Andrea Pasqualetti
IL MORSO FATALE
Una sera del lontano 1816, a Ginevra un gruppo d'amici poeti e scrittori ospiti di Lord Byron, fra cui John William Polidori e Mary Shelley, costretti in casa dal maltempo decisero di scrivere, per combattere la noia, ciascuno un racconto dell'orrore a imitazione delle storie tedesche di fantasmi. La diciottenne Mary e Polidori dettero rispettivamente vita a Frankenstein e a Lord Ruthwen il cui nome durante quasi tutto l'Ottocento sarà sinonimo di vampiro, come Dracula a partire dall'inizio del secondo successivo. Fin dalla sua prima apparizione romanzesca il vampiro s'inserisce con successo nel genere narrativo della letteratura "gotica" che già a partire dal Settecento, col vacillare delle certezze dell'età illuministica, aveva cominciato a popolarsi di presenze "notturne" enigmatiche e inquietanti. Il male diviene sempre più un concetto non solo riferibile a una realtà esterna, ma la manifestazione d'una realtà interna all'uomo stesso, d'un demoniaco e d'un perturbante che lo abita. È questa la chiave di lettura che dobbiamo usare per non vedere nel vampiro soltanto una presenza che irrompe "da fuori", come il pipistrello (suo simbolo) attraverso la finestra lasciata aperta, ma anche - e soprattutto - la rappresentazione d'uno dei lati più oscuri del nostro essere.
Assai remote sono le origini delle credenze nel vampirismo. Di queste troviamo testimonianza nella cultura babilonese, nei riti funerari egizi e nella mitologia dell'antica Grecia che ci parla delle Lamie, mostruose creature metà donna e metà uccello che succhiano il sangue dei bambini. Altre storie e usanze sparse un po' ovunque, come quella serba e bulgara riferita a Frazer, di conficcare rami di biancospino nell'ombelico dei cadaveri per impedire la loro trasformazione in vampiri, testimoniano la grande diffusione di questa tematica in riferimento a entrambi i sessi. Il vampirismo si rivela infatti l'equivalente d'una malattia ereditaria provocata dalla trasmissione di sangue infetto o maledetto, e come tale non può risparmiare uomini, donne e nemmeno i bambini: il male sembra trasmettersi inesorabilmente da una generazione all'altra, e al bambino demoniaco corrisponde spesso un materno altrettanto oscuro e inquietante, un femminile vampiresco che inocula nei figli il male di cui è portatore. Per tutto l'Ottocento la donna-vampiro, meno appariscente del suo equivalente maschile, diviene protagonista di racconti e romanzi di successo come i Notturni di Hoffmann (1816), Carmilla di J. S. Le Fanu (1871), oppure come femminile pericolosamente seduttivo (anche se con tratti non esattamente vampireschi). La troviamo al centro d'inspiegabili e drammatiche vicende d'amore e di morte che gravano sul destino di molti sfortunati personaggi, come nei famosi racconti di E. A. Poe. […]
Un'altra data importante nella storia del vampirismo è il 1891, anno in cui in un celebre racconto di Bram Stoker compare per la prima volta il conte Dracula, destinato a diventare il massimo e più degno rappresentante della stirpe dei vampiri. I paesi dei Balcani, e in particolare la Transilvania, sono il luogo d'origine e la dimora di questo macabro e purtuttavia nobile personaggio. Dracul vuoi dire in rumeno "diavolo", ma questo nome è troppo generico e insufficiente a definire i tratti distintivi e certe caratteristiche che il vampiro non condivide con nessun altro rappresentante del male. Difatti sembra essere egli stesso toccato da una forma di sofferenza simile a quella che ama infliggere agli altri dai quali dipende per perpetuare il suo gioco crudele. Credo che il fatto di essere più vittima d'un fatale destino che vero trionfatore sia uno degli ingredienti del suo fascino. Condannato a uno sdoppiamento continuo, ritmato sull'alternarsi di giorno e notte, è un non-morto e un non-vivo che ogni notte sorge dalla sua bara per ritornarvi al canto del gallo. La sua arma d'attacco è il "morso fatale" del quale si serve per succhiare il sangue dei vivi. Il vampiro può accostarsi alle sue vittime solo con il loro consenso, estorto per mezzo d'una fascinazione demoniaca e queste vengono mantenute in uno stato di perenne languore e muoiono dissanguandosi per divenire esse stesse dei vampiri, a causa del mescolamento del loro sangue con quello dell'aggressore.
Antoine Wiertz, L'inhumation précipitée, 1854 - Wiertz Museum Bruxelles
Altra caratteristica perturbante: questa creatura dalla forza straordinaria ha un corpo che non proietta l'ombra e la sua immagine non si riflette allo specchio. Prima di soffermarci sul significato di questi particolari e su quello del rapporto fra vampiro e vampirizzato con riferimento alla psiche e alle dinamiche interpersonali, non possiamo non sottolineare il ruolo di primo piano svolto dal cinema nel rendere popolare al grande pubblico la figura del vampiro. Le vicende che lo vedono protagonista, trasferite sul grande schermo, hanno lasciato tracce indelebili nella memoria di molti appassionati dei film dell'orrore, forse anche per aver trattato con eleganza e con senso della misura perfino le scene più cruente. Nosferatu (in rumeno = spirito malvagio), l'altro nome con cui è spesso indicato il vampiro, è protagonista già nel 1922 d'un film di Friedrich Murnau nel quale è chiaramente definita la figura del vampiro-madre che inocula nei figli il male di cui è portatore. In altre opere successive dedicate a Dracula vedremo delinearsi il personaggio di Van Helsing come eroe salvatore trionfante sul Male, meta alla quale ognuno di noi vorrebbe arrivare una volta per tutte. "Vana speranza!", sembra essere molti anni dopo la risposta di Werner Herzog nel suo bel film datato 1978, Nosferatu, prìncipe della notte che si conclude con l'immagine di Jonathan Herker, antagonista rappresentante del Bene, posseduto dal vampiro che per un attimo lo spettatore aveva creduto sconfitto.
Alle soglie del Male assoluto, del quale il vampiro può essere un egregio rappresentante, ci tiriamo saggiamente indietro per interpretare in chiave psicologica - e quindi con l'aiuto rassicurante del linguaggio - due caratteristiche alle quali ho prima accennato: il corpo che non proietta ombra e l'immagine che non si riflette allo specchio. Questi due elementi suscitano in noi l'idea dell'incorporeità e dell'inesistenza; non avere ombra significa abolirsi come soggetti "mortali", essere confinati in uno stato di sospensione tra un'assoluta dissoluzione dell'Io (la morte diurna) e un rapporto totalmente fusionale con l'altro. Fin dal loro primo incontro, vampiro e vampi-rizzato formano una coppia in cui le diversità dei partner convergono in un unico destino. Lo specchio, non diversamente, attesta l'esistenza del corpo e consente a ciascuno di noi di percepirsi come individuo distinto dalla superficie riflettente. Non avere ombra e non vedersi equivale a non esistere e quindi, secondo la logica, a essere inconsistenti come l'aria o a essere morti. Ma col vampiro, invece che con la morte, ci confrontiamo con l'impossibilità di morire e con la morte e con una vita... "al rovescio" come la posizione a riposo del pipistrello, l'uccello notturno che lo rappresenta.
La trasfusione di sangue che caratterizza il rapporto tra vampiro e vampirizzato ripropone, a un livello patologico, il passaggio di sostanze nella relazione madre-feto e dal punto di vista della psicanalisi classica appartiene alle manifestazioni tipiche del sadismo orale, ma si tratta d'un argomento che qui non possiamo approfondire. Possiamo soltanto accennare al fatto che in molte relazioni, non solo di coppia, ma anche e soprattutto fra consanguinei in cui prevale la simbiosi e il non riconoscimento dell'alterità (lo specchio che non riflette!) le tematiche del vampirismo trovano il terreno adatto per attecchire nutrendosi del sangue - ovvero dell'energia vitale - sia degli oppressi che degli oppressori. In questa chiave di lettura le storie di vampiri possono aiutarci a riflettere sulla patologia di molti rapporti "impossibili" che non vogliono, non possono... "morire". Per la stragrande maggioranza di noi, risparmiata da un destino crudele — sia cercato che non voluto — o comunque abbastanza accorta da riconoscere il pericolo per sottrarsi in tempo al "morso fatale", il vampiro resta comunque un seducente abitante dell'immaginario, la cui tenebrosa natura vale bene la pena d'indagare più a fondo.
Andrea Pasqualetti. Il Giornale dei Misteri n° 438 (maggio 2008)