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Discussione: Ossezia

  1. #31
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    Su Repubblica di ieri c'era un pezzo, bellissimo, di Adriano Sofri.

    Una sua triste, lucida, a volte spietatamente cruda, analisi a cuore aperto di quanto avvenuto in Ossezia. Un pezzo stupendo, nella sua oscura tristezza, che lascia il campo del giornalismo per entrare, a pieno titolo in quello della letteratura.

    Un pezzo che non ha nulla di politico se non il fatto che la politica sta dappertutto, nel medio in cui certi avvenimenti possonoa accadere, nel tramite che ce li racconta...

    Ora se Mustang, Pieffebi o chi altri, più bravi di me a raccogliere articoli dai giornali, anche se non proprio esperti di Repubblica, sapessero recuperarlo... Io credo che sarebbe anche il modo più bello, più sincero, per chiudere questa thread, nella speranza di non aprirne mai, mai più con tali soggetti.

  2. #32
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    non ci sono riuscito, credo che solo gli abbonati possano....

    Shalom

  3. #33
    SENATORE di POL
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  4. #34
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    Predefinito La Francia e....

    ....e il terrore

    L'onta di non poter rispedire al mittente il comunicato di Hamas

    Una quindicina di anni fa, leggendo su un muro parigino la scritta cubitale “La France sera una république islamique”, riuscivo soltanto a pensare alla paranoia di chi l’aveva scritta.
    Un mese fa scrivevo che quel programma restava irrealistico, anche se meno ridicolo di un tempo. Oggi trovo naturale chiedersi se la Francia non sia già in parte diventata una repubblica islamica.
    Come? – si dirà – la patria dell’illuminismo, una delle fonti del pensiero democratico occidentale?
    E la legge sul velo non è l’espressione di un’irriducibile spirito repubblicano laico?
    Ma la legge sul velo – qualsiasi cosa se ne pensi, e occorre ascoltare il richiamo di Magdi Allam a cogliere il significato opposto che ha il portare il velo per noi e per gli integralisti: per noi un diritto, per loro un dovere – dicevo… ma la legge sul velo non è proprio il tentativo affannoso e forse disperato di difendere un laicismo repubblicano che fa acqua da tutte le parti?
    La realtà non è mai soltanto bianca o nera, e la legge sul velo – giusta o sbagliata che sia – risponde all’esigenza di difendere i capisaldi di una società laica contro l’integralismo.
    Non a caso gli integralisti l’hanno presa di mira, riuscendo a dimostrare la fragilità delle difese della società francese. Perché la Francia è un paese con cinque milioni di musulmani, fra cui non pochi inquadrati in organizzazioni salafite; la Francia è un paese in cui diversi quartieri di grandi città sono fuori del controllo della polizia e per i quali talune organizzazioni islamiche hanno richiesto l’istituzione della sharia; un paese in cui la poligamia finanziata dallo Stato è divenuta un fenomeno macroscopico; un paese infiltrato da un devastante antisemitismo islamico, in cui non si può insegnare la storia della Shoah in diverse università senza che la vita diventi impossibile.
    Infine, è un paese allineato su una politica estera strettamente filoaraba, antiamericana e antiisraeliana.
    Come si sia arrivati a questo sarebbe lungo dire.
    Di certo si tratta di un processo che affonda le sue radici malate nel modo sbagliato – oserei dire “pétainista” –con cui fu risolta la questione algerina.
    Come che sia, il problema è che nella cultura francese è rimasto poco dell’idea dell’universalismo democratico e del ruolo dell’individuo come fondamento del contratto sociale.
    E’ subentrata una visione postmoderna e comunitarista della società che è il terreno di coltura ideale per l’integralismo. Anche nelle università anglosassoni dilagano simili visioni, ma si dimentica spesso che esse sono frutto della colonizzazione culturale di profeti del “marxismo debole delle società opulente” come Jacques Derrida e Michel Foucault.
    Oggi è la Francia la patria del postmodernismo, del relativismo culturale, del terzomondismo, del comunitarismo e i famosi principi del laicismo repubblicano appaiono sempre di più come una scorza svuotata dall’interno.

    La rivincita della battaglia di Poitiers
    Talmente fragile è la scorza che agitare la bandiera della sua difesa è servito soltanto, di fronte al sequestro, a mostrare la realtà che essa malamente copre: quella di una classe dirigente che non può far altro che inviare un ministro a pregare in mo-schea.
    E’ certamente un bene che la maggioranza moderata della comunità musulmana francese si sia sollevata contro il rapimento. Ma non solo costoro, bensì anche i più truci macellai si sono levati come un sol uomo a difendere la Francia.
    Il governo francese ha ricevuto un attestato di solidarietà di Hamas, nella cornice della rivendicazione della strage di diciotto civili israeliani, e ha dovuto subire l’onta di non poterlo rispedire al mittente.
    Per il semplice motivo che Hamas è amico e alleato.
    In un’intervista di due giorni fa, l’intellettuale musulmano Tariq Ramadan – tristemente noto per aver attaccato il
    “comunitarismo” degli intellettuali ebrei francesi – ha indicato una via d’uscita: interpretare la legge sul velo, accettando che si portino copricapo “discreti”, magari una “semplice bandana”…
    Il dibattito aperto è fra chi è disposto a tagliare qualche testa per far cadere i resti della scorza repubblicana, e chi vuol continuare pazientemente il lavoro di svuotamento.
    Strategie diverse, obbiettivo comune: la rivincita sulla battaglia di Poitiers.

    Giorgio Israel

    saluti

  5. #35
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    Predefinito E' un sostegno che costa alla Francia...

    ....l'isolamento internazionale

    C’ero anch’io, con molti altri, al Trocadéro, per manifestare la mia solidarietà verso i due nostri concittadini presi in ostaggio in Iraq, e vivo con angoscia l’attesa della loro liberazione.
    Ma si è aperta la questione della strategia scelta dalla Francia in questa vicenda, e della particolarità della sua situazione rispetto ai vicini europei.
    E’ evidente che ogni Stato debba difendere i propri cittadini all’estero e, sotto questo aspetto, il meno che si possa dire è che nulla possa essere rimproverato alla nostra diplomazia.
    Ma il forcing sui dirigenti arabi e dei responsabili religiosi, così come gli sforzi dispiegati dai nostri servizi d’informazione per “entrare in contatto” con i rapitori, finiscono per porre interrogativi.
    Il malessere è tanto più grande, se si pensa che, nelle stesse ore, dodici sventurati nepalesi sono stati barbaramente trucidati, senza che da noi nessuno se ne sia visibilmente preoccupato; centinaia di bambini sono stati presi in ostaggio dai ceceni che minacciano di farli saltare in aria; tre attentati – uno a opera di terroristi ceceni a Mosca, altri due per mano di Hamas a Beersheva – hanno fatto decine di vittime.
    Il malessere aumenta, se si pensa al giornalista italiano assassinato dagli stessi che tengono in ostaggio i giornalisti francesi e la cui sorte non ha evidentemente suscitato interesse alcuno nel mondo arabo.
    Come mai i responsabili arabi scoprono soltanto ora il carattere inammissibile di questi rapimenti e, di conseguenza, del loro macabro esito? Questo vuol dire che non si tratta, in realtà, di un attacco alla libertà di stampa, ma di punizioni dirette contro i cittadini di certi Stati.
    La Francia ha diritto a un trattamento privilegiato di cui, ora come ora, ignoriamo se sarà o meno coronato da successo. Impossibile non ricordare, in simili circostanze, la celebre frase di Churchill dopo Monaco:
    “Voi avete voluto evitare la guerra e salvare l’onore. Avrete la guerra e il disonore”.
    Oggi la questione è di capire fino a che punto questa frase, sostituendo la parola “guerra” con “terrorismo” o “ricatto”, non sia tornata, purtroppo, d’attualità.

    Un punto di non ritorno
    L’assordante silenzio dell’Europa e la scarsa sollecitudine (almeno per quanto è apparso dai media) messa in campo dal presidente russo Putin e dal cancelliere tedesco Schröder per portarci sostegno, contrastano con l’appoggio senza riserve di numerosi dirigenti arabi e, più ancora, di movimenti terroristici (riconosciuti come tali a livello europeo) del calibro di Hamas e di Hezbollah.
    La Francia si trova talmente isolata, in questa vicenda, che non è possibile non domandarsi se siamo ancora europei e che cosa significhi la nostra appartenenza all’Unione.
    Quale che sia l’esito di questa storia, essa costituisce un elettrochoc, sul piano interno come su quello esterno.
    Essa dimostra che la politica araba della Francia, che l’ha portata a beneficiare del sostegno di associazioni terroristiche, è vicina a un punto di non ritorno, se confrontata alle posizioni assai più sfumate dei nostri vicini europei.
    Pensiamo per un attimo agli italiani di fronte alle immagini dell’unanime sostegno arabo alla Francia, mentre un loro connazionale è stato appena assassinato con ferocia dagli stessi terroristi. Queste immagini lasceranno delle tracce assai durature, che rischiano di rivoltarsi contro gli stessi interessi del nostro paese, di rendere ancor più complicato l’emergere di una politica europea comune e, soprattutto, la sua capacità di giocare un ruolo riconosciuto dagli altri attori sulla scena internazionale.
    Sul piano interno, questo stato di cose non può che confortare i difensori della laicità nella lotta che hanno condotto fin qui e che devono rafforzare, a maggior ragione se si moltiplicheranno, come è facile immaginare, le pressioni per vanificare, di fatto, l’applicazione della legge. In particolare, e più che mai, dobbiamo instancabilmente mostrare la nostra amicizia e la nostra solidarietà a tutti i movimenti musulmani laici, femministi e repubblicani, perché sono loro il primo obiettivo degli islamisti. Sul piano dei principi, infine, è tempo di interrogarsi sui limiti del gioco nazionale di fronte a un terrorismo transnazionale.
    Il ricatto non è mai accettabile e la legge penale francese lo reprime severamente, in tutte le sue forme.
    Di fronte a movimenti che ignorano il significato stesso della parola umanità, che gridano il loro odio per quello che noi siamo, non c’è negoziazione possibile.
    Sta a noi prenderne coscienza ed essere capaci di avere sufficiente fiducia nei nostri valori, vale a dire nei diritti dell’uomo, per difenderli con coraggio, determinazione e chiaroveggenza.

    Corinne Lepage, presidente di Cap 21
    associazione ambientalista francese
    © Proche-orient.info - Il Foglio

    saluti

  6. #36
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    Predefinito

    Vive la France, dicono.
    Ecco finalmente un paese raffinato, che da par suo ha attraversato il tempo e a differenza di altri la storia non l’ha imparata dalle schede della trivial pursuite. Ecco una democrazia occidentale e laica che rifiuta la semplificazione brutale ma interviene sulla complessità rispettandola, ecco un governo che l’islam lo conosce, sa farci i conti in casa, sa capire, distinguere, ammiccare, parlare all’orecchio.
    Il paese già stella polare dei movimenti pacifisti e dell’Europa opposta alla dottrina Bush rispolvera proprio ora la sua aura appannata.
    Jacques Chirac, il presidente che tiene botta rifiuta di fare marcia indietro sulla legge che proibisce l’uso del velo islamico nelle scuole, isolando o addirittura, come ha scritto qualcuno, spiazzando il fanatismo fondamentalista, passa per un gigante. Parigi dunque mostrerebbe ancora una volta la via.
    E non solo per certa sinistra italiana: i francesi stessi, pur nell’angoscia, nella trepidazione per la sorte dei due ostaggi, non si pongono domande, non sembrano dubitare della validità della loro politica.
    “Quanti governi in situazione analoga si augurerebbero di raccogliere un così ampio sostegno?” scrive il Monde.
    E’ vero che la lista è impressionante: l’Arabia saudita e il Qatar, l’Egitto e il colonnello Gheddafi, governi e opposizioni, i fondamentalisti marocchini e gli ulema algerini, autorità religiose sunnite e sciite, il mufti della Siria, la Giordania e l’imam d’al-Azhar, l’Iran: tutti fanno a gara per esprimere un “omaggio reverenziale” alla politica di Parigi in questa parte del mondo. Come dire che di fronte a tanto consenso, il presidente del Consiglio italiano – che in analoghe circostanze ha mostrato tutti i suoi limiti affidandosi a un povero funzionario della Croce rossa – fa la figura di un nano con bandana.
    Peccato però che tra i tanti attestati di solidarierà rilasciati alla Francia ci siano anche quelli di Hamas, del Jihad e dei fratelli musulmani.
    E che fra le televisioni in lingua araba che si sono pronunciate per la liberazione dei due giornalisti non ci siano solo al Jazeera e al Arabya, e già questo è un fatto senza precedenti, ma anche al Manar, l’emittente dell’Hezbollah libanese.
    Una qualche resipiscenza forse la stanno avendo anche in Francia se è vero che Libération scrive nel suo editoriale,
    “che non ci possono essere eccezioni, che Christian Chesnot e Georges Malbrunot devono essere liberati non per ricompensa della politica francese ma perché essere umani, civili e inermi. E che le autorità religiose e politiche del mondo arabo e musulmano che in modo così spettacolare e inusuale hanno denunciato l’odioso ricatto alla Francia devono estendere la stessa condanna a tutti i rapimenti, siano essi di nepalesi, italiani, americani o iracheni”.
    Un’esortazione pia, ma che ha il pregio almeno di andare nella buona direzione. Si dice che non si va a cena con il diavolo nemmeno con un lungo cucchiaio, ma in queste ore la Francia andrebbe con il diavolo ovunque e senza troppe ambasce.
    E non c’è affatto da stupirsene. C’entrano poco gli sforzi per liberare i due ostaggi. C’entra poco anche la nota massima secondo cui in politica puoi scegliere il tuo nemico ma non il tuo alleato. Questa “è” la politica estera della Francia da almeno mezzo secolo. E questa è la posta in gioco. Il réseau imponente emerso in queste ore alla luce del sole è quanto l’Eliseo e il Quai d’Orsay, l’industria di Stato del petrolio e degli armamenti, dai barbouzes ai servizi segreti, dalla Dgse alla Dst, comunque ribattezzati e sotto ogni governo della Quinta Repubblica, hanno costruito: mattone su mattone, giorno dopo giorno.
    Con due costanti: la forte simpatia e contiguità con le tendenze nazionaliste, baathiste e panarabe dall’Iraq alla Siria.
    E la fredda diffidenza, per non dire peggio, nei confronti d’Israele, considerato come il principale se non il solo responsabile delle crisi ricorrenti nella regione.
    Relazioni antiche che hanno conosciuto alti e bassi, dall’estromissione dal Libano negli anni 80 ai rapimenti e agli attentati in tempi più recenti. Ma in cui mai si è chiuso completamente il dialogo: se è vero che in piena guerra civile a Beirut l’emissario dell’allora ministro dell’Interno Charles Pasqua riuscì a entrare nella roccaforte sciita e ottenne la liberazione dei giornalisti là sequestrati da anni.
    A Baghdad la Francia non difende solo due vite innocenti, ma il suo persistente, ostinato seppur fallimentare, senso dell’eccezione.
    Se dovesse subire uno smacco, diventerebbe un paese qualsiasi. E questo val bene un tè. Anche con Hamas.

    Lanfranco Pace
    su il Foglio del 3 settembre

    saluti

  7. #37
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    Predefinito Così Parigi ha fatto dimenticare agli....

    ....arabi il milione di algerini uccisi

    Non esiste nazione in Europa e in occidente che abbia le mani sporche di sangue arabo come la Francia, che ha sulla coscienza un milione di algerini. Non esiste nazione in Europa e in occidente che abbia così ferocemente combattuto una guerra contro il terrorismo arabo (il Fnl algerino applicava essenzialmente una strategia di attentati) e che l’abbia persa con onta, perché il suo obiettivo era indifendibile (l’Algeria non poteva essere indipendente perché non era araba, ma “territorio metropolitano francese”), quindi era assolutamente isolata dalla comunità internazionale e drammaticamente divisa al suo interno, sfiduciata com’era per l’ennesima incredibile sconfitta militare coloniale nella lontana Dien Bien Phu, in Vietnam.
    Pure, nonostante tutto questo, oggi la Francia è il paese occidentale più amato nei paesi arabi.
    Nessuno più le rinfaccia il massacro del Sètif del 1945 (40 villaggi rasi al suolo, 15 mila civili sterminati) a opera di un generale R. Duval che agiva per conto di un governo di gollisti, socialisti e comunisti; nessuno più le rinfaccia le torture mortali di massa di algerini ordinate dal generale Massu, al cui confronto Abu Ghraib è una beauty farm.
    Nessuno le rimprovera più neanche l’essere stata alleata di Israele nella guerra 1956, né l’avergli fornito quei Mirages che inflissero agli arabi la sconfitta bruciante del 1967.
    Charles De Gaulle, Saddam Hussein e Jacques Chirac sono gli autori di questo lavacro storico, di questo straordinario ribaltamento d’immagine che ha permesso al paese occidentale che ha ucciso in assoluto più arabi di divenire l’idolo di una
    “nazione araba” che odia quegli Stati Uniti che - sino all’aprile 2003 – non ne hanno mai ucciso nessuno, se non implorati dalla schiacciante maggioranza dei paesi arabi stessi, nel 1991.
    Il loro punto d’incontro è la contrapposizione della potenza della Francia a quella degli Stati Uniti, una politica ostile a Israele e gli interessi petroliferi.

    Prima con Israele, poi no, sempre anti Usa
    Per comprendere la loro azione, è indispensabile ricordare una pagina di storia che oggi appare bizzarra e che vede nel 1956 gli Usa intervenire e regalare al leader panarabo Nasser, già sonoramente sconfitto sul piano militare a Suez, la vittoria sugli eserciti franco-anglo-israeliani. Non comprendendo nulla della questione araba, spinti da una vocazione anticoloniale, pressati dall’Urss, gli Stati Uniti di Eisenhower così sintetizzarono, il 2 novembre 1956, per bocca del vicepresidente Richard Nixon, il senso di quella sciagurata scelta:
    “Per la prima volta nella nostra storia abbiamo dimostrato l’indipendenza della nostra politica verso Asia e Africa nei confronti della Francia e della Gran Bretagna; le loro politiche ci sembrano riflettere la tradizione coloniale. Tale dichiarazione d’indipendenza ha avuto un effetto elettrizzante in tutto il mondo”.
    L’esito del disastro del ’56, funesto per il futuro del medio oriente, ha una conseguenza, di nuovo, bizzarra: fino al 1966 la Francia diventa il principale fornitore bellico di Israele; all’inizio in funzione antinasseriana, tutta interna alla guerra d’Algeria (il Fnl è una filiazione del Cairo), poi in funzione di concorrenza gollista agli Usa (sono gli anni dell’uscita di Parigi dalla Nato).
    Ma quando De Gaulle nel 1967 tenta di capitalizzare questi aiuti e preme su Israele, in piena sintonia con Mosca, perché non risponda alla sfida militare di Nasser (che pure dichiara di volerla distruggere), e poi perché si ritiri immediatamente dai Territori, scopre –al solito – di non trovare credito fuori dai confini della Francia.
    Inizia così una fase di ribaltamento delle posizioni di Parigi nei confronti di Gerusalemme, che ha il suo culmine nel Consiglio europeo di Venezia del 1980, in cui Valéry Giscard d’Estaing convince i leader europei terrorizzati da un petrolio a 40 dollari al barile (equivalenti a 83 odierni) ad abbandonare la posizione israelo-americana che considerava unico interlocutore per la questione palestinese il re di Giordania e a riconoscere invece formalmente l’Olp di Yasser Arafat. E’ l’affermazione dell’ipotesi distorta che affida a un’organizzazione terrorista che ha per statuto la distruzione di Israele il compito della costruzione dello Stato palestinese. E’ il viatico per il matrimonio politico tra la Francia e i paesi arabi.
    Ma in questa corrispondenza franco-araba c’è soprattutto il petrolio, c’è soprattutto un Saddam Hussein che nel 1972 nazionalizza il petrolio iracheno in maniera ben diversa dagli altri paesi arabi. Esclude infatti dall’esproprio i pozzi di Rumailia, in concessione all’Unione sovietica e a una Francia con cui intavola una trattativa privilegiata, in cui è definita la fornitura di centrali e armamento convenzionale e atomico (il reattore Tammuz, distrutto da Israele nel 1981).
    Jacques Chirac capitalizza subito questa disponibilità di Saddam a offrire alla Francia la sponda araba per la costruzione del multilateralismo antiamericano.
    Dal 1972 a oggi, ogni mossa irachena- a partire dalla leadership del Fronte del Rifiuto dell’accordo Begin-Sadat sul Sinai – trova così a Parigi una benevola accoglienza, temperata soltanto dalla posizione personale filoisraeliana di François Mitterrand.
    Dal 1972 a oggi, la Francia rappresenta nell’Unione europea e all’Onu la sponda più preziosa per le posizioni arabe più intransigenti (compreso il rifiuto di mettere fuori legge i terroristi di Hamas), premessa per una brillante politica petrolifera.
    Questa linea non stupisce in un paese che è riuscito con la sua fantastica capacità retorica “rèpublicaine” a stendere un velo di oblio sulla propria corale collaborazione con il nazismo durante Vichy e a celebrare il 50° anniversario dello sbarco in Normandia senza che si notasse che non vi era un solo soldato francese morto su quelle spiagge, perché non un soldato francese – onta perenne – aveva partecipato a quello sbarco.
    La retorica ha anche saputo far dimenticare che dal 1848 in poi Parigi ha sempre perso sul piano militare, a volte con infamia, tutte le guerre che ha intrapreso.

    Carlo Panella su il Foglio del 3 settembre

    saluti

  8. #38
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    Predefinito Tanta gente...

    ....in piazza, tante candeline accese, probabilmente qualche lacrima sincera.
    E ci siamo lavati la coscienza.
    Ieri sera eravamo "tutti russi".
    L'11 settembre eravamo "tutti americani".
    Domani? Saremo tutti musulmani.
    O tutti morti ammazzati da quella "brava gente".

    Forza, America!

    saluti

  9. #39
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    Predefinito

    Siamo tutti vittime, come sempre...

    I carnefici sono gli altri, come sempre...

    E come sempre mai nessuno è sudanese, ruandese, boliviano...
    Serie B Serie B!

  10. #40
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    Predefinito Re: Tanta gente...

    In origine postato da mustang
    ....in piazza, tante candeline accese, probabilmente qualche lacrima sincera.
    E ci siamo lavati la coscienza.
    Ieri sera eravamo "tutti russi".
    L'11 settembre eravamo "tutti americani".
    Domani? Saremo tutti musulmani.
    O tutti morti ammazzati da quella "brava gente".

    Forza, America!

    saluti
    ...guarda che la dici giusta, purtroppo.
    Intanto la Francia si appresta a calare le braghe...che saranno mai 5 milioni di dollari? Che sarà mai se si tollererà...ufficiosamente che le ragazzine islamiche vadano a scuola con lo jihad? La Francia è gelosa della sua sovranità!!! il burqa ed i burnus MAI saranno tollerati a scuola! Viva Zapatero!!! jihad e Chador sono sciocchezzuole. Ininfluenti. Il crocifisso però...
    E da noi? Dialogo. Dialogo con gli assassini fanatici. In Ossezia, è ormai chiaro, la strage generale era stata decisa dal principio.
    Viva Prodi, viva il dialogo con l'Islam moderato!
    Ma qual'è l'Islam moderato? O meglio lo stato islamico moderato?
    Turchia, Marocco Tunisia?
    Altri non ne vedo.
    Va bene, dialoghiamo con la Tunisia e saremo a posto.

 

 
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