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Discussione: Palazzo

  1. #1
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    Predefinito Palazzo

    Alla fine la manovra correttiva è passata con il voto di fiducia della maggioranza, come previsto.
    Nonostante la Lega abbia ancora una volta alzato il prezzo del suo assenso, sbuffando e minacciando fino all’ultimo un clamoroso dietrofront. Da almeno due giorni il Carroccio dà segni d’irrequietezza sui conti pubblici tenendo d’occhio il tavolo delle riforme istituzionali, con il federalismo sempre esposto al tiro dell’Udc e dei suoi emendamenti in commissione Affari costituzionali.
    “Per la Finanziaria bisognerà agire diversamente”, avevano avvertito i leghisti.
    Poco prima del vertice pomeridiano a Palazzo Chigi dedicato al Dpef, Giancarlo Giorgetti ha provato a raggelare gli alleati: “Non abbiamo mica ancora deciso se votare il maxiemendamento, aspetto ancora una telefonata da Bossi”.
    L’incontro tra i leader della coalizione e Domenico Siniscalco (c’erano il vicepremier Gianfranco Fini, il segretario dell’Udc Marco Follini e i leghisti Roberto Calderoli e Roberto Maroni) ha consentito di annunciare per domani in Consiglio dei ministri le linee guida del documento economico.
    Doveva essere anche l’occasione per tornare collegialmente su questioni irrisolte. Anzitutto il braccio di ferro su devolution e premierato.
    Poi la sospirata nomina del ministro Rocco Buttiglione a commissario europeo.
    Argomento affrontato tra il presidente del Consiglio, Carlo Giovanardi e Francesco D’Onofrio.
    I centristi fanno sapere che il caso Buttiglione “subisce un’accelerazione positiva”. Mentre questo giornale va in stampa fonti autorevoli confermano che “la situazione si può sbloccare in poche ore”.
    Sul tavolo della trattativa l’Udc (che oggi riunisce l’ufficio politico) avrebbe posto la sua disponibilità a stralciare i suoi emendamenti dall’agenda della commissione Affari costituzionali, con l’intenzione di resuscitarli a settembre in Aula e tenere nel frattempo aperto il negoziato fra alleati.
    Ai centristi però non è piaciuto il comunicato con cui Donato Bruno di Forza Italia ha pensato di benedire “l’accordo trovato”. “Se l’accordo c’è – ha commentato algido Luca Volonté – l’Udc non ne è al corrente”.
    A quel punto è sopraggiunta l’irritazione di Fini, che attraverso La Russa ha nuovamente marcato la distanza che lo separa da Follini (“l’accordo è il voto del Senato”), e per la seconda volta in due giorni ha preso di mira gli emendamenti dell’Udc (“ove approvati, cambierebbero profondamente la natura del premierato”).
    Fini e Follini si sono poi chiariti al termine delle votazioni a Montecitorio, mentre riprendeva quota la voce di un rimpastino: Adolfo Urso (An) al Commercio estero e Mario Baccini (Udc), se Buttiglione va a Bruxelles, promosso alle Politiche comunitarie.
    “Noi la stangata non la votiamo”, avevano esordito i dirigenti della Lega davanti al Cav., biasimando il contenuto della manovra e la modalità d’approvazione.
    Frase dettata poco prima da Umberto Bossi: “Dite loro di provare a convincerci”. Poi è andata come andata.
    Nel corso dell’ennesimo giorno intonato al nervosismo (Alessandro
    Cè ha dato del doppiogiochista a Pier Ferdinando Casini), il ragionamento che Bossi ha esposto ai suoi è un misto di preoccupazione e aggressività.
    “Pronti a uscire dall’esecutivo da un momento all’altro, perché la crisi di governo ci sarà, ma se possibile non dobbiamo essere noi a provocarla. I democristiani vogliono farci saltare i nervi prima di settembre, così tutto si blocca fino alle elezioni di aprile. A quel punto sarà una mazzata: se riescono a fare un governo istituzionale, Casini e gli altri gestiranno la transizione, Berlusconi non avrà più niente in mano e allora addio devolution”.
    Per adesso l’onere della trattativa rimane nelle mani di Calderoli, che ha separatamente incontrato Berlusconi; mentre Maroni e Giorgetti hanno visto Siniscalco.
    “Il ministro dell’Economia fa il giro delle parrocchie per evitare guai”, ironizzano i leghisti dopo il suo faccia a faccia con una delegazione di An (Fini, Alemanno e Baldassarri).

    Gianni Alemanno non ha partecipato al vertice di ieri sul Dpef, il ministro dell’Agricoltura, dicono i suoi collaboratori, si affaccerà invece domani alla convention organizzata a Roma dai rivali di Destra protagonista (la componente di Ignazio La Russa e Maurizio Gasparri).
    In via ufficiale non si tratta soltanto d’una riunione di corrente. Eppure tra gli organizzatori filtra la volontà di caratterizzare l’iniziativa in modo forte. “Lo chiameranno il correntone di Fini – dicono – La Russa ripeterà il suo recente appello a non esasperare le divisioni interne ad An, ma al contempo avrà accanto a sé gli autorevoli esponenti del partito che avevano già sottoscritto il suo richiamo: il superfiniano Andrea Ronchi, il sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano e, nome più importante, il portavoce Mario Landolfi”.

    saluti

  2. #2
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    Predefinito La Bossi-Fini

    Rispondendo in Parlamento sul caso della Cap Anamur, il ministro dell’Interno, Giuseppe Pisanu, ha tracciato un quadro assai preoccupante.
    Dall’Africa e dall’Asia si concentrano in Libia i “poveracci”, valutati in oltre due milioni, che organizzazioni criminali poi cercano di far entrare in Europa, attraverso le coste italiane.
    Queste organizzazioni non hanno nulla di filantropico. Si fanno dare dagli emigranti tutti i loro risparmi, poi li caricano su imbarcazioni fatiscenti e insicure, e se avvistati da una motovedetta non esitano a buttarli in mare.
    L’immagine degli operatori umanitari della Cap Anamur è tutt’altra.
    Si tratta di giovani idealisti che puntano, con azioni provocatorie a far saltare i meccanismi di protezione (dall’immigrazione illegale) che l’Europa ha dovuto adottare per fronteggiare la situazione. Ma la loro attività, i loro trucchi, le loro menzogne – già documentate dalle sentenze della magistratura di Agrigento – finiscono col fornire una copertura ideologica e umanitaria non solo alle bande criminali ma a ogni mercante di carne umana.
    La sinistra italiana, che si è schierata acriticamante con gli attivisti della Cap Anamur, dovrebbe riflettere su questi elementi e sulle conseguenze che avrebbe una emigrazione di massa incontrollata.
    Molte delle norme che oggi contesta erano già presenti nella legge sull’emigrazione firmata da Giorgio Napolitano e da Livia Turco, espulsione compresa.
    I governi europei retti da coalizioni o partiti di sinistra, peraltro, non sembrano affatto più teneri di quello italiano.
    La Germania ha appena approvato una ferrea restrizione del diritto d’asilo e il ministro dell’Interno di Berlino ha proposto recentemente la creazione di campi in Africa dove si possano selezionare le domande di immigrazione.
    Il governo socialista spagnolo accusa quello popolare che lo ha preceduto di non aver realizzato in concreto tutte le espulsioni decretate, lasciando in giro per le strade spagnole 85 mila immigrati clandestini.
    Fare gli umanitari all’opposizione e a parole è facile, ma non aiuta a risolvere i problemi veri.

    saluti

  3. #3
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    Predefinito Cosa rimane del "casino" creato...

    ...dai piccoli "Casini"

    Marco Follini prova sentimenti di sincera preoccupazione per le sorti del partito, della coalizione e del Paese da almeno ventitré anni, quattro mesi e tre giorni.
    Ne sono testimonianza le seguenti righe:
    «Il prossimo Consiglio nazionale (...) è un'occasione da non disperdere per rilanciare l'iniziativa del partito che versa tuttora in uno stato di grande paralisi. È necessario rilanciare all'interno del partito un nostro dibattito che porti ad un effettivo chiarimento politico e, in proiezione esterna, sviluppare il dialogo con gli altri partiti, partendo proprio da quei temi istituzionali che più volte sono stati sollevati...».
    Non è roba scritta ieri per i leader dell'Udc e, per conoscenza, a Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini.
    È roba scritta il 21 marzo 1981, firmata da Follini e da Pierferdinando Casini.
    Si rivolgevano a Ciriaco De Mita, segretario della Democrazia cristiana ereditata da Flaminio Piccoli.
    Purissimo vintage. È il caso di rimarcare che Follini aveva ventisei anni e Casini venticinque. Immaginarli assorti in quei pensieri e impegnati a renderli in quello stile, ad un'età solitamente dedicata alle gite al lago con le studentesse, può essere di un certo aiuto.
    Come può essere di un certo aiuto ricordare che Follini fu nominato segretario nazionale del Movimento giovanile della Dc nel 1977. Aldo Moro era vivo, Follini aveva ventidue anni.
    Per un tipo così è difficile provare dell'antipatia. Siccome nel decennio scorso le nostre schiene sono state percorse insistentemente dal brivido del rinnovamento, viene automatico reputare Follini un fresco bocciolo del giardino rifiorito.
    Ma il fanciullo va per i cinquanta; e ventitré anni, quattro mesi e tre giorni fa, l'Ansa gli attribuiva il titolo di consigliere nazionale della Dc «vicino alle posizioni del Sen. Bisaglia».
    Per qualcuno dei nostri lettori, il Sen. Bisaglia potrebbe essere coetaneo del Gen. Custer.
    In direzione nazionale, nei primi anni Ottanta, Follini condivideva il cammino del Biancofiore con Casini e un altro sbarbatello oggi famoso, il margheritino Pierluigi Castagnetti.
    Ma anche con un satanasso (superdiffamato da morto) come Salvo Lima, e altri diavolacci: Vincenzo Scotti, Nino Andreatta, Carlo Donat-Cattin, Emilio Colombo, Carlo Bernini, Guido Bodrato, Franco Evangelisti, Vito Lattanzio, Riccardo Misasi, Giovanni Prandini.
    Era in quei tempi - subito dopo la scomparsa di Bisaglia - che per la sua corrente Follini auspicava (la scelta del verbo vuole essere un omaggio) un «collegamento con Forlani e Colombo» e «un rapporto positivo con De Mita».
    Obiettivo: il «rinnovamento» sul quale «non verranno dai bisagliani né ostacoli né condizionamenti di potere, semmai una spinta a procedere su questa strada con un passo più deciso». Quando i professionisti della politica parlano di «rinnovamento», non si capisce mai bene che vogliano rinnovare né in quale modo né con quali strumenti.
    Forse nessuno, del resto, ha ben capito come oggi Follini intenda rinnovare la Casa delle libertà, al fianco di Berlusconi, così come nel secolo scorso progettava di rinnovare la Dc al fianco di Forlani e De Mita.
    Insomma, tutti si domandano: che caspita pretende Follini?

    Certo, pretende di contare di più, e passi.
    Pretende il ritorno al proporzionale (a proposito di novità) e di presidenzialismo non vuol sentirne parlare.
    Ma basta per giustificare le freddezze con An, le zuffe con la Lega, gli insulti con Forza Italia? Non basta. I
    l problema è stato risolto da qualche osservatore con la risposta classica e più facile: punta alla poltrone.
    Ma Follini ha rifiutato di fare il ministro, e alle fine del parapiglia si è messo in tasca un posto in Commissione europea per Rocco Buttiglione. Bottino scarsotto.
    In realtà è più probabile che il rinnovatore Follini soffra di qualche nostalgia, legittima e per certi versi comprensibile. Secondo molti ha fatto calcoli, prospettato scenari e cercato di costruire un futuro tutto suo. Ha preso i risultati delle elezioni europee e ci ha riflettuto sopra: dal 1992 a oggi nulla è cambiato. I voti del vecchio pentapartito sono ancora tutti lì: Follini ha messo insieme gli elettori di Forza Italia, dei cattolici di centrodestra, della Margherita, dei socialisti e dell'Udeur mastelliano.
    Totale, ben oltre il quaranta per cento, forse oltre il quarantacinque.
    Con il proporzionale e un premio di maggioranza si potrebbe fare un governo di strepitosa memoria, con leghisti, ex fascisti, ex e neo comunisti all'opposizione.
    Questo bel disegno, però, prevede che Berlusconi si faccia da parte e Lega e An si facciano mettere nel sacco.
    Follini non ha mai amato Berlusconi, sin da quando, negli anni Ottanta, era nel consiglio di amministrazione della Rai e reputava il padrone di Mediaset e le sue tv
    «il principale veicolo di una cultura tutta improntata alla religione del successo, costruita sul modello della competizione, dell'aggressività, della riuscita personale. Ma questa cultura è l'opposto del solidarismo da cui la nostra stessa presenza politica trae la sua legittimità».
    E Follini detesta governare con gente completamente estranea alla sua scuola di partito, e fino all'altroieri nemica della sua Dc: Lega ed ex missini.
    Quello di Follini era anche un progetto suggestivo. Ma sperare di metterlo in pratica, di qualche temerarietà.
    Gli è andata male. I suoi lo hanno seguito per un poco, sinché non hanno intuito che il gioco era durato troppo, che essere ambiziosi è un conto, visionari un altro.
    Hanno ridotto alla ragione il loro segretario e ne hanno respinto le dimissioni.
    Allo stesso tempo, hanno congelato (ma non cancellato) gli emendamenti sulle riforme istituzionali, placando Lega e An.
    Se c'è una logica, quegli emendamenti verranno poi annacquati o addirittura ignorati.
    Follini rimane segretario, sebbene parecchio più debole; il governo resta in piedi, sebbene nel frattempo abbia perso dell'altra credibilità; l'Udc resta in maggioranza, sebbene dalla sceneggiata abbia ricavato poco o niente.
    Questo è successo, niente. Come spesso capita. Come niente successe undici anni fa, quando sui detriti della Dc frantumata da Tangentopoli, Follini cercò di costruire qualcosa di nuovo.
    Lo chiamò il «New deal dei quarantenni».
    Il suo principale compagno di avventura si chiamava Pino Pisicchio.
    Il suo punto di riferimento era Mino Martinazzoli.
    E abbiamo detto tutto.

    Mattia Feltri su Libero del 24 luglio

    saluti

  4. #4
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    Predefinito L'arrocco di....

    ...Marco

    Roma. La nomina di Rocco Buttiglione a commissario europeo dovrebbe tranquillizzare gli animi nella maggioranza e permettere a quasi tutti i contendenti di ostentare serenità.
    Anche se in serata alcuni esponenti di Forza Italia osservavano che il via libera per il ministro delle Politiche comunitarie matura in un contesto non pacificato, e da lunedì la situazione potrebbe farsi cruciale.
    Si costringe al sorriso Silvio Berlusconi, malgrado l’imbarazzo d’aver dovuto spiegare ai partner europei, anzitutto l’indulgente Barroso, le ragioni di una scelta che penalizza lo stimato Mario Monti.
    Apprezza la Destra sociale di An: “Una svolta vera e sostanziale”, ha osservato Gianni Alemanno.
    Ovviamente soddisfatto il presidente dell’Udc (“un segnale politico importante”, il suo non casuale commento) che a quel posto aspirava ma non al punto di rompere con Marco Follini. Forse può dirsi contento Follini medesimo, anche se qualcuno continua a vederlo in difficoltà.
    Come i leghisti, che da lunedì in poi si aspettano da lui un
    “atteggiamento conseguente” sul federalismo, stando almeno ad alcune “assicurazioni ricevute da Roberto Calderoli nel pomeriggio di ieri” (Roberto Maroni ha invece sostenuto fino all’ultimo Monti, forse un modo concertato con il Cav. per non mollare la presa su Follini).
    In mattinata il segretario dell’Udc si era presentato dimissionario di fronte all’ufficio politico del suo partito. Lo ha fatto in un clima agitato dalle voci di scissioni imminenti e di fucili puntati sull’intransigenza con cui il leader ha tenuto fermo sulla linea di resistenza alle pressioni del Cav. e degli alleati.
    Ufficialmente l’ha spuntata ancora una volta, Follini, arroccandosi in una difesa a oltranza delle “bandiere” con le quali ha perimetrato il fortino dell’Udc.
    Aveva ribadito che il federalismo va emendato, aveva messo l’eventuale nomina di Buttiglione in conto al Cav. e concluso: prendere o lasciare, altra via non c’è fino a che sarò io a guidare il partito.
    Poi quattro ore di discussione felpata, dimissioni respinte, nuova riunione fissata la settimana prossima.
    “Un consiglio nazionale convocato per venerdì – dice il segretario – prima si passa per l’ufficio politico di lunedì”,
    hanno obiettato gli esponenti del Cdu, senza drammatizzare i dissidi ma tenendo comunque a ricordare che l’unico autorizzato a convocare i dirigenti nazionali è il presidente.
    In realtà il punto d’incontro all’interno dell’Udc si fonda su un presupposto: se la promozione di Buttiglione “non era merce di scambio con il federalismo”, non è detto che tenere scisse le due questioni renda impossibile ricondurle entrambe a buon esito.
    “Se la nomina arriva, sicuramente verrà accolta come un segnale di buona volontà”, ribadivano nel primo pomeriggio i centristi, fra di loro e agli alleati di governo.
    La promozione è arrivata. Ora si tratta di capire se Follini, pur tenuto d’occhio dalla ribollente anima ministeriale del partito, intenda ritagliarsi un ulteriore margine di trattativa con Berlusconi.
    Chi assicura che, sistemato Buttiglione (e forse qualcun’altro), all’Udc non venga in mente di alzare ancora il tiro?
    Magari temporeggiando fino al consiglio nazionale per poi congelare soltanto gli emendamenti sul federalismo e reclamare un documento comune su tempi e modalità di approvazione della legge proporzionale.
    La cosa chiuderebbe ogni trattativa, scatenando la reazione della Lega che avvierebbe la maggioranza alla crisi definitiva.
    E’ il timore degli avversari interni di Follini che, dopo aver subito la strategia del segretario, a quel punto sarebbero pronti a spaccare il partito.

    L’attacco della Discussione
    I rimproveri che vengono mossi a Follini si concentrano su quella che finora è stata la sua strategia vincente: dirigersi sempre
    più marcatamente verso l’appoggio esterno al governo.
    Immobile sulla rivendicazion di autonomia, rifiutando in apparenza la pace in cambio di poltrone ma presentando
    comunque una lista dei suoi ministri in pectore.
    “Una settimana fa, prima che Berlusconi scompigliasse i giochi, è stato il segretario a dire a Mario Baccini e Raffaele Lombardo: complimenti siete ministri”, dicevano in mattinata i centristi del Cdu, “non ha capito che, dopo 400 giorni di verifica, se non porta a casa uno straccio di risultato qui salta tutto”.
    Se non fosse abbastanza chiaro, l’avvertimento sbuffato dietro le quinte si fa esplicito sul quotidiano dell’Udc, la Discussione, il cui direttore politico Giampiero Catone (buttiglioniano) ieri ha dettato un editoriale che suona come un ultimatum.
    Parole chiave, “disagio” e “preoccupazione” per l’attuale posizione
    del segretario e dei suoi sostenitori.
    Posizione che perdura nel suo “estremismo” nonostante siano arrivate le attese risposte di Berlusconi alle sollecitazioni che l’Udc
    ha esercitato nelle ultime settimane.
    “Nessuno – scrive Catone – è in grado di spiegare dove sta il punto d’approdo finale di questo atteggiamento tanto dirompente
    quanto pericoloso. Nel partito c’è disagio, confusione e disorientamento”.
    Quel che è certo, avvertono dal Cdu, è che “se Follini pensa di ‘follinizzare’ l’Udc si sta mettendo in un vicolo cieco dal quale gli sarà impossibile uscire. La tradizione democristiana non ha consentito mai a nessuno di personalizzare il partito, figuriamoci se lo permetterà a Follini”.

    su il Foglio del 24 luglio

    saluti

  5. #5
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    Predefinito Il passo falso...

    ...di Follini

    La tattica dell’Udc, quella di tenere alte le proprie “bandiere” e di assicurare, nel contempo, la tenuta della maggioranza, sembra cominci a dare qualche frutto (avvelenato?) come la nomina di Rocco Buttiglione a commissario europeo.
    Ma fra le bandiere che l’Udc continua a sventolare ce n’è una, quella che riguarda la riforma istituzionale, destinata a essere almeno parzialmente ammainata o a provocare la fine del governo e della legislatura.
    Su altre questioni, dalle manovre economiche all’equilibrio di potere, un accordo si trova. Si tratta infatti di “problemi quantitativi”, in cui qualcuno può cedere qualcosa a vantaggio di qualcun’altro, mantenendo comunque un equilibrio accettabile. Soprattutto se si tratta di materie che, per loro natura, si possono risolvere solo all’interno della maggioranza, senza interferenze delle opposizioni.
    La riforma istituzionale, invece, una volta che la maggioranza di governo ha deciso di presentare una sua proposta, visti gli esiti deludenti delle bicamerali e di ogni altro tentativo di trovare un accordo bipartisan, non può sopportare che l’equilibrio complessivo venga modificato unilateralmente da una parte della coalizione, per giunta con l’appoggio parlamentare dell’opposizione.
    Si dirà: è già accaduto col voto nella Commissione di vigilanza Rai. Ma quello strappo, pur pesante sul piano politico, non ha effetti automatici e, soprattutto, non concerne un accordo di governo, semmai una situazione particolare, creata all’improvviso dalle dimissioni del presidente del consiglio di amministrazione.
    La riforma istituzionale, invece, è un elemento centrale del programma della maggioranza e richiede una omogeneità nella sua costruzione, in modo che pesi e contrappesi, poteri locali e centrali, vengano garantiti.
    Per questo, la via scelta da Marco Follini, quella della presentazione di emendamenti non concordati, è stato un passo falso.
    Le esigenze che lì si esprimono avrebbero potuto essere sostenute nel confronto interno alla maggioranza, in modo che un compromesso non sarebbe poi apparso disonorevole per nessuno.
    Naturalmente l’Udc aveva il diritto di sostenere un altro percorso, di tipo assembleare, con l’apporto delle opposizioni, ma avrebbe dovuto dirlo subito, all’avvio dell’iter.
    Approvare emendamenti con i voti dell’opposizione, sarebbe la fine della maggioranza, e forse anche quella dell’Udc e della sua unità.

    Ferrara su il Foglio del 24 luglio

    saluti

  6. #6
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    Predefinito

    Modesta proposta iberica per il premier, LCdM, sindacati e banchieri Roma. Nella finta pausa agostana che il premier spenderà nella residenza sarda, parte del tempo sarà dedicato a riflessioni e incontri volti a dare concretezza alle misure della prossima finanziaria.
    Per le tesi sostenute su queste colonne, l’auspicio è che sull’agenda figuri non solo un ulteriore tour de force per convincere i dubbiosi dell’abbattimento fiscale.
    Ma che il premier affronti in profondità, magari con la convocazione riservata di figure di vertice del mondo del credito e delle imprese, gli altri temi del rilancio dell’economia sul versante dell’offerta.
    C’è l’imbarazzo della scelta, tra la messa a punto concreta e non conflittuale del nuovo fondo rotativo, a iniziative aggiuntive –non concorrenziali con l’ordinaria attività di mercato svolta dal merchant banking – per sostenere quel nucleo di 2-300 medie imprese da far crescere dimensionalmente, concentrate soprattutto nel NordOvest. Sino alla definizione di clausole affilate per trasformare “l’aliquota di vantaggio” in una vera e propria superstrada della crescita.
    Per presentarsi a Bruxelles decisi a spuntarla su ciò che finora la Commissione ha avversato – un prelievo differenziato sul reddito d’impresa in base a criteri regionali, subregionali, o per specifiche caratteristiche di settore – è utile aver prima raggiunto l’accordo di tutte le componenti collettive dello sviluppo italiano: banche, imprese e sindacati.
    La missione non è impossibile, diversi partner europei non possono più sopportare che ciò che è stato consentito alle “piccole” Irlanda e Olanda sia impossibile a chi, dovendo pensare ai tetti di Maastricht, si candida invece a incentivi “mirati” al fine di colmare almeno in parte, quel gap di produttività che ci fa crescere meno della metà degli Usa.
    Il primo passo compiuto col Dpef, gli sgravi Irap basati sull’abbattimento dal coefficiente di calcolo dell’imposta degli addetti impiegati in attività di ricerca e sviluppo (in gergo R&D), non basta.
    E un paper appena messo in rete dal National Bureau of Economic Research (per chi cerca on line, il numero 10625), è di grande aiuto a capirne il perché.
    L’autore è un giovane studioso spagnolo, Diego Comin, professore alla New York University dopo essersi formato all’iberica Pompeu Fabra sotto il grande studioso liberista dello sviluppo Xavier Sala-i-Martin, e aver poi conseguito il PhD ad Harvard.
    Il suo “Piccolo contributo alla crescita della produttività”, come recita il titolo della ricerca, tanto piccolo a ben vedere non è. Entra a piedi uniti proprio su ciò che in Italia si vuole incoraggiare abbassando l’Irap.
    E ridimensiona alcuni dei più sacri miti, sul ruolo diretto esercitato dagli investimenti in R&D quanto a crescita della produttività multifattoriale.
    Attraverso una elaborata scomposizione di tale voce rispetto alla crescita americana nel dopoguerra, fa le bucce a “teorie dell’entusiamo” come quelle oramai “classiche” di Bob Solow.
    La crescita della produttività americana in 60 anni – tra alti e bassi e compresa l’ultima ondata delle tecnologie Internet – è stata in media del 2,2 per cento annuo. Ma per ogni punto percentuale di crescita, l’apporto diretto di R&D non si rivela superiore a una forbice tra i 3 e i 5 decimi, a seconda delle “ondate” tecnologiche. Comin spiega settore per settore come ciò dipenda dalle diverse “esternalità” indotte dalle nuove tecnologie al di fuori dello stock di capitale.
    A seconda delle dimensioni d’impresa –fattore rilevantissimo nel caso italiano – e dei diversi “costi d’entrata” – e anche qui per noi son dolori – una minore intensità di R&D oggi può anche generare poi un maggiore tasso di crescita “trasversale”, che si traduce domani in maggiori riduzioni di costo di sviluppo di innovazioni. Conclusione valida per noi: quando l’intensità di capitale è bassa, il mercato finanziario povero di intermediari non bancari e le dimensioni d’impresa contenute, le “aliquote di vantaggio” non devono solo essere volte a velleitari aumenti di R&D, ma innanzitutto riservarsi ad accordi che facciano segnare un balzo in avanti a ciò che più manca e prima si può innalzare, cioè la produttività del lavoro.
    Confindustria e sindacati, scommettiamo, non si metterebbero certo per traverso.

    (ofg) su il Foglio del 6 agosto

    saluti

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    Predefinito Destra al governo, non...

    ...al potere di MARCELLO VENEZIANI su Libero del 15 agosto

    È finita in una bolla d'aria, come una nuvola di calore estivo, la polemica sull'egemonia culturale della sinistra che ha contrapposto in una rissa inelegante da pollaio i due più grossi giornali italiani, il Corriere della Sera e la Repubblica. Da una parte gli editorialisti e professori Galli della Loggia e Panebianco, dall'altra il direttore e la regina madre de la Repubblica, vale a dire Ezio Mauro ed Eugenio Scalfari.
    Il pretesto è stato il carteggio amoroso di Italo Calvino, ma il nodo era il predominio asfissiante della sinistra nella cultura italiana che i primi due affermavano e gli altri due negavano.
    Sul tema ho scritto tanto, ma vorrei qui affidarmi a rapide impressioni, non da saggista ma da vivente.
    Sono cresciuto negli anni Settanta, passando in quel decennio dalla scuola media alla laurea, e posso darvi la mia testimonianza personale: il pianeta Italia si divideva in due emisferi, l'uno era il regno dell'intrattenimento e l'altro era il regno dell'indottrinamento.
    Nel primo regnavano Pippo Baudo e la Carrà, Mina e Battisti, i rayban e la Juventus.
    Nel secondo regnava la Sinistra, all'epoca comprensiva di tutto, Oriana Fallaci e Giuliano Ferrara inclusi.
    Dal primo prendeva corpo il consenso politico alla Dc e dal secondo si diramava l'egemonia culturale della sinistra.
    All'Università facevo filosofia e docenti e programmi erano tutti marxisti e radicali. Le case editrici idem, comitati di redazione idem, il cinema e il teatro idem con patate, mentre si allargavano a macchia d'olio i comitati "democratici": genitori democratici, professori democratici, magistrati democratici, psichiatri democratici, sindacati democratici.
    Quando leggevi la parola democratico, sapevi che dietro c'era il Pci o l'ultra sinistra.
    Era il gramscismo.
    Alla Dc restava il potere grigio, più alcune fasce di controllo popolare, gestite dalla Chiesa o dalla tv di Bernabei.
    Da allora la società è cresciuta in quel modo: alla Dc l'hardware del potere, alla sinistra il software: ovvero la Dc e suoi alleati detenevano il monopolio dei tabacchi, il Pci e i suoi affiliati detenevano il monopolio dei fumi. Ideologici.
    Tutto questo non è colpa degli uni e merito degli altri, ma colpa e merito di entrambi: la sinistra aveva la colpa di creare una cappa asfissiante di conformismo ideologico, e di cultura millitante se non asservita, ma aveva anche il merito di una maggiore sensibilità verso la cultura.
    I democristiani e i loro alleati avevano la colpa di fregarsene della cultura, di lasciarla nelle mani della sinistra, ma avevano anche il merito di non intruppare intellettuali e artisti, di lasciarli liberi (di intrupparsi a sinistra).
    Il paradosso era che in un Paese governato da un partito cattolico, i cattolici come del Noce, Miglio, Cotta, la casa editrice Rusconi e tanti altri erano all'opposizione.

    La situazione oggi non è cambiata: l'hardware dell'informazione e della cultura, cioè la proprietà dei mezzi, è in parte nelle mani di Berlusconi, ma il software è nelle mani della sinistra, grazie ai direttori e alle firme venuti dal 68, ai comitati di redazione, i sindacati, le maestranze e i grandi editori che civettano ormai da anni con il ceto intellettuale di sinistra.
    Sicché ancora oggi i cattolici, almeno quelli non progressisti o con la margherita in bocca, i conservatori, le destre nazionali, liberali o sociali, sono emarginati.
    Il centrodestra è al governo, non al potere.
    Certo è finito il clima militante e violento degli anni Settanta, ma in assenza di forti passioni ideali, è rimasto il livore e l'intolleranza.
    Certo, il Pci non c'è più, ma al suo posto c'è il Pc, che è il Politically Correct, ovvero il codice ideologico che impone un nuovo bigottismo in favore di gay, aborto, clandestini, progressismo e roba varia.
    A cui si inchinano tutti, Corriere incluso.
    È ben strano, infatti, che sul Corrierone si denunci la presenza dell'egemonia culturale della sinistra ma non ci sia praticamente spazio per idee e voci conservatrici, cattoliche, nazionali, di destra liberale e sociale.
    La battaglia è tra sinistri ed ex-sinistri, tra progressisti e terzisti, che prima di attaccare la sinistra si premuniscono di carta di circolazione premettendo: la destra non esiste e Berlusconi fa vomitare.
    E poi osano.
    Rispetto al passato c'è un'altra, doppia novità: a sinistra è calata l'egemonia sui piani alti della cultura ma si è allargata la presenza ad altri ambiti, come la satira e l'intrattenimento.
    A destra invece è calata la presenza di una cultura moderata e conservatrice che fino agli anni Settanta era sotto sequestro ma ancora cospicua (vi risparmio gli elenchi telefonici ma erano tanti, da Berto a Praz, da Sciacca a Zolla, da Prezzolini a Volpe, da Paratore a cento altri, tutti regolarmente osteggiati o taciuti); ed è sparita una satira e una presenza "di destra" sui giornali.
    Al suo posto è venuta fuori una strana biforcazione: chi la pensa in quel modo deve affidarsi ad avvocati venuti da sinistra, facendosi così colonizzare da ex; oppure beve per dimenticare e va a ballare al Billionaire, a Porto Cervo.
    Una volta, in isconto dei miei peccati, ci sono andato anch'io: ho trovato in sintesi tutto ciò che non sono e non vorrei mai essere, più una marea di aspiranti billionari più o meno sfigati che tiravano fino alle sei per sentirsi uomini di mondo.
    Un tempo ci volevano tre anni di militare a Cuneo, ora basta una settimana a Porto Cervo.
    La destra oscilla tra S.Giovanni Rotondo e Porto Rotondo.
    Diciamo in breve che per i conservatori, per la destra e per i cattolici non sinistri, l'alternativa è secca e pietosa: o con la Fallaci o con Briatore.
    È per questo che io, occupandomi da svariati decenni di cultura e di idee, appena sento nominare le parole egemonia, intellettuali, cultura di destra o di sinistra, corro in mare e nuoto verso l'infinito.
    E il naufragar m'è dolce in questo mare.

    saluti

 

 

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