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Risultati da 31 a 40 di 44

Discussione: Gli Arafat

  1. #31
    Betelgeuse
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    Ma ci sarà poi la possibilità di portare democrazia laddove per storia, sensibilità, cultura, il comune sentire va da tutt'altra parte? Io non ne sarei così sicura. Non a caso nell'Islam c'è un solo paese vicino al sistema occidentale, la Turchia, e non a caso anche qui, come altrove, l'Islam mostra caratteri sempre più aggressivi ed antidemocratici per definizione: se la legge divina è tutto, non può esserci spazio per quella umana. Il punto è che malgrado questo ed altro si tende a guardare al resto del mondo con gli occhi dell'occidente. Errore!

  2. #32
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    L'occidente non può fare altro che guardare al mondo con i propri occhi, evitando, se è possibile i vari nichilismi e i vatri relativismi radicali, ma certo tenendo conto della realtà complessa del mondo e della specificità dell'humus socio-culturale religioso ed economico-sociale da cui è nato il "capitalismo democratico". Riguardo al Medio-Oriente... non si può trascurare che, tra l'altro, per l'Occidente quell'area è strategicamente rilevantissima (per più di una ragione) e non può essere lasciata a se stessa. Nonostante il masochismo europeo e lo sciovinismo egemonico francese.

    Shalom

  3. #33
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    dal quotidiano LIBERO di oggi....

    " Il nipote di Arafat minaccia i leader dell’Anp

    di SILVIA GUIDI


    Quello contro Abu Mazen a Gaza non è stato un attentato, solo una “ reazione emotiva, un modo per piangere Yasser” ( che ha ucciso due persone e ne ha ferite altre due). Marwan Barghouti è stato frainteso: non ha nessuna intenzione di candidarsi alla successione. Quella di ieri, nel quartier generale dell’Anp, è stata la giornata delle smentite. Colpa dello stato confusionale che segue alla scomparsa di un capo carismatico, spiega il direttore del giornale dell’Autorità nazionale palestinese, Hayat Jadida: « Marwan è sotto choc per la morte di Arafat e sta subendo pressioni dai suoi fedelissimi perché si candidi, cosa che tuttavia non ha fatto » . Ciò non toglie che avrebbe tutti i requisiti per farlo, lascia intendere il direttore di Hayat: « Negli ultimi due anni ci sono state due tregue e tutte e due le volte fu l’intervento decisivo di Marwan a convincere Hamas e la Jihad islamica a deporre le armi » chiosa il quotidiano dell’Anp. Attentato, incidente, “ reazione emotiva” o intimidazione, gli spari di Gaza a poche ore dalla nomina a candidato di Abu Mazen per le elezioni presidenziali del 9 gennaio testimoniano che la battaglia per la successione è iniziata. E gli avversari di Abu Mazen sono usciti allo scoperto, a cominciare dal nuovo leader di Fatah, il “ tunisino” Farouk Kaddoumi, che ha sempre vissuto all'estero per sottolineare la sua opposizione agli accordi di Oslo e l'Anp, ma annuncia di essere pronto a scendere a Gaza quando dalla Striscia saranno usciti gli israeliani. Poi ci sono i gruppi armati, come i Tanzim e le Brigate Al Aqsa, che si sono ribattezzate con il nome del defunto, Brigate dei Martiri di Abu Ammar. Dopo l’aggressione subita dal nuovo leader dell'Olp tutti hanno puntato l'indice contro Musa Arafat, nipote e delfino del raìs da molti anni capo dell'intelligence militare, tanto potente quanto poco amato dalla popolazione, che non ha dimenticato i suoi rapporti stretti con Kamal Hamad, l'informatore dei servizi segreti israeliani considerato il responsabile dell'uccisione di Yahya Ayyash, “ ingegnere” delle bombe- umane palestinesi. Ad aggiungere benzina sul fuoco, l'alleanza recente tra Abu Mazen e l'ex ministro Mohammed Dahlan, nemico dichiarato di Musa Arafat che ora teme di essere il primo degli epurati. Tra le incognite della vigilia elettorale, gli scontri tra gli uomini agli ordini di Musa Arafat e Dahlan, oltre all’ostilità di Hamas e Jihad Islamica. I due gruppi armati durante un incontro sulla sicurezza nei Territori hanno annunciato che boicotteranno il voto. Hamas insiste perché sia prima costituita una dirigenza politica unificata comprendente tutte le diverse organizzazioni palestinesi. Nafez Azzam, della Jihad islamica, ha invece motivato la decisione affermando che il movimento non intende rinunciare alla lotta armata: « Il presidente eletto si troverà davanti a un certo numero di restrizioni e avrà rapporti con Usa e Israele. Di conseguenza noi non parteciperemoalle elezioni » .
    "


    Shalom

  4. #34
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    In origine postato da Pieffebi
    L'occidente non può fare altro che guardare al mondo con i propri occhi, evitando, se è possibile i vari nichilismi e i vatri relativismi radicali, ma certo tenendo conto della realtà complessa del mondo e della specificità dell'humus socio-culturale religioso ed economico-sociale da cui è nato il "capitalismo democratico". Riguardo al Medio-Oriente... non si può trascurare che, tra l'altro, per l'Occidente quell'area è strategicamente rilevantissima (per più di una ragione) e non può essere lasciata a se stessa. Nonostante il masochismo europeo e lo sciovinismo egemonico francese.

    Shalom
    Concordo. Detto in parole povere: o gli Arabi evolvono dal loro stato pre-medievale oppure l'Occidente deve badare bene a che essi non diventino na minaccia troppo grande ai suoi legittimi interessi.
    E questo sicuramente non lo si fa foraggiando Hamas.

  5. #35
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    Esattamente.

    Shalom

  6. #36
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    " Se subentrano i rivali di Arafat

    Sebbene Mahmoud Abbas (Abu Mazen) e Mohammad Dahlan cerchino di minimizzare l’incidente avvenuto l’altra sera a Gaza smentendo che si sia trattato di un tentativo d’attentato, la teoria che va per la maggiore fra i palestinesi è che si trattasse di un chiaro segno che vasti ambienti in Cisgiordania e Gaza si rifiutano di accettare Abu Mazen come erede di Yasser Arafat.
    L’opposizione ad Abu Mazen e Dahlan prevale soprattutto fra la giovane guardia di Fatah, nota come Tanzim, e nella sua ala militare, le Brigate Martiri di Al Aqsa (che adesso si fanno chiamare Brigate Arafat). Costoro, insieme a tanti altri nei territori, hanno assistito allo scontro degli ultimi due anni fra Arafat e il duo Abu Mazen-Dahlan, sfociato nelle dimissioni di Abu Mazen da primo ministro palestinese poco più di un anno fa. In seguito a quello scontro, Abu Mazen troncò tutti i rapporti con Arafat per quasi un anno, mentre a Gaza Dahlan si faceva una fama come di qualcuno che criticava Arafat quasi apertamente. Le critiche furono accompagnate nell’ultimo anno da scoppi di violenza fra gli uomini di Dahlan e i capi dei servizi di sicurezza palestinesi leali ad Arafat, al comando di Mussa Arafat e Ghazi Jibali.
    L’impressione oggi, nei territori, è che gli avversari di Arafat ne stiano prendendo il posto, col rischio di scatenare furibonde reazioni in Cisgiordania e a Gaza. Gli studenti dell’università Bir Zeit, ad esempio, hanno marciato per le vie di Ramallah all’indomani della morte di Arafat gridando “No a Dahlan e no ad Abbas (Abu Mazen), Abu Amar (Arafat) è il fondamento”. Intendendo che coloro che succedono ad Arafat devono seguire la strada da lui indicata e non devono scaturire dalle fila dei suoi oppositori.
    È corretto presumere che l’opposizione ad Abu Mazen e Dahlan sia più forte a Gaza che in Cisgiordania, giacché nella striscia la lotta di potere intestina di Fatah è più accanita. Yasser Arafat esercitava una funzione di equilibrio fra rivali all’interno di Fatah a Gaza e ora, senza Arafat, l’equilibrio nella striscia è minacciato e c’è il rischio che la violenza aumenti.
    Nei giorni scorsi si sono uditi commenti insultanti nei confronti di Abu Mazen e Dahlan nelle piazze delle città palestinesi. Abu Mazen viene accusato d’essere troppo incline alla capitolazione e al compromesso, quando non espressamente d’essere un “servo” di Stati Uniti e Israele, anche solo perché è stato il primo e unico importante leader palestinese che abbia criticato la “militarizzazione” dell’intifada.

    (Danny Rubenstein su Ha’aretz, 15.11.04)
    "

    Shalom

  7. #37
    Betelgeuse
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    In origine postato da Pieffebi
    L'occidente non può fare altro che guardare al mondo con i propri occhi, evitando, se è possibile i vari nichilismi e i vatri relativismi radicali, ma certo tenendo conto della realtà complessa del mondo e della specificità dell'humus socio-culturale religioso ed economico-sociale da cui è nato il "capitalismo democratico". Riguardo al Medio-Oriente... non si può trascurare che, tra l'altro, per l'Occidente quell'area è strategicamente rilevantissima (per più di una ragione) e non può essere lasciata a se stessa. Nonostante il masochismo europeo e lo sciovinismo egemonico francese.

    Shalom
    Mmm...ma vedi, Pieffe, non intendevo affatto dire questo, sarebbe tra l'altro una scelta suicida. No, quando dicevo che guardare il mondo con gli occhi dell'occidente è un errore mi riferivo a quella singolare incapacità, tutta europea, di accettare realtà diverse per quello che sono, evitando di filtrarne gli aspetti meno politicamente corretti attraverso le lenti più o meno rassicuranti dell'ideologia. Un esempio: permettere all'Islam di mettere radici da noi sul presupposto che tanto, prima o poi, si assimilerà, ovviamente chiudendo un occhio anzi due davanti a solchi già ora difficilmente colmabili, e senza considerare le conseguenze. Oppure portargli la democrazia in casa, rischiando di restare intrappolati in situazioni impreviste. E' questo a mio avviso il masochismo europeo, scherzare col fuoco di realtà molto meno decifrabili di quanto si voglia riconoscere.

  8. #38
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    In origine postato da Betelgeuse
    Mmm...ma vedi, Pieffe, non intendevo affatto dire questo, sarebbe tra l'altro una scelta suicida. No, quando dicevo che guardare il mondo con gli occhi dell'occidente è un errore mi riferivo a quella singolare incapacità, tutta europea, di accettare realtà diverse per quello che sono, evitando di filtrarne gli aspetti meno politicamente corretti attraverso le lenti più o meno rassicuranti dell'ideologia. Un esempio: permettere all'Islam di mettere radici da noi sul presupposto che tanto, prima o poi, si assimilerà, ovviamente chiudendo un occhio anzi due davanti a solchi già ora difficilmente colmabili, e senza considerare le conseguenze. Oppure portargli la democrazia in casa, rischiando di restare intrappolati in situazioni impreviste. E' questo a mio avviso il masochismo europeo, scherzare col fuoco di realtà molto meno decifrabili di quanto si voglia riconoscere.
    ----------------------
    Per me è "pigrizia mentale", causata dalla lunghissima stagione di tranquillità goduta sotto "l'ombrello atomico" americano.
    L'Europa ha assistito a guerre e rivoluzioni per tutto il mondo, iniziate e finite senza nessun intervento diretto, solo lucrando nei momenti favorevoli trafficando con tutti.
    Pigrizia mentale e egoismo da "ricco scemo".

    saluti

  9. #39
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    In origine postato da mustang
    ----------------------
    Per me è "pigrizia mentale", causata dalla lunghissima stagione di tranquillità goduta sotto "l'ombrello atomico" americano.
    L'Europa ha assistito a guerre e rivoluzioni per tutto il mondo, iniziate e finite senza nessun intervento diretto, solo lucrando nei momenti favorevoli trafficando con tutti.
    Pigrizia mentale e egoismo da "ricco scemo".

    saluti
    Sostanzialmente è così.

    Shalom

  10. #40
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    " La voce dei coraggiosi
    Di Alexander Yakobson
    “E’ il benvenuto, se ne sentiva la mancanza. E’ stato un leader coraggioso, che ha spezzato dei tabù sulla strada della riconciliazione”. Queste le parole con cui esponente palestinese Jibril Rajoub in un’intervista a Kol Ha'ir (5.11.04) ha commentato il ritorno alla politica attiva dell’ex primo ministro israeliano Ehud Barak. Si tratta probabilmente del commento più favorevole pubblicato sulla stampa israeliana circa il ritorno di Barak.
    Naturalmente Rajoub non è un’autorità in fatto di giudizi su Barak come politico. Tuttavia la sua dichiarazione solleva una domanda: se davvero nell’anno 2000 il primo ministro Barak era un leader coraggioso che ha spezzato dei tabù sulla strada della riconciliazione, come mai è finita con una guerra terribile anziché con la pace?
    È stato chiesto a Rajoub se questa intifada fosse veramente necessaria, e lui ha risposto: “Ho delle riserve su quanto è accaduto. È un peccato che le cose siano andate come sono andate. Lo dissi anche ad Arafat”. Rajoub non vuole entrare nel merito delle sue critiche, ma non è difficile indovinarne il succo. Rajoub non si limita a criticare la “intifada militarizzata”, cosa che fa anche Mahmoud Abbas (Abu Mazen). La sua critica fa riferimento alle proposte che vennero avanzate ai palestinesi nel 2000.
    Negli anni scorsi si sono sentite diverse voci palestinesi che hanno criticato Arafat per aver mancato l’occasione di fare la pace: per esempio, con il suo rifiuto dei “parametri di Clinton”, una versione dell’offerta di Camp David ulteriormente migliorata, dal punto di vista palestinese, che Clinton avanzò nelle ultime settimane del suo mandato.
    Personalmente ebbi occasione di udire l’opinione di Sufian Abu Zaida, un alto funzionario dell’Autorità Palestinese che era stato presente al vertice di Camp David del luglio 2000. Lo incontrammo poche settimane dopo il vertice, ma prima che scoppiasse l’intifada, durante un tour di Gaza organizzato dal Council for Peace and Security. Le sue parole erano piene di ottimismo. “Oggi – disse – sono assolutamente convinto che stiamo andando verso la pace. Prima di Camp David non ero così ottimista. Ma oggi le posizioni delle due parti sono così vicine, le restanti differenze sono così piccole e marginali rispetto agli enormi progressi fatti a Camp David – spiegò, avvicinando pollice e indice fin quasi a toccarsi – che è semplicemente impossibile che le due parti non le risolvano. Non è poi così grave se a Camp David non abbiamo risolto tutto. La cosa che conta è che i negoziati sono ripresi, le parti continuano a parlarsi cercando di risolvere le controversie, e sono sicuro che presto arriveremo a un accordo”.
    Queste parole vennero pronunciate alla vigilia dello scoppio dell’intifada. Da allora abbiamo udito innumerevoli volte ripetere, anche da parte di israeliani, che in realtà Barak a Camp David non aveva offerto un vero stato palestinese indipendente e funzionante, e che qualunque palestinese con un minimo di dignità avrebbe rifiutato quell’offerta (sebbene non mancassero membri della delegazione palestinese che invece avevano reagito favorevolmente alle proposte di compromesso avanzate da Clinton e accettate da Barak alla fine del vertice). E abbiamo udito innumerevoli volte che i palestinesi hanno fatto ricorso alla violenza solo dopo che avevano perso ogni speranza di ottenere l’indipendenza con mezzi pacifici.
    Ogni volta che sento queste cose ripenso al pollice e all’indice di Sufian Abu Zaida che quasi si toccavano, a mostrare quanto si fosse vicini alla pace.
    Gli israeliani che cercano di giustificare il comportamento di Arafat a Camp David e nei mesi successivi probabilmente credono, in questo modo, di mantenere viva presso l’opinione pubblica israeliana un po’ di speranza nelle possibilità di pace. Ma è un grosso errore. Prima di tutto perché dobbiamo dire la verità, a noi stessi e al pubblico israeliano. In secondo luogo, perché il tentativo di assolvere Arafat non ha alcuna possibilità di successo.
    Sono le voci coraggiose dei palestinesi che lamentano le occasioni perdute di ottenere la pace per la loro nazione con mezzi pacifici, quelle che ci fanno sperare che ora, dopo il decesso di Arafat, vi sia qualcuno con cui parlare realmente di come fermare i combattimenti e arrivare a una composizione politica.

    (Da: Ha’aretz, 18.11.04)
    "

    Shalom

 

 
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