Ci sono problematiche economiche di livello internazionale che spingono vero la flessibilità. Il problema diventa un problema a monte, che colpisce tutti dall'operaio al datore di lavoro dell'operaio. Se anche le più grandi aziende hanno bisogno di fare continui cambiamenti per poter fare profitti, continui adattamenti, figuriamoci cosa devono affrontare le piccole e medie aziende (e quelle indivduali o familiari poi non ne parliamo) anche solo per sopravvivere. Le recenti polemiche sulla Cina stanno a dimostrarlo.In origine postato da T34
Scusa se intervengo, ho l'età per permettermi di intervenire nella discussione, oltre trent'anni di cantieristica ad alti livelli e non solo.
Conosco a fondo il sentire comune di chi amministra le pompose "risorse umane" e a loro, tutto interessa, l'importante è spendere poco ottenendo il massimo.
I bravi ci sono, e sono una categoria a se, dall'operaio al dirigente, i "bravi" sono una minoranza molto ristretta che non chiede, ma si vende, non al prezzo di mercato ma bensì al loro prezzo...prendere o lasciare.
La fortuna di essere bravi dipende da molti fattori, la formazione, l'esperienza e non ultimo le capacità RICONOSCIUTE....che nessuno certifica ma che hai metabolizzato con anni di sacrificio e duro lavoro.
Danny con queste attuali regole non potrà mai arrivarci, sarà un precario per tutta la sua esistenza, per il semplice motivo che non avrà mai la possibilità di migliorarsi al punto di rientrare nel novero di quelli "bravi"...al massimo potrà aspirare a diventare un "normale" di quelli che fuori dalla porta..ne trovi a milioni.
Il vecchio sistema invece aiutava a crescere a formarsi e a migliorarsi senza l'assillo della precarietà che rende mostri e mediocri.
Col tempo i "bravi" uscivano fuori ed erano risorse di qualità per le aziende che facevano la differenza, oggi non più.
Ci hanno spaccato le palle per decenni con la flessibilità, il costo della manodopera e le pensioni...oggi tutto questo è storia passata , vogliamo fare un bilancio di quanto abbia migliorato lo status dei lavoratori e dell'azienda Italia?
Zero assoluto, tutto in negativo e una generazione, forse due allo sbando più totale.
Questo e quanto ci ha regalato (aprendo la porta) il primo governo con i compagni in poltrona....il resto, per la destra, è stata una passeggiata.
Se poi in Italia manca una cultura meritocratica e una cultura delle risorse umane è un problema, se è vero che la quasi totaità delle assunzioni vengono su segnalazione e una buona parte su raccomandazione. Mi viene in mente quello che si è sempre detto dell'arsenale di Spezia, che sceglieva tutti i migliori operai della zona per tenerli a non fare più nulla: uno spreco di risorse umane e di esperienze enorme.
Ma questo non è un problema di flessibilità, ma della natura e delle caratteristiche della società italiana, che è familista e corporativa.
E' chiaro che i cambiameni di tale portata portano a delle perdite. E' chiaro che queste perdite sono inevitabili, ma le contingenze ci costringono a guardare al futuro. Ora siamo tenuti a fare delle scelte.
Io sostengo (ed è una mia opinione, discutibile quanto si vuole) che tale cultura sul mercato internazionale sia perdente, e perciò vada cambiata. Si può cambiare? Almeno tentare.
Il merito non è qualcosa che possa essere determinato a priori, ma è condizionato al contesto lavorativo, ma è chiaro che nessuna azienda può andare avanti se non produce valore e non produce valore se al suo interno non ci sono persone in grado di produrne. Ci si può barcamenare, accordarsi, creare appunto corporazioni e accordi più i meno trasversali ecc. Ebbene, ma le bugie hanno le gambe corte, e se non vogliamo che la perdita di benessere dei lavoratori cada in un pozzo senza fondo, faremo bene ad adattarci a questa regola economica che sta diventando nettamente prevalente


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