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Discussione: Palazzo

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    Predefinito Palazzo

    da Il Foglio

    Rutelli c’è. Non è difficile immaginare come Romano Prodi possa aver accolto la lettera con cui ieri, su Repubblica, Francesco Rutelli ha declassato la discussione su regole e contenitori del centrosinistra per proporre un’accelerazione sui contenuti.
    Sul programma che ancora non c’è anche perché Prodi non vuole aprire il fronte se non a ridosso delle elezioni.
    Non così Rutelli, che abbozza una serie di proposte su welfare, fisco, infrastrutture, Mezzogiorno e così via.
    Per quanto vago o generalista possa apparire, il leader della Margherita insiste a mostrare che lui un programma ce l’ha.
    E per quanto ribadisca la sua fedeltà a Prodi, l’impressione è che la strategia di Rutelli non stoni con i complimenti che gli rivolgono alcuni ds quando gli riconoscono aspirazioni alla Tony Blair.
    Carezze provenientidall’area dalemiana che da tempo invoca una discussione sul programma.
    Forse può far riflettere anche il lessico veltroniano (“appassionare l’Italia per ripartire”) con cui Rutelli ha chiuso la sua lettera.

    Mastella ancora no. Mentre si moltiplicavano le voci di una pace imminente tra l’Udeur e la Gad, Clemente Mastella ha smentito l’esistenza di un accordo, per di più se fondato sulla concessione della vicepresidenza della Basilicata più un numero di seggi necessari a formare un gruppo parlamentare dopo le politiche del 2006. Oltre alla puntualizzazione del leader, c’è la nota ufficiale dei capigruppo al Senato e alla Camera, Mauro Fabris e Nuccio Cusumano: “Siamo lontani dall’intesa”.
    Malgrado ciò fra i Ds circola ancora ottimismo. “Si ostinano a credere che il nostro sia un dissenso tattico –spiega Paolo Cirino Pomicino – e intanto cercano d’intercettare i desideri nascosti di alcuni nostri deputati”.
    Secondo Cirino Pomicino, di ricomposizione non è il caso di parlare e anzi, in mancanza di una risposta politica, l’uscita definitiva dell’Udeur è questione di pochi giorni: “Dopo il nostro ufficio politico di sabato prossimo”.

    Gelo sulle riforme. La possibilità che i due Poli diano seguito agli appelli al dialogo sulle riforme lanciati da Carlo Azeglio Ciampi, tra i Ds, viene commentata con un’inequivocabile metafora meteorologica: “Temperatura a meno undici gradi e nessun disgelo, va bene così”.
    Perché con le urne che incalzano è difficile resistere alla tentazione di chiudere lo spazio al confronto con il Cav, per poi imputargli d’aver fatto da solo.
    In particolare sulla par condicio.
    La tentazione vale per la Gad tutta, e del resto è stato Fausto Bertinotti a ribadire ieri che l’antiberlusconismo è un collante innegabile.
    Un esponente della Quercia che al dialogo non rinuncia è il senatore Franco Debenedetti.
    Sulla par condicio, per esempio, anche a partire dalla proposta fatta dal Foglio meno di un mese fa: liberalizzare la propaganda radiotelevisiva escludendo i mezzi di proprietà di chi si candida.
    “Sarebbe un punto di partenza – dice Debenedetti - ma temo che in questo modo si danneggerebbe la Rai, che dovrebbe modificare il palinsesto per far posto a spot politici e proprio a danno dei programmi d’intrattenimento che richiamano le maggiori inserzioni pubblicitarie”.
    Sull’urgenza di una riforma comune, Debenedetti non cambia idea. Ma senza illusioni: “Non si può attribuire a un partitino lo stesso spazio di cui dispone un altro partito con il triplo dei voti, tuttavia è anche vero che su queste basi Forza Italia non avrebbe avuto lo spazio che ebbe nel ’94 con il conseguente successo”. In ogni caso la prospettiva di una modifica indolore, nel centrosinistra, è inesistente anche per ragioni strutturali: “Troppa è la frammentazione in partitini numerosi che impediranno ai grandi di negoziare un cambiamento a loro non sconveniente”.
    Tranne l’Udeur, che nonostante le dimensioni sembra disponibile a rivedere la legge sulla par condicio. “Io sarei per una liberalizzazione completa degli spot – conferma Cirino Pomicino – non vedo quale sia il pericolo, in una democrazia mediatica che non conosce partiti di massa”.

    Avanguardisti di centro. Uscito dall’Udc poco prima dell’anno nuovo, per Gianfranco Rotondi le porte della sua nuova Dc sono aperte a Mastella e a tutti i democristiani delusi dal bipolarismo. Tra gli ex dc di entrambi i Poli, per ora, salvo i tentennamenti di alcuni polisti come Emerenzio Barbieri, nessuno si muove. I “ribelli” Udc siciliani, Totò Cuffaro e Raffaele Lombardo, contano però di ritrovarsi in una sola famiglia scudocrociata con Rotondi e parecchi buttiglioniani, ma non prima che la disputa con Marco Follini irrompa al congresso nazionale di febbraio.
    Quando i vertici romani spalleggiati dal lealista catanese Beppe Drago (vicesegretario nazionale e da quattro giorni sottosegretario alle Attività produttive) tenteranno di invalidare l’esito del congresso regionale siciliano (6 febbraio) dove Cuffaro e Lombardo contano su una maggioranza indiscussa.
    Da notare che anche fra i centristi della Gad c’è chi definisce Rotondi “un avanguardista”.

    saluti

  2. #2
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    Predefinito La finta lite e....

    …la finta pace

    Il passo indietro della Lega.
    Il rientro pubblico di Umberto Bossi alla guida del consiglio federale del Carroccio è coinciso con un gesto di rottura, riassunto nel proclama di battaglia contro il governatore lombardo Roberto Formigoni – e le “forze della restaurazione che preparano la successione a Berlusconi” – dettato alle agenzie al termine del vertice nella sede milanese di via Bellerio. Lì dove per forze della restaurazione bisogna intendere la lista personale con cui Formigoni ha deciso di presentarsi alle regionali, per collegare la Cdl con settori del paesaggio riformista lombardo, malgrado l’opposizione della Lega e del Cav.
    Alla stesura del comunicato stampa con cui la Lega annuncia che correrà da sola alle regionali (e candiderà Roberto Maroni alla presidenza della Lombardia) ha provveduto un Bossi
    “estremamente determinato” – come dicono alcuni dei presenti al consiglio – e che aveva al suo fianco il segretario della Lega lombarda Giancarlo Giorgetti insieme con altri esponenti vicini
    al movimentismo secessionista padano.
    Sostiene uno di loro: “Ha prevalso la linea agguerrita e dopo molti mesi è uscita perdente la posizione dialogante del ministeriale Roberto Calderoli e del ‘suo’ capogruppo alla regione Lombardia, Davide Boni, praticamente un formigoniano”.
    Dati i presupposti, sembra che la Lega sia pronta a riesumare l’isolazionismo competitivo abbracciato in occasione delle recenti amministrative, un irrigidimento che costò al centrodestra, tra l’altro, la provincia di Milano e che adesso mette a rischio la presidenza lombarda con inevitabili ricadute sulla maggioranza.
    Formigoni si è detto dispiaciuto della scelta leghista ma non si smuove dal suo proposito. E fa sfoggio di sicurezza.
    An sembra parteggiare per Formigoni. Il coordinatore vicario, Ignazio La Russa, ha addirittura annunciato la nascita di un comitato d’appoggio al governatore, e si dice convinto come quest’ultimo che “si vince anche senza il Carroccio”.
    Se ieri mattina dagli ambienti vicini a Formigoni trapelava
    “amarezza” per quella che il governatore, dopo i colloqui del fine settimana con Berlusconi, aveva definito “un’incomprensione spiacevole”, il cambiamento improvviso sopraggiunto con la presa di posizione da parte di Bossi ha costretto Formigoni ad anticipare alla serata di ieri un nuovo incontro con il Cav. inizialmente previsto per oggi.
    Va da sé che la posizione ufficiale di Bossi non esclude affatto la possibilità di rinegoziare ogni cosa; e che non sembra essere esattamente Berlusconi il bersaglio della minaccia.
    Spiega infatti un dirigente leghista: “Pubblicamente fa fede il contenuto del nostro comunicato, ma l’idea che il comunicato serva a Berlusconi come strumento di pressione su Formigoni non è proprio campata in aria”.
    Insomma “se Formigoni fa un passo indietro, qualcosa può cambiare”.

    Il passo avanti di Prodi.
    Per una divisione non si sa ancora quanto reale nella maggioranza, nel centrosinistra sembra risorta una magnificatissima unità, su cui però non è dato scommettere con leggerezza.
    Dopo settimane di polemiche e delusioni personali, Romano Prodi ha ottenuto un risultato evidente al di là dell’offerta di pace servita direttamente da Francesco Rutelli.
    Perché la direzione della Margherita ha sancito quasi all’unanimità una tregua e lo ha fatto largheggiando in promesse scritte, a cominciare dall’impegno sulla “prevalenza” di liste unitarie alle prossime regionali. Su questo punto, in verità, i vertici della Margherita non hanno fatto che confermare burocraticamente l’esito di una trattativa che va avanti da giorni e che nello scorso fine settimana era già sfociata in un accordo di massima.
    Ma Prodi può celebrare il “buon passo avanti” della sua coalizione anche per via di altri passaggi precisi del documento della Margherita: quelli in cui si ribadiscono le buone intenzioni lungo il cammino che porta alla federazione di centrosinistra e la disponibilità piena sulla convocazione di primarie ove sostenere la leadership del professore bolognese.
    Una leadership che Prodi intende esercitare nei confronti dei partiti tenendosene al contempo a distanza di sicurezza (ma questo non sta scritto su alcun documento).
    Nel concerto di soddisfazione improvvisato dai protagonisti, è possibile individuare l’efficacia della mediazione intrapresa dal popolare Franco Marini.
    Il quale si è ultimamente distanziato da Rutelli – obbligandolo al segnale distensivo – quel tanto che serviva per offrire a Prodi un “aggiustamento di rotta” rassicurante sotto il profilo lessicale e sufficientemente impegnativo in previsione delle primarie autentiche di Prodi: le regionali di primavera.

    Il Foglio

    saluti

 

 

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