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Discussione: Gli Arafat

  1. #21
    SENATORE di POL
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    dal quotidiano LIBERO di oggi

    " La moglie di Arafat scomunica l’Anp

    di CRISTIANO FAVAROTTA

    PARIGI - « Mio marito èsta to avvelenato. All’interno dell’Olp c’èqual - cuno che lo vuole morto. Lui è ancora vivo, ma lo vorrebbero già seppellire » . Le parole pronunciate da Suha Arafat, moglie dell’anziano leader palestinese, suonano come una pesante accusa rivolta ai nuovi leader dell’Anp, proprio nel momento in cui sembra essersi aperta la lotta alla successione del raìs. Suha, che vive a Parigi da quattro anni, decide dunque di uscire allo scoperto, e lo fa alla vigilia di un giorno particolare: il primo ministro palestinese Abu Ala e il segretario generale di Al- Fatah Abu Mazen saranno oggi in visita nella capitale francese. La notizia è stata confermata ieri dal dirigente dell’Anp Mohammed Dahan: « Nessuna modifica ai piani, la delegazione è in partenza » . In giornata si era diffusa la voce di un annullamento del viaggio, deciso dal “ politburo” dell’Olp in seguito alle dichiarazioni di Suha. Insieme ad Abu Ala e Abu Mazen si recherà a Parigi anche il ministro degli esteri Nabil Shaath e il presidente del parlamento palestinese Rawhi Fatthusi. Le accuse di “ cospirazione” mosse dalla moglie di Yasser Arafat sono state ieri mattina all’ordine del giorno di una nuova riunione di governo, convocata d’urgenza dal premier Abu Ala, che si èdetto « pr ofondamente dispiaciuto per le parole della sorella Suha » , parole che hanno suscitato irritazione all’interno di tutto il panorama politico palestinese. Una prima replica alla “ first lady” è giunta ieri dal viceministro Sufian Abu Zaida: « Yasser Arafat non è proprietà privata di Suha. Il popolo palestinese non la conosce, è una donna che non vedeva suo marito da tre anni » . In effetti, la signora Arafat non gode di grande popolarità tra la gente dei Territori. In Cisgiordania e a Gaza, c’è infatti chi non le perdona la scelta fatta nel 2001, all’inizio della seconda Intifada, di trasferirsi al sicuro, in Francia, e di aver mostrato in questi anni più attenzione alla mondanità parigina che alla causa del suo popolo. Tayed Khaled, esponente del Fronte democratico per la liberazione della Palestina ( Fdlp), si è augurato che « Suha Arafat si tenga fuori da questioni politiche » , mentre anche dal movimento islamico Hamas giungono le prime dichiarazioni sulla vicenda. Per il portavoce Sami Abu Zahri « le parole di Suha riflettono le profonde divisioni all’interno dell’ Anp » . Zahri ha inoltre chiesto la creazione di un “ comando collettivo” durante la transizione, per evitare il “ caos” sulla scena palestinese. Abu Ala e l’Olp sono dunque avvertiti: tra i protagonisti del dopo- Arafat dovrà esserci anche il partito dello sceicco Yassin.
    "

    Shalom

  2. #22
    SENATORE di POL
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    " 10-11-2004
    I mille misteri dei (tanti) soldi di Arafat

    Sull’onda delle instabili condizioni di Yasser Arafat, si vanno moltiplicando le voci circa ingenti fondi che finora erano nelle mani del presidente dell’Autorità Palestinese e che vari soggetti palestinesi starebbero cercando di individuare. Nel frattempo, si accavallano notizie circa una dura lotta di potere tra la moglie di Arafat, Suha, e il consigliere economico Mohammed Rashid, che si trova a Parigi.
    Secondo una stima prudente, la somma totale posseduta da Arafat in vari luoghi del mondo si aggirerebbe attorno a un miliardo di dollari , per lo più costruita con soldi evidentemente portati fuori dai territori e ritirati da conti dell’Autorità Palestinese tra il 1995 e il 2000.
    Secondo un rapporto del Fondo Monetario Internazionale, che esaminava i conti dell’Autorità Palestinese e, in particolare, le attività del Palestinian Commercial Services Co. (la principale agenzia di Rashid, che controlla i monopoli del cemento, del tabacco e delle forniture per l’edilizia nei territori), l’astronomica cifra di 897,6 milioni di dollari accumulata dalla PCSC e dalle sue derivate durante quegli anni venne fatta sparire nel 1999 dalla tesoreria palestinese e trasferita su conti misteriosi.
    Tutti i tentativi di rintracciare quel denaro non sono arrivati a nulla, ma diversi mesi dopo il rapporto dell’FMI (steso a metà 2003), un inquirente francese avviò un’inchiesta su sospetti di riciclaggio di denaro sporco in relazione a conti intestati a Suha Arafat in Francia e Svizzera. La Arafat sostenne che le indagini erano state innescate da informazioni fornite alle autorità francesi “dal governo Sharon”. In ogni caso l’indagine è continuata, anche se i suoi risultati non sono noti. Quello che si sa è che la somma scoperta sui suoi conti ammontava 11,5 milioni di dollari .

    Secondo il rapporto del FMI, intitolato “Cisgiordania e Gaza: performance economica, riforme e conflitti”, quando l’Autorità Palestinese venne colpita da una recessione all’inizio dell’intifada Al Aqsa, e in particolare dopo che Israele congelò i trasferimenti del gettito fiscale riscosso, circa 119 milioni di dollari tornarono sui conti correnti operativi dell’Autorità Palestinese, ma nessuna notizia si ebbe dei restanti più o meno 778 milioni di dollari.
    Funzionari internazionali, soprattutto quelli dei paesi che donano soldi all’Autorità Palestinese, richiesero che Arafat ritornasse i soldi sui conti dell’Autorità Palestinese, specie dopo che si diffusero all’interno dei paesi donatori critiche circa il controllo troppo blando sui conti dell’AP durante gli anni di Oslo, e l’accusa di Israele che le donazioni venissero usate per finanziare attività terroristiche.
    I soldi trasferiti su misteriosi conti non sembrano essere le sole somme che Arafat ha portato fuori dai territori. Il rapporto del FMI afferma esplicitamente che le somme sottratte non comprendono le entrate fiscali dell’AP, sulle quali non è stato possibile trovare alcuna documentazione, né gli investimenti che Mohammed Rashid ha fatto esclusivamente al di fuori dei territori. Altri soldi che potrebbero essere scomparsi dai conti dell’AP derivano da varie tasse imposte ai burocrati dell’AP nel corso degli anni.
    Almeno nel caso della nave cargo Karin A (catturata nel 2002 dagli israeliani nel Mar Rosso mentre trasportava verso i territori palestinesi un ingente carico di armamenti) si sa che l’acquisto della nave fu gestito dal tesoriere delle forze di sicurezza palestinesi, Fuad Shubaki, oggi in carcere a Gerico. Ma non è chiaro da dove venissero i milioni di dollari usati per comprare le armi in Iran.
    I soldi scomparsi, inoltre, non comprendono le entrate dei monopoli dell’AP tra l’inizio dell’intifada e la fine del 2003, quando vennero posti sotto il patrocinio del Palestine Investment Fund, che appartiene all’AP ed è sotto la guida del ministro delle finanze Salam Fayyad.
    Fino a due settimane fa Mohammed Rashid faceva parte del board of directors del Palestine Investment Fund, ed era membro di tutte le sue commissioni. Immediatamente dopo le notizie circa il deterioramento delle condizioni di salute di Arafat, Rashid si dimise da questo fondo, che consolida investimenti da lui fatti negli anni. Il fondo venne creato su behest dei paesi donatori che esigevano riforme radicali e che ingaggirono agenzie internazionali di contabilità per controllare il patrimonio di Rashid. Al dicembre 2003 il fondo riportò beni per un valore di 799 milioni di dollari. Le somme nel fondo sono sotto la supervisione continua di Fayyad e del suo board of directors e non possono essere ritirate senza il consenso del board.
    Altri punti interrogativi riguardo ai beni e denari posseduti da Arafat, sono quelli che riguardano i conti che Olp e Fatah (entrambe sotto la presidenza di Arafat) gestivano in modo separato da quelli dell’AP. Le dimensioni e le origini dei soldi su questi conti non è mai stata accertata del tutto.

    (Arnon Regular su Ha’aretz, 8.11.04)
    "

    www.israele.net


    Shalom

  3. #23
    Betelgeuse
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    In effetti più che sulla fine si dovrebbe indagare sull'inizio di quei soldi, da chi provengono e soprattutto chi, dovendo e potendo controllarne l'uso, non lo ha fatto e perché. Questo sì che sarebbe interessante.

  4. #24
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    " 11-11-2004
    Misure israeliane in vista dei funerali di Arafat

    Il governo israeliano ha deciso mercoledì di permettere in linea di principio che Yasser Arafat venga sepolto a Ramallah. La cerimonia funebre per Arafat potrebbe tenersi giovedì all’aeroporto internazionale del Cairo, dopo di che la salma verrebbe trasportata in volo a Ramallah venerdì, per essere inumata.
    Israele ha ricevuto la richiesta di permettere la sepoltura di Arafat a Ramallah da parte di diversi paesi. La scelta del quartiere generale di Ramallah sembra in grado di disinnescare possibili conflitti con Israele, che non intende invece permettere la sepoltura di Arafat su suolo israeliano, Gerusalemme compresa.
    In vista dei funerali di Arafat, il gabinetto di sicurezza israeliano ha deciso di adottare le seguenti misure: verrà decretata la chiusura completa fra territori palestinesi e Israele; non vi sarà chiamata d’emergenza di soldati riservisti; la polizia di Gerusalemme verrà posta in stato di massima allerta per gestire il grande numero di fedeli islamici attesi venerdì alle moschee sul Monte del Tempio.
    Alle forze di sicurezza palestinesi spetterà il compito di garantire ordine e sicurezza a Ramallah, mentre le Forze di Difesa Israeliane garantiranno l’area circostante.
    Ai cittadini israeliani sarà permesso presenziare ai funerali dopo che avranno firmato un documento in cui dichiarano di essere consapevoli di lasciare il territorio sotto controllo israeliano e di assumersi la responsabilità per la propria sicurezza.

    (Da: Jerusalem Post, 10.11.04)
    "


    Shalom

  5. #25
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    In origine postato da Betelgeuse
    In effetti più che sulla fine si dovrebbe indagare sull'inizio di quei soldi, da chi provengono e soprattutto chi, dovendo e potendo controllarne l'uso, non lo ha fatto e perché. Questo sì che sarebbe interessante.
    da www.tempi.it

    " Premiata Arafat spa

    Il capo dell’Olp ha sempre fatto un uso spregiudicato dei soldi dei palestinesi e favorito la corruzione per fini politici. Da qui le liti e i misteri attorno alla sua persona

    Uscendo di scena, Yasser Arafat lascia dietro di sé un patrimonio che non è solo politico: secondo varie stime il leader palestinese è detentore di una ricchezza personale superiore a 1,3 miliardi di dollari, mentre all’Olp sono attribuite proprietà e partecipazioni finanziarie per un valore di 10 miliardi di dollari. Mentre buona parte del patrimonio dell’Olp è stato accumulato attraverso il traffico di armi e droga, sequestri di persona, contrabbando di merci contraffatte, estorsioni ai danni di imprenditori e commercianti, riciclaggio di denaro sporco e altre attività criminali, l’attuale ricchezza personale di Arafat è soprattutto frutto della distrazione di fondi dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) in conti bancari e proprietà immobiliari all’estero intestate a lui o a persone del suo circolo.

    Scomparso il 43% del bilancio Anp
    La furiosa reazione della signora Suha nei confronti della dirigenza dell’Olp, accusata di seppellire il leader prima che sia morto, si spiega anche col fatto che ogni mese Arafat pescava 100mila dollari dal bilancio della presidenza e li mandava a Parigi per le spesucce della sua signora e della di lei famiglia, un’usanza che la nuova dirigenza palestinese potrebbe decidere di interrompere. Ma non bisogna concludere avventatamente che il patrimonialismo di Arafat abbia motivazioni banalmente familistiche: per il leader dell’Olp i soldi sono sempre stati uno strumento politico, da usare per garantirsi consenso, lealtà e servigi nell’altrimenti incontrollabile mondo palestinese. Dalle manifestazioni “popolari” di sostegno ad Arafat per le vie di Gaza e Ramallah fino alle decisioni dell’equivalente palestinese del governatore della Banca d’Italia organiche agli interessi della cricca intorno al capo dell’Anp, tutto è comprato con denaro o favoritismi che permettono ai beneficiari di accumulare denaro. Gli esempi abbondano. Nel 1997 la Corte dei Conti palestinese ha appurato l’assenza di rendiconto per 326 milioni di dollari su 800 nel bilancio dell’Anp (il 43% del totale). Ne è seguita un’indagine del parlamento palestinese che ha scoperto una serie infinita di abusi: utilizzo di fondi ministeriali per spese personali da parte di tre ministri; affitti, salari e note spese gonfiate; tangenti; tasse non dovute estorte e fatte sparire in conti personali; esenzioni doganali abusive su merci importate concesse ad amici degli amici. Il rapporto finale chiedeva l’allontanamento di almeno due ministri, il parlamento votò 51 a 1 una mozione per lo scioglimento del governo. Arafat si limitò a fingere di avviare una sua investigazione sulla materia, i ministri rimasero in carica e tutto continuò come prima.
    Nel 1999 Arafat ha ottenuto l’approvazione dell’Autorità monetaria palestinese al decreto di scioglimento del Consiglio di amministrazione della Palestine International Bank (Pib), la più grande banca privata palestinese accusata di varie irregolarità, ma in realtà colpevole di un solo delitto: non aver permesso a Muhammad Rashid, il consigliere economico di Arafat, di prendere il controllo della banca. Il nuovo Consiglio di amministrazione della banca, di gradimento di Arafat nonostante ne faccia parte un bancarottiere ricercato dall’Interpol, da cinque anni non convoca assemblee degli azionisti né pubblica il bilancio annuale (al momento della confisca la banca aveva fondi e proprietà per 105 milioni di dollari). Anche le proprietà personali del fondatore della banca, Issam Abu Issa, sono state sequestrate, compresa la sua automobile, diventata un possesso personale di Yasser Arafat.

    Yasser ruba con l’aiuto di un israeliano
    Un’altra truffa sistematica autorizzata dal presidente dell’Olp riguarda gli stipendi della funzione pubblica, in particolare quelli delle 14 forze di polizia e sicurezza presenti nei Territori. Nel sistema voluto da Arafat, gli stipendi sono trasferiti ai responsabili dei vari corpi, che poi provvedono a pagarli agli agenti. Nell’aprile scorso si è scoperto che il generale Haj Ismail Jabber ha vantato per anni un libro paga di 77mila poliziotti, avendone alle dipendenze solo 70mila, per una distrazione di fondi pari a 2 milioni di dollari al mese. Ci sono indizi che parte di questa cifra sia stata usata per finanziare azioni terroristiche della seconda Intifada.
    Moltissimo altro si potrebbe raccontare, ma vale la pena concludere con un dettaglio paradossale: parte dei maneggi di Arafat si sono compiuti con la collaborazione israeliana; il trasferimento di una cifra imprecisata fra i 400 e i 900 milioni di dollari spettanti all’Anp nei conti privati di Arafat in Svizzera è stata resa possibile dall’assistenza di una finanziaria israeliana, la Arc di Yossi Ginossar (un ex agente segreto!). Incredibile ma vero: di giorno si fanno la guerra, di notte rubano insieme!
    di Casadei Rodolfo
    "

    Shalom

  6. #26
    Betelgeuse
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  7. #27
    MANDA A CASA LA CASTA
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    Predefinito Re: Re: Re: Il simbolo di....

    In origine postato da UgoDePayens
    Vorrei ricordare agli smemorati veri o presunti che il "popolo" palestinese si scoprì tale solo DOPO che i primi Israeliani misero piede in Terra Santa.
    In tale contesto fa specie parlare di "identità palestinese" messa a rischio dagli Ebrei.
    0000000
    bugia bugia grande come una twin towers....
    sono stati gli israeliani sin dal 1880 a fare attentati contro i palestinesi e gli ingesi che in palestina avevano il protettorato..
    più questi volevano cacciarli più loro insistevano con gli attentati...

  8. #28
    SENATORE di POL
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    dal quotidiano LIBERO di oggi

    " An: era un terrorista Rissa in Parlamento

    ROMA -
    c. ma.] « In Aula non c’erano più di venti, venticinque deputati » , racconta a Libero il ministro dei Rapporti con il Parlamento, Carlo Giovanardi. « Quando il presidente Casini ha letto il telegramma con la notizia della morte di Arafat, qualcuno dai banchi della sinistra si è alzato in piedi, ma non è stato chiesto ufficialmente neanche il minuto di silenzio. Io non mi sono accorto di niente. Poi hanno urlato che il governo, che io rappresentavo, non si è alzato neppure in piedi per commemorare il defunto » . L’accusa è che appunto il ministro continuava a leggere il giornale, come se niente fosse. « Ma è morto un terrorista » , ha gridato il deputato di An Nino Lo Presti in risposta a quelle proteste, al che la sinistra ha reagito con altre urla, fino a che sono dovuti intervenire i commessi a sedare gli animi. Per Giovanardi, però, sitratta della classica tempestain unbicchier d’acqua. E ribadisce un semplice e chiaro concetto: Arafat è un personaggio storico, ma è stato anche un grande ostacolo sulla via della pace per il Medio Oriente. Certo, « è morto sicuramente un grande personaggio, destinato a passare alla Storia. Ma bisogna anche riconoscere che ha avuto una grande responsabilità verso la pace e verso il suo popolo, che ha portato verso un vicolo cieco » . C’è anche chi sostiene che, con la sua scomparsa dalla scena internazionale, sarà più facile riprendere il processo di pace. « Io spero davvero che questo sia vero » , ribadisce Giovanardi. « C’è da augurarsi che la nuova dirigenza palestinese si impegni concretamente per riprendere un dialogo con Israele, che cerchi di costruire la prospettiva di due Stati indipendenti, quello israeliano e quello palestinese, e che tenti di risolvere i gravi problemi interni che affliggono l’Anp: la corruzione che dilaga, la mancanza di trasparenza nei meccanismi di governo... » . Meno che mai legittimo paragonare Giuseppe Mazzini con Arafat, la resistenza palestinese con il Risorgimento italiano, come è stato fatto, per esempio, giorni fa da Marco Follini, segretario dell’Udc: « Stiamo parlando di attacchi terroristici contro tanti innocenti e inermi, uomini, donne e bambini. Non mi sembra che si possa paragonare questo alla lotta per l’indipendenza di un popolo » .
    "


    Shalom

  9. #29
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    dal quotidiano IL GIORNALE di oggi

    " il Giornale del 12/11/2004


    --------------------------------------------------------------------------------

    Rottami di un idolo
    R.A. Segre
    --------------------------------------------------------------------------------

    Con la morte di Arafat scompare un mito. Il mito del "signor Palestina", il mito del guerrigliero imprendibile, del leader incorruttibile, dello scaltrissimo negoziatore, del tribuno e del difensore puro e duro (anche se sta venendo fuori che tanto puro poi non lo era) di una causa che dalle caverne di Kerameh (luogo del primo scontro a fuoco dei feddayn palestinesi con l'esercito israeliano nel 1968) si è trasformata in una epopea internazionale. Di queste straordinarie capacità, che lo si ami o lo si odii, ad Arafat occorre dar riconoscimento. Il problema, però, ora non sta nell'oratoria funebre che lo accompagnerà dopo Parigi via Cairo all'ultima dimora a Ramallah (se non altro per le lacrime di coccodrillo che verranno versate a fiume in queste esequie) ma nel sapere se al mito di Arafat vivo succederà il mito di Arafat morto. Di segni per questa metamorfosi ve ne sono già nelle strade di Gaza e Ramallah, nei panegirici di molti giornali arabi, nei tentativi di molti gnomi politici e militari palestinesi che cercano di riempire il vuoto da lui lasciato. La loro lista è lunga: in primo luogo ci sono i capi delle milizie islamiche la cui ragione d'essere è la continuazione della lotta contro Israele e lo stabilimento di uno Stato islamico in Palestina. Poi ci sono i vecchi compagni di lotta e di esilio del raìs, i cosiddetti tunisini, membri di una vecchia guardia nella quale corrono molti soldi e molti sospetti. Ci sono le varie mafie che taglieggiano la popolazione; i signorotti della guerra in controllo delle undici, o dodici, o quindici - nessuno è mai stato in grado di affermarlo con certezza - polizie che il defunto raìs aveva costituito, finanziato e strumentalizzato le une contro le altre. Ci sono i membri di un Parlamento di cui sono da lungo scaduti i termini legali della legislazione e che dovrebbe rinnovarsi entro sessanta giorni, lasciando tre quarti dei vecchi deputati a casa. Ci sono poi gli intellettuali palestinesi, i dirigenti delle diaspore dispersi nel mondo e non ultima la gente della strada.
    Tutti questi elementi sono pezzi di realtà che con il simbolismo di Arafat - il verbo greco syn bolo significa tenere assieme - ora ricadono sulla Palestina, quella reale che soffre, che spera, che si sente umiliata dagli israeliani e dai suoi stessi dirigenti. Il pericolo della creazione di un nuovo mito esiste proprio per il deserto di potere che Arafat ha sempre creato attorno a sé. In Palestina non ci sono in questo momento dei successori accettabili almeno da una grande maggioranza; non ci sono istituzioni dotate di autorità reale anche se sulla carta tutto è previsto per il passaggio dei poteri; non ci sono uomini capaci di imporsi per autorità propria perché Arafat non li ha mai lasciati crescere e di quelli che potenzialmente potevano ereditare parte del suo potere - come Mohammed Dahlan - ha avuto tanta paura da portarselo dietro, morente, a Parigi per neutralizzarlo.
    Eppure il materiale umano, intellettuale, economico per trasformare i "rottami" dell'idolo scomparso in un mosaico di forze politiche e sociali capaci di offrire alla Palestina, a Israele e al mondo un'immagine reale dello Stato palestinese, esiste. Ma per coagularsi ha bisogno di due cose. La prima è che la "colla" per tenere assieme questo mosaico non sia, come è stato finora, la vendetta. Occorre che l'identità, la dignità palestinese non sia solo il prodotto della lotta contro Israele, contro il sionismo, oppure la vana realizzazione del sogno di una Palestina che emerge agli onori del mondo per una missione rivoluzionaria araba fasulla, osteggiata dai governi arabi stessi, oppure da un taglieggiamento di Paesi terzi nel nome di una causa priva di valori universali. Occorre che al mito di Arafat vivo non segua il bluff diplomatico, politico e terroristico di un mito di Arafat morto.
    Ma occorre anche che esista un altro elemento: una generosità reale da parte di Israele. Non per dimenticare o perdonare; non per cascare in nuove illusioni patetiche di accordi verbali o virtuali di pace. Occorre che Israele trovi la saggezza di fare suo il motto di Churchill: in guerra, risoluzione; nella vittoria, magnanimità. Israele ha vinto la battaglia contro il mito di Arafat. Per evitare che ne sorga uno nuovo deve badare a non stravincere.
    "

    Shalom

  10. #30
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    " Il messaggio di Blair e Bush
    Da un editoriale del Jerusalem Post
    Poche ore dopo la sepoltura di Yasser Arafat venerdì scorso a Ramallah, Tony Blair e George W. Bush avevano un incontro alla Casa Bianca e tenevano una conferenza stampa che potrebbero rappresentare uno spartiacque nei mesi e negli anni a venire.
    Blair è corso alla Casa Bianca subito dopo la rielezione di Bush per promuovere quella che è la sua massima priorità: il rilancio della ricerca della pace fra arabi e israeliani. La fretta di Blair ha dato l’impressione che vi fosse tensione nel rapporto col presidente Usa, quasi che infine l’alleanza Bush-Blair fosse giunta al capolinea. Le notizie giunte venerdì dicono che non è accaduto nulla del genere. Anzi. I due hanno suonato lo stesso spartito, e sullo spartito c’era scritta una parola: democrazia. Alle domande che, come di consueto, venivano poste al solo scopo di poter titolare l’indomani “tutta colpa d’Israele”, i due leader hanno ripetutamente replicato con la stessa risposta: oggi i palestinesi hanno l’occasione di costruire una democrazia che possa negoziare con Israele.
    Si tratta effettivamente di una occasione incredibile. Entro due mesi i palestinesi eleggeranno un nuovo presidente. A differenza delle elezioni scorse (29 gennaio 1996) che incoronarono Arafat, è probabile che questa volta ai palestinesi verrà offerta un’autentica possibilità di scelta. Non sappiamo quanto questa scelta sarà trasparente e libera, ma sappiamo qual è la scelta che devono fare. Devono decidere se vogliono iniziare a costruire il loro stato democratico a fianco di Israele o se vogliono continuare a cercare di distruggere Israele con qualche genere di dittatura, islamica o di altro tipo.
    È chiaro che uno stato belligerante alla Hamas non costituirebbe un interlocutore per Israele. Ma Bush e Blair hanno escluso anche una terza, teorica, possibilità: una dittatura palestinese “moderata” con la quale Israele venisse obbligato a negoziare. Per dirla con le parole di Bush, “se si pensa di poter avere la pace senza democrazia, ripeto, dubito molto che ciò possa mai avvenire. L’abbiamo visto tentare invano troppo volte”. Blair assentiva e aggiungeva: “Quello che stiamo effettivamente dicendo qui è che uno stato palestinese vitale deve essere uno stato democratico”.
    Saggiamente Bush e Blair hanno evitato il consueto approccio da “carro davanti ai buoi” che ha rovinato il processo di pace così tante volte. Anziché convocare adesso una conferenza sul Medio Oriente o mandare l’ennesimo inviato, hanno messo in chiaro che tutto dipenderà dalle annunciate elezioni palestinesi. “Svilupperemo una strategia – ha spiegato Bush – tale per cui, una volta fatte le elezioni, potremo dire: ecco come vi aiuteremo. Se volete essere aiutati, ecco cosa siamo pronti a fare. Se scegliete di non essere aiutati, se decidete che non volete una società libera e democratica, allora non c’è proprio nulla che possiamo fare”.
    Al centro della conferenza stampa non c’era la Road Map, ma la democrazia. Bush, con Blair al suo fianco, ha riproposto il suo progetto del giugno 2002: mettere la democrazia al centro della politica per la pace.
    Si tratta di un chiaro messaggio non solo per israeliani e palestinesi, ma per tutta la regione. Il messaggio, oggi forse con maggiore chiarezza che in qualunque altro momento dopo l’11 settembre, è che non si consentirà al processo di pace arabo-israeliano di deviare dalla strategia valida per tutta la regione. Ha spiegato Blair: “Prima c’era un’idea: qualunque cosa si facesse all’interno dei vari paesi, riguardava solo loro e non importava praticamente nulla. Oggi stiamo imparando che non c’è stabilità di nessun tipo vero e duraturo senza il diritto democratico per i popoli liberi di decidere dei propri governi. Ora, questo non vuol dire che cercheremo di interferire negli affari interni di tutti gli stati del mondo, ma significa che c’è stato un drastico cambiamento dopo l’11 settembre nel modo di concepire i passi avanti da fare”.
    Bush e Blair hanno detto ai palestinesi che questa è la loro grande occasione per unirsi allo schieramento del mondo libero e democratico, oppure essere lasciati fuori.
    Anche il governo d’Israele dovrebbe prendere nota che il test per misurare l’affidabilità dell’interlocutori non è solo la sua capacità di contrastare il terrorismo, ma le ben più importanti pace e stabilità che si accompagnano a un potere che deriva dal consenso dei governati”.

    (Da: Jerusalem Post, 14.11.04)
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