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Discussione: Sul «Filioque»

  1. #61
    Christus Alpha et Omega
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    Originally posted by diacono Daniele
    Ti piaccia o non ti piaccia questa non è affatto la verità.
    Prova a chiederlo a qualche ortodosso non vecchiocalendarista (ad esempio uno del Patriarcato di Mosca, o della Chiesa di Grecia o di qualsiasi altra Chiesa Ortodossa...) e vediamo cosa ti risponde!
    Su problemi come il filioque o il Primato del Papa gli ortodossi sono tutti daccordo.

    Riguardo a ciò che può aver detto il Vaticano II, questo non tocca me né alcun ortodosso sano di mente, visto che il Vaticano II non è un Concilio Ecumenico.

    Diacono Daniele
    L'ho chiesto, caro mio, agli ecclesiastici della Chiesa di Grecia,
    e sai cosa mi hanno rirposto:
    che voi i vecchio-calendarisri siete solo dei lupi
    trasvestiti non da peccore, ma rimarrete dei lupi:
    non voglio citare il nome del Metropolita di una diocesi di Atene, ma conosco di voi delle cose che tu e il tuo andazzo
    non potete nemmeno immaginare...

    Thomas Aquinas, sa perché sto ridendo...

    Una raccomandazione: con me non essere così ingenuo...
    Canterò per sempre le meraviglie del Signore

  2. #62
    Brutto, sporco e cattivo
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    Originally posted by poliedrico
    L'ho chiesto, caro mio, agli ecclesiastici della Chiesa di Grecia,
    e sai cosa mi hanno rirposto:
    che voi i vecchio-calendarisri siete solo dei lupi
    trasvestiti non da peccore, ma rimarrete dei lupi:
    non voglio citare il nome del Metropolita di una diocesi di Atene, ma conosco di voi delle cose che tu e il tuo andazzo
    non potete nemmeno immaginare...

    Thomas Aquinas, sa perché sto ridendo...

    Una raccomandazione: con me non essere così ingenuo...
    Tu invece non fare il finto distratto: che la Chiesa ufficale parli male di noi è risaputo, ma non è questo il punto.
    Il punto è se hai chiesto cosa pensano del filioque e del primato del Papa.

    Io l'ho chiesto a molti ecclesiastici "ufficiali", e a molti monaci athoniti.

    Comunque ti raccondo un fatto personale (già postato sul forum di Orthodoxia - www.orthodoxia.it). Qualche anno fa, all'ultima Ostensione della Sacra Sindone, mi recai in pellegrinaggio a Torino. C'erano anche altri ortodossi: mia moglie, alcuni membri della mia Parrocchia, l'allora archimandrita Silvano (oggi Vescovo di Luni) ed altri di cui preferisco tacere i nomi. L'Ostensione era stata organizzata molto bene, non c'era praticamente fila.
    A un certo punto sentii due persone dialogare dietro di me.
    "Certo che i cattolici questa ostensione l'hanno organizzata bene..." disse il primo.
    E l'altro in risposta: "Hanno tradito Gesù, ma in queste cose sono bravi".

    Quest'ultima frase mi sembrò una nota stonata. Forse la frase mi sembro particolarmente stonata anche a causa di una mia personale antipatia verso la persona in questione...

    Un paio d'anni dopo leggo su una nota rivista protestante il resoconto di una celebrazione ecumenica nell'Italia del nord e vedo la foto della persona che aveva detto quella frase. Sotto la foto una didascalia: "Il rev. XXXX XXXXX , sacerdote ortodosso, mentre legge il Vangelo durante la celebrazione ecumenica". Cito a memoria, quindi posso sbagliare nei particolari, ma nella sostenza ricordo benissimo: una persona dice tutto il male possibile della Chiesa Cattolica quando nessun cattolico ascolta, poi viene fatto prete nel Patriarcato di Costantinopoli e participa ad una celebrazione ecumenica dove immagino ci sia stato un profluvio di baci e abbracci con i "fratelli" cattolici e protestanti. Quelli che avevano tradito Gesù...

    Quindi, caro il mio Poliedrico, cerca TU di non essere troppo ingenuo: io se non altro certe cose te le dico in faccia e non dietro...

    Diacono Daniele
    p. Daniele Marletta
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  3. #63
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    Originally posted by Dreyer
    Perchè la tua frase si adattava perfettamente a lui... l'unione con la prima sede dev'essere la prima cosa da cercare dopo la verità... e se tu dici che non vuoi unirti a Roma dopo aver sentito le parole di Poliedrico che diceva alcune verità sull'erronea concezione di ecclesiologia del I millennio, allora ragioni come un luterano del '500 per cui la Santa Sede non è un interlocutore con cui cercare il riavvicinamento ma un nemico da abbattere.
    Quali verità?
    Quale erronea concezione di ecclesiologia?

    Pretendi che la Chiesa Ortodossa si unisca a Roma modificando la propria ecclesiologia e non chiedendo altrettanto alla sua controparte romana?
    p. Daniele Marletta
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  4. #64
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    Tra la verità e l'errore non c'è nessuna via di mezzo, tra questi due poli opposti non c'è che un immenso vuoto. Colui che si pone in questo vuoto è altrettanto lontano dalla verità di colui che è nell'errore (J. Donoso Cortes)
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    Originally posted by diacono Daniele
    Quali verità?
    Quale erronea concezione di ecclesiologia?

    Pretendi che la Chiesa Ortodossa si unisca a Roma modificando la propria ecclesiologia e non chiedendo altrettanto alla sua controparte romana?
    No... è questo il punto: noi riconosciamo che molte posizioni assunte in passato furono dettate da motivi contingenti e cerchiamo di rivederle, mentre voi sembrate ignorare la stessa cosa per quanto vi riguarda e pretendete che noi accettiamo in blocco le vostre tesi rinunciando alle nostre.

  5. #65
    Christus Alpha et Omega
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    Originally posted by diacono Daniele
    Il punto è se hai chiesto cosa pensano del filioque e del primato del Papa.

    Diacono Daniele
    Gentile diacono Daniele, della chiesa del vecchio-calendario:

    In una conferenza a Costantinopoli, il Patriarca Athenàgoras aveva confidato a Yves Congar, famoso teologo cattolico:
    <<Se il Papa aprirà la strada io lo seguirò>>.

    Questo è accaduto, anzi accade: gli incontri fra i Patriarchi e il Papa sono frequentissimi, è un fatto irrevocabile: l'ultimo di questi incontri è avvenuto, come sai, qualche giorno fa.

    Se poi voi, i vecchio-calerndaristi, così come avviene in Grecia, continuate a considerare il Papa come l' "anticristo in persona" e il Patriarca di Costantinopoli come l' "eretico traditore della fede", scusami, ma non ci potrà essere NESSUN dialogo tra i cristiani che si operano per l'unità delle due Chiese sorelle e i fondamentalisti talebani ortodossi del vecchio calendario, che sono il "prodotto" peggiore del glorioso cristianesimo orientale.

    Con simpatia
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  6. #66
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    Originally posted by poliedrico
    Gentile diacono Daniele, della chiesa del vecchio-calendario:

    (...)

    Se poi voi, i vecchio-calerndaristi, così come avviene in Grecia, continuate a considerare il Papa come l' "anticristo in persona" e il Patriarca di Costantinopoli come l' "eretico traditore della fede", scusami, ma non ci potrà essere NESSUN dialogo tra i cristiani che si operano per l'unità delle due Chiese sorelle e i fondamentalisti talebani ortodossi del vecchio calendario, che sono il "prodotto" peggiore del glorioso cristianesimo orientale.

    Con simpatia
    L'argomento di chi non ha argomenti.
    Infatti non hai risposto alla mia obiezione: cosa pensano gli ortodossi del filioque e del primato?

    Immagino che tu non sappia cosa rispondere.
    Per il resto non mi metto certo a discutere con uno che usa certi argomenti insulsi.
    p. Daniele Marletta
    www.orthodoxia.it

  7. #67
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    Originally posted by diacono Daniele
    L'argomento di chi non ha argomenti.
    Infatti non hai risposto alla mia obiezione: cosa pensano gli ortodossi del filioque e del primato?

    Immagino che tu non sappia cosa rispondere.
    Per il resto non mi metto certo a discutere con uno che usa certi argomenti insulsi.
    Gli ortodossi moderati come Olivièr Clèmant, Il Partiarca Ecumenico Bartololemo I, il Metropolita Crisostomo di Mira, l'Aricivescovo di America Dimitrios, e tanti altri, certo non fondamentalisti talebani, come voi, del vechio-calendario pensano:

    a) sul Filioque: che è un malinteso linguistico nel passaggio dal greco al latino, allorché si diffuse e accettò in Occidente il Simbolo costantinopolitano intorno al VIII secolo, che costituirà materia per la disputa successiva di Fozio a posteriori dal contrasto col Papa. Ma in precedenza, Padri come Ilario, Ambrogio, Agostino e Leone Magno condividevano la dottrina dello Spirito santo ex Patre Filioque procedentem, questo non divideva i greci e i latini.

    b) sul Primato: Gli ortodossi hanno sempre riconosciuto il Primato della Sede Apostolica di Roma. Ti riporto cosa scrive sul Primato Petrino uno dei maggior espinenti dell'ortodossia greca negli Satti Uniti:

    Si tratta di Sua Eccellenza Dimitrios, Arcivescovo greco-ordodosso d'America, che nel suo libro "The Orhodox Church and the Papal Primacy", Holy Cross Orthodox Press Edition, 2002, New York, afferma:

    "Se Ireneo afferma che non si può avere Dio per padre se non si ha la Chiesa per madre, vuol dire che la struttura della Chiesa è materna. A Gerusalemme, infatti, lo Spirito di Pentecoste ha fatto nascere, "per Mariam", la Chiesa madre, che aveva concepita sul Golgota nel costatto trafitto di Cristo: Giovanni, figura del carisma, l'aveva accolta sotto la croce, e permise a Pietro, figura del ministero, di sposarla per sempre il mattino di Pasqua, al sepolcro. L'apostolo prediletto vide ma non entrò: il carisma attese che per primo il ministero di Pietro confermasse la risurrezione del Signore e, quale capo e protocorifèo degli apostoli, ne testimoniasse a tutti l'universale "dynamis".

    Gerusalemme fu la madre-chiesa degli Apostoli e dei cristiani "ex circumcisione", almeno fino alla morte di Giacomo nel 62 o alla distruzione della Città Santa nel 70; dispersi i giudeocristiani, cominciò ad organizzarsi la gerarchia dell' "ecclesia ex gentibus", che aveva già il suo centro in Antiochia, prima sede missionaria di Pietro.

    L'apostolo, che vi aveva portato la chiesa-madre gerosolimitana, si recò poi a Roma, che, a sua volta, divenne madre, anche per l'evangelizzazione di Paolo. Così, il pensiero di Gerusalemme scompare presto dalla coscienza generale della chiesa e viene sempre più fortemente sostituito dal pensiero di Pietro-Paolo. Rimane vero che Gerusalemme fu l'antica madre, ma è anche vero che proprio la sua storia - che non la vide quale chiesa principale, metropolitana, ma suffraganea di Cesarea, fino al Concilio di Calcedonia che la elevò a patriarcato - attesta una volta di più l'insufficienza del principio storico alla base della ecclesiologia. Non basta nemmeno stabilire l'ordine di precedenza "materna" quale presupposto per dare qualche solidità al principio di "chiese sorelle", madri particolari di altre chiese: è fondamentale la testimonianza apostolica, ossia il martirio. Per questo soprattutto, la chiesa di Roma è il centro della comunione delle chiese: è il martirio di Pietro e Paolo che l'ha resa madre di tutte le chiese. Questa dimensione materna universale non è al di sopra ma all'interno d'ogni chiesa particolare, "sorella" ma ancor prima figlia: il vescovo di Roma è chiamato a darne testimonianza.

    Gerusalemme, Antiochia, Alessandria - sede "petrina" per l'apostolato di Marco -, Costantinopoli e poi le altre, sono state a loro volta madri particolari di chiese locali in virtù della predicazione di Pietro, Giovanni, Marco, Paolo, Giacomo, Luca , Andrea. Roma, per il martirio di Pietro e di Paolo, "principes Apostolorum", la ricevuto la "principalitas", la maternità universale. Dunque la chiesa di Roma è madre, non secondo la cronologia, come Gerusalemme, non secondo la politica, come Costantinopoli, ma secondo la testimonianza del sangue resa dai santi Pietro e Paolo: non ha per questo potuto ricevere un titolo più ecumenico di "sede apostolica."

    Fonte:
    Archbishop Demetrios, Primate of the Greek Orthodox Church in America, Exarch of the Atlantic and Pacific Oceans, Chairman of the Holy Eparchial Synod, "The Orhodox Church and the Papal Primacy", Holy Cross Orthodox Press Edition, 2002.

    Perciò, e questo è un commento mio, sin dall'antichità cristiana, chi è in comunione con Roma può far riferimento alla tradizione apostolica autentica, sì da essere ortodosso quanto a dottrina.

    Come vedi, caro Daniele, non tutti gli ortodossi condividono le vostre idee fondamentalise, antiecumeniche, e antipapali.
    E la maggioranza degli ortodossi non sono talebani come lo sono alcuni di voi...


    Arrivederci!



    L'Arcivescovo greco-ortodosso di America Dimitrios
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  8. #68
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    Le Chiese Ortodossa e Romano-Cattolica si trovavano in disaccordo su alcune questioni di fede e prassi per quasi dieci secoli e vivevano il loro disaccordo in un clima di quasi completo reciproco rifiuto e contrasto. Dal 1964, però, dopo comune decisione, hanno cominciato di dialogare; inizialmente allo scopo di migliorare questo clima, e più tardi allo scopo di appianare le differenti percezioni teologiche. Nonostante che per dieci secoli sia stato coltivato il confronto e si siano accomulate tante ferite aperte, in questi ultimi decenni sono state sviluppate amichevoli relazioni inter-ecclesiastiche con reciproche visite, con la partecipazione a dialoghi su temi pratici e teologici e con diversi altri gesti di buona volontà.

    Su le differenze dogmatiche che dividono le due Chiese non si è realizzata ancora la concordia e si prevede che la strada sia lunga, perciò non possiamo partecipare nè partecipiamo in comune al sacramento per eccellenza della Chiesa, la Divina Comunione, la celebrazione da parte del caro fratello il Santissimo Papa di Roma Giovanni Paolo II, che abbiamo semplicemente seguito. Ma è migliorato essenzialmente lo spirito nel settore delle altre relazioni inter-ecclesiastiche e perciò ci presentiamo nelle manifestazioni festive con amore e con la speranza di ancora più grande miglioramento, con scopo finale la completa concordia e l’unione spirituale.

    Tuttavia rimangono alcuni temi, come il tema dell’Uniatismo, che provocano contrasti locali e generali, ma anche le note differenze teologiche, come quelle che si riferiscono all’aggiunta del Filioque nel Simbolo della Fede; il concetto del Primato della Chiesa di Roma come primato di potestà e non di amore e di onore; il concetto di infallibilità del Papa, e altri sui quali anche da parte della Chiesa Romano-Cattolica si cerca una nuova considerazione e percezione, che può essere accettata dagli Ortodossi.

    Le differenze rimangono, allora, ma la sostanza è che su di esse si dialoga, che hanno cessatto di essere sopra ogni controllo e contestazione e che è stata aperta la strada alla comprensione delle cause storiche, che molte volte hanno influenzato o anche provocato le differenzazioni teologiche. La conversazione e il dialogo sono precursori della verità; e se il dialogo è iniziato, speriamo sicuramente che noi pian piano saremmo condoti - con l’auito di Dio - all’accettazione comune della verità in Cristo.

    + Bartolomeo di Costantinopoli

    (tratto da http://www.ortodossia.it/Omelia45.htm)

  9. #69
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    Storia della controversia sul «Filioque»

    di Dietrich Ritschl

    Teologo evangelico e titolare della cattedra di teologia sistematica ed etica all'università di Mainz (Germania)


    I - L'attuale problematica

    Quando la Bibbia ed i fedeli parlano dello Spirito santo, per lo più si riferiscono ai suoi effetti e presenza. Quello, però, del Filioque è un concetto della teologia trinitaria.
    E per molti ciò costituisce oggi una particolare difficoltà. Quali nessi esistono tra le riflessioni trinitarie e la reale presenza dello Spirito nelle nostre comunità, nella nostra stessa vita?

    Non si dovrà prescindere da questo interrogativo (forse tipicamente occidentale) quando si riflette sulla controversia che ha per oggetto il Filioque e che fin dalla tarda teologia patristica ha influito notevolmente sull'affermarsi dello scisma tra chiese occidentali e quelle ortodosse.

    1. Il 'Filioque' come concetto della teologia trinitaria

    In un lungo processo evolutivo, non rigidamente pianificato secondo schemi teologici, la chiesa d'Occidente ha aggiunto alla frase: «[...] lo Spirito santo [...] che procede dal Padre», contenuta nel simbolo niceno-costantinopolitano (l'unica confessione di fede realmente ecumenica), il termine Filioque. La tesi era quindi che lo Spirito deriva dal Padre e dal Figlio. Non si comprenderebbe assolutamente questa aggiunta quando non la s'intendesse nel suo carattere di enunciato di teologia intratrinitaria. 'Nel' Dio Uno-Trino, nella 'Trinità immanente' la processione dello Spirito va intesa come un procedere dal Padre e pure dal Figlio.

    Se vogliamo comprendere i termini della controversia sul Filioque, dovremo riflettere secondo i modi di procedere classici dell'argomentazione trinitaria. E così si scoprirà che queste idee - diversamente da ciò che potrebbe apparire a prima vista - assumono una rilevanza estrema per il nostro modo d'intendere la chiesa, l'etica, l'insegnamento normativo e - non per ultimo - il modo di valutare i nuovi e diversi movimenti carismatici.

    In verità, può sembrare temerario porre al centro dell'attenzione un problema così sottile della dottrina della Trinità immanente in un periodo in cui molti di noi stentano a giustificare teologicamente un modo di 'parlare di Dio'.

    E invece proprio lo studio di una questione così sottile potrebbe mostrarci come da sempre la teologia occidentale manifesta la tendenza a favorire un discorso su Dio 'in generale' e non concretamente sul Dio Uno e Trino. In effetti, la tendenza modalistica (cioè la riduzione del Padre, Figlio e Spirito a tre aspetti della Divinità) rende difficile un 'discorrere su Dio'.

    2. Il problema dello scisma

    Sullo sfondo della controversia troviamo una differente dottrina trinitaria in Oriente e in Occidente. La controversia stessa si focalizza attorno alla decisione unilaterale dell'Occidente, quella cioè di aggiungere alla confessione di fede ecumenica un'importante clausola trinitaria. Per le chiese orientali ciò era inammissibile, in quanto:
    a) aggiunta non-canonica,
    b) non armonizzabile con la tradizione, e
    c) dogmaticamente non vera e pericolosa.
    Per cui in tutti questi secoli, da Giovanni Damasceno fino alla risposta che il patriarca Antimo dette a papa Leone XIII nel 1894, l'ortodossia ha prodotto tutta una serie considerevole di motivazioni in difesa di una dottrina trinitaria dell'anti-Filioque.
    Ai giorni nostri il problema si pone su due piani:
    il Filioque continuerà ad essere respinto dalle chiese ortodosse in quanto assolutamente inaccettabile e come espressione di profonde divergenze che emergono quando si riflette sulla Trinità e Spirito santo, o non verrà invece inquadrato nel contesto storico e, in definitiva, tollerato in quanto modalità tipicamente ambrosiano-agostiniana della teologia occidentale? Ma,
    che significa il fatto che la confessione di fede nicena in Occidente non conosce quel significato e dignità che riscontriamo invece nell'ortodossia? In Occidente il Filioque, come aggiunta a questa confessione di fede, non riveste un significato molto grande; qui s'osserva una chiara asimmetria tra l'ala occidentale e quella orientale della chiesa.
    E ne dobbiamo tener conto non soltanto quando si tratta d'interpretare storicamente la controversia, ma soprattutto nei recenti tentativi di porvi fine. Una semplice eliminazione del Filioque dal credo, se da una parte non costituirebbe un grande sacrificio per la maggior parte delle chiese occidentali (alcune, ad esempio, oggi consigliano tale modifica), dall'altra, e ciò che è più importante, il problema teologico, evidenziato dal Filioque, rimarrebbe così senza soluzione.


    I - Lo svolgimento storico esterno della controversia


    I puri fatti e date della controversia risultano estremamente scarsi. Ma ciò può meravigliare soltanto chi non sa che il Filioque è la cima di un iceberg. È preferibile comunque enumerare i fatti più importanti per poi abbozzare, in una successiva serie di riflessioni, lo sfondo teologico in cui ai sono verificati.

    Essendo impossibile entrare nei dettagli e non disponendo di un'esposizione moderna della controversia, dovremo limitarci agli studi storici più importanti e ed alcune trattazioni teologiche che riferiamo in nota.

    Soprattutto quando si tratti della controversia sul Filioque, dovremo distinguere in Occidente fra teologia e chiesa, e all'interno di quest'ultima fra sinodi regionali e Chiesa romana nel suo complesso, in seguito però anche tra questa e le chiese non romane. Fin dal tempo di Tertulliano Adv. Prax.), Novaziano (De Trinitate), Ambrogio (De Spiritu Sancto) e soprattutto Agostino (ad es. De Trinitate, ed Ep. 11 e 120, ma anche gli scritti esegetici), la teologia occidentale ha sostenuto il Filioque prima ancora che esso venisse accettato dai singoli sinodi o dalla chiesa universale.

    Anche i sinodi di Toledo del 446-447 e 589 (la clausola del Filioque del 400 è un'aggiunta successiva) e quelli di Gentilly, Francoforte, Friuli e Aquisgrana dettero certo espressione alla dottrina 'filioquistica'. Il che però non significa che esso fosse pure l'insegnamento ufficiale della chiesa d'Occidente.

    Bisogna inoltre tener presente che la dottrina del Filioque, poi ufficiale, subì delle modifiche nella sua motivazione e dilatazione. Anselmo e Tommaso d'Aquino insegnano il Filioque adducendo delle motivazioni in parte diverse e giungendo a delle conclusioni che si distanziano da quelle dei primi Padri latini.

    Anche le chiese d'Oriente meritano alcune considerazioni generali. Particolarmente per quanto riguarda Costantinopoli, non si dovrà dimenticare quali problemi emersero dall'attività missionaria dei latini fra le popolazioni slave (specialmente in Bulgaria), come nemmeno le tensioni politiche con Roma.

    Se ai teologi d'Occidente si può riconoscere una conoscenza soltanto indiretta del contesto in cui si muoveva la teologia ortodosso-orientale, e specialmente la dottrina trinitaria, con buone ragioni storiche dovremo ammettere decisamente che nemmeno i teologi orientali e i loro capi ecclesiastici possedevano una conoscenza dei problemi particolari in cui versava sia la chiesa di Spagna (arianesimo dei cosiddetti 'priscilliani') e quella di Francia. Ed è proprio qui che il Filioque ha trionfato.

    Ciò significa anche che dei problemi ed interessi politici enormi, come pure la mancanza di un'informazione politico-ecclesiastica e pure teologica hanno condizionato fin dagli inizi la controversia sul Filioque. Si pensi all'esito dei tentativi di unificazione intrapresi dal concilio di Lione (1274) e da quello di Firenze (1439), e si converrà che le possibilità d'intesa, con il trascorrere dei secoli, si ridussero progressivamente.
    Le date più importanti della controversia sono le seguenti: già all’inizio del sec. V il Filioque compare nell'uso liturgico in Spagna; lo troviamo in un testo del Concilio di Toledo del 446-447, nell’Atanasiano («Spiritus Sanctus a Patre et Filio (… ) procedens (… ), 22) come pure nel terzo e quarto Concilio di Toledo (589 e 633) e nei sinodi di Gentilly (767) e Francoforte (794). Nel sinodo del Friuli (796) il Filioque è sostenuto da Paolino d’Aquileia. Ma già verso la metà del secolo troviamo la prima spiegazione di una certa importanza da parte orientale, quella di Giovanni Damasceno (Expos. Fid. Orth., I, 8,12), cui in seguito ci s’appellerà continuamente.
    L'occasione esterna per un ricorso di Leone III a Carlo Magno venne dalle molestie cui i monaci francesi venivano sottoposti nel monastero di San Saba a Gerusalemme per aver introdotto il Filioque nella liturgia. L'imperatore incaricò Teodolfo d'Orleans nell'809 di esaminare sul piano teologico la questione; nel sinodo di Aquisgrana questa formula controversa fu inserita nel credo. In seguito ci si richiamerà spesso all'atteggiamento riservato del papa: nel sinodo di Roma (810) il Filioque viene dichiarato senz'altro ortodosso, ma ci si rifiuta d'inserirlo nel credo (le due famose tavole d'argento vengono incise con il testo del simbolo immutato ed esposte al pubblico).
    Non andremo quindi errati nel considerare la chiesa di Francia, la corte di Carlo (con la De processione Spiritus S. di Alcuino) e le precedenti difficoltà in Spagna come l'ambiente nel quale il concetto teologico di Agostino divenne la componente accettata sul piano politico-ecclesiastico e giuridico-ecclesiastico della confessione di fede.
    La controversia vera e propria ha inizio con Fozio, che nell'858 sostituisce Ignazio nella carica di patriarca di Costantinopoli.
    Per illustrare in qualche modo la confusione che regnava a quel tempo, sarà forse utile contrapporre gli eventi che si verificarono in quegli anni in Occidente e Oriente:

    863 - Papa Niccolò I conferma il deposto Ignazio. La chiesa latina rivendica la Bulgaria.
    869 - Roma condanna Fozio.
    870 - Roma contro le pretese di Ignazio sulla Bulgaria.
    880 - A Costantinopoli i legati pontifici sottoscrivono la confessione di fede senza la clausola del Filioque, confermano il reinsediamento di Fozio (lo sostiene F. Dvornik in contrasto con i risultati delle precedenti ricerche).
    892 - Roma scomunica Fozio (per Dvornik questa è una leggenda formatasi in seguito). L'imperatore Michele III s'appella al papa di Roma.
    867 - Fozio disapprova la missione in Bulgaria e il Filioque. Il concilio di Costantinopoli scomunica papa Niccolò; Ignazio viene invece reinsediato.
    869 - Costantinopoli conferma la condanna.
    877 - Muore Ignazio; Fozio di nuovo patriarca.
    879-880 - Il concilio di Costantinopoli revoca la decisione dell'869.
    886 - L'imperatore Leone VI depone Fozio.


    Anche la successiva fase della controversia risulta caratterizzata da difficoltà e confusioni di tipo politico. Nel 1009 papa Sergio IV impiega il termine Filioque in una lettera inviata a Costantinopoli come somma delle verità di fede; il suo omonimo in Oriente esclude (intenzionarnente?) dalla lista ufficiale il nome del papa romano.
    Cinque anni più tardi papa Benedetto VIII, più interessato a guerreggiare contro saraceni e greci che a problemi teologici, sotto la pressione dell'imperatore Enrico II inserisce ufficialmente e definitivamente il Filioque nella versione occidentale del simbolo niceno.
    Questo ora viene cantato durante la messa.
    Dovremo poi ricordare, prima della caduta di Bisanzio del 29 maggio 1453 - e fino a quel giorno nell'Hagia Sophia ortodossi e latini avevano celebrato sempre insieme le loro messe - i concili, così umilianti per l'Ortodossia, di Lione (1274) e di Firenze 1438-1439) in vista di una unificazione.
    È noto che dopo Lione i delegati ortodossi non riuscirono a far valere nelle chiese locali il loro voto per il Filioque e che dopo Firenze non vennero proclamati in Oriente i risultati del concilio.
    Non fu possibile risolvere, sul terreno della politica ecclesiastica, il vero conflitto teologico, miseramente diluito ormai in litigi politico-ecclesiastici.
    Già la persona di Fozio concentrava in se stessa tutta una serie di intrighi politici, confuse aspirazioni al potere e autentica erudizione teologica (in Occidente non abbiamo un partner di pari levatura), per cui non si riusciva più a cogliere chiaramente il problema teologico intratrinitario allo stesso modo in cui avevano incominciato a riflettere la teologia classica greca e quella agostiniana.
    I teologi medievali d'Occidente, e soprattutto Anselmo e Tommaso, congiunsero con il vecchio tema altri interessi.
    La loro riflessione rese ancor più difficile un possibile consenso con l'oriente.
    Le chiese non romane d'Occidente, infine, assunsero un comportamento differente nella questione del Filioque. Per secoli questo non fu più oggetto di dispute a carattere ecclesiastico-giuridico o politico-ecclesiastico.
    Negli scarsi contatti fra chiese della Riforma e Ortodossia non si trattò il tema.
    I riformatori e le confessioni sia luterane che riformate si attennero al Filioque anche perché apprezzavano enormemente l'Atanasiano.
    Cirilio Lukatis (assassinato nel 1638), patriarca e teologo greco vicino alle posizioni calviniste, non rinnovò la controversia, mentre poco più tardi Pietro Mogila, personaggio molto influente, che conosceva bene l'Occidente e aveva introdotto il latino nel mondo accademico di Kiev e di altre città, nella sua Confessione Ortodossa (1642-1643) riaffermò il rifiuto dei due punti fondamentali: il primato del papa e il Filioque.
    Nemmeno la duttilità mostrata dall'atteggiamento occidentale, ad esempio da papa Benedetto XIV, che non intendeva mantenere il Filioque come condizione per l’unità con la chiesa d'oriente, pose qualcosa in movimento.
    L'invito all'unione formulato da Leone XIII nel 1894 provocò invece la dura risposta del patriarca Antìmo, che rimproverava alla chiesa d'Occidente innovazioni arroganti e l'arresto del processo di riunificazione, ricordando espressamente il Filioque, l'infallibilità del papa, la dottrina del purgatorio, l'uso dei pani azzimi nell'eucaristia, ecc.
    Se il papa avesse potuto provare che queste dottrine erano state patrimonio comune dell'Oriente ed Occidente prima del sec. IX, la riunificazione sarebbe stata possibile. Balza così in primo piano l'argomento che fa leva sulla tradizione.
    Più complessi sono i rapporti che si stabiliscono fra l'Ortodossia e la comunità anglicana, e naturalmente anche la chiesa dei Vecchi Cattolici, che nel 1875 eliminò dal Niceno il Filioque.
    I teologi anglicani, che all'inizio avevano preso le difese del Filioque (Roger Hutchinson), già nel sec. XVII (John Pearson, E. Stiffingfleet), ma soprattutto nello spirito dell'Oxford Movement, dopo il 1833, incominciarono ad interpretare ed a problematizzare la concezione teologica del Filioque.
    Giustamente qui si distingue, come già con Pearson, fra eternal procession e temporal mission dello Spirito, ma non si dovrebbe giungere ad un rifiuto del Filioque, scelta verso cui propende invece uno degli esponenti più rappresentativi: J.M. Neale, studioso e poeta lirico di un certo rilievo.
    Nelle conferenza di Bonn con i Vecchi Cattolici e Ortodossi (1874-1875) il rappresentante inglese E.B. Pusey si manifestò invece come difensore della concezione occidentale del Filioque.
    Nella 'Joint Doctrinal Commission' del 1931 si rinnovò il consenso del 1875 e si convenne che la formula impiegata da Giovanni Damasceno «per mezzo del Figlio», invece che «e dal Figlio», sarebbe stata utile in vista di una unificazione. Ma un vero progresso si ebbe soltanto durante l'incontro che questa commissione ebbe a Mosca nel 1976.
    Gli anglicani si rifiutarono di considerare il Filioque come parte del credo ecumenico, perché:
    la proposizione del credo sulla processione dello Spirito dal Padre intendeva affermare la processio eterna, non la sua missio storica
    perché l'aggiunta del Filioque nel credo non poggiava sul consenso ecumenico, e infine:
    perché il credo è una professione pubblica di fede che il popolo di Dio fa durante l’eucaristia. La 'Lambeth Conference' del 1978 approvò questo risultato e invitò le chiese della comunità anglicana a valutare la possibilità di togliere dal Credo il Filioque.


    III - Il decorso teologico interno della controversia


    L'esame degli eventi più importanti che nel corso della storia si sono verificati durante la controversia sul Filioque condusse infine, con la scelta dei Vecchi Cattolici e le esortazioni della chiesa anglicana, a riproporre al centro del problema del Filioque la questione intratrinitaria sul modo d'intendere la processione dello Spirito dal Padre. E in effetti qui gli sviluppi teologici che la tradizione agostiniana conobbe in Occidente si muovono in direzioni completamente diverse da quelle proprie della teologia greca in Oriente. È ciò che ora intendiamo brevemente abbozzare.

    1. L'apparato concettuale di Atanasio.

    Di estrema importanza è l'inserimento delle riflessioni della teologia greca nel linguaggio liturgico, dossologico. I concetti teologici devono servire all'autentica adorazione.

    È ciò che appare chiaramente già in Atanasio, il costruttore classico della dottrina trinitaria. In lui però le distinzioni fra termini importanti, come quelli di ousia (la substantia), hypòstasis e pròsopon (lat. persona), e pure physis ed enérgeia, non sono così chiare come più tardi si vorrà credere. E del resto anche l'Occidente si è richiamato ad Atanasio. Ma i suoi eredi sono i tre grandi Cappadoci: Basilio, Gregorio di Nazianzio e Gregorio di Nissa, i soli ad offrire - prescindendo da qualche eccezione - un apparato concettuale chiaro. Di che si tratta?

    Benché non sia possibile dissociare le ‘energie’che esistono in Dio dalla sua ousìa, i fedeli non possono, utilizzando la loro conoscenza, penetrare immediatamente fino alla ousìa di Dio. Come tutto ciò che esiste nella creazione ha il proprio essere nelle 'energie' divine, così anche il fedele lo ha nella sua partecipazione al Dio Uno e Trino.

    Tale concetto, che troviamo già fondamentalmente delineato in Atanasio, il quale può quindi congiungere fra loro creazione e redenzione, dopo un lungo processo evolutivo lo ritroveremo anche nella teologia, ormai perfettamente strutturata, di un Gregorio Palamas (+ 1358), il quale vede le 'energie' increate della Trinità nel loro rapporto con l'esperienza di fede.

    Ma già Atanasio, negli scritti polemici Contra Arianos e nelle dichiarazioni più amichevoli Ad Serapionem, insegna che il Padre, il Figlio e lo Spirito riposano l'uno nell'altro (lo aveva già detto Ireneo del Padre e del Figlio); che dello Spirito si deve pensare ciò che si pensa della seconda persona della Trinità, e soprattutto che la partecipazione dei fedeli a Dio stesso è una partecipazione nello Spirito Santo. Dato però che qui si tratta di un'unione con Dio per mezzo del Figlio, attraverso il Verbo, i fedeli sono partecipi di Dio nello Spirito attraverso ed a motivo di Gesù Cristo.
    In questo senso dev'essere intesa la formula, continuamente ripetuta e più tardi contestata, del dià tù hyiù [attraverso il Figlio].

    Atanasio dice che il Padre è 'sopra tutto' ed anche 'attraverso tutto e in tutto" il Figlio 'attraverso tutto' e lo Spirito ‘in tutti’ (o tutto).
    La comunione con Dio è quindi una comunione con il Padre, che è sempre Padre del Figlio, nello Spirito.

    Lo Spirito partecipa pienamente del Padre e del Logos, a motivo della perfetta unità delle attività ed essenza di Dio (enérgeia), per cui è lecito chiedersi se l'interpretazione successiva non abbia voluto leggere in Atanasio una dissociazione troppo marcata tra la ousìa di Dio e la sua energeia.
    Non è qui il caso di dare una risposta.

    Comunque è chiaro che in tutte le sue fasi delle diverse argomentazioni, Atanasio parla non soltanto su Dio così com'egli è in se stesso ('Trinità immanente'), ma anche sul modo in cui egli è ad extra, rispetto al fedele che lo conosce e lo loda. Si potrebbe così ritenere che Atanasio abbia consentito il passaggio dall'ordine della conoscenza (nello Spirito, attraverso il Figlio, dal Padre) all'ordine interno (taxis) della Trinità.

    2. La chiarificazione concettuale.

    I Cappadoci non trascurano in alcun modo la dimensione soteriologica della dottrina trinitaria di Atanasio, il riferimento quindi all'agire salvifico nei suoi effetti per l'uomo. Essi però approfondiscono e differenziano meglio la dottrina del Dio Uno e Trino.

    Basilio defluisce in modo più preciso l’hypostasis, mentre è ancor vago il suo modo di esprimersi sulla processione dello Spirito dal Padre.

    Gregorio di Nazianzio si serve del nuovo concetto di ekporéusis, effusione, mentre il più giovane Gregorio di Nissa approfondisce quello del dià tù huyù [attraverso il Figlio].
    Ciò che comunque tutti e tre intendono è eliminate il rischio di vedere nello Spirito Santo qualcosa di 'creato' (ktisma). Basilio, che propende a distinguere fra l'ordine interno (taxis) delle tre persone e la loro manifestazione all'esterno, sostiene la necessità di non confondere in alcun modo le caratteristiche (potremmo parlare anche di prosopon) del Figlio con quello dello Spirito.

    La proprietà del Figlio, che è quella di essere generato, non va riconosciuta allo Spirito.
    Continuando, Gregorio di Nazianzio insegna che la proprietà dello Spirito è quella dell'ekporéusis, rispetto a quella della gennesìa (essere generato) del Figlio. Questo parallelismo costituisce un punto importante nella comprensione della dottrina ortodossa trinitaria: se in Atanasio e in Basilio si potrebbe, in certi casi, vedere ancora un 'allineamento' del tipo Padre-Figlio-Spirito, questo non è più possibile nella concezione appena delineata.

    ll più giovane Gregorio insegna in modo convincente che Dio è la forza vivificante, l'unica sorgente (pegé), radice (riza), principio (arché) e causa (aitìa).

    Se si può dire quindi che lo Spirito del Padre giunge ai fedeli «attraverso il Figlio», una simile affermazione rispetto alla dinamica interna della Trinità risulta assurda, fuorviante, poiché suggerisce il concetto che ci troveremmo di fronte a due sorgenti, due cause, due radici nella stessa Divinità.

    Ciò che intende dire la dottrina ortodossa è che il Padre è l'unica sorgente del Figlio e dello Spirito, poiché è appunto questa la sua peculiarità ipostatica, quella di far procedere da sé il Figlio e lo Spirito, che a loro volta hanno un'ipostasi inconfondibile con l'altra. Il concetto risulta così dominato dalla 'monarchia' del Padre.

    Con queste posizioni non si concilia, evidentemente, il Filioque occidentale.
    Ci si chiederà allora se l'ortodossia sarà mai in grado di risolvere in modo soddisfacente il problema sollevato in Occidente ed evoluto entro le categorie aristoteliche di causa ed ipostasi. In che modo nell'ekporéusis eterna lo Spirito è congiunto al Figlio? e il Padre che emette lo Spirito non è già il Padre del Figlio? Non sembrano dunque eliminati due pericoli:

    che il Padre, in virtù della sua funzione ipostatica, non venga posto al di sopra delle altre due ipostasi, e
    che lo Spirito Santo non sia chiaramente lo 'Spirito di Cristo', come si è sempre inteso affermare nel Nuovo Testamento ed alla luce della Trinità non-immanente bensì 'economicosalvifica'.

    3. Agostino e la tradizione concettuale d'Occidente.

    È noto, e qui vogliamo soltanto alludervi, che la tradizione occidentale del modo agostiniano d'intendete le relationes nella Trinità ha influito costantemente nel corso della storia, per cui a poco a poco si persero anche di vista le differenti proprietà delle tre persone (con Tertulliano questo ora è il concetto occidentale).

    Harnack forse esagerava ritenendo che Agostino «non sarebbe mai giunto alla Trinità se non fosse stato legato alla Tradizione».

    È certo però che l'Occidente deve la sua tendenza ad un concetto puramente monoteistico di Dio alla costruzione triangolare del concetto modalistico di Agostino.
    Questi iniziò a riflettere non partendo dal Padre, come i greci, bensì dall'astratta 'Trinità' come tale, dove le tre persone si condizionano reciprocamente in delle relationes simmetriche, fino al punto che si vede la partecipazione del Figlio nella sua stessa missione.

    In definitiva soltanto il riferimento alla Bibbia esclude la conclusione logicamente possibile che il Padre od anche il Figlio procedano dallo Spirito.

    Pure il termine processio viene così impiegato secondo un'accezione ben più ampia di quella consentita dalle definizioni greche delle inconfondibili proprietà ipostatiche. Lo si osserva chiaramente in Anselmo (De processione Spiritus S.) e nella successiva Scolastica.

    4. Il compito ecumenico.

    Se i teologi ortodossi richiamano l'attenzione sul fatto che la dottrina trinitaria d'Occidente rende impossibile la trasfigurazione spirituale dei fedeli in una partecipazione al Padre nello Spirito, la critica che si muove da posizioni occidentali è che nella teologia trinitaria ortodossa gli effetti prodotti dallo Spinto non sono sufficientemente inquadrati nell'intera opera di Cristo.

    Ed è appunto questa la vera esigenza del Filioque che nel nostro secolo è stata avanzata specialmente da Karl Barth.

    I più recenti sviluppi stanno ad indicare che l'esempio della chiesa vetero-cattolica e di quella anglicana influisce sul resto delle chiese occidentali, favorendo un'autocritica per quanto concerne il concetto a-trinitario (o soltanto trinitario-intellettualistico) di Dio della tradizione agostiniana. Al tempo stesso ci s'attende che l'ortodossia chiarisca meglio i rapporti dello Spirito con il Figlio.

    Ciò che qui si profila come un pericolo di smorto monoteismo con una tradizione trinitaria non compresa dalle comunità, sull'altra sponda è la costruzione di un monopatrismo, espresso secondo gli schemi concettuali greci, che blocca la dimensione ecclesiologica ed etica dello 'Spirito di Cristo' nella dossologia.

    È possibile comprendere il nocciolo della questione soltanto in termini teologici, non storici: quale figura dovrà oggi assumere la dottrina trinitaria per diventarci davvero familiare? I modelli fin qui impiegati sono comprensibili, come pure i dilemmi che essi contengono. Sono però anche utilizzabili?

    _________________
    [Fonte: "Concilium", rivista internazionale di teologia, su www.queriniana.it - traduzione dal tedesco di Dino Pezzetta]
    (Tratto da: http://www.internetica.it/controversia-Filioque.htm)

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    Rev.P.Diacono,

    lasciali dire,

    sono 1000 anni che abbiamo imperatori presi per la gola o imposti da eterodosssi, patriarchi con manie temporali da vescovo-conte di carolingia memoria, estrapolazioni di frasi fuori dal loro contesto storico e sociale ma noi siamo sempre qui........ (a fare i "talebani" ?).

    Come disse un giorno il responsabile della sala stampa Vaticana....."gli ortodossi perdono il treno della storia..."
    noi completiamo...."ma saliamo sul ciuco di Gesù Cristo" (=il puledro di asina dell'entrata in Gerusalemme).

    In quanto alle frasi dette ma non dette (tipo me l'ha riferito tal dei tali in Grecia.....) sul movimento tradizionalista è la vecchia tattica del "sussurro" ecclesiastico di cui ogni denominazione religiosa del globo ne ha vasi (di pandora) ben pieni.
    Se non sono costruttive gettiamocele detro le spalle! In caso contrario discutiamone!

    Auguri di Buona Domenica di Luca e di Paramone e dei 370 martiri.

    Anaghnosti

 

 
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