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Discussione: Jihad Globale

  1. #21
    SENATORE di POL
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    " Risoluzioni disattese del Consiglio di Sicurezza: quelle contro il terrorismo
    Da un articolo di Anne Bayefsky

    Il 28 settembre 2001 il Consiglio di Sicurezza adottava la risoluzione 1373 quale risposta dell’Onu alla minaccia ormai evidente del terrorismo globale. Tre anni dopo, l’Onu non è ancora in grado di definire cosa sia il “terrorismo”.
    Gli stati membri sono fondamentalmente divisi in due campi.
    In uno di questi due campi c’è l’Organizzazione della Conferenza Islamica, composta da 56 paesi che insistono che la definizione di terrorismo deve escludere “la lotta armata per la liberazione e l’autodeterminazione”. In altre parola, che è legittimo far saltare in aria cittadini israeliani di ogni età nei bar, nelle sinagoghe, negli autobus e nelle discoteche.
    Questo punto di vista comporta notevoli danni collaterali nelle Nazioni Unite. Da otto anni l’Onu si batte per adottare una convenzione generale contro il terrorismo, ma non riesce a farlo perché l’Organizzazione della Conferenza Islamica pretende una clausola che escluda la salvaguardia di Israele. Un’altra tornata di falsi negoziati è in programma per i primi di ottobre. Nessuno stato membro è disposto a cambiare le regole e insistere perché venga indetta una votazione anche in mancanza di consenso generale. Il risultato è quell’unica riga sul sito web dell’Onu dedicata alla definizione di terrorismo. Essa rimanda le parti interessate alla discussione in corso su una convenzione contro il terrorismo, la quale “dovrebbe includere una definizione del terrorismo, qualora adottata”.
    L’incapacità dell’Onu di identificare il terrorismo ha conseguenze concrete. Nell’ultimo mese il Consiglio di Sicurezza ha dovuto affrontare l’incursione terroristica nella scuola di Beslan, in Russia (326 morti e 727 feriti su una popolazione di 143.800.000 abitanti), e il doppio attentato suicida a Be’er Sheva, in Israele (16 morti e 100 feriti su una popolazione di 6.200.000 abitanti). Sul doppio attentato a Be’er Sheva il Consiglio di Sicurezza è rimasto bloccato e nessuna “dichiarazione presidenziale” è stata possibile. Al suo posto c’è stata una comunicazione alla stampa secondo la quale “membri del Consiglio” (cioè, non tutti) condannavano le esplosioni insieme “a tutti gli altri atti di terrorismo” (cioè, insieme alle azioni anti-terrorismo israeliane).
    Durante il dibattito, i membri del Consiglio di Sicurezza Algeria e Pakistan hanno mantenuto una “posizione di principio”: non devono esserci due pesi e due misure, nessun singolo atto di terrorismo deve essere preso a sé, non vi devono essere espressioni di condanna selettive. Questo avveniva il 31 agosto.
    Il primo settembre il Consiglio di Sicurezza adottava una “dichiarazione presidenziale” a nome di tutto il Consiglio riguardante la scuola di Beslan. Essa condannava con forza l’attacco terrorista, esprimeva la più profonda simpatia per il popolo e il governo della Russia e sollecitava tutti gli stati a cooperare con le autorità russe affinché fossero consegnati alla giustizia gli autori, i mandanti e gli sponsor di quell’atto terroristico.
    Naturalmente il Consiglio non avrebbe potuto lanciare gli stessi appelli quando s’era trattato di vittime israeliane perché gli autori, i mandanti e gli sponsor del terrorismo palestinesi partono da Yasser Arafat per arrivare fino a Damasco e a Teheran.
    Ma che ne è stato della risoluzione 1373?
    Le disposizioni legali della risoluzione sono notevoli: “evitare di fornire qualunque supporto, attivo o passivo, a enti o persone coinvolte in atti di terrorismo”; “…adottare le misure necessarie per impedire che vengano commessi atti di terrorismo”; “…negare rifugio sicuro a coloro che finanziano, pianificano, appoggiano o commettono atti di terrorismo”; “…impedire a coloro che finanziano, pianificano, agevolano o commettono atti di terrorismo di usare il proprio territorio per i loro scopi contro altri stati e i loro cittadini”.
    Per attuare questi impegni, la 1373 ha dato vita a una Commissione Anti-Terrorismo (CTC). Da allora la Commissione ha partorito 517 rapporti su tutte le alacri azioni messe in campo dagli stati per applicare la risoluzione. Tra questi rapporti, quello recente dalla Siria, che - ricordiamo - è sede degli uffici centrali di Hamas, Fronte Popolare palestinese e di altri gruppi che figurano nella lista delle organizzazioni terroristiche straniere stilata dal Dipartimento di Stato americano. Il rapporto informa il Consiglio di Sicurezza “sulle procedure e sulle misure adottate e applicate nella Repubblica Araba di Siria per sopprimere… e prevenire i crimini terroristici e… negare loro rifugio sicuro, assistenza e qualunque forma di aiuto in territorio siriano”.
    Un vero e proprio universo parallelo. Un universo nel quale la Commissione Anti-Terrorismo, il principale organismo preposto dall’Onu a reagire all’11 settembre, non ha mai saputo indicare per nome una sola organizzazione terroristica, un solo individuo terrorista, un solo stato sponsor del terrorismo.
    Un’altra commissione Onu venne creata nel 1999 sulla base della risoluzione 1267 del Consiglio di Sicurezza in reazione ad Al-Qaeda e ai Talebani. La cosiddetta “commissione sanzioni” non è mai riuscita a mettersi d’accordo su quali fossero gli stati che non ottemperano ai loro doveri, e non è mai riuscita a fornire al Consiglio un elenco degli stati fuorilegge, perché si potessero promuovere ulteriori azioni.
    Ah, certo, nell’altro campo dei paesi Onu si trova quasi tutto il resto del mondo: paralizzato, intimidito o veementemente impegnato a fare comizi sul multilateralismo delle Nazioni Unite quale unico mezzo adatto per portare avanti la lotta contro il terrorismo.

    (Da: Jerusalem Post, 23.09.04)
    "
    www.israele.net


    Shalom

  2. #22
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    dal quotidiano LIBERO di oggi

    " Tre autobomba massacrano 34 bimbi a Bagdad

    BAGDAD - [ a. col.] L'obiettivo erano i soldati americani, ma a morire sono stati soprattutto bambini, che si trovavano per la strada, chi a giocare, chi per comprare qualcosa, chi a guardare incuriosito una cerimonia e prendere caramelle dai marines. È successo ieri a Bagdad. Sono le 13 di una caldissima giornata. Tre auto di lusso, Mercedes, imbottite di esplosivo s’infiltrano tra la folla. Ed è subito strage di innocenti: 34 piccoli ( ma una fonte ospedaliera locale parla di 37 bambini ammazzati), colpevoli solo di trovarsi nel luogo sbagliato al momento sbagliato, hanno perso la vita così. In tutto i morti sarebbero 44. E il bilancio delle vittime è destinato a salire. I feriti sono oltre 200, molti in gravissime condizioni. Il gruppo di Al Zarqawi, il braccio destro di Bin Laden in Iraq, ha rivendicato questo terribile att e n t at o . La cerimonia, per l'inaugurazione di una stazione di pompaggio dell'acqua nel quartiere popolare di Yarmuk, ha costituito l'epicentro dell'attentato. Era per proteggere le famiglie che si erano recate sul posto per festeggiare che i soldati americani si trovavano lì. I testimoni raccontano che all’inaugurazione della fogna partecipava un gruppo di persone, intorno al quale soldati Usa e agenti della Guardia nazionale irachena cercavano di mantenere un minimo di sicurezza. Non troppo lontano c'era una schiera di bambini che giocava per strada. Come se niente fosse, tra una macchina e l'altra ne è arrivata anche una bianca, che ha accelerato. Ha tentato di raggiungere un convoglio con i militari Usa. All'improvviso l’auto è esplosa in mezzo alla gente. È la prima carneficina. Adulti, bambini, donne, cadono a terra morti, feriti, storditi, mentre brandelli di carne vengono scagliati con violenza, contro i muri, le finestre, i pali della luce. Dopo l'esplosione, le urla, i pianti. Gente che scappa, gente che accorre. Nella confusione si è quindi avvicinata anche una Mercedes nera, che è subito saltata in aria. E sono di nuovomorti e feriti, mentre nel caos incontrollabile accorre altra gente. A questo punto entra in azione un'altra macchina. È la terza autobomba. La strage è compiuta. Il tutto dura 45 minu t i . « C'erano tanti corpi e pezzi di cadaveri, è stato terribile. Erano donne e bambini » , racconta il sergente Arkan Hussein, un militare della Guardia Nazionale ricoverato al vicino ospedale di Yarmuk, ferito ad una gamba e all'addome. « La maggior parte delle vittime sono bambini, soprattutto con ferite al collo e al torace » , spiega Akram Muhammad che guidava una delle ambulanze che andavano avanti e indietro dalla scena dell'attent at o. Russal Abbas, 8 anni giace in un letto, è stata colpita da schegge volanti dappertutto. La mamma le sta accanto singhiozzando: « Viviamo nel quartiere degli operai, la mia bambina era uscita un attimo per andarsi a comprare dei cioccolatini » . Ahmad Jabbar sta nel letto vicino, 17 anni, studente, si trovava dal barbiere in quel momento quando ha sentito un'esplosione e la vetrina del negozio gli è caduta addosso, con un braccio ferito, è barcollato verso l'esterno cercando un riparo, quando la seconda esplosione lo ha colpito di nuovo, questa volta alla schiena. Quello di Yarmuk è stato un massacro, il piú terribile della giornata di ieri, ma non l'unico che ha sconvolto il paese. Un'altra autobomba è esplosa uccidendo due poliziotti iracheni e un soldato americano a un posto di blocco nella zona ovest della capitale. E nel nord, l'ennesima autobomba, nel villaggio ribelle di Tall Afar, al confine con la Siria, si è scagliata contro un convoglio della polizia irachena, uccidendo quattro persone e ferendone 16. A Falluja, roccaforte della resistenza sunnita, le forze statunitensi hanno distrutto un edificio, probabilmente utilizzato dagli uomini di Al Zarqawi. In un altro attacco Usa contro obiettivi terroristici nella stessa città, almeno sette persone, fra cui due donne e cinque bambini, sono morte .
    "


    Saluti liberali

  3. #23
    SENATORE di POL
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    A pagina 42 di Panorama del 18 ottobre 2004, Fiamma Nirenstein firma un articolo dal titolo «L'Islam che vogliamo» :

    "
    E’ stato grottesco ma illuminante quando, interrogato durante una conferenza stampa sull’identità dei terroristi a Taba, Hosni Mubarak ha ripetuto più volte che l’incidente era molto, molto bizzarro, come per dire che il terrorismo non è fatto per l’Egitto. Eppure, chi ricorda le stragi di turisti occorse fino al 1996 oppure, nell’81, addirittura l’assassinio di Anwar el Sadat, sa che davvero non è così. In secondo luogo, ha aggiunto, per ora non si hanno indicazioni precise (cosa invece risultata superata dall’ipotesi di Al Qaeda); e chissà perché, come prima ipotesi, gli è venuto in mente di dire, “per ora non possiamo accusare Israele, né chiunque altro”. Israele? E perché mai Israele, che ha avuto 14 morti, per i quali Mubarak non si è scusato, scusandosi invece, giustamente, per le due italiane uccise?
    La risposta è molto semplice: anche quei paesi arabi culla dell’Islam di cui noi europei andiamo in cerca per conquistare un’alleanza antiterrorista coltivano un politically correct che invece giustifica e di fatto promuove il terrore. Criminalizzare Israele e gli Stati Uniti è un vezzo diffuso di politici e intellettuali, che non hanno il permesso di criticare i rais se non per incitarli all’odio (Al Joumurrhia, Egitto, 23 aprile, articolo del vicedirettore Abd al Wahhad Adas: “Gli ebrei che con le loro mani insanguinate e puzzolenti sono dietro tutti i problemi… la loro più recente operazione è stato l’attentato di Madrid”). Così, non c’è da stupirsi se la cronaca riporta che uno dei beduini sospettati di aver commerciato il tnt utilizzato a Taba si è giustificato dicendo che gli avevano garantito che sarebbe servito contro gli ebrei.
    Il prezzo della stabilità, cui l’Europa sempre anela, è un grande mondo islamico che dipinge ebrei e americani come diavoli e che crea nicchie per il terrore. E’ questa la stabilità, questo l’Islam moderato che cerchiamo? Si, ma solo se è disposto ad affrontare l’incitamento che alligna sui suoi mezzi di comunicazione e nelle menti dei leader.
    "

    Shalom

  4. #24
    Senatore e Magno Pilastro
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    In Origine postato da antonio
    la guerra cecena era in corso da tempo e su Putin ricadono responsabilita' storiche.
    AL Qaeda e' una sfida globale..e c'e' chi si e' illuso di poterla contrastare ingaggiando una battaglia locale dove peraltro non e' mai attecchita ....questo dando per buone cioe' accettando come vere (e dunque in buonafede) le intenzioni di chi ha mosso guerra in IRAQ..che pero' erano altre..
    ...gli articoli ed i saggi che precedono rafforzano la convinzione che il mondo islamico fondamentalista ed integralista (nella maggioranza dei Paesi musulmani, esclusi Turchia, Tunisia, Marocco, Afganistan (ora) e, in parte, Egitto) sta combattendo una jihad molto diversa da quella dipinta dalle ideologie ong e di sinistra: una Jihad diretta a conquistare e islamizzare l'Occidente.
    Poco conta che i Paesi Occidentali siano di fatto (come avviene in qualche caso) sostenitori o benevoli fiancheggiatori dell'Islam. E' di oggi la notizia di un mostruoso attacco dinamitardo nella Spagna di Zapatero (1000kg di tritolo davanti al Palazzo di Giustizia di Madrid) sventato quasi per caso, mentre i due giornalisti francesi non sono stati ancora liberati. E anche le ong pagano il loro conto a Bagdad, in termini di rapimenti.
    L'unico modo di far fronte è non l'aspettare l'attacco, ma il prevenirlo. Le Torri Gemelle insegnano. Gli USA non stavano attaccando Paesi Islamici quando le torri sono crollate travolgendo migliaia di innocenti. Non ce ne sono state altre, da allora.
    Quanto a Saddam, è noto che finanziava ed incoraggiava il terrorismo palestinese, finanziando le famiglie dei dinamitardi suicidi. E' noto anche che aveva le armi di distruzione di massa, dato che le ha usate. Poi sono improvvisamente (e stranamente) sparite (o provvisoriamente espatriate).
    Al Qaeda si combatte colpendola a casa sua, non attendendo che ci colpisca a casa nostra. Perché lo farà, contro tutto e contro tutti.
    Chi critica la politica di Bush omette di spiegare come farebbe, a sua volta, a contrastare Al Qaeda. "Isolandola"? "stigmatizzandola"? "indignandosi"?
    Ma fatemi il piacere. Si vis pacem para (et fac) bellum.

  5. #25

  6. #26
    SENATORE di POL
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    dal quotidiano LIBERO di oggi...

    " Terroristi islamici e comunisti sono parenti
    di FRANCESCO CARELLA « L a guerra di civiltà? Per una parte della sinistra italiana non esiste. E sa perché? » . No, professore. Me lo dica. « Il fondamentalismo islamico è un parente stretto del b o l s c ev i s m o » . Addir ittura. « Eh, sì. Il conflitto di civiltà nasce, quando l'Unione Sovietica si organizza come una grande fortezza, dic hiarando guerra all'Occidente e alla democrazia liberale. I bolscevichi s'impossessano del potere e rifiutano lo Stato di diritto, l'individualismo, il mercato, i valori e le istituzioni fondamentali della democrazia » . E si può già parlare di guerra di civiltà? « Altroc hé » . Il comunismo, però, è stato sconfitto dalla storia. « Il comunismo è morto, ma il problema è rimasto. Ed è proprio qui che entra in scena l'Islam » . Chiariamo subito una cosa: qual è l'anello di cong iunzione? « Il trait d'union è rappresentato dall'odio per l'Occidente. In tal senso, vi è un documento di estrema importanza, redatto direttamente da Khomeini e finora sottovalutato, in cui si parla dell'Islam come di una realtà da mettere alla testa del " proletariato esterno", sostituendo, in tale ruolo rivoluzionario, il comunismo sovietico. Lo stesso Ayatollah, poche settimane prima di morire, scrive una lettera a Gorbaciov in cui chiede al segretario del Pcus di riconoscere pubblicamente " che il comunismo aveva fallito nel suo tentativo di distruggere la materialistica civiltà capitalistica e che, pertanto, sulla scena mondiale non restava che una sola forza spirituale in grado di perseguire l'obiettivo di liberare i popoli che si trovavano nella prigione dell'Occidente e del grande S at a n a " » . L'Islam fondamentalista come una « nuova fortezza che va all'assalto dell'Occidente » ? « Le parole di Khomeini non lasciano spazio ad equivoco alcuno » . Il che significa che l'Islam è da considerare come una religione di guerra? « L'Islam è, senza ombra di dubbio, una religione di guerra. Nel Corano è netta la distinzione fra la " Casa dell'Islam" e la " Casa della miscredenza". La guerra santa, contrar iamente a quello che sostengono alcuni studiosi attenti solo al " politicamente corretto", fu concepita da Maometto come un dovere religioso. C'è scritto nel Corano : "... rendete saldi quelli che credono, io getterò il terrore nel cuore di quelli che non credono e voi colpiteli sulle nuche ( decapitateli) e recidete loro tutte le estremità delle dita" » . Vengono in mente le parole pronunciate da un collaboratore di George W. Bush, poche ore dopo l'attentato alle Twin Towers. Disse: « Questa è una guerra che può durare anche cinquant'anni, perché è una lotta contro un'idea » . « Ed è proprio così. L'internazionale jihadista combatte per costruire lo Stato teocratico ed abbattere la più grande conquista dell'Occidente, vale a dire la democrazia liberale fondata sui diritti di libertà e sulla distinzione fra potere politico e potere religioso » . Lei è uno studioso di Arnold Toynbee. Questi, in un'opera degli anni sessanta, " A Study of History", parla della potente forza " attrattiva" della civiltà occidentale. Abbiamo ancora un tale potere presso le altre culture? « Sì. La nostra è una " civiltà attraente", nel senso indicato da Toynbee, al punto che Khomeini la definisce satanica e fonte di continue tentazioni. I fondamentalisti sanno bene che l'Occidente è portatore di una civiltà " contagiosa" ed è per questo che vogliono chiudere a doppia mandata i loro Paesi. Vogliono evitare ogni possibile contaminazione e, soprattutto, impedire che le popolazioni musulmane possano esprimersi liberamente » . Lei sostiene nel suo ultimo libro, " Jihad: le radici", che la cultura islamica risponde " all'attrazione occidentale" organizzandosi in due partiti, quello " erodiano", favorevole all'integrazione e al dialogo ( ma minoritario) e quello degli " zelòti", fondamentalista, violento, ma in maggioranza. Chi vincerà? « Al momento, nessuno può dirlo. Certamente, in Iraq, con l'alta partecipazione al voto, è stata scritta una bella pagina dal partito " erodiano" contro il gruppo " degli zelòti". Capire questo, sarebbe già un grande passo avanti per sostenere, oggi, gli " erodiani" iracheni e domani quelli di altri Paesi islamici » . Perché la sinistra italiana si ostina a non capirlo? « Il grande problema è che la maggioranza della sinistra italiana non è altro che l'erede storico della tradizione bolscevica. Si tratta di un'eredità politico- culturale pesante come un macigno. Pensi che un intellettuale comunista, Alberto Asor Rosa, in suo libro, sostiene che l'obiettivo dell'élite colta progressista sia quello di aiutare l'Occidente a dissolversi. L'Occidente, a suo dire, dovrebbe suicidarsi. Si rende conto? Ma c'è qualcos'altro che impedisce alla sinistra di leggere con chiarezza quel che accade nel mondo » . A che cosa si riferisce ? « Penso all'antiamericanismo e alla sua grande diffusione nella sinistra. Gli antiamericani si definiscono pacifisti, ma mentono spudoratamente. Sfido chiunque a ricordare una sola manifestazione contro l'Armata rossa durante l'occupazione sovietica dell'Afghanistan. La verità è che i pacifisti, con puntualità quasi maniacale, appaiono solo quando gli Stati Uniti d'America sono impegnati in un conflitto. Si tratta di puro antiamericanismo, mascherato da pacifismo » . Un'ultima domanda. In questi giorni si discute molto della figura di Bettino Craxi e delsuo ruolo nella sinistra italiana. Se fosse stato ancora in vita e politicamente attivo, quali sarebbero state le sue posizioni sui temi di cui stiamo discutendo? « Craxi era uno statista dotato di grande senso pragmatico. Conosceva i ritardi storici dei comunisti italiani e, nello stesso tempo, aveva molti amici nel mondo musulmano. Non avrebbe fatto sconti ai terroristi islamici e avrebbe aiutato in tutti i modi possibili il partito degli " erodiani". Quanto agli " zelòti" in salsa italiana, li avrebbe combattuti a muso duro » .
    "

    Con senescenza

  7. #27
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    " Hezbollah e l’Europa

    Da un editoriale del Jerusalem Post

    Mercoledì l’Unione Europea dovrebbe decidere se aggiungere o meno Hezbollah alla lista delle organizzazioni che considera terroristiche. Se non lo farà, sarà come dare schiaffo in faccia non solo a Israele, ma anche al neo eletto presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen).
    La scorsa settimana un alto funzionario dell’Autorità Palestinese ha dichiarato al Jerusalem Post che "Hezbollah e Iran non sono affatto contenti degli sforzi di Abu Mazen per arrivare a un cessate il fuoco con Israele e riprendere i negoziati: per questo non escludiamo che possano tentare di ucciderlo, se continua con questa sua politica”.
    La cosa significativa, qui, non è la notizia che l’Iran e i suoi gregari Hezbollah si oppongono al processo di pace. È risaputo che oggi gran parte del terrorismo palestinese è direttamente organizzato e sostenuto da Teheran o da Damasco. L’ultima ondata di missili Qassam lanciati dalla striscia di Gaza (dopo il summit di Sharm) sembra sia stata comandata direttamente dalla Siria. La vera notizia è che questa interferenza esterna ha raggiunto un livello tale che persino la dirigenza dell’Autorità Palestinese lancia l’allarme e chiede il mondo di aiutarla a tagliar fuori coloro che continuano a gettare benzina sul fuoco che la stessa Autorità Palestinese sta cercando di domare.
    Durante la sua visita a Gerusalemme la scorsa settimana, alla richiesta di modificare la posizione del suo paese tradizionalmente contraria a qualificare Hezbollah come terrorista, il ministro degli esteri francese Michel Barnier non si è voluto impegnare. Il presidente francese Jacques Chirac, nell’incontro lunedì a Parigi con il ministro degli esteri israeliano Silvan Shalom, è stato più esplicito: gli ha detto di no.
    La Francia difende questa posizione sostenendo che in Libano Hezbollah è un partito politico: una pretesa tanto grottesca da essere offensiva. Questo “partito politico” dispone di migliaia di missili puntati su Israele, è votato alla distruzione di Israele e sostiene attivamente il peggiore terrorismo palestinese, minacciando la stessa Autorità Palestinese.
    Dobbiamo dedurne che se Al Qaeda darà vita da qualche parte a un partito politico, non verrà più qualificata come organizzazione terroristica indipendentemente da quanto resterà coinvolta col terrorismo? Come può la Francia bandire il braccio televisivo di Hezbollah, l’emittente Al-Manar, verosimilmente perché fomenta il peggiore estremismo in Francia, e chiudere gli occhi quando Hezbollah fa molto di peggio che istigare al terrorismo contro Israele?
    Ma quand’anche la Francia togliesse il veto a una corretta decisione della UE su Hezbollah, c’è da considerare un altro aspetto più ampio di questa faccenda. Se la UE ha veramente a cuore le sorti della pace, essa deve mettere in cima alle sue priorità la minaccia del terrorismo iraniano, e non solo quella del programma nucleare iraniano. Nel suo giro in Europa e Medio Oriente, il segretario di stato Usa Condoleezza Rice si è sempre premurata di sollevare tre problemi, ogni volta che si parlava di Iran: gli armamenti nucleari, il terrorismo e i diritti umani. Viceversa, i tre grandi d’Europa – Gran Bretagna, Francia e Germania – sembrano preoccuparsi soltanto di arginare il programma nucleare iraniano, ed anche su quest’unico tema la loro determinazione ad adottare misure efficaci è tutt’altro che certa.
    In effetti, se l’Europa non può nemmeno riconoscere che Hezbollah è un’organizzazione terroristica, è difficile prendere sul serio la sua azione diplomatica sul tema nucleare. L’Europa preme sugli Stati Uniti perché si uniscano a questo sforzo, ma per quale ragione gli Stati Uniti dovrebbero aderire a una politica inconcludente? E perché poi non dovrebbe essere l’Europa ad aderire all’approccio degli americani?
    Bisognerebbe invece riconoscere che lo sforzo dell’Iran per dotarsi di armi atomiche, il suo appoggio al terrorismo e la sua repressione dei dissidenti fanno parte integrante di un’unica strategia volta a preservare il regime con la violenza e l’intimidazione. Si tratta di un regime fallimentare, che da tempo ha perduto il sostegno della sua gente e che pensa di poter sopravvivere soltanto tirando colpi in ogni direzione.
    La risposta occidentale all’aggressione iraniana e alle minacce alla sicurezza deve essere complessiva e coordinata. Non si può dire che terrorismo e repressione sono accettabili mentre il nucleare non lo è. Il messaggio da mandare è esattamente il contrario: gli stati delinquenti che minacciano la loro regione non devono poter dare per scontata la sopravvivenza del loro regime.
    In ogni caso, non si può prendere sul serio una politica che dice di voler sostenere lo sforzo di pace israelo-palestinese e il nuovo governo dell’Autorità Palestinese, e nello stesso tempo si rifiuta non solo di contrastare, ma anche soltanto di riconoscere come terroristico un gruppo apertamente votato a distruggere entrambi.

    (Da: Jerusalem Post, 14.02.05)
    "

    Shalom

  8. #28
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    Fondamentale per capire lo scenario internazionale che abbiamo di fronte il seguente articolo di Magdi Allam che prende le mosse dal recente attentato in Libano e dalla questioni regionali correlate, viste nella prospettiva geopolitica globale. Il provincialismo italiano vi appare evidente....

    da www.corriere.it

    " L’Italia litiga sul ritiro e non vede l’11 settembre del Libano

    Dopo l’attentato ad Hariri l’intera regione sta per esplodere mentre nel nostro Paese si discute ancora di guerra giusta


    Mentre in Italia si continua a filosofeggiare e a impantanarsi nella disputa faziosa, ideologica e propagandistica «guerra giusta o ingiusta», «terrorismo o resistenza», «ritiro sì o no», Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Germania sono già strategicamente proiettati nel dopo-Iraq. Ebbene l’Italia rischia di non raccogliere i frutti che le spetterebbero per la sua cospicua e onerosa partecipazione all’operazione di peace enforcing in Iraq. Per contro quei Paesi europei che più accanitamente si erano opposti alla guerra e avevano boicottato l’impresa irachena, potrebbero con un colpo di spugna seppellire il passato e sedere al tavolo dei vincitori di un nuovo assetto mondiale ridefinito dopo la sconfitta del terrorismo e delle dittature in Medio Oriente e nel Golfo. In Italia non ci si è resi pienamente conto che c’è stato un terrificante 11 settembre in Libano che sta per fare esplodere l’intera regione. Che l’assassinio dell’ex premier libanese Rafik Hariri segna l’inizio della fine del regime siriano, il più subdolo burattinaio del terrorismo regionale. Che si preannuncia un terremoto politico che finirà per travolgere anche il regime degli ayatollah iraniani. Che è nato un asse tra Washington e Parigi determinato a cacciare le forze siriane dal Libano, a porre fine allo «Stato nello Stato» dell’Hezbollah e a impedire all’Iran di possedere l’arma atomica. Che tutto ciò sta avvenendo con l’avallo e il pieno coinvolgimento delle Nazioni Unite.
    Così come non ci si è resi pienamente conto del fatto che, al di là del generale apprezzamento per la massiccia partecipazione popolare alle elezioni del 30 gennaio in Iraq, quel voto segna la disfatta della strategia del terrorismo mirante a trasformare il Paese nel fronte di prima linea della Guerra santa contro l’Occidente e il mondo islamico. Che di fatto per Al Qaeda il dopo-Iraq è già iniziato con la dispersione dei suoi terroristi nei Paesi del Golfo e in Europa, in vista di una nuova stagione di attacchi a più ampio raggio. Che l’Arabia Saudita, consapevole della propria vulnerabilità, si è candidata a centro e promotore della lotta internazionale al terrorismo, in cambio della sua riabilitazione politica e della riesumazione dei rapporti privilegiati con l’America.

    I prodromi del più radicale cataclisma politico mediorientale si colgono in una serie di eventi:
    - L’opposizione libanese contraria alla presenza militare siriana ha chiesto una tutela internazionale sia per proteggerla sia per garantire la piena sovranità del Paese . Di fatto il Libano oggi rassomiglia al Kuwait all’indomani dell’occupazione irachena nel 1990. E come allora si sta registrando un’intesa tra America, Europa e una maggioranza di Stati arabi favorevoli a un’iniziativa, sotto l’ombrello dell’Onu, per porre fine al lungo dominio della Siria.
    - La richiesta di Damasco a Teheran per dare vita a un «Fronte comune» contro «le minacce internazionali» a Libano, Hezbollah e Siria. Ciò potrebbe tradursi nella destabilizzazione dell’Iraq e nell’esportazione del terrorismo nel Golfo e Medio Oriente.
    - L’allarme lanciato simultaneamente dall’Onu e dalla Cia di una nuova offensiva generalizzata del terrorismo di Al Qaeda in Medio Oriente, Europa e Stati Uniti.
    - Lo stato di agitazione tra i Paesi limitrofi e più in generale nel mondo arabo per la nascita di uno Stato democratico e federale in Iraq. Tutti sono consapevoli dell’inevitabile contagio che metterà in crisi i regimi autocratici e teocratici.
    - La determinazione di Bush di pervenire a un assetto definitivo del Medio Oriente, operando d’intesa con l’Europa e con l’avallo dell’Onu.
    In questo senso è significativo il recente documento «Accordo tra gli Stati Uniti e l’Europa» elaborato da una cinquantina di esperti delle due sponde dell’Atlantico in seno alla Brookings Institutions.
    Ha scritto ieri Ma’mun Fendi su Asharq al Awsat: « Con l’assassinio di Hariri il destino del Libano è diventato un affare internazionale. A fare giustizia non saranno gli arabi ma il mondo e il prezzo sarà alto ». Parole che preannunciano una tempesta prossima. Gli arabi ne sono consapevoli. Gli americani, gli inglesi, i francesi e i tedeschi pure. Lo sono perfino i terroristi di Bin Laden. Ma non sembrano esserlo gli italiani, che appaiono interessati non a confrontarsi con la realtà internazionale per quella che è, ma a manipolarla per fini interni.
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    " Il fantasma antisemita che attraversa l'Europa

    Alain Finkielkraut


    L'Europa è imbarazzata. Assiste disorientata al sorgere di un antisemitismo inatteso, che tocca popolazioni vittime potenziali dell'esclusione e del razzismo. Il nuovo antisemitismo fa esplodere l'unità forzata dell'antirazzismo. Quest'ultimo supponeva che uno stesso rifiuto dell'Altro potesse colpire, alternativamente o simultaneamente, gli ebrei, gli arabi, i neri. Adesso, da questo mondo idealizzato dell'Altro salta fuori una forma di violenza, di rigetto, di esclusione: esistono vittime del razzismo che possono diventare antisemite. Di fronte a questo fenomeno, l'Europa è spaventata ed è per questo che non è stato pubblicato il rapporto dell'Osservatorio sui fenomeni xenofobi e razzisti. L'imprimatur è stato rifiutato per una sorta di censura virtuosa o di diniego benpensante: ciò non deve essere e quindi faremo in modo che ciò non sia. Questo rifiuto ci invita a riflettere più profondamente sulla stessa identità europea.

    La nostra Europa non si è costituita contro altre identità, non si è sviluppata attraverso discussioni polemiche contro altre idee, altri continenti, altri modi di vedere e di pensare. L'Europa è nata nel 1945 dallo sforzo, per molti versi ammirevole, di scongiurare le proprie tentazioni, i propri dèmoni, i propri mostri. L'Europa è nata per difendersi da se stessa e sa farlo molto bene: è la regina dell'autocritica, si mobilita con vigore e convinzione non appena i suoi dèmoni sembrano riapparire. Lo ha fatto per esempio con Haider, quando è stato associato al potere in Austria, e lo sa fare ogni volta che spunta fuori il naso dell'estrema destra. Ma di fronte a un nemico resta muta, completamente sperduta.

    Questo antisemitismo è presente in Francia da parecchi anni ed è stato soffocato in tutte le maniere possibili. Ancora oggi, malgrado l'accumularsi delle prove, malgrado la continua violenza, i media festeggiano tutte le personalità morali che sdrammatizzano la cosa e quando si tratta di ebrei sono corteggiatissimi: non c'è niente di meglio di un ebreo che smentisce l'esistenza dell'antisemitismo.

    In realtà, l'Europa ha rifiutato di confrontarsi con un problema troppo delicato, che la obbliga a rimettere in discussione quel che le sembra essenziale per la sua identità. L'idea europea riposa su quel che ha di più generoso: il rifiuto dell'esclusione. Per l'Europa è quindi insopportabile avere a che fare con la violenza di chi appare come oggetto o vittima potenziale dell'esclusione. Questo spiega l'accecamento di fronte a questo fenomeno. In Francia, la giudeofobia va di pari passo con l'odio della Francia stessa. Giudeofobia e francofobia progrediscono congiuntamente nelle stesse persone. Sono due fenomeni che non si vogliono prendere in considerazione. Lo si fa con le migliori intenzioni, ma si sa che spesso le buone intenzioni lastricano la strada per l'inferno.

    Una delle più grandi difficoltà di oggi è l'antirazzismo, perché è diventato un'ideologia, un principio generale d'intellegibilità del reale. Lo vediamo all'opera nel conflitto mediorientale. Non si tratta, agli occhi di una parte crescente dell'opinione pubblica europea, di un conflitto fra due nazioni. Si tratta di uno scontro fra una potenza definita come razzista e degli oppressi che si rivoltano contro la persecuzione, l'esclusione di cui sono oggetto. È un'altra delle difficoltà odierne: l'antisemitismo si è fuso nella lingua dell'antirazzismo. Quel che fa paura negli avvenimenti di cui è teatro l'Europa è l'incontro fra un antisemitismo islamista, sempre più chiaro e marcato, e un antirazzismo progressista, che designa gli ebrei o Israele come il nuovo Sudafrica o la nuova Germania nazista.

    Si poteva pensare che il patto di Ginevra calmasse le tensioni, invece le Ong rispondono con una campagna contro il muro, una barriera di sicurezza definita come un muro dell'apartheid. Si può criticare il tracciato del muro senza presentarlo come un atto razzista e tenendo conto della necessità assoluta degli israeliani di rispondere alla minaccia terrorista. Malgrado Ginevra, l'immagine di Israele razzista è sempre forte ed è un incoraggiamento alla violenza. Ma la realtà è diversa. Ho appreso per caso un piccolo avvenimento sociale e mediatico in Israele, molto interessante. C'è stato un reality show, esempio di berlusconismo israeliano di basso livello, che mirava a selezionare un animatore di trasmissione per la radio o la tv. Gli adolescenti hanno scelto un animatore arabo. Per me non è una sorpresa, per l'antirazzismo contemporaneo è inconcepibile, com'era inconcepibile che il ristorante dove c'è stato l'ultimo grande attentato terrorista ad Haifa fosse gestito da un arabo e un ebreo. Israele è anche questo, una realtà che non si vuol vedere.

    L'atteggiamento dei giovani musulmani che vivono in Europa è la continuazione dell'Intifada con altri mezzi. Ma io ricuso un'idea corrente, secondo cui questo antisemitismo sparirà quando sarà risolto il conflitto israelo-palestinese, il suo emblema. L'antisemitismo nel mondo musulmano rientra in quel che Bernard Lewis chiama un "blame game", nell'incapacità di questo mondo a interrogarsi sulle proprie carenze, sui propri insuccessi, nell'inettitudine alla critica e all'autocritica. È questa la malattia dell'Islam. Tutto quel che non funziona nel mondo islamico è colpa di Israele, tutto quel che va male nelle periferie urbane europee è colpa dell'Occidente e di Israele. C'è l'irresistibile tentazione di imputare gli insuccessi presenti e futuri a cause esterne.

    E la causa maggiore è oggi Israele. L'antisemitismo resterà, qualunque sia la politica israeliana
    .
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    Shalom

  10. #30
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    dal sito di IDEAZIONE

    " Anatomia dell'attacco a Londra
    di Victor Davis Hanson*
    [15 lug 05]

    Gli Inglesi possono avere una reazione molto diversa rispetto a quella della Spagna dopo l’attentato a Madrid: non agendo, invece di ritirarsi dall’Iraq. Nell’Occidente corrotto, in questi giorni, è già qualcosa. Conosciamo tutti le ragioni di questa guerra nei quattro anni scarsi che sono passati dall’11 settembre. Le bombe a Londra dovrebbero ricordarci come funziona il solito vecchio gioco.

    Cause

    Stati fallimentari nel Medio Oriente, statalisti, autocratici, illiberali, intolleranti nei confronti delle donne e delle altre religioni, accusano l’Occidente della miseria che essi stessi si infliggono. Qualche volta si tratta di regimi teocratici, come quello dei Talebani o l’attuale Iran dei mullah. Ma il più delle volte si tratta di dittature, come quella siriana, quella pakistana, quella saudita, quella egiziana, che, invece di riformarsi, scendono a compromessi con i terroristi, in modo più o meno marcato, per deviare la rabbia delle loro opinioni pubbliche contro l’Occidente e gli Ebrei.
    Questo è il laboratorio in cui si coltivano i germi dell’integralismo islamico, un male che potrà scomparire solo quando le dittature che ne permettono la crescita periranno. Ovunque essi siano, in Iraq, in Europa, così come negli Stati Uniti, tutti gli jihadisti condivideranno la convinzione malsana che qualcun altro (l’Occidente decadente, oppressore e infedele) è responsabile della loro miseria e arretratezza, invece del fondamentalismo, delle menzogne e dell’intolleranza diffusi nel Medio Oriente.

    Propaganda

    Nella II Guerra Mondiale non ci preoccupavamo troppo se, combattendo contro il Bushido, qualcuno pensava che fossimo in guerra con i buddisti. Non lo eravamo e tanto bastava.
    Sapevamo che i nemici erano i nazisti, non i Tedeschi in quanto tali e non ci dannavamo nel cercar di dimostrare questa distinzione.
    Ma adesso è diverso. Adesso si pensa che criticare il fascismo islamico sia una scortesia nei confronti dell’Islam e così si permette ai mullah di casa nostra e alle madrasse di spargere odio e intolleranza, come parte del nostro teorema illiberale del “non offendere l’Islam”.

    Non è che non crediamo più nei valori occidentali, è che non sappiamo più che cosa essi siano. Le bombe a Londra sono la summa di ciò che sta andando avanti, per anni, nell’impunità più completa negli isolati dietro casa, nelle moschee e nelle scuole islamiche di Londra. Il nemico questo lo sa e ci fa un calcolo. Sa che può rifugiarsi nella religione, perché gli imam gridano che “l’Islam non permette queste cose” anche quando Bin Laden è diventato un eroe popolare nelle piazze arabe. Gli Jihadisti sanno che, anche a casa loro, la maggior parte degli Americani è più preoccupata per una copia del Corano gettata nella toilette a Guantanamo che non per cinque cittadini americani che combattono per la causa degli jihadisti iracheni o per i simpatizzanti dei Talebani a Lodi, California.

    Finché l’Islamismo non dovrà pagare alcun prezzo, sia ai governi stranieri, sia a chi si nutre del suo odio in Occidente, la propaganda continuerà a funzionare e il massacro andrà avanti. Ma quando qualche rinnegato principe saudita, o qualche generale pakistano, o qualche imam londinese, o qualche leader della moschea di Lodi, urlerà agli jihadisti: “smettetela prima che questi pazzi americani scendano in guerra veramente!” allora la guerra sarà conclusa e vinta a tutti gli effetti.

    Metodi

    Il terrorismo è la firma degli Islamisti: morde e fugge, morde e fugge, sperando di erodere, in qualche anno, i nervi e la volontà dei viziati Paesi occidentali. Bin Laden ha commesso solo un errore: ha distrutto l’intero World Trade Center invece dei soli piani alti e ha avuto la sfortuna di ritrovarsi George Bush come presidente. E così ha perso l’Afghanistan ed è finito con riforme democratiche in corso dall’Iraq al Libano, dal Golfo all’Egitto. Le bombe nei treni di Madrid e le esplosioni in autobus e metropolitane a Londra, così come il massacro in Iraq, sono preferibili, finché sono sufficienti a terrorizzare e demoralizzare gli Occidentali, ma non sufficienti a spingerli nell’angolo e a costringerli a pensare che solo una risposta militare e una vittoria possono salvare la loro civiltà.

    Così gli attacchi non saranno mai così enormi da convincere gli elettori occidentali che un’altra esplosione di queste porterà alla distruzione della loro società. Il trucco sarà, invece, quello di procedere in modo insidioso, graduale e segreto in modo da evitare una risposta devastante. Al terrorismo, per continuare, è risultato essenziale un periodo di raffreddamento degli animi dall’11 settembre al 7 luglio, in cui i loro apologeti, i pacifisti e i simpatizzanti dell’Islamismo sono entrati all’opera.

    Secondo. Negare ogni responsabilità è altrettanto importante: una Siria, un Pakistan o un’Arabia Saudita potranno sempre dire che deplorano il terrorismo e che, a quanto sanno, non ci sono jihadisti di passaggio nel proprio territorio, che Bin Laden e compagni non si nascondono lì e che la famiglia reale non sta finanziando gli assassini. Dentro la stessa Europa, una madrassa che educa giovani disorientati, o un imam che semina odio nel suo pubblico, devono sempre condannare il terrorismo quando sono chiamate a farlo e farsi passare per vittime quelle rare volte che si intravede la protesta di un pubblico oltraggiato.

    Infine sono essenziali i sensi di colpa e l’odio che l’Occidente nutre verso se stesso. L’agenda fascista degli jihadisti – persecuzione religiosa, apartheid di genere, razzismo, autocrazia militarista e xenofobia – deve essere nascosta profondamente dentro il panorama postmoderno degli oppressi. Un “altrui” non cristiano e non occidentale, può mascherare i suoi veleni solo facendo la vittima, confondendo la sua causa con quella di tutti gli altri gruppi sfruttati che cercano pietà e risarcimenti dalla società occidentale.

    Scopi

    Gli jihadisti si aspettano che gli Occidentali spariscano dal Medio Oriente, permettendo al fascismo fondamentalista di conquistare il controllo della metà delle riserve petrolifere mondiali, così da comprarsi abbastanza armi da spianare la strada al ritorno del Califfato.

    Distruggere Israele, uccidere i Cristiani in Africa, cacciare gli Occidentali dal Medio Oriente, dal Pakistan, dall’Indonesia e da Bali è solo un assaggio. In Europa, l’obiettivo per i più folli è quello di creare una nuova Al Andalus; per i più pragmatici quello di scatenare abbastanza terrore e intimidazione da scavarsi nicchie territoriali musulmane, in cui milioni di persone possono vivere in modo parassitario, sfruttando la generosità della società occidentale, ma respingendo il suo programma liberale di libertà e uguaglianza, nella speranza di applicare la legge universale della sharia.

    E così torniamo a noi. Nonostante gli assassini vogliano vendicare anche l’Afghanistan (la cosiddetta “giusta” guerra), si aspettano che gli Occidentali gridino all’“Iraq”. Anche se questi attentati dinamitardi erano preceduti da mesi di infiltrazioni, ricognizioni accurate e lunghi soggiorni in Londra, si aspettano da noi grida di angoscia e la paura di discriminare i Mediorientali.

    Guardate le solite lacrime di coccodrillo e la “preoccupazione” dei leader illegittimi del Medio Oriente, anche se buona parte delle piazze islamiche prova segretamente piacere per la spavalderia degli jihadisti e i governi tirano un sospiro di sollievo nel vedere che il bersaglio erano gli Occidentali e non loro. Anticipano i leader occidentali che condannano il terrorismo nello stesso modo in cui fanno appelli per “eliminare la povertà” e per “portarli a cospetto di un giudice”, come se gli jihadisti e i loro protettori fossero dei semplici criminali capricciosi e poveri.

    Nel breve termine, Bush e Blair appariranno come isole in un mare di angoscia e rabbia. Ma quando il 7 luglio sarà passato, così come è passato l’11 settembre, spetterà loro diventare ancor più impopolari, man mano che le voci dell’appeasement ci assicureranno che quando loro se ne andranno, finirà anche il terrorismo. Spetta a noi, a ciascuno di noi, dire la verità in mezzo a tutte queste fandonie e ricordare che non abbiamo ereditato una splendida civiltà solo per perderla tornando nuovamente a tempi bui.

    15 luglio 2005

    * Tratto da National Review Online
    (traduzione dall'inglese di Stefano Magni)
    "

    Shalom

 

 
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