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Discussione: Darwin day

  1. #1
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    Predefinito Darwin day

    http://www.pianetascuola.it/attualit...in/unita_1.htm
    La scuola licenzia Darwin

    di Pietro Greco

    Addio, Charles Darwin. Nelle scuole medie italiane - come, per una breve stagione, in quelle del Kansas - non si insegnerà più la teoria dell’evoluzione biologica. Nei libri di testo dei nostri ragazzi non è più previsto alcun accenno alla cespugliosa storia evolutiva della vita sulla Terra, alla modificazione incessante delle specie per quel gioco di «caso e necessità» di cui parlava Jacques Monod, a quell’ipotesi di discendenza dell’uomo dalla scimmia che tanto faceva soffrire l’iracondo vescovo Wilberforce. Via, tutto. Cancellato. I ragazzi non devono sapere.

    Non conosciamo se a decretare il veto contro l’insegnamento di quella teoria darwiniana, che la comunità scientifica in tutto il mondo considera la base fondamentale del nostro sapere intorno ai fatti della vita, sia stata una qualche commissione distratta o una qualche autorità retrograda.
    Non sappiamo se a provocare la virtuale cancellazione di Darwin dai libri di scienze dei nostri ragazzi sia stato l’atto malaccorto di un burocrate sciatto o la decisione cosciente di un’autorità reazionaria. Fatto è che con la riforma Moratti la teoria dell’evoluzione delle specie per selezione naturale del più adatto esce dalla scuola italiana. I ragazzi non devono sapere. E neppure gli adulti.

    La notizia è, di certo, fragorosa: l’Italia opera una censura culturale che non ha riscontro in alcuna parte del mondo, Kansas incluso. Una mordacchia che neppure ai tempi di Galileo.
    La teoria dell’evoluzione biologica di Charles Darwin non è solo una delle più grandi conquiste del pensiero scientifico, è anche una delle più grandi acquisizioni della cultura di ogni tempo. La sua teoria dell’evoluzione biologica ha contribuito a ridisegnare la visione che noi tutti abbiamo del mondo che ci circonda e di noi stessi. Darwin, per intenderci, siede al tavolo dei grandi del pensiero insieme ad Aristotele e a Kant, a Euclide e Gödel, a Galileo e Newton, a Platone ed Einstein. Cancellarlo dai libri di testo significa, né più né meno, cancellare un pezzo decisivo della cultura occidentale e della cultura tout court.
    Per questo più assordante ancora dell’operazione di cassazione a opera del ministero dell’Istruzione è il silenzio che si è creato intorno alla vicenda. Nessuno ne parla. Né per condannare e neppure per applaudire. Come se cancellare un pezzo fondante della nostra cultura dai libri di testo fosse un’operazione normale. Come se cacciare Charles Darwin dalla scuola a un secolo e mezzo dalla pubblicazione di “Sull'origine delle specie”, fosse un'operazione non degna di alcun interesse. Come se cancellare il pensiero su cui si fonda la scienza emergente del XXI secolo, la biologia, potesse essere culturalmente sostenibile per un paese che si autodefinisce libero e avanzato.

    Ora noi capiamo (ma non giustifichiamo, sia chiaro) il governo e gli ambienti culturali che lo sostengono. Da qualche tempo - intorno a quel governo, in quegli ambienti - spira un vago vento antievoluzionista. Che è come dire un vago eppure concreto vento antistorico e antiscientifico. Da qualche tempo a questo improbabile zefiro viene dato un certo spazio. Ricordate il convegno contro Charles Darwin organizzato nei mesi scorsi a Milano da frange di Alleanza Nazionale e ospitato dalla Provincia? E ricordate, che nei mesi scorsi, tra i massimi dirigenti del nostro massimo Ente pubblico di ricerca il governo Berlusconi ha nominato, per l’appunto, un antievoluzionista? Nessuna di queste (e altre) operazioni ha riscontro nei paesi occidentali. E neppure nei paesi islamici. O buddisti. O induisti. O animisti. Neppure nelle roccaforti dei creazionisti (il Kansas, il Texas e gli altri stati del Sud degli Usa) le istituzioni promuovono convegni contro l’evoluzionismo e pongono ai vertici della ricerca pubblica degli antidarwinisti. Non succede perché il pensiero di Darwin è, ormai, scienza consolidata e il creazionismo è un atto di fede. Un atto legittimo, sul piano religioso. Ma in nessun posto al mondo, ormai, neppure nelle teocrazie più fondamentaliste un centro di ricerca scientifica si regge su un puro atto fede.

    Per intenderci, anche la Chiesa cattolica considera quella darwiniana un’ipotesi solida (anche se non completa). E, comunque, l’unica ipotesi scientifica in campo capace di spiegare i fatti noti della biologia. Per essere ancora più chiari: il cattolico Ludovico Galleni nel Dizionario interdisciplinare di Scienza e Fede pubblicato di recente dalla Urbania University Press e da Città Nuova a cura di Giuseppe Tanzella-Nitti e Alberto Strumia sostiene «l’accettazione ormai definitiva della prospettiva scientifica evolutiva» da parte del pensiero teologico. Cosicché il pensiero antievolutivo è l’epigone di un pensiero cristiano (cattolico e protestante) reazionario del tutto minoritario in ogni parte del mondo, Kansas compreso.
    Cosicché anche il governo Berlusconi non ostenta le sue ormai sistematiche gesta antidarwiniane. Non ha il coraggio delle proprie azioni. Le minimizza. Le fa passare in sordina. Quasi a farci intendere che dietro non c'è una precisa scelta culturale. Che si tratta solo di piccoli e innocui pegni da pagare ad ambienti di destra con idee più o meno bizzarre. Ed è così, in sordina, che il governo fa passare le nuove gesta didattico-pedagogiche che buttano fuori Darwin dalle scuole medie italiane.

    Ma può la società italiana accettare che un atto politico - non si sa se (più) sciatto o (più) reazionario - metta la scolorina al grande quadro della teoria fondamentale della scienza emergente, la biologia, proprio come in Unione Sovietica i burocrati zelanti cancellavano con la scolorina dalle foto ufficiali i politici caduti in disgrazia agli occhi di Stalin? Può accettare che i suoi ragazzi si formino senza aver mai sentito parlare di Charles Darwin e della sua teoria evoluzionista in un’epoca in cui la scienza biologica disegna gran parte della frontiera sociale ove si incontrano cultura, etica e persino economia?
    La domande sono certamente retoriche: no che l’Italia non può accettarlo. Non senza combattere, almeno. Le risposte, invece, sono avvilenti. La cancellazione con la scolorina della figura di Charles Darwin dalla grande foto della storia surrettiziamente proposta ai ragazzi della scuola media non ha suscitato una grande reazione di ripulsa nell’opinione pubblica e nei media. È come se un po' tutti fossero rassegnati a questo improbabile revisionismo. A questo revisionismo vigliacco che preferisce non parlare di Darwin piuttosto che sfidarlo in campo aperto. E così molti - troppi - tacciono, facendo finta, proprio come accadeva in Urss, di non vedere. Di non vedere che qualcuno - non si sa se più per sciatteria o più per spirito reazionario - sta manipolando la scienza e la storia. Che qualcuno sta minando alla base la cultura - e il futuro - dei nostri figli. È davvero assordante questo silenzio.

    •   Alt 

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  2. #2
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    http://www.lanuovaecologia.it/inizi...azione/4017.php

    L'arringa di Marcello Buiatti "in difesa" del naturalista inglese
    Auguri Darwin
    Il ministro Moratti tenta di eliminare il padre dell'evoluzionismo dai programmi scolastici. Mentre nel mondo anglosassone il 12 febbraio si celebra il giorno della sua nascita con incontri sul valore della ricerca e del pensiero razionale
    CURIOSITÀ: Il sito - La canzone - I festeggiamenti - In Italia



    di Marcello Buiatti*

    L’opera di Charles Darwin? È un inno alla ricchezza della vita. Per questo gli ambientalisti hanno reagito con tanta decisione all’idea (non ancora completamente rientrata) del ministro Moratti di eliminare lo studio del grande natualista inglese dai programmi scolastici. Un tema al quale Legambiente (oltre al volume Dalla parte di Darwin, a cura di Vittorio Cogliati Dezza, Editrice le Balze, 2004) ha dedicato un importante convegno, a Roma nel dicembre scorso, proprio con l’obiettivo di promuovere la mobilitazione contro lo sradicamento dalla scuola italiana del pensiero evoluzionista ma anche della cultura scientifica e dell’ecologia in senso più ampio.

    Fra storia e narrazione
    Darwin del resto rappresenta un simbolo di tutto il pensiero scientifico in quanto è lui che ha introdotto per primo alcuni fondamenti, poi a lungo travisati, che rimangono alla base dell’ambientalismo scientifico fondato in Italia tanti anni fa. L’evoluzionismo, infatti, si basa sui concetti di cambiamento, di storia, di narrazione. Rigetta le teorie fissiste e creazioniste che lo avevano preceduto ma propone l’esistenza di più fattori di evoluzione fra cui l’ambente, in termini che ricordano anche, nonostante quello che ancora si insegna nelle scuole italiane, il pensiero di Jean Baptiste Lamarck. : «È interessante contemplare una plaga lussureggiante – scrive Darwin – e pensare che tutte queste forme così elaboratamente costruite, così differenti l’una dall’altra in maniera così complessa, sono state prodotte da leggi che agiscono intorno a noi. Queste leggi, prese nel loro più ampio significato, sono la legge dell’accrescimento con riproduzione, l’eredità che è quasi implicita nella riproduzione; la variabilità per l’azione diretta e indiretta delle condizioni di vita e dell’uso e non uso; il ritmo di accrescimento, così elevato da condurre a una lotta per l’esistenza, e conseguentemente alla selezione naturale».

    Elogio della diversità
    Darwin afferma inoltre con chiarezza il grande valore della diversità: «Vi è qualcosa di grandioso in questa concezione della vita, con le sue diverse forze, originariamente impresse dal Creatore in poche forme o in una forma sola, e nel fatto che, mentre il nostro Pianeta ha continuato a ruotare secondo la immutabile legge di gravità, da un così semplice inizio innumerevoli forme, bellissime e meravigliose, si sono evolute e continuano ad evolversi». Infine, in qualche modo, anche per Darwin «il Mondo è tutto attaccato» come hanno sempre detto gli ambientalisti, nel senso che i sistemi viventi sono costituiti da componenti tutti connessi l’uno all’altro per cui se intervengono cambiamenti in uno di essi, si ripercuotono sul resto. Questo è vero sia al livello di singolo organismo che di ecosistema. In un individuo «Per usare l’espressione di Goethe “per largheggiare da una parte, la natura è costretta ad economizzare dall’altra”». E inoltre, «affinché un animale possa acquisire una struttura sviluppata in modo particolare, è quasi indispensabile che diverse altre parti si modifichino e si adattino reciprocamente». Al livello superiore «perché la più importante di tutte le cause dei cambiamenti organici è… il reciproco rapporto tra organismo ed organismo e il miglioramento di un organismo determina il miglioramento o lo sterminio di altri».

    La nuova biologia
    Da queste citazioni tratte dalla Origine delle specie emerge che la concezione darwiniana della vita era molto più avanzata di quella ancora prevalente, ahimé, nei libri di testo e nei mezzi di comunicazione di massa, e invece coerente con quella che nell’ultimo decennio si è andata affermando come “nuova Biologia”. Ora sappiamo con certezza che i sistemi viventi, pur avendo, anche, caratteristiche che possono essere scambiate per quelle di una macchina sono invece molto diversi. In particolare, mentre una macchina è fatta di pezzi indipendenti i componenti della vita sono tutti collegati, mentre una macchina ha un solo programma di origine umana, i viventi restano tali proprio in quanto sono in grado di utilizzare una grande varietà di strumenti e processi, costruiti durante l’evoluzione per rispondere, cambiando continuamente programma, alle modificazioni dell’ambiente esterno e che avvengono inevitabilmente al loro interno. Il che significa anche che, contrariamente a quanto sembra dirci il buon senso comune, a vincere nell’evoluzione non è “il migliore” ma piuttosto “quello che se la cava”, cambiando, beninteso, tanto da poter restare quasi vivo. Significa anche che la scienza non è erogatrice di verità universali ma invece si trasforma continuamente non sostituendo un pensiero con un altro ma modificando le teorie mano a mano che si aggiungono nuove conoscenze.

    L’economia del pensiero
    Darwin stesso ne era ben cosciente quando affermava: «Per quanto posso giudicarmi… sono sempre riuscito a mantenere la mia mente libera in modo da poter abbandonare qualsiasi ipotesi per quanto amata… Non mi ricordo di aver formulato mai un’ipotesi che io poi non abbia abbandonata o profondamente modificata». Questi sono i concetti e il modo di fare scienza di Darwin e anche quello di un’antica linea di pensiero che va da correnti della filosofia greca e non solo, a Spinoza, Waddington, Bateson e altri pensatori familiari agli “ambientalisti scientifici”. È contro il pensiero tutto, ma in particolare contro questo pensiero, che vanno i tentativi di distruzione capillare del ministro Moratti, che colpiscono insieme la formazione nella scuola e nell’università e la ricerca, eliminando interi capitoli del sapere umano nella prima, rendendo luogo di pesante apprendimento mnemonico, di inibizione della volontà di pensare la seconda, senza fondi, ridimensionata, priva di ricambi e strategie la terza. Il rischio che corriamo è veramente grande perché comporta una perdita netta della capacità di uso di quello strumento, il cervello, che per la sua incredibile plasticità e capacità di risposta è alla base della umana, unica, strategia di adattamento. Mentre i batteri infatti si adattano cambiando velocemente il loro patrimonio genetico, le cellule vegetali mantengono una grande plasticità anche mutando durante la vita, gli animali si spostano per cercare ambienti adatti, noi esseri umani usiamo il cervello per fare progetti di cambiamento del mondo esterno. È col pensiero che si producono innovazioni, ci si rende conto dei cambiamenti che avvengono intorno a noi, si fanno progetti. È ancora col pensiero che possiamo dirigerci verso un’economia sostenibile, competere per la qualità dei prodotti e della vita, dare base culturale a nuovi modi di vivere, fare scienza, letteratura, filosofia, poesia, arte, cominciare a costruire quello che chiamiamo un “nuovo mondo possibile”.

    *Professore di Genetica all’Università degli studi di Firenze e membro del Comitato scientifico di Legambiente

    11 febbraio 2005

  3. #3
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    Predefinito Per farla finita con l'evoluzionismo

    Uno dei "dogmi" a cui oggi la scienza e la sociologia ci chiedono di prestare fede cieca è rappresentato dall'evoluzionismo. Quante volte, sin da bambini, sui testi scolastici abbiamo trovato quei disegni che spiegano il passaggio dalla scimmia all'uomo? E quante volte poi, divenuti un po' più grandi, al liceo ci siamo ritrovati di fronte, sul testo di scienze, al cosiddetto "albero dell'evoluzione"? Oppure, ancora, chi è che non ha mai guardato, in televisione, uno di quei documentari (ad esempio Quark di Piero Angela) in cui ci viene spiegato tutto il cammino biologico, animale e umano nei termini inconfutabili della "evoluzione delle specie"?

    Tutti siamo passati inevitabilmente attraverso queste cose, e tutti siamo rimasti quantomeno affascinati nel vedere la scimmia che, lentamente, diveniva homo erectus. Si sa: la semplicità del bambino rimane colpita, e giustamente, dalle favole. Il problema è che la teoria dell'evoluzione non ci veniva presentata come una favola (una delle poche realtà che ancora ammette l'esistenza dei miracoli e dei prodigi), ma come un'indubitabile e freddo dogma scientifico cui prestar fede, un po' come si prestava fede alla maestra del catechismo.

    Così chi oggi si azzarda a mettere in discussione siffatto "dogma" si trova, non di rado, ad essere pubblicamente deriso o guardato con una certa aria di compatimento o di scherno, considerato alla stregua di un ingenuo, uno sprovveduto, un oscurantista. A "far giustizia" ci ha pensato la casa editrice "Il Minotauro", dando alle stampe un interessante testo di Daniel Raffard de Brienne, intitolato "Per finirla con l'evoluzionismo - delucidazioni su un mito inconsistente".

    Raffard de Brienne, nella sua acuta opera di demitizzazione, tocca gli argomenti in cui, nel tempo, l'evoluzionismo ha mostrato la sua debolezza dal punto di vista strettamente scientifico: il problema dell'origine della vita, dell'origine delle specie e della loro comparsa, la questione dei cosiddetti "anelli mancanti", del meccanismo dell'evoluzione e, infine, della linea evolutiva umana.

    Lo scopo del libro, come accennato, è innanzitutto quello di "demitizzare" l'evoluzionismo, e quindi di presentarlo per quello che realmente è: non un "dogma" inconfutabile, ma una teoria che, come tutte le altre teorie, necessita di una verifica empirica che la provi come vera.

    "L'evoluzionismo o trasformismo biologico - scrive l'autore nell'introduzione -, una teoria in base alla quale le specie viventi discendono, perfezionandosi, da progenitori comuni e, per il loro tramite, dalla materia bruta, è oggi un cadavere conservato a stento in uno stato di vita apparente". Questa consapevolezza, in realtà, era emersa sin dai primi anni del XX secolo (in scienziati come Delage, Bounoure e Rostand - quest'ultimo definiva la teoria in questione come "una favola per adulti"), rimanendo però schiacciata da tutta la propaganda favorevole di cui, in quei decenni, godeva l'evoluzionismo.

    Raffard de Brienne, attraverso la sua dettagliata analisi, si sforza di mostrare come l'evoluzionismo, prima ancora che svolgersi come teoria scientifica, si presenti come visione del mondo e quindi come metafisica. Una metafisica che, ad esempio, servì da supporto "scientifico" alla dottrina economica di Marx ed Engels: "L'evoluzionismo viene presentato come il principio necessario di ogni materialismo, di ogni dottrina volta a negare Dio e la sua creazione. Un principio necessario ma non sufficiente, perché il materialismo, pur spostando l'origine delle cose tanto indietro da perderla di vista, non risolve il problema della causa prima".

    L'evoluzionismo (o, anche, trasformismo biologico), dunque, non solo è una metafisica mascherata da dottrina scientifica, ma assolve anche la funzione di supporto ideologico. Oltre al già citato marxismo, esso sarebbe tornato utile, tra gli altri, anche al razzismo hitleriano.

    Se proprio di evoluzione vogliamo parlare - sostiene l'autore - possiamo accettare l'idea (peraltro supportata da fatti ed esperimenti) di una microevoluzione, estremamente limitata, che "produce solo variazioni morfologiche all'interno della specie". Ciò che ad oggi non è ancora provato scientificamente (e che quindi non possiamo accettare se non come mera teoria) è la macroevoluzione, e cioè l'idea che, a partire dalla materia informe ed inanimata, si siano generati organismi unicellulari semplici che, per successive trasformazioni, avrebbero dato origine a tutte le specie viventi.

    Così l'albero genealogico, che servirebbe a descrivere il cammino dell'evoluzione a partire da organismi unicellulari, si presenta oggi come un albero fittissimo nei rami secondari (le specie), ma quasi interamente privo di rami principali (gli ipotetici progenitori delle varie specie) e infine del tronco e delle radici (gli stessi organismi unicellulari). "Per uno strano equivoco - scrive l'autore - l'albero è stato trasformato nella prova stessa dell'evoluzionismo, questo grazie ad un vizio di ragionamento conosciuto come petizione di principio, ossia la domanda per la risposta. Se in una somiglianza di forme si vuol ravvisare la prova di una parentela possiamo benissimo - dice divertito Jean Servier - ricostruire catene evolutive partendo dagli oggetti che ci circondano e provare che il bastone, passando per il trespolo, la sdraio, lo sgabello, la poltrona e il divano, è il progenitore del letto". E' qui che nasce il problema degli anelli mancanti, ossia il ritrovamento - mai avvenuto - dei fossili in grado di infoltire i rami principali e il tronco dell'albero genealogico, avallando così l'ipotesi evoluzionista. L'idea di macroevoluzione, in tal modo, si pretende fondata proprio su ciò che ad essa manca: le sue prove.

    Giuseppe Sermonti, nella presentazione all'opera di Raffard de Brienne, scrive che "l'evoluzionismo, particolarmente quello neo-darwiniano, nonostante sia stato troppe volte smentito (e questo libro ne offre una ponderosa casistica) seguita a sedere tranquillo sugli scranni del potere e a far mostra di sé sulle targhe di molti istituti in tutto il mondo". Ci auguriamo che il libro di Raffard de Brienne possa contribuire a far sì che l'evoluzionismo decada dal suo status di mito (anche ideologico e metafisico) e ritorni ad essere quel che è sempre stato: niente di più e niente di meno che una teoria.

  4. #4
    VERITAS LIBERABIT VOS
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    Predefinito Darwin alle corde?

    Darwin alle corde?
    di Maurizio Blondet

    II mito dell'evoluzionismo darwinista è in crisi. Cresce negli USA il numero degli scienziati che lo contestano: Darwin aveva torto. Per loro gli esseri viventi sono frutto di un progetto intelligente. La scienza più avanzata riscopre Dio.

    Ogni settimana, Piero Angela ci istruisce. La giraffa "ha evoluto il suo lungo collo" per brucare le foglie dei rami alti. La balena "discende" da un animale terrestre che "si adattò alla vita acquatica". Informazioni divertenti che presuppongono come vera e scontata la teoria di Darwin: l'evoluzione di animali, la loro trasformazione da una specie a un'altra, a forza di accidentali "mutazioni" conservate, perché "utili alla vita", dalla selezione naturale. Ciò che non ci dice mai, l'ottimo Piero Angela, è che la teoria di Darwin è messa in dubbio, e a voce sempre più alta, da un numero crescente di scienziati americani.

    Dal '93, l'autorevolissima Boston Review (la rivista del MIT, la più avanzata università scientifica Usa) accoglie un dibattito in cui biologi, matematici, paleontologi e biochimici attaccano "il dogma evoluzionista", e su basi scientifiche.

    L'evoluzionismo sostiene che nel DNA avvengono di continuo mutazioni accidentali. Il genetista James Shapiro ricorda invece che le mutazioni del DNA, la "scrittura della vita" (un vero "programma di computer", con tutte le istruzioni per formare un essere vivente, presente sia negli esseri più "primitivi" che dei più "evoluti"), sono rarissime. Perché, dice Shapiro ecco un'altra notizia che Piero Angela evita di fornirci "il DNA è fornito di molti apparati di 'correzione di bozze', su vari livelli, che riconoscono e rimuovono gli errori occorrenti durante la replicazione del DNA". Il DNA dunque si difende attivamente proprio da quelle casuali accidentalità, in cui i darwinisti identificano il motore dell'evoluzione. Di fatto, il DNA è la struttura più stabile dell'universo. Nei secoli, le lapidi egizie di granito diventano illeggibili; il DNA, fatto di proteine, si riproduce sempre uguale, opponendosi in modo attivo al degrado di tutte le cose. E, impariamo ora, si difende anche dal darwinismo.

    Le sole mutazioni frequenti sono provocate dall'uomo su animali di laboratorio: con radiazioni nucleari o con agenti chimici che sconvolgono brutalmente la struttura del DNA. È il caso del moscerino della frutta (Drosophila Melanogaster), l'insetto preferito dai genetisti perché produce una generazione nuova ogni mese. Studiato da 80 anni in tutti i laboratori del pianeta, il moscerino è stato costretto a subire milioni di mutazioni. Tutte, nessuna esclusa, diminuiscono la sua attitudine alla vita (mancanza di occhi, di ali, di zampe); gli animaletti mutanti possono vivere solo in laboratorio, grazie alle cure degli sperimentatori; in natura sarebbero morti prima di trasmettere il loro patrimonio genetico ai discendenti. Meno che mai la drosofila ha dato luogo ad altra specie.

    Tutto ciò induce una nuova generazione di scienziati a sostenere, ormai apertamente, che gli esseri viventi sono il frutto di una "progettazione intelligente" (intelligent design). "È una teoria pienamente scientifica che formuliamo come tale", ha scritto William Dembski, logico-matematico della Notre Dame University.

    Perché? Perché troppi apparati delle creature viventi presentano una complessità irriducibile, risponde Michael Behe, biochimico della Leighton University. Come esempio di "complessità irriducibile", Behe porta il caso della trappola per topi. Costituita di cinque pezzi - una molla, la fagliela, il gancetto che tiene la tagliola in posizione, l'esca, la tavoletta su cui il tutto è inchiodato - è una macchina molto semplice. Ma la sua semplicità "non può essere ridotta". Se manca un solo pezzo, non è che la trappola funzioni meno bene; non funziona affatto. Dunque, non può essersi formata a poco a poco, con aggiunte e miglioramenti; la trappola è stata progettata fin dall'inizio così. Molti apparati di esseri viventi sono ugualmente "irriducibili". Non funzionano se mancano anche solo di un componente.

    La lingua del picchio è una "complessità irriducibile". Il noto uccellino ha una lingua lunga 15 centimetri, quanto il suo corpo. Dove la tiene? La tiene arrotolata attorno al cranio, come una fionda. La cosa stupefacente è che la lingua parte dal becco all'indietro, gira attorno al cranio e ritorna al becco dalla parte opposta. Ora, non è possibile che una lingua così straordinaria si sia "evoluta" per gradi. Il solo fatto che sia rivolta all'indietro avrebbe reso impossibile la nutrizione a generazioni di progenitori del picchio, finchè l'apparato non avesse raggiunto la necessaria lunghezza.

    Altro caso: il limulus, una specie di granchio corazzato che vive sulle coste dell'Atlantico. Essere "primitivo", cugino degli antichissimi trilobiliti (estinti da milioni di anni), è considerato un fossile vivente, presente in strati fossili da 300 milioni di anni (e sempre uguale). Di recente s'è scoperto che gli gli occhi del limulus, di notte, aumentano il loro potere visivo di un milione di volte. Non sono affatto occhi "primitivi". Al contrario: sono più sofisticati degli apparecchi elettronici a visione notturna usati per scopi militari. Ciò che vediamo in natura è uno scoppio di fantasia progettistica. Anche l'evoluzione dell'Uomo è in discussione. L'albero genealogico fornitoci dagli evoluzionisti viene sconvolto da sempre nuove scoperte, che spingono i nostri presunti "progenitori comuni fra uomo e scimmia" alla posizione di rami collaterali. L'uomo di Neanderthal, estintosi "solo" 25 mila anni fa (già esisteva l'uomo moderno), non solo ha perso il posto di nostro "antenato", ma anche quello di parente collaterale. Due studi recenti hanno ricavato il DNA del Neanderthal: è cosi diverso dal nostro, che le due specie non potevano unirsi ed avere prole. Era una umanità aliena. Da poco in Spagna (ad Atapuerca) è stato trovato il fossile d'un uomo di 780 mila anni, eppure completamente moderno. Così moderno che gli imbarazzati evoluzionisti hanno creato una specie apposta per lui: Homo Antecessor ("che precede gli altri").

    Nel novembre 1999, l'autorevole rivista National Geographic ha pubblicato in pompa magna la foto di una lastra minerale dove si vedeva un dinosauro con ali e piume: "È la prova che gli uccelli si sono evoluti da questi antichi rettili", ha esultato il biologo Barry A. Palevitz nell'articolo che accompagnava la scoperta. Subito dopo, s'è appurato che "il fossile" era un falso, composto da due fossili diversi (un uccello e un sauro) incollati assieme, opera dei contadini cinesi della zona di Liaoning, che sfruttano e vendono (sul mercato nero) i fossili di un giacimento locale. Uno "scandalo" molto chiacchierato in Usa. Piero Angela non ce lo ha raccontato.

    Bibliografia

    Mariano Artigas, Le frontiere dell'evoluzionismo, Edizioni Ares, Milano 1993.
    Giuseppe Sormonti, Dimenticare Darwin. Ombre sull'evoluzionismo, Rusconi, Milano 1999.
    Jean Servier, L'uomo e l'Invisibile, Rusconi, Milano 1973.
    Domenico Ravalico, La creazione non è una favola, Paoline, Cinisello Bal.mo (MI) 1987.
    Pier Carlo Landucci, La verità sull'evoluzione e l'origine dell'uomo, Editrice "La Roccia", Roma sine data.

  5. #5
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    Predefinito Il picchio e la farfalla

    Il picchio e la farfalla
    di Maurizio Blondet

    Domande imbarazzanti a cui il darwinismo non sa rispondere. Come può il picchio avere una lingua così lunga? E le farfalle le ali così belle? Bisogna ammettere l'esistenza di un progetto. E di un Creatore...

    Il picchio pone un problema imbarazzante agli evoluzionisti. Pochi sanno che questo comune uccellino, per catturare gl'insetti nascosti sotto la corteccia degli alberi, proietta una lingua di ben 15 centimetri. Ma come può, il piccolo volatile del boschi, possedere una lingua lunga quanto il suo intero corpo? Dove la tiene quando non la usa?

    La tiene arrotolata, come una fionda, attorno al collo. Guardate il teschio di un picchio. Noterete due strani e sottilissimi ossicini, flessibili come molle. Sono le ossia ioidi, presenti in diversi animali per rafforzare la base della lingua, ma nel picchio sono straordinariamente modificate: due piccoli archi tesi per scoccare la lingua come una freccia. Partono dalla destra del becco, girano attorno al cranio e si collegano alla sinistra del becco.

    Può una simile stranezza essersi evoluta per "selezione naturale"? Secondo la teoria evoluzionista, ogni passo evolutivo è causato dall'accumularsi di cambiamenti graduali, dovuti a casuali mutazioni, e poi conservati perché "utili" alla sopravvivenza dell'individuo. Dunque, gli evoluzionisti ritengono che la strana lingua del picchio deve essersi evoluta da un antenato che, come tutti gli altri uccelli, avrà avuto una lingua di misura normale. E qui, la prima difficoltà: la lingua del picchio parte dalla radice sinistra del becco e si protende non in avanti, come tutte le altre lingue, ma all'indietro, verso il cranio posteriore.

    Si ammetterà che una lingua rivolta all'indietro dev'essere stata un grosso svantaggio per l'antenato presunto del picchio. Almeno fino a quando non sia divenuta tanto lunga da ricongiungersi al becco dopo un bei giro attorno al cranio, generazioni di uccelli devono aver digiunato. Questo se si ammette, come fanno i darwinisti di vecchia scuola, che sono stati necessari "piccoli graduali miglioramenti" per ottenere quello stupefacente apparato linguale: per migliaia d'anni, antenati del picchio si trovavano gravemente svantaggiati nell'alimentarsi.

    La difficoltà si può superare ammettendo, come fa il darwinismo di nuova scuola (Stephen J. Gould), che l'apparato linguale del picchio s'è sviluppato così in un colpo solo, in una gigantesca mega-mutazione. Ma allora, è necessario ammettere che è stato progettato così fin dall'inizio. Che è il frutto di un "progetto intelligente": "intelligent design" è il nome della teoria antidarwinista che si va facendo strada nelle università americane.

    Ma ci sono casi ancora più comuni, che mettono in imbarazzo gli evoluzionisti. La farfalla, il noto lepidottero. Eccola svolazzare nel giardino. Fra poco deporrà le uova. Ma dalle uova, come sappiamo tutti, non esce una farfalla simile alla madre, bensì un bruco.

    Due animali dotati dell'identico codice genetico, ma con due forme assolutamente diverse. L'elenco delle diversità morfologiche fa paura: il bruco striscia su sei paia di zampe, la farfalla ne ha tre. Il bruco dispone di una bocca che mastica foglie, la farfalla ha una proboscide con cui succhia nettare. Il bruco ha sei occhi semplici, la farfalla due occhi composti (come quelli delle mosche). Il bruco ha colori mimetici e, spesso il corpo coperto di setole che lo rendono disgustoso ai predatori. La farfalla che nascerà dal bruco, ha ali vistosissime (che attirano i predatori), un sistema nervoso, l'aerodinamica atta al volo, e organi sessuali, che al bruco mancano.

    Quale vantaggio evolutivo hanno quelle ali sulla sopravvivenza della farfalla, perché la natura le abbia preferite al meraviglioso mimetismo del bruco?

    La risposta è che le ali sono un richiamo sessuale. Ma in natura esistono miriadi di modi per attrarre sessualmente il partner, senza attirare anche i predatori. Peggio: se, come ammettono i darwinisti, la forma originaria dei lepidotteri è il bruco (più "semplice"), e questo ha "imparato" a diventare la sofisticata farfalla per millenarie mutazioni, com'è che il bruco non ha apparato sessuale né riproduttivo? Come si sono riprodotti i presunti antenati e anelli di congiunzione? Dovrebbero aver vissuto per milioni di anni senza sessualità. Oppure i primi bruchi avevano organi sessuali, e poi li hanno persi? Oppure la forma "originaria" è quella volante e più complessa, e ad essere derivato è invece il bruco, più semplificato? Oppure va ammesso, ed ecco dove il darwinismo cade, che l'intero DNA del lepidottero sia stato scritto fin dall'inizio così, e abbia previsto fin dall'inizio la meravigliosa metamorfosi.

    Di fatto, vediamo qui un progetto che - stiamo per dire volontariamente - ha separato due funzioni che negli altri animali sono congiunte. Il bruco non fa altro che nutrirsi. La farfalla, non fa altro che accoppiarsi. E' un organo sessuale volante, una creatura destinata esclusivamente all'eros. Anzi, una metafora dell'amore-passione. Sarà per questo che la farfalla è bella, al punto di imitare i fiori, mentre il bruco non lo è? Che lei si nutre solo di nettare, cibo altamente simbolico degli amanti? E la vita della farfalla è breve come l'amore. Guidata da misteriosi segnali odorosi, la farfalla è capace di volare per decine di miglia al luogo dell'accoppiamento, cosa che il bruco ignora; e ci arriva volando su ali che sono attrattive vistose, ma anche pericolose per la sua sopravvivenza. E tutto questo sarebbe il risultato del cieco caso, della necessità?

    Rispondetevi da soli, perché anche voi siete stati qualche volta nella vita farfalle, ossia innamorati. E avete corso rischi pazzeschi per l'amore; non vivevate più per mangiare, ma v'inebriavate di nulla; e non v'importava di vivere e di morire, e vi guidava una bussola misteriosa verso il dolce convegno. Quel che il darwinismo non riesce a spiegare non è solo la lingua del picchio o la natura della farfalla, ma la fantasia che si mostra in tutto il vivente. Una fantasia non priva d'umorismo, sfarzosa, inesauribile. Inoltre, fastosa, ossia "non funzionale"; un puro lusso: perché se come dicono i darwinisti la selezione ha dotato le lucciole di una lampada, in quanto sarebbe un "vantaggio per la sopravvivenza", perché allora le zanzare (e infiniti insetti notturni) ne sono privi?

  6. #6
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    Predefinito Charles Darwin

    In margine.


    1) Nonostante le ultime scoperte nel campo della microbiologia, della paleontologia e della genetica, il mito darwinista sembra incrollabile.

    2) Quanto si parla dei discutibili metodi d'indagine da cui Darwin trasse le sue conclusioni?

  7. #7
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    Predefinito Re: Charles Darwin

    In origine postato da argyle_83
    In margine.


    1) Nonostante le ultime scoperte nel campo della microbiologia, della paleontologia e della genetica, il mito darwinista sembra incrollabile.

    2) Quanto si parla dei discutibili metodi d'indagine da cui Darwin trasse le sue conclusioni?
    Il merito di Darwin è di aver separato la lettura dalla Bibbia dall'interpretazione scientifica del mondo.
    Lo stesso metodo che aveva Galilei.
    Il problema non è la esattezza delle teorie di Darwin.
    Il merito di Darwin è quello di aver sfatatao la favoletta della creazione in 7 giorni e del diluvio universale.
    Poi ogni teoria è perfezionabile e la scienza non ci da risposte assolute.
    Essa è frutta dell'osservazione e dell'esperienza.
    Procede per gradi, anche per salti, ma non parte dal nulla e subito arriva alla fine.
    Anzi, la scienza non ha mai un punto di arrivo.
    La ricerca spesso parte da una intuizione.
    Non è il punto di partenza dell'indagine, ma il percorso logico che porta a ritenere più o meno corretta una analisi scientifica.
    Anche Newton scoprì la gravità da una mela che gli cadeva in testa. Ma ciò non significa che il suo percorso logico non fosse corretto.

    Una cosa così banale come può sfuggirti?

    Molto probabilmente non ti sfugge e sei semplicemente in mala fede, perché non credo che credi ancora ad Adamo ed eva e all'Arca di Noè.
    Poi se ci credi è un problema tuo.

  8. #8
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    Predefinito

    Il fatto che non ci possiamo spiegare il percorso evolutivo di ogni specie non significa che esse sono state create in 7 giorni.
    Significa che non abbiamo ricostruito ancora tutto il percorso evolutivo.
    Come si fa a non capire una banalità come questa?

  9. #9
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    Predefinito Allo stato attuale,

    non possiamo spiegare l'origine della vita, ma possiamo "vedere" le similitudini tra i vari esseri viventi, anche nel regno animale...



    Chi crede alle Sacre Scritture, può ipotizzare un Dio che crea e realizza tanti progetti di vita partendo da un unico progetto...

    Chi crede alle Teorie di Darwin, può estendere al massimo la propria parentela...

  10. #10
    Vivo all'estro
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    Predefinito

    ALTRE teorie,a parte quelle 2 , possono esistere?
    Il Darwinismo ha dei limiti e delle insite,clamorose bugie filosofiche .
    Che tutto "derivi dalla piu' totale casualita' " e che "tutto venga dal.. fango" e' una teoria filosofica ARRETRATA,clamorosamente falsa scientificamente ed un po' disgustosa.
    Ed anche in termini pratici non e'funzionale e non spiega,davvero, nulla.
    La Bibbia ,pur avendo la decenza di ammettere, perlomeno, una realta' spirituale di qualche tipo, e' un crogiolo di incomprensibili
    barzellette e grottesche favole per bambini.
    E allora? Una "terza via",davvero "terza",cioe' davver distinta da queste 2, non potrebbe esistere?
    Qualsiasi teoria che cerchi di dare vere, complete, spiegazioni, pero', a mio parere, non puo' prescindere dall'ammettere un qualche tipo di realta' spirituale,senza diventare grottesca,offensiva e non funzionale come il tristissimo,grottesco "darwinismo totale" e la psicologia-filosofico religioso materialista Wundtiana( dallo psicologo tedesco Wundt ,del 19esimo secolo.... "L'uomo e' solo un animale!").Ancora dominante oggi nei campi psicologici ed altri gruppi "intellettuali" . Una falsita' disgustosa ed un tradimento dell'uomo stesso e della sua essenza.
    Non si puo' prescindere dalla realizzazione di un qualche tipo di essenza spirituale dell'essere. Dell' "IO".

 

 
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