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  1. #61
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    Predefinito Re: Ex-Presidente, prego !




    Se si può parare di Presidente Andreotti, o Segretario Nucara (che cosa segretaria?) Prodi, per di più ancora in carica merita.

    BERNTORNATO, PROFESSORE!

    Che a me, appassionato di scuola, piace ancora di più.

  2. #62
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    Questi pollisti hanno bisono di darsi una calmatina, secondo me.

    Intanto vedete di dare il giisto tributo al figlio della nostra terra che torna in patria carico di gloria.

    Passerà almeno mezzo secolo prima che un altro Italiano possa ricoprire un incarico così prestigioso.



    VIVA L'ITALIA, VIVA L'EUROPA, VIVA IL PRESIDENTE PRODI.

    ONE MORE YEAR.

  3. #63
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    Predefinito Professore,Presidente.....

    Brunik,Umberto,
    chiamatelo un pò come volete.....
    L'importante intanto è che in Europa ce lo siamo levati dalle.......
    omar proietti

  4. #64
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    Ha ragione Lincoln, l'evento è importante.

    ONE MORE YEAR.

  5. #65
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    Predefinito Bravo Brunik,

    Vedi che ogni tanto noi pollisti ci azzecchiamo!
    Vorrà dire che Mortadella se tornerà a Palazzo Chigi,ce lo sorbiremo noi italiani.....
    Visto che spirito di sacrificio?
    E poi dite che siamo poco europeisti!!!
    omar proietti

  6. #66
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    Predefinito tratto da IL GIORNALE DI CALABRIA 30 novembre 2004

    Non c’è religiosità senza laicità

    Diventa patrimonio anche dei cattolici il principio di Cavour “libera Chiesa in libero Stato”

    di Carlo Rippa

    Pochi giorni fa ho riletto un importante documento pubblicato su "Le Monde" del 21 ottobre 2003, redatto da alcune associazioni cristiane le quali, unitamente a molti cattolici, hanno costituito un Osservatorio cristiano della laicità, nella convinzione che la laicità e il laicismo sono la condizione essenziale per la crescita del sentimento religioso in generale e, in particolare, del cristianesimo. Il documento proveniente da Parigi, sfuggito alla gran parte della stampa nazionale, sostiene fra l'altro che il cristianesimo non avrebbe potuto predicare i valori che propugna, senza la netta separazione fra la sfera pubblica e politica da una parte e la sfera spirituale e religiosa dall'altra. Detta separazione, che traduce praticamente il principio cavouriano della "libera Chiesa in libero Stato", impone alle autorità civili unicamente di garantire che le scelte religiose, l'esercizio privato e pubblico dei vari culti, l'organizzazione delle diverse comunità, avvengano nel pieno rispetto della libertà di ogni singolo individuo e senza soprusi ed interferenze da parte di chicchessia. Le associazioni cristiane che hanno dato vita al documento, nel sottolineare l'importanza della laicità, fondano la loro tesi sul messaggio evangelico e sulla dichiarazione dei diritti dell'uomo emanata dalle Nazioni unite nel 1948. Dette associazioni hanno assunto la laicità quale strumento indispensabile per mantenere la purezza del sentimento religioso e per scongiurare il fanatismo, il fondamentalismo, l'intolleranza, ed anche per scongiurare la trasformazione della Chiesa da comunità religiosa in pura organizzazione di potere. Ritengo utile riproporre le finalità dell'Osservatorio ai tanti che non hanno avuto la possibilità o il tempo di farlo, in un periodo in cui si ha la netta sensazione che l'umanità si avvicini sempre più al baratro di nuove guerre di religione, sospinta dall'invadenza opprimente delle varie fedi religiose. In ogni caso è fondamentale evitare che i pacifici ed i tolleranti si organizzino per contrastare con ogni mezzo i guerrafondai e gli intolleranti. I pacifici ed i tolleranti diventerebbero a loro volta violenti e nascerebbe così una nuova religione, fanatica e dogmatica non meno di quelle già esistenti. Il laicismo non può originare strutture organizzative di qualsivoglia specie, perchè esso si fonda sulla libertà e la libertà è come l'aria, assolutamente indispensabile per tutti. I laici, pur non credendo in un Dio personale e trascendente, dispensatore di grazie e di castighi, sono tuttavia convinti dell'esistenza di qualcosa che va oltre i destini delle persone; credono nella forza creativa della natura, nelle infinite forme nelle quali essa si dispiega e si realizza, nelle leggi che presiedono allo sviluppo di quelle forme. Ma credono anche nell'assenza di leggi che diano un senso al divenire della vita. I laici credono essenzialmente nel diritto di ciascuno di affermare ciò in cui crede, con un solo limite: quello di non danneggiare, con sopraffazioni o violenze, coloro che non condividono le altrui credenze. Per i laici non è necessaria alcuna forma di organizzazione, alcun Libro sacro, alcun paradiso da promettere, alcun inferno da minacciare. Gli animali e le piante non vagheggiano alcun paradiso, non temono alcun inferno; eppure riescono ugualmente a vivere pienamente la vita che la natura ha loro concesso. Altrettanto vale per l'umana specie, malgrado i fantasmi che spesso la deturpano e contro i quali è sufficiente reagire con la forza della ragione e la testimonianza dell'amore.
    [mid]http://utenti.lycos.it/NUVOLA_ROSSA/ANDAMENTOLENTO.mid[/mid]

  7. #67
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    Predefinito da "Il Messaggero" di oggi

    Mercoledì 1 Dicembre 2004 Chiudi


    Europa laica



    Signor Gervaso, ormai è risaputo che ci sono troppi assenti all'ora di religione. Ed è altrettanto evidente che non è più soltanto la lobby gay che controlla le istituzioni europee. L'Europa è oscurata anche da potenti lobby culturali, politiche ed economiche per cui si tenta di cacciare la tradizione cattolica dall'Onu, come ha giustamente denunciato il cardinal Martino che ha parlato anche di una nuova inquisizione piena di soldi e di arroganza che forma una valanga anticlericale in Europa.
    Ormai, questa è in mano a manovre di chiaro stampo massonico, è inutile negarlo, ed a finire con il ritrovarsi aggrediti ed emarginati siamo noi cattolici. Infatti, da cattolico e da ex allievo dei salesiani, sono seriamente preoccupato dal diffondersi di questo spirito anticattolico e anticristiano, palesemente connesso all'azione delle lobby culturali, economiche e politiche, di ambienti scientifici e associazioni anticattoliche varie. Per non parlare, poi, dell'offensiva islamica, molto pericolosa e a tratti più ampia degli isterismi laicisti di qualche nostro rappresentante europeo.
    Il fatto è che se si parla di Islam non si può non mettere sotto accusa la politica europea, le sue ambiguità, i suoi cedimenti, le sue vere e proprie abdicazioni nei confronti del mondo musulmano. Sembra quasi che la Comunità europea si sforzi in tutti i modi di apparire agli occhi di tutti parecchio disponibile nei confronti del mondo musulmano e, al contrario, perplessa e incerta nei confronti dell'ambiente cattolico.
    Mario Pulimanti - m.pulimanti@politicheagricole.it
    Caro Pulimanti, non so quali lobby manovrino e tramino nell'ombra contro la Chiesa cattolica. Non so se in Europa quella gay sia così potente e influente. Non conosco i disegni delle confraternite culturali, politiche ed economiche laiciste. Quel che so è che le radici cristiane del Vecchio Continente, e anche del Nuovo, che nel 1620 diede asilo ai padri pellegrini del Mayflower, non sono solo cattoliche. Sono anche radici protestanti. Se nei Paesi latini (Italia, Francia, Spagna, Portogallo) i fedeli di Roma sono maggioranza, schiacciante maggioranza, in quelli nordici e anglosassoni la fede protestante - calvinista, luterana, anglicana, eccetera - è la più diffusa. Non mi risulta, ma forse mi risulta male, che la Germania, l'Inghilterra, l'Olanda, la Danimarca, eccetera siano insorte contro chi, nella Convenzione europea, firmata recentemente a Roma, non ha voluto rifarsi, nero su bianco, alle radici cristiane. Ma il riferimento era implicito nello spirito di questa Magna Charta che a tante polemiche ha dato la stura.
    Io sono laico, laico da sempre, e condanno senza riserve e senza appello ogni ingerenza della Chiesa, di qualunque Chiesa, negli affari dello Stato. L'antico, evangelico monito: «Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio» è, almeno per me, sempre attuale e valido. Al Papa, ai vescovi, ai sacerdoti, a chi indossa una tonaca o un clergyman la cura delle anime. Allo Stato, quella dei corpi. Non confondiamo i fedeli con i cittadini. Le leggi volute da Dio non sono quelle votate dagli uomini. E Dio lo sa (un po' meno lo sanno i preti, certi preti).
    Purtroppo, per secoli, la Chiesa ha messo la zampino, se non lo zampone, in questioni che non la riguardavano e non dovevano riguardarla. E' un tema scottante, lo so, che in più occasioni, sollecitato dai lettori, ho affrontato, ma sul quale torno volentieri perché certe cose bisogna dirle e ribadirle, certi equivoci bisogna chiarirli.
    Se l'Italia, con buona pace dei tromboni (e quanti ce ne sono) e dei bigotti, che credono di credere fanaticamente in un Dio che farebbe volentieri a meno della loro ottusa devozione, ancora oggi, a un secolo e mezzo dalla sua tribolata unità, è un Paese clericale, la colpa di chi è? Di quel potere spirituale e di quelle alte gerarchie romane che, fingendo di servirlo, lo hanno tradito. Che dalla caduta dell'Impero romano hanno confuso il trono con l'altare, ora alleandosi ora sfidando, con l'arma formidabile della scomunica, re, principi, imperatori. Le conseguenze di questa politica mondana e spregiudicata sono state pesantissime. Sobillando poi stati e staterelli della Penisola l'uno contro l'altro, la Chiesa ha impedito il coagulo di uno Stato nazionale. E anche questa è stata una iattura.
    Lei, caro Pulimanti, ha studiato dai salesiani, è un uomo di fede e crede in Dio. Ma non s'illuda: italiani come lei sono rari. Quanti vanno in Chiesa, si confessano, fanno la comunione, rispettano le vigilie e onorano i comandamenti? E quanti, invece, ostentano devozione per abitudine, per conformismo, per pigrizia? In Francia anche il cattolico è laico; in Italia non lo è nemmeno l'ateo.
    Quanto all'Europa e l'Islam avrei molto da dire, ma lo spazio non me lo consente. Una cosa è certa: il Vecchio Continente pagherà caro il suo pavido irenismo e il suo tartufesco buonismo.
    atupertu@ilmessaggero.it

  8. #68
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    Predefinito tratto da IL CORRIERE DELLA SERA 9 dicembre 2004

    Roma, a dibattito con Marcello Pera

    Liberali: cristiani e laici?

    «Liberalismo, cristianesimo e laicità»: un tema scottante, anche alla luce delle ultime polemiche politiche, non soltanto in Italia. Se ne occuperà un convegno a Roma, organizzato dalla Fondazione Magna Carta. Si comincia domani mattina, a Palazzo Wedekind di piazza Colonna, con una introduzione di Gaetano Quagliariello. Seguono le relazioni di Benedetto Della Vedova («Fede, chiesa e politica nello Stato laico»); Piero Craveri («Il liberalismo e il cristianesimo»); Piero Ostellino («Liberalismo, cristianesimo e catechesi»); e Giorgio Israel («L’ebraismo in Europa tra cristianesimo e laicità»).
    La sessione pomeridiana è articolata sulle relazioni di Angelo Maria Petroni («Politica e morale: laicità e valori del cristianesimo»); Cinzia Caporale («Per un approccio liberale non laicista alla bioetica»); Giovanni Orsina («Relativismo, individualismo e tradizione occidentale»); Dino Cofrancesco («Oltre i Lumi: liberalismo e religione in Francia»). Le conclusioni sono affidate al presidente del Senato, Marcello Pera.

    R.C.

  9. #69
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    Predefinito tratto da IL MONDO maggio 1956

    La voce del laicismo

    V'è oggi nel nostro paese, e forse anche più diffusa di quel che di solito si creda o si mostri di credere, un'esigenza «laica»: l'esigenza di una voce che si differenzi nel concerto delle altre, delle molte altre che il laicismo avversano o ignorano o fingono di accettare, riducendolo tuttavia ad una formula generica e vaga e insignificante. E v'è certamente una buona ragione di ciò: poiché una delle cose più penose a cui ci è toccato assistere in questi ultimi anni è stata appunto la degradazione del significato genuino del laicismo, ad opera dei suoi avversari confessionali come opera di amici troppo servizievoli e corrivi. Si è cosi finto di credere che il laicismo fosse una posizione puramente negativa nei confronti del clericalismo, una posizione di battaglia non meno intollerante del più intollerante clericalismo, o che fosse una comoda etichetta, buona a far passare qualsiasi mitologia classista. E a forza di fingere si è finito col crederlo veramente, al punto che si è potuto dire, e proprio da chi meno di ogni altro avrebbe potuto dirlo, che l'esigenza laica non costituisce un sufficiente tessuto connettivo, non è un motivo che basti a mettere e a tenere insieme delle forze che pure si collegano ad una comune tradizione di valori, non è, insomma, una valida ed efficiente piattaforma politica.

    Forse non ha giovato o addirittura ha contribuito a creare e ad intrattenere degli equivoci la formula che i più pensosi e coscienti dei laici non hanno esitato a fare propria e a ripetere, senza arricchirla tuttavia, come avrebbero dovuto, delle necessarie specificazioni: la formula cioè che il laicismo non si identificava affatto con l'anticlericalismo. In essa si è voluto vedere (e la duplice e congiunta pressione dei clericali e dell'estrema sinistra ha non poco alterato i termini della questione) come una rinuncia alle esigenze polemiche che meglio caratterizzavano la dottrina, se non una acquiescenza passiva al mutamento profondo intervenuto nello schieramento delle forze politiche del paese. Ed invece in quella formula era solo il desiderio di liberare l'ideologia laica da quel che di provvisorio o magari di puramente negativo restava pure di una certa esperienza storica (quella I della costruzione dello Stato italiano e dei primi decenni della storia unitaria) per restituirla nella sua genuina fisionomia, per insistere innanzi tutto sulla sua efficacia positiva e costruttiva, fuori di ogni equivoco interessato. Non poteva essere, dunque, una rinuncia alla polemica, un'accettazione pura e semplice di una situazione politica data una volta per tutte; voleva essere, invece, un trasferimento della polemica su un piano più elevato, una denuncia assai più precisa e consapevole proprio delle insufficienze della situazione politica.

    In effetti ridotto alla sua sostanza politica il laicismo non è solo una certa soluzione del problema dei rapporti tra Stato e Chiesa, ma è una dottrina dello Stato e della politica, è una dottrina moderna della libertà. Il senso dei limiti di ciascun potere nello Stato e l'esigenza della sua sottomissione ad un controllo giudiziario di costituzionalità; la consapevolezza dell'importanza fondamentale e decisiva del controllo politico dell'esecutivo; l'acuta coscienza della necessità di evitare ogni sottomissione del potere politico al potere economico e quindi della necessità di un controllo di quelle forze economiche privilegiate che tendono al prepotere politico; la coscienza che la vita libera e democratica si svolge anche se non soprattutto mercé un'armonica circolazione dei ceti, mercé la distruzione dei privilegi e la progressiva diffusione di una più elevata giustizia distributiva, e la consapevolezza che i poteri pubblici non sono e non possono essere estranei a ciò, non sono e non possono restare da parte ad assistere disinteressatamente alle lotte economiche e sociali, e che è anzi loro dovere preciso di intervenire a spezzare i nuovi feudalesimi; la coscienza finalmente che se una Chiesa non è assimilabile ad uno dei «corpi» dello Stato, lo Stato a sua volta non è assimilabile all'antico «braccio secolare» ed ha perciò il dovere di tutelare l'assoluta

    aconfessionalità dei suoi organi; tutto ciò, in cui si riassume l'ideologia laica, non è meno che una dottrina dello Stato, dello Stato moderno e democratico, in cui circola, audace e feconda, la forza autonoma della libertà, della libertà intesa non già come accumulazione di privilegi, ma come libertà liberatrice.

    Come si vede questi sono esigenze e valori che non si affermano tanto perché vi siano delle forze politiche che li sostengono, quanto perché rappresentano le esigenze e i valori propri di uno Stato moderno, fuori dei quali non v'è vita libera e civile. Ed anzi può capitare che le grandi masse corrano dietro ad altre cose, si lascino trasportare da sentimenti e da passioni e da giudizi più elementari e semplicistici; può capitare addirittura che dietro quella che abbiamo chiamata «l'esigenza laica» siano a volte gruppi minuscoli, i quali perfino si combattono tra loro. Ma l'esperienza ammonisce che quando questo accade la lotta politica si degrada e i suoi termini si semplificano oltre misura, si smarrisce il senso della libertà, il dibattito democratico si fa gramo e stento, il clima in cui si vive diviene soffocante e si inaridiscono le sorgenti della libera critica e della vita spirituale. Noi non abbiamo bisogno, in Italia, di volgerci altrove per cercare le prove di tale esperienza, dal momento che tutti l'abbiamo vissuta, in anni recenti e meno recenti. E si comprende perciò che la misura dell'esigenza laica non è data tanto dalla grandezza delle forze che la sostengono quanto dal suo valore obiettivo, dalla sua indispensabilità per l'edificazione di una democrazia moderna nel nostro paese.

    Ora, tra tanto parlare che si fa in Italia di nuovo clima politico, di alternative sociali, di aperture a sinistra, anche quelli tra i laici che più volentieri salutano l'eventuale accrescimento delle forze che concorrono alla costruzione della vita democratica non possono tacere il timore che le alternative sociali e le aperture a sinistra si consumino appunto a spese dell'esigenza laica. A chiamare le cose col loro vero nome, c'è il timore che l'alleanza dei cattolici e dei socialisti non debba riuscire ad un compromesso social-confessional-corporativo, ad uno di quei pasticci di cui la cucina politica italiana sembra aver sempre la ricetta pronta. Francamente la storia passata, le tradizioni politiche così dei cattolici come dei socialisti non sono molto rassicuranti: noi non dimentichiamo Sturzo, che nel 1924, col fascismo al potere, alla vigilia delle leggi speciali, proclamava che i democristiani d'allora, i popolari, non si riconoscevano nello Stato liberale; e meno ancora possiamo dimenticare, non fosse per altro che perché più recenti, tutti i tentativi che molti settori della classe dirigente democristiana hanno fatti per spegnere questa o quella tradizione, questo o quell’istituto dello Stato laico e moderno. E neppure dimentichiamo la sensibilità che i socialisti hanno sempre mostrato alla tutela di interessi corporativi, si trattasse delle élite operaie del nord, delle loro cooperative e di altre cose. Negli uni la vita del paese è vista attraverso la lente deformante di un'ideologia della quale il meno che si possa dire è che ha fino a ieri avversato lo Stato moderno; negli altri quella vita stessa è vista attraverso la lente non meno deformante degli interessi di categoria. Ma negli uni e negli altri vi è una pari difficoltà ad elevarsi ad una chiara visione degli interessi generali, ad una chiara visione delle necessità di una democrazia moderna.

    Il pasticcio social-confessional-corporativo non è difficile da realizzare: basta contrattare tanti articoli 7, tante leggi sui tribunali militari contro tanti aumenti di salari, tante pensioni e provvidenze, tanta demagogia. Nel passato, anche recentissimo, abbiamo avuto qualche esperienza di tali contratti: non sappiamo quale delle due parti vi abbia guadagnato; sappiamo però chi vi ha perso. Vi ha perso il paese: perché su tali operazioni si potranno anche fondare delle effimere fortune elettorali; quello che è certo è però che su esse non si fonda né uno Stato moderno né un efficiente regime democratico. Perché lo Stato esista, perché le istituzioni democratiche crescano vigorose, occorre che tra le due parti ve ne sia una terza, quella del laicismo, che richiami l'una e l'altra a quel che veramente si deve costruire, ai valori che occorre rispettare, alle esigenze di cui è necessario tener conto per non fare opera labile e vana. Occorre anzi che quella terza parte non solo richiami le altre, ma imponga loro questi cose, non tanto in nome delle forze che rappresenta quanto in nome delle cose, della verità delle cose. La voce del laicismo, la nostra voce deve essere nel concerto delle altre non per amore di simmetria i per dar soddisfazione ad un piccolo numero di nostalgici, ma perchè essa rappresenta veramente, nel modo più alto e genuino, le ragioni dello Stato civile, della libera democrazia moderna.

    Vittorio de Caprariis

  10. #70
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    Predefinito tratto da L'OPINIONE 26 agosto 2005

    I laici pallidi

    di Tommaso Crudeli

    C’era una volta in Italia il mondo laico. Era un mondo minoritario, ma non un mondo minore, anzi. Al magro bottino elettorale suppliva una elevatissima elaborazione culturale.
    In un Paese di clericali mezzo comunisti e di comunisti mezzo clericali, quale era l’Italia del dopoguerra, questo mondo, fatto di pochi voti e di grandi personalità, ha cooperato e, quando è stato necessario, si è scontrato, con altrettanto grandi personalità democristiane, trasformando l’Italia da Paese sconfitto e agricolo a Paese industriale e moderno. Quel mondo oggi non c’è più perché sono venuti meno i suoi pilastri: l’orgoglio per la propria autonomia e la consapevolezza della forza delle proprie idee. Al loro posto oggi ci sono due sterili estremismi. Il primo estremismo è quello dei laici radicali. Questi prima rifiutano ed impediscono una rappresentanza politica nelle istituzioni legislative, e poi ingaggiano, con toni da anticlericalismo ottocentesco, battaglie referendarie impossibili.
    Il secondo estremismo è quello dei laici pallidi, neo-teo-conservatori alla Pera o Ferrara. Questi partono osservando la innegabile crisi di valori della società attuale e concludono che il rimedio consiste nell’ adottare quelli cattolici. La tesi dei laici pallidi fa tornare alla mente la gag di Groucho Marx che diceva: “questi sono i miei principi. Se non ti piacciono ne ho degli altri”.
    Il Dio di Stato - Al congresso del suo partito il presidente della Camera ha sentenziato: non è in discussione lo Stato laico bensì il laicismo di chi vorrebbe uno Stato senza Dio. Fantastico, privatizziamo le partecipazioni statali e nazionalizziamo Dio. Libero mercato e religione di Stato, un binomio perfetto.
    La teoria che Casini enuncia, con sprezzo del ridicolo, altro non è che la conseguenza politica della posizione di Ratzinger (dello studioso, non del Papa) per cui i laici, in questo momento di crisi di valori, dovrebbero vivere “come se Dio fosse” cioè sposando l’etica cattolica senza porsi il problema dell’esistenza di Dio.
    Lo Stato senza Dio - Accettare il principio, apparentemente innocuo, di vivere “come se Dio fosse” vuol dire rifiutare una etica umana per accettarne una divina. Ma la differenza fondamentale, tra il Dio di Stato ed uno Stato senza Dio, è che l’uomo cristiano ha il problema di giustificare se stesso davanti a Dio mentre l’uomo moderno laico ha il problema di giustificare i propri valori, norme e azioni davanti a se stesso e davanti alla legge. Laico non è il negatore di Dio, ma chi appunto ragiona fuori dall’ipotesi di Dio (etsi deus non daretur) accettando i limiti invalicabili dell’esistenza e della conoscenza umana. Lo Stato laico, che a differenza dell’Islam l’Occidente si è dato, nasce proprio così, lasciando la sfera religiosa al privato di ciascuno e riconoscendo nella Stato lo spazio di tutti.
    Il compito dei laici - Per rendere un servizio al proprio Paese, oltre che alla propria dignità, i laici dovrebbero abbandonare ogni forma di sudditanza culturale (motivata da personali interessi elettorali) ed iniziare a competere e concorrere con i cattolici. Laddove competere e concorrere assumono il significato etimologico di cercare insieme e di correre insieme. Come tutti i laici dovrebbero sapere, la competizione e la concorrenza sono la migliore forma di collaborazione. Per fare questo l’esperienza insegna che serve un partito laico, magari piccolo, che faccia da contrappeso ai tanti partiti cattolici, grandi e piccoli che siano. Questo partito non si farà perché i potenziali protagonisti sono ormai onanisticamente interessati solo a processi autocelebrativi. E noi, poveri europei d’Italia, che viviamo in un Paese dove la scuola espelle dai propri programmi l’evoluzionismo, la ricerca sui geni è vietata, il numero di embrioni da impiantare non lo decide il medico ma la legge, il divorzio ha tempi ormai lunghissimi, l’uso della marjuana è equiparato allo spaccio di droga, siamo costretti a vedere in Zapatero non un demagogo qualunque, ma un grande statista riformatore.

 

 
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