Alla fine la manovra correttiva è passata con il voto di fiducia della maggioranza, come previsto.
Nonostante la Lega abbia ancora una volta alzato il prezzo del suo assenso, sbuffando e minacciando fino all’ultimo un clamoroso dietrofront. Da almeno due giorni il Carroccio dà segni d’irrequietezza sui conti pubblici tenendo d’occhio il tavolo delle riforme istituzionali, con il federalismo sempre esposto al tiro dell’Udc e dei suoi emendamenti in commissione Affari costituzionali.
“Per la Finanziaria bisognerà agire diversamente”, avevano avvertito i leghisti.
Poco prima del vertice pomeridiano a Palazzo Chigi dedicato al Dpef, Giancarlo Giorgetti ha provato a raggelare gli alleati: “Non abbiamo mica ancora deciso se votare il maxiemendamento, aspetto ancora una telefonata da Bossi”.
L’incontro tra i leader della coalizione e Domenico Siniscalco (c’erano il vicepremier Gianfranco Fini, il segretario dell’Udc Marco Follini e i leghisti Roberto Calderoli e Roberto Maroni) ha consentito di annunciare per domani in Consiglio dei ministri le linee guida del documento economico.
Doveva essere anche l’occasione per tornare collegialmente su questioni irrisolte. Anzitutto il braccio di ferro su devolution e premierato.
Poi la sospirata nomina del ministro Rocco Buttiglione a commissario europeo.
Argomento affrontato tra il presidente del Consiglio, Carlo Giovanardi e Francesco D’Onofrio.
I centristi fanno sapere che il caso Buttiglione “subisce un’accelerazione positiva”. Mentre questo giornale va in stampa fonti autorevoli confermano che “la situazione si può sbloccare in poche ore”.
Sul tavolo della trattativa l’Udc (che oggi riunisce l’ufficio politico) avrebbe posto la sua disponibilità a stralciare i suoi emendamenti dall’agenda della commissione Affari costituzionali, con l’intenzione di resuscitarli a settembre in Aula e tenere nel frattempo aperto il negoziato fra alleati.
Ai centristi però non è piaciuto il comunicato con cui Donato Bruno di Forza Italia ha pensato di benedire “l’accordo trovato”. “Se l’accordo c’è – ha commentato algido Luca Volonté – l’Udc non ne è al corrente”.
A quel punto è sopraggiunta l’irritazione di Fini, che attraverso La Russa ha nuovamente marcato la distanza che lo separa da Follini (“l’accordo è il voto del Senato”), e per la seconda volta in due giorni ha preso di mira gli emendamenti dell’Udc (“ove approvati, cambierebbero profondamente la natura del premierato”).
Fini e Follini si sono poi chiariti al termine delle votazioni a Montecitorio, mentre riprendeva quota la voce di un rimpastino: Adolfo Urso (An) al Commercio estero e Mario Baccini (Udc), se Buttiglione va a Bruxelles, promosso alle Politiche comunitarie.
“Noi la stangata non la votiamo”, avevano esordito i dirigenti della Lega davanti al Cav., biasimando il contenuto della manovra e la modalità d’approvazione.
Frase dettata poco prima da Umberto Bossi: “Dite loro di provare a convincerci”. Poi è andata come andata.
Nel corso dell’ennesimo giorno intonato al nervosismo (Alessandro
Cè ha dato del doppiogiochista a Pier Ferdinando Casini), il ragionamento che Bossi ha esposto ai suoi è un misto di preoccupazione e aggressività.
“Pronti a uscire dall’esecutivo da un momento all’altro, perché la crisi di governo ci sarà, ma se possibile non dobbiamo essere noi a provocarla. I democristiani vogliono farci saltare i nervi prima di settembre, così tutto si blocca fino alle elezioni di aprile. A quel punto sarà una mazzata: se riescono a fare un governo istituzionale, Casini e gli altri gestiranno la transizione, Berlusconi non avrà più niente in mano e allora addio devolution”.
Per adesso l’onere della trattativa rimane nelle mani di Calderoli, che ha separatamente incontrato Berlusconi; mentre Maroni e Giorgetti hanno visto Siniscalco.
“Il ministro dell’Economia fa il giro delle parrocchie per evitare guai”, ironizzano i leghisti dopo il suo faccia a faccia con una delegazione di An (Fini, Alemanno e Baldassarri).
Gianni Alemanno non ha partecipato al vertice di ieri sul Dpef, il ministro dell’Agricoltura, dicono i suoi collaboratori, si affaccerà invece domani alla convention organizzata a Roma dai rivali di Destra protagonista (la componente di Ignazio La Russa e Maurizio Gasparri).
In via ufficiale non si tratta soltanto d’una riunione di corrente. Eppure tra gli organizzatori filtra la volontà di caratterizzare l’iniziativa in modo forte. “Lo chiameranno il correntone di Fini – dicono – La Russa ripeterà il suo recente appello a non esasperare le divisioni interne ad An, ma al contempo avrà accanto a sé gli autorevoli esponenti del partito che avevano già sottoscritto il suo richiamo: il superfiniano Andrea Ronchi, il sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano e, nome più importante, il portavoce Mario Landolfi”.
saluti




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