Purtroppo, nonostante la buona volontà, quando si ha a che fare con persone della risma di Gianmario si perdono le staffe. Evidentemente si diverte a provocare.
Ripeto: è un poverino.
Buon proseguimento


Purtroppo, nonostante la buona volontà, quando si ha a che fare con persone della risma di Gianmario si perdono le staffe. Evidentemente si diverte a provocare.
Ripeto: è un poverino.
Buon proseguimento


C.G. è morto per le sue idee (quindi è un eroe quali che suiano le sue idee) nulla a che vedere con gli aspiranti portaborse di AN
Bazooka!!!


Les derniers coups de feu continuent de briller
Dans ce jour indistinct où sont tombés les nôtres
Sur onze ans de retard serais je donc des vôtres
Je pense à vous ce soir, Ô morts de février *
Le ultime fucilate continuano a lampeggiare
Nel giorno indistinto là dove sono caduti i nostri.
Con undici anni di ritardo sarò, dunque, fra voi?
Penso a voi, stasera, o morti di febbraio! *
Robert Brasillach
*Sei febbraio 1934. Fin dalla mattinata, Place de la Concorde è percorsa da una folla di centomila persone in protesta contro governo e Parlamento, a drappelli o singolarmente. Fra i gruppi più folti si incontrano Croix de Feu, Jeunesses Patriotes, Camelots du Roi (questi ultimi affiliati all’Action Française) e Union Nationale des Anciens Combattants per la destra; quello dell’Association républicaine des Anciens Combattants è invece l’unico corteo davvero cospicuo riconducibile alla sinistra. Un elemento colpisce però sopra ogni altro, e stimolerà l’esaltazione dei cantori di questa giornata, da Brasillach e Drieu La Rochelle: l’elevato numero di giovani.
Fin dalle prime battute di quello che sarà il giorno più lungo della Terza Repubblica, si odono la “Marsigliese” e l’“Internazionale” mischiarsi minacciosamente nell’aria parigina: nazionalisti e comunisti sfilano fianco a fianco. Va detto che lo slogan più frequente del Sei Febbraio, “À bas les voleurs”, non è fascista, ma boulangista: si riferisce cioè alle accesissime e pluriennali proteste guidate dal generale Boulanger nella seconda metà degli Anni Ottanta dell'Ottocento contro la corruzione del Parlamento francese e per un ricambio della classe politica al potere in direzione autoritaria.
Il progressivo approssimarsi dei cortei a Palais Bourbon, dove ha sede il Parlamento, determina un aumento esponenziale della tensione, finché la situazione precipita: alle prime provocazioni, alle prime risposte dei poliziotti, gli ultranazionalisti e l’Association Républicaine reagiscono nel modo più aggressivo. La città si fa campo di battaglia fra i manifestanti e i gardiens de la paix, schierati per l’occasione dal governo. Sorgono le barricate. Si improvvisano addirittura dei Comités de Salut Publique sul modello rivoluzionario. È il caos. Fino alle prime luci della sera, Parigi è sconvolta dalla guerriglia urbana.
Ma quando Palais Bourbon potrebbe ormai essere circondato, le Croix de Feu ricevono da La Rocque l’ordine di fermarsi: i cortei si vedono d’un tratto privati di quella che era una delle loro più ricche e temibili componenti, guidata da un leader carismatico e forte di varie migliaia di manifestanti. Il putsch non ci sarà. Ad ogni modo, la sera del 6 fra i manifestanti si contano una quindicina di morti e circa millecinquecento feriti.


Bhè non so quanto sia vero, ma esponenti di A.N. nei giorni del g8 erano nella caserma di Bolzaneto ad esaltare le gesta della celere e delle guardie carcerarie. Quindi la reazione di GianMario era più che prevedibile.


Il Fascismo Francese diversamente da quello italiano, non ha raggiunto la fase di istituzionalizzazione, perciò è rimasto incontaminato da vene reazionarie. Una volta lo stesso GianMario citò il "Circle Proudhon" di Parigi, fondato da Nazionalisti Maurissiani e sindacalisti rivoluzionari.
Ciao Cristiano
Il fascismo ha avuto la sfortuna storica di vincere e di segnare in modo indelebile il Novecento. Vuoi mettere invece il bello e perdente? Cioè quei gruppetti d'intellettualoidi, totalmente privi del benché minimo senso politico, ma che dicevano cose così belle, così ''pure e dure''...
E' proprio vero. La sindrome della sconfitta è oramai nel DNA
PS. se il circolo Proudhon ha un senso e lo stesso Sternhell l'ha studiato è
1) perché dopo è arrivato il fascismo
2) e perché il fascismo ha vinto
Tanto per essere chiari...Un articolo in cui mi riconosco
Il volto ambiguo della Rivoluzione Conservatrice tedesca
La Rivoluzione Conservatrice - fenomeno essenzialmente tedesco, ma non solo - era un bacino di idee, un laboratorio, in cui vennero ad infusione tutti quegli ideali che da una parte rifiutavano il progressismo illuministico dell'Occidente, mentre dall'altra propugnavano il dinamismo di una rivoluzione in grande stile: ma nel senso di un re-volvere, di un ritornare alla tradizione nazionale, all'ordine dei valori naturali, all'eroismo, alla comunità di popolo, all'idea che la vita è tragica ma anche magnifica lotta.
Tra il 1918 e il 1932, questi ideali ebbero decine di sostenitori di alto spessore intellettuale, lungo un ventaglio di variazioni ideologiche molto ampio: dalla piccola minoranza di quanti vedevano nel bolscevismo l'alba di una nuova concezione comunitaria, alla grande maggioranza di coloro che invece si battevano per l'estrema affermazione del destino europeo nell'era della tecnica di massa, mantenendo intatte, anzi rilanciandole in modo rivoluzionario, le qualità tradizionali legate alle origini del popolo: identità, storia, stirpe, terra-patria, cultura. Tra questi ultimi, di gran lunga i più importanti, figuravano personaggi del calibro di Jünger, Schmitt, Moeller van den Bruck, Heidegger, Spengler, Thomas Mann, Sombart, Benn, Scheler, Klages, e molti altri. In quella caotica Sodoma che era la Repubblica di Weimar - dove la crisi del Reich fu letta come la crisi dell'intero Occidente liberale - tutti questi ingegni avevano un denominatore comune: impegnare la lotta per opporsi al disfacimento della civiltà europea, restaurando l'ordine tradizionale su basi moderne, attraverso la rivoluzione. Malauguratamente, nessuno di loro fu mai un politico. E pochi ebbero anche solo cultura politica. Quest'assenza di sensiblerie fu il motivo per cui, al momento giusto, spesso la storia non venne riconosciuta. E, tra i più famosi, solo alcuni capirono che il destino non sempre può avere il volto da noi immaginato nel silenzio dei nostri studi, ma che alle volte appare all'improvviso, parlando il linguaggio semplice e brutale degli eventi.
Scrivevano di una Germania da restaurare nella sua potenza, favoleggiavano di un tipo d'uomo eroico e coraggioso, metallico, che avrebbe dominato il nichilismo dell'epoca moderna; descrivevano la civilizzazione occidentale come il più grande dei mali, il progresso come un dèmone, il capitalismo come una lebbra di usurai, l'egualitarismo e il comunismo come incubi primitivi … e riandavano alle radici del germanesimo, alle fonti dell'identità. Armato di Nietzsche e di antichi miti dionisiaci, c'era persino chi riaccendeva i fuochi di quelle notti primordiali in cui era nato l'uomo europeo… Eppure, quando tutto questo prese vita sotto le loro finestre, quando i miti e le invocazioni assunsero la forma di uomini, di un partito, di una volontà politica, di una voce, quando "l'uomo d'acciaio" descritto nei libri bussava alla loro porta nelle forme stilizzate della politica, molti sguardi si distolsero, molte orecchie cominciarono a non sentirci più… La vecchia sindrome del sognatore, che non vuol essere disturbato neppure dal proprio sogno che si anima… La Rivoluzione Conservatrice tedesca espresse spesso la tragica cecità di molti suoi epigoni dinanzi al prender forma di non poche delle loro costruzioni teoriche.
Non vollero riconoscere il suono di una campana, i cui rintocchi uscivano in gran parte dai loro stessi libri. Allora, improvvisamente, tutto diventò troppo "demagogico", troppo "plebeo". L'intellettuale volle lasciare la militanza, la lotta vera, a quanti accettarono di sporcarsi le mani con i fatti. Alcune derive del Nazionalsocialismo si possono anche storicamente ascrivere alla renitenza di intellettuali e ideologhi, che non parteciparono alla "lotta per i valori" e che, dopo aver lungamente predicato, nel momento dell'azione si appartarono in un piccolo mondo fatto di romanzi e divagazioni. Mentalità da club: "esilio interno" o piuttosto diserzione davanti ai propri stessi ideali? Eppure, un certo spazio critico dovette esistere, poi, anche tra le maglie del regime totalitario, se gli storici riportano di serrate lotte ideologiche intestine durante il Terzo Reich, di polemiche, di divergenze di vedute: Rosenberg non la pensava certo come Klages; Heidegger e Krieck erano avversari politici attestati su sponde lontane… Prendiamo Jünger. Ancora nel 1932, aveva parlato del Dominio, della Gerarchia delle Forme, della Sapienza degli Avi, del Guerriero, del Realismo Eroico, della Forza Primigenia, del Soldato Politico, della "Massa che vede riaffermata la propria esistenza dal Singolo dotato di Grandezza"… Ricordiamo di passata che Jünger negli anni venti collaborò, oltre che con le più note testate del nazionalismo radicale, anche col Völkischer Beobachter, il quotidiano nazionalsocialista e che nel 1923 inviò a Hitler una copia del suo libro Tempeste d'acciaio, con tanto di dedica… Alla luce dei fatti, è forse giunto il momento di considerare quelle proclamazioni solo come buoni esercizi letterari? Nell'infuriare della lotta vera per il Dominio che si ingaggiò di lì a poco, durante gli anni decisivi della Seconda guerra mondiale, noi troviamo Jünger non già nella trincea dove era stato da giovane, ma ai tavoli dei caffè parigini. Qui lo vediamo intento ad irridere Hitler nel segreto del proprio diario, sulle cui paginette si dilettava a chiamarlo col nomignolo di Knièbolo: un po' poco. Tutto questo fu "fronda" esoterica o immiserimento del talento ideologico? Storico esempio di altèra dissidenza aristocratica o patetico esaurimento di un antico coraggio di militanza?
E uno Spengler? Anch'egli, dopo aver vaticinato il riarmo del germanesimo e della civiltà bianca, non appena questi postulati ebbero il contorno di un partito politico, che pareva proprio prenderli sul serio, oppose uno sdegnoso distacco. E Gottfried Benn? Dopo aver cantato i destini dell'"uomo superiore che tragicamente combatte", dopo aver celebrato la "buona razza" dell'uomo tedesco che ha "il sentimento della terra nativa", come vide che tutto questo diventava uno Stato, una legge, una politica, lasciò cadere la penna…
Ma la Rivoluzione Conservatrice, per la verità, non fu solo questo. Fu anche il socialismo di Moeller, l'antieconomicismo di Sombart, l'idea nazionale e popolare di Heidegger, il filosofo-contadino vicino alle SA. In effetti, la gran parte degli affiliati ai diversi schieramenti rivoluzionario-conservatori confluì nella NSDAP, contribuendo non poco a solidificarne il pensiero politico e, in alcuni casi, diventandone uomini di punta: da Baeumler a Krieck. Secondo Ernst Nolte - il maggiore storico tedesco - la Rivoluzione Conservatrice ebbe l'occasione di essere più una rivoluzione che non una conservazione, soltanto perché si incrociò con la via politica nazionalsocialista: un partito di massa, una moderna propaganda, un capo carismatico in grado di puntare al potere. Tutte cose che ai teorici mancavano. "Non fu il nazionalsocialismo - si è chiesto Nolte -, in quanto negazione della Rivoluzione francese e di quella bolscevico-comunista, una contro-Rivoluzione tanto rivoluzionaria, quanto la Rivoluzione conservatrice non potrà mai essere?".
Dopo tutto, come ha affermato il più esperto studioso di questi argomenti, Armin Mohler, "il nazionalsocialismo resta pur sempre un tentativo di realizzazione politica delle premesse culturali presenti nella Rivoluzione conservatrice". Il tentativo postumo di sganciare la RC dalla NSDAP è obiettivamente antistorico: provate a sommare i temi ideologici dei vari movimenti nazional-popolari dell'epoca weimariana, ed avrete l'ideologia nazionalsocialista.
Luca Leonello Rimbotti
Tratto da Linea del 25 luglio 2004.


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Ogni goccia di sangue versata in un territorio sotto la cui bandiera non si è nati, è un'esperienza che chi sopravvive raccoglie per applicarla poi alla lotta di liberazione del suo paese di origine. E ogni popolo che si libera è una fase vinta nella battaglia per la liberazione della propria gente."
Sinistra Nazionale!


x Paul:
Rispondo per "fatto personale" (visto l'avatar)
-Se hai avuto la pazienza di leggere il thread del quale siamo ospiti, avrai osservato come un utente di questo Forum abbia inteso intervenire nel dibattito pubblicando la foto di un corpo esanime.
-Istintivamente, l'associazione di idee è : per una forza antisistema, il primo nemico è il sistema, e chi lo rappresenta.
Gli altri nemici del sistema, per quanto lontani da noi, rappresentano un potenziale alleato (come nel Febbraio del '34 in Francia).
-Qualsiasi nemico del potere che combattiamo (che sia quello della Francia del '34, o dell' Italia del 2004) è una vittima che va rispettata.
-Il Fascismo francese è stato perdente nella stessa misura in cui è stato perdente, dopo il 1945, quello italiano.
Entrambi collegavano il proprio destino alla sorte dell' Europa, entrambi devono considerarsi sconfitti, insieme all'Europa stessa.
-Brasillach , La Rochelle, tutti gli intellettuali del fascismo francese, non hanno mai coltivato il culto della sconfitta.
L'hanno coltivato talmente poco che La Rochelle, quasi contemporaneamente a chi moriva in un bunker a Berlino,ha inteso, "stoicamente", porre fine alla sua esistenza appena preso atto di come si era conclusa la partita.
- Se ritieni che "gli intellettualoidi" fascisti francesi fossero privi di senso politico, è forse necessario dare una riletta (perchè non metto in dubbio che tu l' abbia fatto vista la tua solida cultura, ma forse nell' impeto di dover portare avanti una tesi qualcosa non ti è tornato in mente) a quello che hanno scritto (cominciando da "Socialismo Fascista" di Drieu La Rochelle, una delle opere politiche più lucide scritte nell' anteguerra).
Cristiano, la mia risposta era per il messaggio di Rebel immediatamente precedente il mio, ovviamente.
PS. ''intellettualoidi'' sono quelli che appena la politica scende nell'arena si defilano. Esempi classici, quelli riportati nell'articolo di Rimbotti. I ''Collabos'', invece, nell'arena ci sono scesi eccome. Era ovvio che non mi riferivo a loro.
Se proprio vuoi un esempio ''francese'' di quel che intendo per ''intellettualoide'', direi il Maurras che della giornata del febbraio '34 non capì nulla.
Il riferimento al ''Circolo Proudhon'', poi, mi pare chiaro. Se non ci fosse stato il fascismo, e soprattutto se il fascismo non avesse vinto, l'importanza di questo ''laboratorio di idee'' sarebbe stata di gran lunga minore.
Ciao