODI E UNIONE
    Basta vedere il Trf per capirlo

    Roma, 21 ott. (Apcom) - Roma, 21 ott. (Apcom) - "E' chiaro che il giudizio delle agenzie di Rating sull'Italia si riferisce al governo Prodi, alla sua finanziaria e financo alla sua maggioranza. Basta vedere il tfr per capirlo. Non è una questione di compensi. E' una questione di principio. Nel momento nel quale si vuole avviare la previdenza integrativa non si affidano le liquidazioni dei lavoratori alla gestione di un ente pubblico. Agli analisti di Fitch e S&P sarà parsa una follia". Lo ha detto il repubblicano Giorgio La Malfa, a Varsavia come relatore di un convegno internazionale sui rapporti fra la Ue e la Russia.

    tratto da http://notizie.alice.it/home/index.html

  5. #95
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  6. #96
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    L'atto di coraggio
    Per essere credibili ritirare la Finanziaria e riscriverla daccapo

    Michele Salvati si chiede, nell'editoriale del "Corriere della Sera" di mercoledì, se il governo sia "ancora in tempo" per "correggere un'immagine che rischia di danneggiarlo politicamente". Il presidente del Consiglio, e i principali partiti della coalizione, parrebbero convinti di si. Basterebbe in fondo comunicare meglio i grandi propositi riformatori della maggioranza, previdenza in testa. E bisogna riconoscere che, di buzzo buono, il professor Prodi ha voluto subito mettersi al lavoro dichiarando che la riforma delle pensioni si farà già a fine marzo, e assicurando un certo futuro di sviluppo per il Paese. Fassino e Rutelli - che soltanto sabato scorso sembravano molto preoccupati - hanno già tirato un sospiro di sollievo: ecco che finalmente le cose iniziano ad andare per il verso giusto.



    Beato chi ci crede. Perché Michele Salvati, che pure ha una qualche simpatia per la congrega governativa rispetto a noi, ha ben evidente un problema di un certo rilievo che pure in queste ore, né Prodi, né Fassino, e nemmeno Rutelli, sembrerebbero scorgere. E cioè che per invertire il trend negativo che ha scosso a fondo la fiducia degli italiani sulle capacità della nuova maggioranza, non bastano le magnifiche dichiarazioni e progressive del presidente del Consiglio, ma semmai servirebbe "un atto di coraggio". E quale sarebbe questo atto di coraggio? Salvati offre una risposta complessa. Egli pensa di prendere al balzo la proposta di Nicola Rossi, quella di formulare una lista precisa dei lavori usuranti e portarla al tavolo del sindacato per definire le categorie di lavoratori che devono effettivamente andare in pensione in tempi più brevi. Poi chiede l'elaborazione di un documento ufficiale del governo che indichi quali sarebbero le riforme necessarie per la crescita e lo sviluppo, ed infine, udite, udite, che si può anche aspettare l'inizio dell'anno prossimo "per il rito italico della concertazione", ma che tale documento deve essere preparato subito. E allora, caro professor Salvati, la Finanziaria che cos'era? Il documento ufficiale del governo che ne fissava le indicazioni strategiche sulla spesa e sul riassetto dei conti dello Stato, oltre che sulle prospettive economiche generali del Paese, non doveva essere proprio la Finanziaria? Perché se Salvati chiede un nuovo documento ufficiale, c'è da credere che egli in sostanza dica di ritirare la Finanziaria e di riscriverla daccapo. E non c'è dubbio che questo sarebbe a tutti gli effetti un atto di coraggio, e noi ne prenderemmo subito e volentieri atto.

    Ma non basta questo atto. Ad esempio, leggere in Salvati di "rito italico della concertazione", suscita perplessità.

    Perché se il governo scrive una vera Finanziaria, di impostazione strategica, di respiro, e la porta al confronto con le parti sociali a gennaio, quanto durerà questo confronto? E, soprattutto, quanto tempo ulteriore si perderà? Perché se si chiedono "riforme subito", è il tempo, quale esso sia, della concertazione, che è avverso al "subito".

    Allora c'è da credere che nell'atto di coraggio si debba anche superare "il rito della concertazione". Ricapitolando, "per essere ancora in tempo", e recuperare l'immagine politica del governo, secondo Salvati servirebbe una nuova Finanziaria e l'interruzione della concertazione. Ma ciò non basta ancora, visto che una parte della maggioranza - Verdi, Pdci, Rifondazione, dunque non proprio inconsistente - di riforme e di documenti non vuole proprio sapere, né sulla previdenza, né su altro. Lo hanno detto con piglio ed in tutte le lingue nella giornata di ieri e continueranno a dirlo non si sa per quanto ancora. Forse il presidente del Consiglio ha anche deciso di mettere in riga i suoi disobbedienti. Ma quanto altro tempo gli sarà necessario per conformarli a quel giusto spirito di disciplina secondo il quale chi comanda è lui e non loro? Perché se si devono fare le riforme "subito", si capisce bene che di immediato c'è solo lo scontro.

    Ecco così configurarsi uno scenario che comprenderebbe: un nuovo documento politico - economico, un nuovo rapporto con le parti sociali e uno diverso con le sinistre radicali. C'è un modo di definire meglio questo complesso di istanze nell'unico atto e nei tempi più brevi che chiede Salvati?

    Pensandoci, l'unica risposta che ci viene spontanea è: sì, certo, formare subito un nuovo governo diverso da quello di Prodi.

    Roma, 25 ottobre 2006

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  7. #97
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    Dopo Villa Pamphili
    L'ossigeno per Prodi e Padoa-Schioppa si è presto esaurito

    La boccata di ossigeno che il governo Prodi è riuscito a respirare con il vertice di Villa Pamphili, si è esaurita nel giro di poche ore, e l'impressione è quella che la maggioranza di centrosinistra annaspi di nuovo disperatamente. Questo lo si comprende bene dall'editoriale di "Liberazione", che domenica mandava un chiaro "altolà" a Fassino e Rutelli e alle loro cosiddette intenzioni riformatrici.

    D'altra parte era già sufficientemente chiaro che il vertice di maggioranza aveva archiviato la semplice ipotesi di una "fase due del governo", serrato le fila programmatiche dell'Unione, e questo a scapito del rango dei leader di Ds e Margherita, che sono pur sempre i maggiori partiti della coalizione, e delle loro posizioni politiche.



    Fassino e Rutelli in queste ore hanno dato certamente prova di un eccezionale senso di responsabilità. Purtroppo per loro tale oneroso sforzo non coincide con gli interessi dei reciproci partiti e, cosa molto peggiore, si scontra con l'insofferenza dilagante nel Paese nei confronti della manovra. Basti pensare che argini considerati stabili, come quelli rappresentati fino a ieri dai sindaci di Venezia e di Bologna, sono stati rimossi, e ora Cacciari e Cofferati sono alla guida delle contestazioni.

    Il vertice di Villa Pamphili ha inflitto dunque una mortificazione diretta ai due partiti principali della coalizione; ed è ancora tutto da vedere se questi potranno continuare a chinare il capo, al punto di veder sacrificata la loro stessa caratterizzazione politica. Non si tratta solo di una questione di consensi che si perdono o di prestigio all'interno della coalizione, aspetti comunque di una certa rilevanza. Si tratta anche di dignità, avendo entrambi i partiti proposto al governo una seconda fase volta alla crescita, per sentirsi rispondere al vertice che la loro diagnosi era sbagliata, che di "fase 2" non v'è alcun bisogno, che occorre invece continuare il corso tranquillo dell'azione di governo. Così Prodi.

    E, se poi non bastasse, ecco anche l'intervista del ministro Ferrero, dove si spiega che non serve nemmeno la riforma delle pensioni. Se a fronte di un tale smacco, Ds e Margherita non saranno in grado di fare niente, significherà che la paura ha paralizzato già in partenza l'asse portante del partito democratico, sottoposto ai diktat del presidente del Consiglio e della sponda massimalista dell'Unione. Una disfatta di dimensioni tali da non vedere nemmeno immune la figura del ministro dell'Economia. Stando alla nostra esperienza politica e anche alla nostra storia di governo, non conosciamo ministri dell'Economia che annunciano le loro dimissioni. Conosciamo invece ministri dell'Economia che si dimettono. Il ricatto delle dimissioni invece può solo significare che il ministro dell'Economia ha già dovuto cedere nella difesa della sua linea, altrimenti non avrebbe ragione di dover mettere in discussione il suo ruolo. Perché, al contrario, se il suo ruolo deve essere messo in discussione, vuole dire che è stato già discusso e molto probabilmente intaccato. Nel caso di Padoa - Schioppa non solo c'è stata l'aggressione di un segretario di partito della maggioranza, che lo ha definito in un'intervista come un tecnocrate, per poi aggiungere che i tecnocrati li detesta. Queste sono quisquilie che, per quanto sgradevoli, una personalità di mondo come il ministro sa superare agevolmente.

    Purtroppo, per Padoa - Schioppa, il suo ruolo di ministro dell'Economia è stato intaccato dallo stesso presidente del Consiglio, quando ha indicato un obiettivo di crescita del 3%, ben sapendo che le previsioni della Finanziaria sono intorno all'1,7%. Se allora si vuole raggiungere il 3, come per la verità sarebbe più che auspicabile, è chiaro che non basta ritoccare solo gli "stucchi" della manovra, ma le stesse mura portanti: al contrario di quanto sostenuto proprio da Padoa - Schioppa, che si è trovato così smentito perfino da chi maggiormente lo aveva difeso.

    Dovrebbe prenderne atto e trarne le conseguenze. Un problema di dignità, dunque, che altrimenti troverà un'altra risoluzione, che si chiama inconsistenza. E questo rischio dovrebbe preoccupare ancor di più Fassino e Rutelli.

    Un governo che rivendica coerenza programmatica contro i principali partiti che lo sostengono, e contro il ministro dell'Economia, non si era mai visto. Ancora più incredibile che possa pensare di sopravvivere cinque anni, quando dopo soli cinque mesi appare già bello che imbalsamato.

    Roma, 30 ottobre 2006



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  8. #98
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    Lingua biforcuta
    Il Professore a Londra dice una cosa mentre a Roma ne fa un'altra

    Il presidente del Consiglio si è presentato a Londra e ha detto che il ministro dell'Economia Tommaso Padoa Schioppa non si tocca, e che comunque l'Italia dovrà crescere di più. Sinceramente ci sfugge il nesso fra le due affermazioni.

    Badate bene che la tesi per la quale non ci sia sufficiente crescita nella Finanziaria, non l'abbiamo avanzata noi: come si sa noi siamo prevenuti perché condizionati da pregiudizi sbagliati e da malanimo nei confronti del governo. Che l'Italia non cresca lo ha detto il governatore della Banca d'Italia Mario Draghi, di cui noi ci siamo limitati a riportare il parere. Draghi è talmente autorevole in materia e talmente al di sopra da ogni condizionamento politico che alcune forze della maggioranza, evidentemente sensibili a un ordine di preoccupazioni di questo tipo, si sono dette: qua le cose non vanno affatto e ci giochiamo l'osso del collo.



    Tanto che le elezioni in Molise, saranno pure un test limitato, ma chissà perché hanno spaventato il centrosinistra. Ed ecco allora Fassino e Rutelli sostenere che è necessario individuare una sforzo per la crescita, tagliare la spesa pubblica, riformare la previdenza, perché se non ci si assicura lo sviluppo, non c'è niente da ridistribuire. I futuri costituenti del partito democratico, per marcare il punto, si sono inventati la "fase 2" del governo: per i profani, quella che riguarda lo sviluppo e la crescita assenti nella Finanziaria di Tommaso Padoa Schioppa. Il presidente Prodi avrebbe potuto dire: grazie molte, non ci avevo ancora pensato, meno male che ci siete voi, i riformisti, a togliermi le castagne dal fuoco. Invece ha ripetuto più o meno quella che è ormai divenuta la sua famosa frase: "ma siete matti?". Perché di "fase 2" Prodi non vuol sentire proprio parlare. Del resto il programma di governo dell'Unione dice chiaramente che bisogna mungere la vacca grassa anche quando diventa magra, senza preoccuparsi se poi si ammazza, il che significa tassare, senza se e senza ma, tutto quello che c'è da tassare. Noi l'abbiamo letto il programma dell'Unione ed in campagna elettorale lo dicemmo pubblicamente quale era l'idea che veniva proposta dal centrosinistra per governare il Paese. Prodi rispose che eravamo dei bugiardi, e Fassino e Rutelli gli hanno creduto. Ora hanno tempo per capire come stanno veramente le cose. Possono leggersi le boutade sul questionario del fisco riprodotte dal "Corriere della Sera", tipo "il viceministro Visco ha formulato un modello fiscale semplicissimo di due soli capitoli: la voce a dice: quanti soldi hai? La voce b dice: mandaceli". Ridiamo, ma mica tanto a cuor leggero. Allora perché il professore a Londra dice una cosa e a Roma ne fa un'altra?

    Perché magari a Londra Prodi non è seguito dalle sue "guardie del corpo", quelle che il segretario di Rifondazione Giordano gli ha vantato di possedere all'indomani della manifestazione contro la precarietà svolta a Roma. Guardie del corpo che proteggono Prodi e nello stesso tempo lo tengono anche sotto scacco, i custodi dello spirito programmatico dell'Unione più che della persona politica del professore, se non in quanto garante del sacro programma unitario che, sempre come abbiamo rilevato nelle polemiche della campagna elettorale, è sbilanciato, al punto che di riforme non se ne vedono proprio, le tasse invece sì, eccome.

    E possiamo dire tranquillamente che, sulla base di questi presupposti, di riforme non se ne vedranno nemmeno. Il ministro Damiano, preso di mira dalla manifestazione, per la verità aveva solo commesso un solo peccato, ad occhio della sinistra radicale, ma capitale, quale quello di ipotizzare una modifica della "famigerata" legge 30, la legge Biagi, invece di sopprimerla come volevano le guardie di Prodi. Le quali assomigliano un po' alle guardie rosse di Mao, pronte ad indicare al popolo i suoi nemici e, anche se per ora non pretendono di fucilarli, contano almeno di rieducarli. Va detto che ci riescono. Perché dopo gli striscioni ed i toni minacciosi, cosa ha fatto il ministro Damiano? Egli ha forse difeso la possibilità di modificare ed integrare la legge Biagi con qualche ammortizzatore? Manco per sogno. Si è presentato al "Corriere della Sera" e ha detto che lui sta con i giovani precari e che la legge Biagi va distrutta, nemmeno fosse Cartagine. Per cui a gennaio quando si dovrebbe iniziare a discutere della riforma della previdenza, come ha rassicurato Prodi la piazza inglese, la piazza italiana si aspetta di abolire lo scalone e di vedere cancellata la Biagi, come ha annunciato lo stesso Damiano, il quale, a queste condizioni, tornerà popolarissimo ed amatissimo anche da chi sabato lo ha contestato. Del resto nel governo è iniziata la corsa a chi è più capace di conquistarsi consensi a sinistra, tanto che Padoa Schioppa ha perfino scavalcato nelle graduatorie Cofferati. Il vecchio dirigente della Cgil Damiano mica vorrà patire l'onta di vedersi superare nelle simpatie dei suoi da un banchiere?

    Senza troppi giri di parole, a noi tutta questa situazione, che descriviamo con una punta di rassegnata ironia, appare come vera follia autodistruttiva. Intanto perché non è che fra tre mesi gli inglesi e gli osservatori internazionali, e la stessa Unione Europea, che chiedono all'Italia riforme, si dimenticheranno di presentare nuovamente il conto. Poi perché i tormenti del partito democratico se si accompagneranno ad un fallimento delle politiche riformatrici nel governo provocheranno un rigetto immediato del progetto. Rutelli e Fassino, che sono navigati segretari di partito, ci hanno pensato? Che senso ha infatti fare un partito democratico se bisogna supportare politiche di pura impronta massimalista, condizionate per di più dai moti di piazza, come testimonia il forum del ministro di Damiano al "Corriere della Sera"? E può darsi anche che Prodi regga, forte del suo asse con la sinistra radicale e per la pavidità dei nuovi fasulli riformisti * solo Lamberto Dini alza ormai la voce - ma possiamo già sentirci di escludere che possa reggere il Paese. Sulla punta delle baionette delle guardie rosse di Giordano si va a fondo.

    Roma, 7 novembre 2006

    tratto da http://www.pri.it

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    Se l’italiano si stufa di essere “un coglione”

    di Ferruccio Formentini

    Prendendo una toppata bestiale alla vigilia delle elezioni, il premier uscente Berlusconi si augurava che gli italiani non fossero tutti quanti talmente “coglioni” da dare il loro voto a chi prometteva, in caso di vittoria, lacrime, sangue e tasse a gogò. E questi per tutta risposta, indossata fieramente una maglietta con la scritta “io sono un coglione” - confermando così il loro momentaneo labile stato mentale - proiettarono gioiosamente Prodi a capo del governo. Una evidente manifestazione degna di un “paese impazzito”. Ma il neo presidente del Consiglio, ebbro di gioia per il risultato, non colse la sfumatura. Solo ora che i suoi elettori stanno dimostrando di essere in grado di recuperare buon senso e non sono più così entusiasti di versare lacrime e sangue e di vedersi affibbiare tasse e balzelli, Prodi li accusa di essere “impazziti”. Ma è un controsenso.

    tratto da http://www.opinione.it/

  10. #100
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    La paura fa novanta
    Talmente deboli da dover restare uniti per forza

    Mentre il quotidiano "la Repubblica" si accinge a pubblicare un nuovo sondaggio, dove appare come la fiducia degli italiani nei confronti del governo registri un nuovo calo, dal 46 al 43 per cento, e per la prima volta quella nel premier sia surclassata da coloro che non ne hanno (50 e 46 per cento), la maggioranza dà una prova di eccezionale coesione in Senato. Un governo che non ha più il consenso nel Paese registra il massimo di compattezza della coalizione. E' il caso di dire che la paura fa novanta.

    Lo stato di confusione in cui si è prodotta la Finanziaria, come abbiamo sempre scritto, prevede per il governo l'uso obbligato della fiducia. E' meglio così, sperando per lo meno - visto che il Parlamento ha comunque iniziato la discussione degli emendamenti - che l'esecutivo recepisca, per quello che gli è possibile, il lavoro dell'Aula. Sia chiaro, però, che il ricorso al voto di fiducia, teso anche ad evitare il rischio tangibile dell'esercizio provvisorio, è dovuto principalmente agli innumerevoli emendamenti caduti a pioggia da Palazzo Chigi e dai più svariati ministeri, non certo per la condotta dell'opposizione che, con grande senso di responsabilità, ha fatto il suo mestiere e continuerà a farlo. Diamo atto al presidente Dini di aver detto questa verità con chiarezza, e sarebbe bene che la sua onestà intellettuale fosse di esempio alla sua intera coalizione, che intende andare avanti. Che però il percorso sarà, se possibile, ancora più accidentato, non c'è dubbio. La posizione esplicita della Rosa del pugno ne è stato un esempio, e certi distinguo finiscono per avere un peso. Se Pannella avesse avuto i senatori che gli spettavano, con l'astensione sul decreto fiscale, l'azione del governo sarebbe anche potuta finire oggi. Con i senatori a vita si tira avanti, ma i margini restano stretti. Allora avrebbe ragione l'onorevole Tabacci, che spiega in un'intervista all'"Espresso" che Prodi potrebbe avere maggiori garanzie se fosse in grado di aprire davvero una parentesi riformista, rimettere in evidenza Bersani e anche Rutelli, piuttosto che le sue guardie rosse e i baschi verdi o il viceministro Visco, pronto a combattere l'evasione ovunque tranne che nel suo dicastero. A casa sua, per capirci.

    Sinceramente non ci sembra che sia possibile. Prodi si tiene stretta l'ala massimalista dello schieramento che lo sostiene, mette sotto scacco il futuro (o, a questo punto, futuribile) partito democratico e si lega così un macigno al collo che lo porterà a fondo.

    Roma, 16 novembre 2006

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  5. un'unica ricetta per risolvere i problemi economici dell'europa
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