Il Pil viaggia al ritmo dell’8%, ogni anno un milione di posti di lavoro in più. Gli stranieri tornano a investire
Sorpresa: l’Argentina è ripartita e cresce come la Cina
Buone notizie dall'Argentina. Il Paese-crisi per antonomasia si è svegliato. Ha ripreso a crescere e a tassi - l'8 per cento - ormai sconosciuti a noi europei e che possono essere paragonati solo a quelli cinesi; in due anni sono stati creati due milioni di posti di lavoro, l'inflazione è tornata ai livelli degli anni Novanta, i consumi sotto Natale sono stati più che soddisfacenti e gli stranieri hanno ricominciato a investire dalle parti di Buenos Aires. I gauchos, quindi, non piangono più o comunque hanno trovato la strada per risorgere puntando sul mercato: lo dimostra il fatto che metà dei nuovi occupati ha trovato impiego nel settore privato. Sono passati una ventina di mesi da quando il mondo scoprì la tragedia argentina. CONTINUA A PAGINA 31
A pagina 31 servizio di Caretto
Il più grande produttore di carne al mondo che lasciava morire di fame i suoi bambini, una montagna di debiti - 150 miliardi di dollari - accumulati mentre i più ricchi trasferivano i loro pesos nei forzieri delle banche americane, la moneta svalutata del 270 per cento. Un Paese che solo qualche decina di anni prima era ricco tanto quanto la Francia si ritrovò improvvisamente ad avere un reddito pro capite pari alla Bulgaria.
All'immediata vigilia del 2005 Buenos Aires mostra di aver cambiato passo. Gli americani annotano e se ne stupiscono anche perché il governo argentino ha bellamente ignorato le ricette del Fondo monetario. Ha puntato sul rilancio dei consumi interni e i numeri per ora danno ragione al presidente Nestor Kirchner. I nuovi posti di lavoro sono a reddito basso e il costo della manodopera aiuta le multinazionali rimaste a strappare performance di prim’ordine.
Gli economisti più attenti e meno ottimisti parlano di «rimbalzo», evitano i superlativi e ribadiscono che l'Argentina resta ancora un'economia chiusa. Esporta solo il 9% del suo prodotto mentre il vicino Brasile fa almeno il doppio. I cittadini di Cordoba e Rosario non hanno ancora recuperato il loro vecchio reddito, ma la situazione volge al bello e la percezione popolare è positiva. Un elemento che in un Paese che ha il record mondiale di studenti iscritti alla facoltà di psicologia può contare molto. La nuova Argentina altro non è che un'economia povera che però si è scoperta dinamica. E forse s'è portata già oltre il declino.
Per noi italiani il tracollo di Buenos Aires è stato il kolossal del declino, argentinizzazione è un neologismo che ha una sua, seppur limitata, circolazione. Un economista pungente come Marcello De Cecco di recente ha osservato che un'Italia «fuori dal Patto europeo di stabilità avrebbe già fatto la fine dell'Argentina». Forse sono esagerazioni, i paragoni sono sempre difficili e in questo caso di più. Il declino di un'economia non è cosa, dicono gli studiosi, che si verifica in pochi anni. E' un lento e lungo slittamento e proprio perché va adagio rischia di essere più insidioso, specie quando le contromisure latitano. E basta dare uno sguardo al dossier sulle crisi industriali aperte in Italia - fonte insospettabile: Palazzo Chigi - per rendersi conto di quanto c'è da fare.
di DARIO DI VICO
corriere
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