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Discussione: Il Conclave

  1. #11
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    Una veduta esterna della Casa di Santa Marta, nel cuore dello Stato del Vaticano, l’albergo dove i cardinali vivranno reclusi fino all’elezione avvenuta del nuovo papa. E’ stato Giovanni Paolo II a volerlo ristrutturare nel 1996 (Afp)

    La facciata del palazzo di cinque piani. Da Santa Marta, per raggiungere la Cappella Sistina (luogo deputato alla votazione) i porporati dovranno percorrere circa un chilometro, costeggiando la chiesa di Santo Stefano degli abissini e la Via delle fondamenta (Ansa)

    I locali all’interno. Per le preghiere c'è una cappella con un tetto a spiovente in cristallo, pavimento di marmo giallo e bianco, colonne di alabastro, e - al posto dei banchi - comode poltroncine rivestite in velluto crema (Reuters)

    La hall dell'albergo con una statua in bronzo di Giovanni Paolo II (Ap)

    Le stanze: sono 106 le suites, 22 singole e un appartamento che verranno assegnati a sorteggio (Ap)

    I saloni con poltroncine moderne, tavolini da scrittura, e grandi librerie vuote dove i cardinali potranno mettere il materiale necessario per i giorni del Conclave (Ap)

    I tavoli rotondi del ristorante da 6-8 posti massimo (Ap)

  2. #12
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    Thumbs down Dio non voglia un eterodosso a guida della Sua Chiesa

    14 aprile 2005

    Se nessuno prevale, si punterebbe su altri nomi

    Conclave, voti su Martini contro Ratzinger

    Gli scenari a cinque giorni dall’apertura. All’ex arcivescovo di Milano le preferenze di chi spinge per il rinnovamento


    CITTÀ DEL VATICANO - È possibile che all’inizio delle votazioni - previste per lunedì pomeriggio - si vada alla «conta» sui nomi dei cardinali Ratzinger e Martini, magari contro la loro volontà: l’idea di votare Martini sta prendendo corpo tra coloro che non gradiscono il profilarsi della candidatura Ratzinger e al momento non sanno che nome contrapporgli. Joseph Ratzinger compie 78 anni sabato, Carlo Maria Martini li ha compiuti in febbraio. Hanno la stessa età e un pari prestigio. Impersonano al meglio le due anime del pontificato wojtyliano: quella del rigore dottrinale e dell’attaccamento alla tradizione il teologo tedesco, quella del superamento dei muri e della radicalità evangelica il biblista italiano. Ma la loro condizione attuale è ben diversa: Ratzinger è un vero papabile, anche se con poca probabilità di successo, stante la sua immagine di difensore dell’ortodossia, che non è fatta per attirare entusiasmi; Martini, da tre anni a riposo, afflitto da una forma di parkinsonismo che lo costringe all’uso del bastone, è solo l’ispiratore di una vasta area di cardinali elettori. Si dice che ambedue riluttino alla designazione. Ratzinger avrebbe detto agli amici che non ritiene praticabile la propria elezione e che non la desidera «minimamente». Martini avrebbe messo le mani avanti dicendo che non darà indicazioni di voto e non vorrebbe essere «indicato». Ma il momento è di grande incertezza e se non si chiarisce qualcosa da oggi a lunedì è probabile che il ruolo delle due «grandi anime» sarà proprio quello di permettere ai cardinali elettori di contarsi, per poi ripiegare sui veri candidati, o per andare alla scoperta di «nomi nuovi».

    Il dato di partenza è la formazione di un forte gruppo di cardinali - forse una quarantina - che sarebbero decisi a votare Ratzinger fin dal primo scrutinio. Si dice che tra i più attivi nel proporlo vi sarebbero i curiali López Trujillo e Stafford, gli italiani Bertone e Biffi, Ruini e Scola. La proposta sarebbe bene accolta da quanti temono derive incontrollabili in materia di dottrina e disciplina. La prospettiva è temuta da chi non gradisce la linea Ratzinger «integrale», senza cioè il correttivo che essa riceveva dal lato creativo della personalità di Papa Wojtyla: quello che lo portava ad Assisi, in sinagoga e in moschea. Tanto per fare qualche nome, non sono favorevoli all’elezione di Ratzinger i tedeschi Kasper e Lehmann, il belga Danneels, l’inglese Murphy O’Connor, l’ucraino Husar. Si tratta di nomi di primo piano, tutti in qualche modo «grandi elettori». È appunto l’area che ha come ispiratore Martini e come frequente portavoce la rivista Il Regno, che proprio ieri diffondeva l’editoriale di un numero speciale dedicato a Papa Wojtyla, intitolato «Rinnovamento della Chiesa, speranza degli uomini». La rivista sollecita l’elezione di un Papa che porti avanti l’ecumenismo, il dialogo con le religioni, l’impegno per la pace e la giustizia: imprese tipiche dell’era wojtyliana. Ma che promuova anche il «protagonismo delle Chiese locali», la loro partecipazione al governo centrale, un diverso «processo» di nomina dei vescovi.
    Se davvero lunedì Martini sarà votato in funzione anti-Ratzinger, i due potrebbero ottenere un numero sostanzialmente equivalente di consensi: ambedue gli schieramenti sarebbero così costretti a cambiare candidato. A quel punto, chi ha fatto numero votando Ratzinger potrebbe votare Ruini, o Schönborn, o Scola. Chi ha votato Martini potrebbe andare verso un latino-americano, o verso Tettamanzi, o verso Policarpo.

    Luigi Accattoli

    Fonte: Corriere della Sera

  3. #13
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    Predefinito Piccole curiosità

    Miti e riti all'hotel Santa Marta

    di Romana Liuzzo e Antonella Piperno

    6/4/2005

    Nella residenza in Vaticano, gli alti prelati arrivati a Roma per eleggere il nuovo papa potranno contare su una clausura a cinque stelle. E nell'attesa si concedono qualche trasgressione gastronomica.

    Pennette alla puttanesca disinnescate dal segno della croce prima e dopo il pasto: è lo stile del cardinale di Baltimora William Henry Keeler, 74 anni, uno dei 117 elettori sbarcati a Roma per il conclave. Autorevole uomo di Chiesa che alle sue divagazioni nel mondo terreno, però, tiene parecchio. Del resto lo stile informale di Giovanni Paolo II, ricco di sciate e corroboranti passeggiate d'alta quota, ha lasciato il segno: sportivo almeno quanto lui, il 54enne Philippe Barbarin, arcivescovo di Lione con passionaccia per le maratone, ha messo in valigia anche le scarpe da jogging, da cui non si separa mai. E ha confidato a qualcuno: «Se non riuscirò ad andare a correre a Villa Borghese, mi allenerò nei Giardini Vaticani». Imitato dall'altro adepto di fitness dello squadrone ecclesiastico, l'ex campione di basket colombiano Alfonso Lopez Trujillo, presidente del Pontificio consiglio per la famiglia, che a 69 anni suonati non rinuncia a qualche partitella amichevole.

    Arrivati alla spicciolata per il funerale da ogni parte del mondo dopo la convocazione del decano Joseph Ratzinger, i cardinali in attesa della rigidissima clausura tra Santa Marta e la Cappella Sistina, prevista per il conclave, non sembrano intenzionati a rinunciare a hobby, sport e qualche peccatuccio di gola.

    Basti pensare che, nel Collegio americano che abitualmente lo ospita sulle pendici del Gianicolo, l'arcivescovo di Chicago Francis Eugene George chiede a fine pasto un bicchiere del miglior whisky. Qualcun altro, invece, preferisce l'offerta gastronomica dei ristoranti, senza allontanarsi troppo dal quartier generale di San Pietro. Il più gettonato è senza dubbio Venerina, a Borgo Pio, il preferito di Keeler, che qualche pudore nella scelta del suo piatto del cuore ce l'ha: «Quando ordina la sua pasta preferita abbassa lo sguardo e sussurra: "Vorrei le pennette dedicate a quelle donne che non posso nominare"» racconta a Panorama Venerina Labate, orgogliosa di essere stata eletta ristoratrice di culto cardinalizio. Tanto che quando incontra Ratzinger (appassionato di spaghettini al pomodoro fresco) è lui ad andarle incontro «e a salutarmi calorosamente».

    Onori conquistati sul campo: nella sala con tovaglie damascate verde mare e avorio riservata alle alte cariche ecclesiastiche, Venerina organizza banchetti per l'investitura dei nuovi cardinali. E sfama abitualmente, con pietanze tipiche romane, Dario Castrillon Hoyos, prefetto della Congregazione per il clero, amante del pesce e del buon vino bianco almeno quanto l'arcivescovo di Genova, Tarcisio Bertone, che ha battezzato la nipotina della proprietaria.
    Uova di quaglia e avocado ripieno di gamberi vanno forte invece alla terrazza di Les Etoiles, con vista sulla cupola di San Pietro e binocolo a disposizione dei turisti puntato sulla finestra del Papa: grazie alla sua vicinanza, un po' stile «ristorante e chiesa», è la meta abituale dei cardinali italiani dopo i grandi eventi vaticani. Anche se gli appassionati di carne, cardinali brasiliani in testa, prediligono la tagliata e gli straccetti di arista al curry offerti sulla veranda affrescata dell'hotel Columbus, con affaccio su via della Conciliazione.

    E bene faranno, i 117 elettori, a non rinunciare ai piaceri terreni nei dieci giorni circa che precedono il conclave. Perché a Santa Marta vivranno in assoluta clausura, addirittura con le finestre sigillate e i cellulari requisiti. Non che l'ospitalità nel residence a cinque piani costruito negli anni Novanta in Vaticano, con sdegno degli ambientalisti, sia mortificante come quelle precedenti: fino all'ultimo conclave i cardinali dormivano nelle celle con spartanissime brande ricavate nella Cappella Sistina senza bagno privato né docce, con conseguente imbarazzante fila fuori delle toilette.

    È stato proprio Wojtyla, che al benessere dei suoi alti prelati teneva, a voler tirare su la piccola fortezza di lusso, vicino al quartier generale del conclave: hall in marmo bianco, doppio ascensore, 26 singole e 105 suite con studio privato in radica e inginocchiatoio, letto a una piazza e mezzo, poltroncine azzurre, armadi a muro in legno e tappezzeria color panna. In tutte le stanze, tv, telefono e collegamenti internet. Peccato che al fischio d'inizio del conclave tutti gli optional tecnologici spariranno, dopo la bonifica per neutralizzare eventuali microfoni e microspie, per escludere qualsiasi contatto con il mondo esterno. Anche il pulmino che ogni giorno percorrerà i 700 metri che separano il dormitorio dalla Cappella Sistina avrà vetri blindati e oscurati.

    È la prima volta di Santa Marta e del suo cerimoniale, infatti in Vaticano sono arrivate dai giornalisti di tutto il mondo 2 mila richieste per visitare la struttura. Tutte respinte al mittente. Tanta rigidità esterna e interna sarà compensata all'ora di cena. Il servizio ai tavoli prevede menù differenziati a seconda della nazionalità e delle esigenze dietetiche dei prelati: carne piccante per gli africani, riso e fagioli neri per i latinoamericani e piatti a base di verdurine al vapore e carne bianca per i cardinali più anziani. A fine serata, cognac e sigarette per chi vuole trattarsi con indulgenza: nello Stato Vaticano, dove pure non vige la severa legge Sirchia, dal 2002 è in vigore il divieto di fumo nei locali pubblici. Come dire: in camera propria ognuno fa quel che vuole.

    E chi si aspettasse suorine devote impegnate a porgere vassoi, sbaglierebbe. Per i grandi eventi, conclave in testa, il personale è soprattutto laico. E anche ben pagato: nelle mansioni, insieme a etichetta e savoir faire, pesa soprattutto la voce «riservatezza». Guai a far trapelare fuori Santa Marta anche la più piccola indiscrezione. Pena il licenziamento.

    Fonte: Panorama

  4. #14
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    Lo Spirito è santo, i giochi meno

    di Mauro Anselmo

    6/4/2005

    Saranno 115 (due cardinali sono malati e non saranno a Roma) gli elettori del nuovo Papa. Giureranno sul Vangelo e verranno ispirati dalla sapienza divina. Ma nel chiuso della Cappella Sistina accordi e trattative saranno di carattere molto terreno.

    Non ci saranno fotografie né filmati. Eppure il rituale che precede l'apertura del Conclave è di quelli che meriterebbero le riprese di un grande regista. Gli scenari michelangioleschi della Cappella Paolina, i cardinali elettori in fila secondo un rigido ordine di precedenza, la processione in duplice fila che muove lentamente i primi passi verso la Cappella Sistina e, in sottofondo, la colonna sonora in gregoriano: le note lievi e poi via via più intense del Veni Creator, l'inno che invoca l'assistenza dello Spirito santo, vero protagonista invisibile del Conclave che sta per avere inizio. Il Papa non c'è più: le esequie durano nove giorni consecutivi (i «novendiali»), la tumulazione è prevista fra il quarto e il sesto giorno dopo la morte. E nella Chiesa si è creata una situazione che viene definita «sede vacante».

    Situazione delicatissima, incerta e carica di interrogativi: la barca di Pietro è priva di guida, tutti i capi dicastero della curia romana sono immediatamente decaduti dal loro incarico compreso il segretario di Stato, cardinale Angelo Sodano, fanno eccezione soltanto il camerlengo di Santa romana chiesa, cardinale spagnolo Eduardo Martinez Somalo, e il penitenziere maggiore, il cardinale statunitense Francis James Stafford, ai quali spetta il compito di rimettere all'intero collegio dei cardinali gli affari di ordinaria amministrazione. Il canone 335 del Diritto canonico è chiarissimo: «Quando resti vacante o totalmente impedita la Sede Romana, nulla si deve innovare nel regime della Chiesa universale. Vanno osservate le leggi speciali formulate per questi casi».

    Il successore di Giovanni Paolo II deve essere eletto al più presto. È vero che nel 1268, alla morte di Clemente IV, la «sede vacante» durò due anni, nove mesi e due giorni e, poiché i cardinali non si mettevano d'accordo sul nome del futuro Papa, il popolo di Viterbo, sede del Conclave, negò loro il cibo costringendoli a decidere. Ma questa è soltanto aneddotica. Le sfide del presente incombono. E il successore di Pietro deve al più presto prendere in mano il timone e indicare la rotta alla Chiesa nel mare tumultuoso della società globale.

    Rispetto al passato molte regole sono cambiate. Già nel 1996, con la costituzione apostolica Universi Dominici Gregis, Giovanni Paolo II aveva dettato minuziosamente a cardinali e collaboratori le regole del post mortem. Un tempo la notizia del decesso del Papa era annunciata pubblicamente soltanto dopo che il cardinale camerlengo, avendo colpito leggermente per tre volte, con un martellino d'avorio, il capo del Pontefice, pronunciava la frase di rito: «Papa vere mortuus est» (Il Papa è veramente morto). Oggi invece il cerimoniale è ridotto all'essenziale. Il cardinale camerlengo ha accertato ufficialmente la morte del Papa in presenza del maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie, monsignor Piero Marini, quindi ha posto i sigilli allo studio e alla camera del pontefice, ha preso ufficialmente possesso del Palazzo Apostolico Vaticano, dei Palazzi del Laterano e di Castel Gandolfo. Ha assunto la presidenza della Camera apostolica (l'ufficio ristretto che lo affianca) e convocato la prima Congregazione generale dei cardinali.

    L'attenzione è ormai tutta proiettata sul Conclave. E anche per quest'ultimo alcune regole sono cambiate. Fu Papa Gregorio X, con la bolla Ubi periculum, promulgata il 17 luglio 1274, a stabilire che i cardinali potessero entrare in Conclave dieci giorni dopo la morte del Pontefice e, per di più, nella località in cui era avvenuto il decesso. Si sarebbero riuniti in un luogo isolato, cum clave, sotto chiave, mantenendo i contatti con il mondo esterno attraverso una semplice porta per ricevere gli alimenti. «Se entro tre giorni non avessero comunque eletto il Papa» scrive José Apeles Santolaria a proposito della bolla di Gregorio X nel volume Che cosa succede quando muore il Papa (Piemme) «gli alimenti sarebbero stati ridotti a un piatto unico per pranzo e un altro per cena; dopo cinque giorni i cardinali avrebbero dovuto accontentarsi di pane e acqua e un po' di vino. Inoltre, durante l'elezione del Papa, non avrebbero percepito alcuna rendita apostolica».

    Conclave segreto e blindato? Non sempre. Si racconta che nel 1903, anno dell'elezione di Papa Giuseppe Sarto (Pio X), i giornalisti vennero a conoscenza del suo nome prima dell'annuncio ufficiale da parte del cardinale protodiacono, grazie a un fatto sconcertante: uno dei cardinali apparì a una finestra tenendo in mano un paio di grosse forbici uguali a quelle che si usano in sartoria. E che dire delle indiscrezioni trapelate alla conclusione del Conclave che seguì la morte di Papa Paolo VI? Fu il cardinale belga Leon-Joseph Suenens a confermarle. «Ci riunimmo in un afoso pomeriggio di agosto» raccontò «e quando rangiungemmo le camere da letto, le cui finestre erano state sigillate da alcuni giorni, ci sembrò di entrare in un forno. Qualcuno mugugnò, qualcun altro si sentì male. Finché un cardinale, ormai al limite della pazienza, chiamò un inserviente e gli ordinò di aprire una finestra. Eminenza, gli rispose quello, lei rischia la scomunica! Ma quale scomunica, rispose il cardinale, per favore apra quella finestra».

    «In realtà» spiegò Suenens «la scomunica riguardava il segreto sugli atti del Conclave e non certo l'afa delle nostre camere da letto». E così, prima del Conclave successivo che seguì il brevissimo pontificato di Albino Luciani (Papa Giovanni Paolo I, dal 26 agosto al 28 settembre 1978), il Collegio cardinalizio, a maggioranza assoluta, stabilì norme meno rigorose. Fu comunque Karol Wojtyla, negli anni seguenti, a far costruire la Domus Sanctae Martae, il confortevole palazzo nel quale vengono alloggiati i cardinali che partecipano al Conclave.

    Per l'elezione del nuovo Papa, ne arriveranno 117 (o 118, dipende dall'età del cardinale in pectore nominato da Wojtyla e il cui nome è ancora ignoto) provenienti da 52 paesi: 58 dall'Europa, 60 dai paesi extraeuropei. Li ha convocati a Roma il decano, cardinale Joseph Ratzinger, ma solo i porporati con meno di ottant'anni potranno eleggere il Pontefice. Gli altri parteciperanno alle riunioni preparatorie del Conclave (le cosiddette «Congregazioni generali») a Palazzo Apostolico, da dove comincerà a delinearsi l'orientamento per l'elezione del nuovo Papa. La data del Conclave sarà fissata tra i 15 e i 20 giorni successivi alla morte di Giovanni Paolo II.

    Anche in questo caso è interessante sottolineare una curiosità storica. «Dal Conclave del 1276 al XX secolo» scrive José-Apeles Santolaria «è stato invariabilmente rispettato il periodo di soli dieci giorni prescritto da Gregorio X. È evidente che in tal modo a partecipare al Conclave erano soltanto i cardinali residenti nella curia e coloro che avevano il tempo materiale di ricevere la notizia della morte del Papa, mettersi in viaggio e arrivare a Roma; in altre parole perloppiù i cisalpini. È certo però che per secoli la maggior parte dei membri del Sacro collegio furono originari dei vari stati italiani. Nel 1914 e nel 1922, (con l'elezione di Papa Benedetto XV e Pio XI) i cardinali americani non poterono giungere in tempo per partecipare al Conclave e quando arrivarono a Roma constatarono che il Papa era già stato eletto. Di fronte alle loro proteste Pio XI dispose l'ampliamento del termine a 15 giorni. Da parte sua Pio XII stabilì che la scadenza potesse essere prorogata di due o tre giorni, in modo che il Conclave avesse inizio al massimo 18 giorni dopo la morte del Papa (Vacantis Apostolicae Sedis). I limiti attuali sono stati fissati da Paolo VI (Romano Pontifici Eligendo) e confermati da Giovanni Paolo II (Universi Dominici Gregis)».

    Sarà il Conclave l'appuntamento cruciale. Al mattino del giorno stabilito i cardinali si troveranno in San Pietro per celebrare la messa votiva «pro eligendo Papa». Cerimonia solenne, invocazione allo Spirito santo perché illumini gli elettori. Nel pomeriggio si ritroveranno nella Cappella Paolina del Palazzo Apostolico da dove in processione raggiungeranno la Cappella Sistina. Qui sarà pronunciata la formula del giuramento e ciascun cardinale dovrà confermarla tenendo la mano sul Vangelo: «Chiamo a testimone Cristo Signore, il quale mi giudicherà, che il mio voto è dato a colui che, secondo Dio, ritengo debba essere eletto». Quando l'ultimo degli elettori avrà pronunciato le parole, il maestro delle celebrazioni pontificie, monsignor Piero Marini, intimerà l'extra omnes, il «fuori tutti», e gli estranei al Conclave dovranno lasciare la Cappella Sistina. A questo punto avranno inizio le operazioni di voto: quattro gli scrutini al giorno, due al mattino e due la sera fino all'elezione del Pontefice.

    Anche l'ora dell'annuncio può avere la sua importanza. Alla morte di Papa Pio IX, nel 1878, al termine di uno dei più brevi Conclavi della storia (36 ore appena) fu eletto Papa il vescovo di Perugia Gioachino Pecci con il nome di Leone XIII. La fumata bianca si sprigionò all'ora di pranzo e pochi la videro: lo stesso governatore del Conclave e gli altri custodi erano a tavola. I cardinali bussarono allora dall'interno per comunicare l'elezione, ma non ebbero risposta. A questo punto i più robusti riuscirono ad aprire un varco in una porta permettendo all'anziano cardinale protodiacono Prospero Caterini (parente di Papa Eugenio Pacelli) di raggiungere l'interno della basilica di San Pietro per dare l'annuncio, ma anche stavolta la speranza fu delusa: a San Pietro non c'era nessuno, nemmeno i campanari.

    Alcuni cardinali si aggrapparono alle corde delle campane e in breve i fedeli accorsero. Ma quando il cardinal Caterini pronunciò le solenni parole: «Habemus papam», la voce gli venne meno e solo grazie all'intervento di un cerimoniere dalla voce tenorile i romani capirono che il Papa era stato finalmente eletto. Quello di Pecci, come racconta lo spiritoso volume di Anonymus Anche in Vaticano (Ancora), doveva essere un pontificato breve. Il cardinale era di salute cagionevole e poco prima del Conclave era pessimista: «Se per disgrazia l'eletto sarò io, dovranno presto trovare un successore». Mai previsione fu più sbagliata: il pontificato di Leone XII durò 25 anni e cinque mesi.

    Il Conclave sarà l'evento mediatico globale assoluto. All'apertura dei lavori centinaia di giornalisti da tutto il mondo raggiungeranno Roma e scatterà la caccia ai papabili. Il camino dal quale sarà visibile la fumata bianca o nera finirà nelle immagini di milioni di televisioni nei cinque continenti e fior di esperti cercheranno di delineare le caratteristiche del nuovo pontificato. Nella scelta del successore di Giovanni Paolo II anche i dettagli avranno la loro importanza. Si racconta che l'illustre latinista monsignor Giuseppe Del Ton (molto apprezzato da Paolo VI) nel leggere sui giornali che nell'elenco dei nomi dei papabili figurava anche quello del metropolita di Palermo Salvatore Pappalardo abbia esclamato: «Con quel cognome come fa a diventare Papa? Provate a pronunciarlo tutto di seguito: Papapappalardo, per carità...».
    (Ha collaborato Ignazio Ingrao)

    Fonte: Panorama

  5. #15
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    Superpotenze in gara per avere un papa amico

    di Pino Buongiorno

    6/4/2005

    L'atteggiamento del pontefice sui temi d'importanza planetaria spesso influenza il corso della politica mondiale. Così, alla vigilia dell'elezione, paesi grandi e piccoli tentano di condizionare il voto dei cardinali. Perciò ben 200 capi di stato hanno deciso di volare nella città eterna. Con questi obiettivi.

    Gerusalemme. L'operazione «bonifica ambientale» è iniziata poche ore dopo la morte di Giovanni Paolo II. Gli uomini della sicurezza del Vaticano, con la consulenza dei tecnici dell'intelligence italiana, sono entrati nella Casa di Santa Marta, dove risiederanno durante il conclave i 117 cardinali che eleggeranno il nuovo papa. Il loro compito è ripulire da eventuali microspie tutte le suite del residence all'interno delle mura vaticane, ristrutturato nel 1996, e di creare una barriera elettronica per evitare intrusioni dall'esterno con microfoni direzionali o altri marchingegni al laser.

    La stessa operazione sarà fatta alla vigilia del conclave nella Cappella Sistina, dove si svolgeranno le votazioni. Qui i controlli saranno ripetuti mattina e sera, secondo un piano messo a punto già da tempo dagli apparati di sicurezza.
    Servirà tutto questo a bloccare le interferenze esterne e a far sì che sia solo lo Spirito Santo a suggerire il nome del futuro pontefice? Certamente no. Perché mai nella storia l'elezione di un papa ha creato tanta suspense, ma anche molteplici interessi e appetiti, come quella che, fra qualche settimana, porterà un altro principe della Chiesa alla guida di 1,2 miliardi di cattolici in tutto il mondo.

    L'esempio folgorante di Giovanni Paolo II ha creato un precedente storico. Armato di una fede profondissima, di un'incredibile tempra e di una straordinaria forza mediatica, Karol Wojtyla ha cambiato da solo il corso degli avvenimenti ben oltre la cortina di ferro dell'impero sovietico. Oggi nessun capo di stato o di governo di una potenza, grande o media che sia, può permettersi il lusso di essere colto alla sprovvista da quello che accade nei sacri palazzi. Il futuro papa è un veicolo fondamentale per progetti politici interni e internazionali. Può bloccarli o anche farli avanzare.

    Basti pensare all'intenso lavorio diplomatico svolto dall'ex ambasciatore americano presso la Santa sede, Jim Nicholson, alla vigilia del conflitto iracheno del 2003, per convincere la curia della legittimità della «guerra preventiva», la teoria inventata da George W. Bush. O ancora alle manovre occulte per sanare le divergenze (risalenti allo scisma del 1054) fra la Chiesa cattolica e il Patriarcato ortodosso di Mosca, abilmente gestite dal presidente russo Vladimir Putin per la sua personale affermazione come leader di statura mondiale. E come dimenticare l'apporto fondamentale della Santa sede nella diffusione della cultura della pace e del sostegno alla guerra contro il terrorismo, con tutte le conseguenze che ne derivano per i rapporti con l'Islam.

    Tutto questo spiega l'attenzione senza precedenti verso quel Soglio pontificio da cui si possono influenzare i destini del mondo. I governanti dei vari paesi puntano, come minimo, a essere costantemente informati sugli sviluppi e i retroscena del voto. E, come massimo, a far pressione, magari con l'aiuto delle varie lobby religiose e laiche, per orientare le scelte dei cardinali. Ecco perché ben 200 leader mondiali hanno deciso di volare nella città eterna. Non parteciperanno solo ai solenni funerali, ma avranno anche una serie di incontri con i vari «popemaker» del conclave 2005. «Che poi qualcuno riesca realmente a incidere sul risultato finale è tutto da vedere. L'imprevedibilità è una costante dei Sacri collegi più recenti senza nemmeno citare l'antico detto romano secondo il quale chi entra papa nel conclave ne esce cardinale» spiega Carlo Marullo di Condojanni, l'ambasciatore che ha portato il Sovrano militare Ordine di Malta ad avere un seggio di osservatore alle Nazioni Unite e anche uno dei più assidui frequentatori dei palazzi apostolici.
    La lotta per la successione è diventata una priorità strategica per tutte le sedi diplomatiche straniere a Roma, non solo quelle presso la Santa sede ma anche quelle presso lo Stato italiano e perfino presso la Fao. Nella capitale già da mesi sono arrivati nuovi emissari, più o meno con copertura diplomatica, che hanno l'incarico di monitorare giorno e notte quel che accade e quel che si dice sotto il Cupolone. L'amministrazione americana è sicuramente quella più attrezzata, sia per le capacità tecnologiche sia per la vasta rete di contatti formali e informali che vengono tenuti dai funzionari. È anche la più attenta agli esiti delle consultazioni in corso fra i cardinali.

    Il conflitto che ha portato alla caduta di Saddam Hussein e anche quello più vasto della guerra al terrorismo islamico hanno ridefinito i rapporti fra Vaticano e Stati Uniti. Le dichiarazioni pacifiste di monsignor Renato Martino, il quale all'inizio del 2003 era l'osservatore della Santa sede all'Onu, e le prese di posizione contro la teoria della guerra preventiva da parte del cardinale francese Jean-Louis Touran, che era in quello stesso periodo il ministro degli Esteri del Vaticano, sono state interpretate come segni di aperta ostilità nei confronti della politica di George W. Bush. A partire da quella frattura l'accorta diplomazia della Santa sede ha tentato di riequilibrare la situazione nominando all'Onu Celestino Migliore e segretario per i Rapporti con gli stati Giovanni Lajolo, che si è dato come primo impegno quello di ricucire lo strappo con Washington.

    Oggi le tensioni sono sicuramente un brutto ricordo. Ma non per questo Bush si sente tranquillizzato, dal momento che le elaborazioni dottrinali contro il capitalismo globalizzato non sono state rimesse nel cassetto né sono cessate le critiche da parte della curia per il settarismo protestante, spesso sostenuto dal dipartimento di Stato, che tenta di subentrare al Cattolicesimo in America Latina.
    Il presidente americano non ha comunque un suo candidato preferito. I circoli cattolici a lui più vicini gli hanno fatto spesso il nome del cardinale tedesco Walter Kasper, 72 anni, uno dei più raffinati teologi della curia romana, ma anche un difensore dell'integrità occidentale contro l'ortodossia russa, considerata, ancora ostile, e contro l'islamismo rampante. In questa ottica il cardinale Kasper è ritenuto anche un fautore dell'espansione della democrazia nel Medio Oriente allargato, che è oggi al primo posto nell'agenda politica del secondo mandato di Bush.

    Ben altre preoccupazioni spingono all'azione Putin, il quale già da un anno ha allertato l'Fsb, il servizio segreto erede del Kgb, assai attivo e presente in Italia. Strategicamente il presidente della Federazione Russa sognerebbe un papa senza ambizioni geopolitiche. Un pontefice che si occupasse solo di dottrina sarebbe il massimo per il Cremlino, ma anche un avvertito e prudente esponente della curia andrebbe bene. I diplomatici e gli agenti segreti che operano a Roma hanno inserito nella «short list» inviata a Mosca due nomi in particolare: quelli del cardinale Martino, 73 anni, oggi al vertice del Consiglio pontificio giustizia e pace, e del cardinale Giovanni Battista Re, 71 anni, il prefetto della potente Congregazione per i vescovi. Il primo è ben visto per le sue posizioni in politica estera, giudicate «antiamericane». Il secondo per la sua enorme influenza sull'intero corpo dei vescovi, in particolare su quelli dell'America Latina.

    Ciò che soprattutto sta a cuore a Putin è l'atteggiamento futuro della Chiesa cattolica nei confronti di quella ortodossa moscovita, guidata dal vecchio Alexei II. Giovanni Paolo II aveva fra i suoi obiettivi principali, soprattutto nella prima fase del pontificato, di riunificare le due Chiese, divise da una reciproca scomunica millenaria. Dopo la dissoluzione dell'Urss il progetto non si è realizzato. Putin, temendo un revival di quelle iniziative, ha pensato bene di inglobare ancor più la Chiesa slava all'interno del sistema di potere del Cremlino. E così dovrebbe rimanere per assicurare la stabilità politica dentro i confini della Russia e l'influenza religiosa nei paesi vicini, oggi quasi tutti ribelli. In particolare in Ucraina.

    Una volta tanto, sulla stessa lunghezza d'onda di Putin si colloca il presidente cinese Hu Jintao, che, si dice a Pechino, non ama affatto un papa forte e politicizzato, ma soprattutto impegnato a far proseliti nelle metropoli cinesi: oggi sono oltre 12 milioni i cattolici, tollerati e a volte duramente repressi. Per consolidare il suo sistema economico ed evitare implosioni simili a quelle dell'impero sovietico, l'obiettivo dei nuovi leader cinesi è tenere tutto, religione inclusa, sotto il controllo del Partito comunista e non consentire per alcuna ragione una Chiesa autonoma che risponda direttamente al successore di San Pietro.

    Quanto alle altre potenze internazionali si sa che il presidente francese Jacques Chirac aspirerebbe a vedere sul Soglio pontificio un papa del Terzo mondo, magari di transizione, come potrebbe essere il popolarissimo cardinale nigeriano Francis Arinze, 72 anni, che ha guidato il Consiglio del dialogo interreligioso, oppure come il più giovane (62 anni) Oscar Andrés Rodriguez Maradiaga dell'Honduras. Mentre il cancelliere tedesco Gerhard Schröder è interessato solo a un papa che sia nato in Germania, come il potente difensore del dogma Joseph Ratzinger, 77 anni, o che parli tedesco, come il cardinale di Vienna Christoph Schönborn, 60 anni, considerato l'uomo del futuro della Chiesa.

    Infine i paesi islamici. Re, emiri, sceicchi, presidenti e ayatollah vorrebbero alla guida dei cattolici un clone di Giovanni Paolo II, vale a dire un pontefice in grado di proseguire la linea di apertura al dialogo con l'Islam. Certamente non un cardinale come il riformista Carlo Maria Martini, 78 anni, giudicato troppo vicino all'Ebraismo. Meglio un personaggio simile all'indimenticabile capo della diplomazia vaticana Achille Silvestrini. In questa appassionante gara di potenze e superpotenze ad avere un papa più amico possibile entrano in gioco altri protagonisti come le lobby religiose. La più importante è certamente quella formata dai vescovi latinoamericani, che puntano ad avere finalmente un loro rappresentante al vertice della Chiesa: il gettonatissimo arcivescovo di Buenos Aires, Jorge Mario Bergoglio, 68 anni, oppure quello di San Paolo del Brasile Claudio Hummes, 70 anni, che guida la più vasta diocesi cattolica al mondo.

    Ma il gruppo di pressione in questo momento più monitorato è l'Opus Dei. In particolare tutti gli occhi e le orecchie sono rivolti verso la villa di Grottarossa, alla periferia di Roma, dove il cardinale Julian Herranz, presidente del Consiglio per i testi legislativi e massima autorità dell'Opera all'interno della curia, sta tessendo le fila per far convergere i voti su un candidato gradito all'ordine religioso conservatore.
    Poiché le quotazioni per il peruviano Juan Luis Cipriani appaiono modestissime, l'Opus Dei sta indirizzando le preferenze in prima battuta sul cardinale di Milano, Dionigi Tettamanzi, 70 anni, e in seconda battuta su qualche vescovo latinoamericano. Anche monsignor Bergoglio potrebbe andare bene. È sì un gesuita, ma anche un religioso dotato di una profonda e carismatica spiritualità, e soprattutto di un polso di ferro ineguagliabile. Due doti che nel dopo Giovanni Paolo II sembrano poter fare la differenza.

    Fonte: Panorama

  6. #16
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    Preparativi per il Conclave nella Cappella Sistina

    La scheda adoperata per le votazioni

    Le urne che saranno utilizzate per la raccolta delle schede. Le nuove urne sono 3. Sono stati infatti realizzati tre nuovi contenitori, visto che la costituzione Universi dominici gregis richiedeva un ulteriore contenitore, oltre ai due del passato, per raccogliere i voti di eventuali cardinali ''aventi diritto ma impediti per malattia ad allontanarsi dalla propria stanza'' per andare nella Sistina.
    Per tutto il secolo appena trascorso, le schede delle votazioni in conclave sono state raccolte in un calice e una pisside, detti calici-urna e raffigurati anche in un arazzo della galleria dei musei vaticani.
    L'arazzo si riferisce all'elezione di Urbano VIII, nel 1623, quando durante il conteggio delle schede ne mancò una. Calice e pisside usati fino al conclave del 1978 dal quale uscì Papa Giovanni Paolo II sono custoditi nella sacrestia pontificia della Cappella Sistina.
    La costituzione con cui nel '96 il Papa rinnovò le norme per l'elezione del suo successore, la Universi dominici gregis, regolamentando la possibilità di voto per i malati, ha richiesto la realizzazione di una terza urna; piuttosto che realizzare una sola urna mancante, il Vaticano ha preferito riprogettarle tutte e tre, sia per renderle più funzionali, che per uniformarne lo stile. Il compito di realizzare le nuove urne è stato affidato allo scultore Cecco Bonanotte, autore delle nuove porte di ingresso ai musei vaticani, inaugurate in occasione del Giubileo del 2000.
    Le urne sono in argento e bronzo dorati, incise con simboli biblici, in particolare il pastore e il gregge.


    Moderna stufa in ghisa nella quale saranno bruciate le schede dopo ogni votazione. La stufa di ghisa, alta circa un metro, con due sportelli e nicchie anteriori e un tiraggio sulla parte superiore servirà ai cardinali riuniti in conclave per bruciare le schede degli scrutini. La stufa, dall'aria un po' malconcia, non sembra essere quella usata per i conclavi che nel '78 elessero Luciani e Wojtyla: su quella infatti erano incise le date dei conclavi dal '22 mentre su quella mostrata da un filmato del Centro televisivo vaticano non ci sono incisioni. Anche la forma sembra differire da quella ricordata dai vaticanisti dell'epoca, che riferiscono di una stufa con un unico sportello anteriore e senza la cupoletta che in quella di oggi sostiene il tiraggio superiore. Non si hanno ancora notizie sui metodi che verranno applicati per realizzare le fumate, ''nera'' e ''bianca'' per indicare la non elezione e l'elezione del nuovo pontefice. Nel conclave che scelse Luciani ci fu una grossa confusione sul colore della fumata, che venne fuori grigia. Cosi' nel conclave che il 18 ottobre '78 scelse Wojtyla si aggiunse un candelotto di gas alla tradizionale paglia mista alle schede. Per il momento si sa comunque che alla fumata bianca verrà quest'anno associato il suono delle campane, per annunciare al mondo, senza equivoci, l'avvenuta elezione.

  7. #17
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    Collocati nella Cappella gli scranni per i 115 cardinali elettori
    Tutti gli addetti, laici ed ecclesiastici, hanno giurato

    Sistina, ultimi ritocchi per il conclave
    La stufa si prepara alla "fumata"


    CITTA' DEL VATICANO - Ultimi ritocchi in Vaticano in attesa del conclave che inizierà lunedì 18 aprile. Nella Cappella Sistina collocati gli scranni per i 115 cardinali elettori, e sul tetto della Cappella è stato installato il comignolo, alto circa due metri, destinato a segnalare il risultato delle votazioni dei cardinali riuniti per eleggere il nuovo Papa. Intanto gli "Officiali e addetti al conclave" hanno prestato giuramento, mentre nel corso dell'11esima congregazione dei cardinali si è discusso dello "scambio di idee sui problemi della Chiesa".

    La "fumata". In previsione della "fumata bianca", che insieme al suono delle campane di San Pietro annuncerà l'elezione del successore di Giovanni Paolo II, oggi i tecnici del Vaticano hanno collegato la stufa in ghisa - nella sala attigua alla Sistina - e la lunga canna fumaria: serviranno per bruciare le schede e produrre le fumate, che saranno nere solo in caso di mancata elezione. Per ora, niente "prova di fumata", anche se telecamere e fotografi di tutto il mondo sono rimasti puntati sul tetto spiovente.

    Il giuramento. Altro passaggio verso il conclave, è stato il giuramento di segretezza prestato, nell'aula delle benedizioni, dagli "officiali e addetti al conclave", ovvero tutti coloro che sono incaricati di lavorare per la riuscita dell'elezione: dai cuochi agli addetti delle pulizie, dagli ascensoristi agli autisti dei pulmini, dai medici ai più stretti collaboratori dei cardinali ammessi nella Sistina, come stabilito dall'Ufficio delle celebrazioni liturgiche del Vaticano.

    Chi ha giurato. In base a quanto prescritto dal capitolo 46 della Universi Dominici Gregis, si sono dati appuntamento alle 16.30 nella Sala Regia il Segretario del Collegio Cardinalizio, monsignor Francesco Monterisi, il maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie, monsignor Piero Marini, i cerimonieri pontifici, i religiosi addetti alla Sagrestia Pontificia, l'ecclesiastico scelto dal cardinale decano perché lo assista nel proprio ufficio. E ancora: i religiosi di varie lingue per le confessioni, i medici e gli infermieri, il personale addetto ai servizi della mensa, delle pulizie e dei servizi tecnici, gli addetti al trasporto degli elettori dalla Domus Sanctae Marthae al Palazzo Apostolico, gli addetti agli ascensori del Palazzo Apostolico, i sacerdoti assistenti di alcuni cardinali elettori.

    La congregazione. La congregazione dei cardinali, l'undicesima, è stata dedicata interamente "allo scambio di idee sui problemi della Chiesa" e alla situazione dei dicasteri più importanti, come ha detto il portavoce vaticano, Joaquin Navarro Valls, spiegando che alla riunione erano presenti 138 cardinali.

    La stufa. Il rito della fumata riporta in prima piano una "protagonista" dei conclavi, la stufa di ghisa: alta circa un metro, ha due sportelli e nicchie anteriori, e un tiraggio sulla parte superiore, che servirà per bruciare le schede degli scrutini. La stufa non sembra essere quella usata per i conclavi che nel 1978 elessero Luciani e Wojtyla: su quella infatti erano incise le date dei conclavi dal 1922, mentre su quella mostrata oggi da un filmato del Centro Televisivo Vaticano non ci sono incisioni. Anche la forma sembra diversa da quella ricordata dai vaticanisti dell'epoca, che riferiscono di una stufa con un unico sportello anteriore e senza la cupoletta che in quella di oggi sostiene il tiraggio superiore.

    "Fumata" confusa. Non si hanno ancora notizie sui metodi che verranno applicati per realizzare le fumate, "nera" e "bianca" per indicare rispettivamente la non elezione e l'elezione del nuovo Pontefice. Nel conclave che scelse Papa Luciani, ci fu una grossa confusione sul colore della fumata, che venne fuori grigia. Così, nel conclave che il 18 ottobre 1978 scelse Wojtyla, si aggiunse un candelotto di gas alla tradizionale paglia mista alle schede. Per il momento, si sa comunque che alla fumata bianca verrà quest'anno associato il suono delle campane, per annunciare al mondo l'avvenuta elezione. Senza rischio di equivoci.

    (15 aprile 2005)

    Fonte: Repubblica

  8. #18
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    Si avvicina il giorno del primo voto e i giochi si fanno più serrati
    Ieri, in Congregazione gli interventi di Martini e di Scola

    Conclave, veto tedesco e Usa
    contro la candidatura Ratzinger


    La critica al decano: non sa gestire gli apparati
    E il cardinale ex arcivescovo di Milano "indica" Tettamanzi

    di MARCO POLITI

    CITTA' DEL VATICANO - Americani e tedeschi pongono il veto su Ratzinger. E' il primo segno del cristallizzarsi di un'opposizione organizzata per bloccare la campagna a favore del prefetto dell'ex Sant'Uffizio. Niente da dire sulle sue qualità, ma è diffuso un giudizio negativo sulle sue capacità di gestione. Ratzinger non ha mai amato occuparsi di apparati. Di qui la conclusione che lascerebbe tutto il potere nella mani della Curia. E questo non lo vogliono i cardinali statunitensi (che per il medesimo motivo sono freddi nei confronti di una candidatura latino-americana) e meno che mai i cardinali tedeschi, che non hanno dimenticato l'opposizione di Ratzinger al ruolo dei laici nella guida delle comunità parrocchiali senza sacerdote e il suo ripetuto rifiuto a risolvere il problema dei divorziati risposati, cui è negata la comunione. Otto porporati Usa su undici la pensano così e cinque cardinali tedeschi su sei.

    La candidatura di Ratzinger viene anche contrastata come candidatura di transizione, perché l'idea stessa - commenta un porporato - "denota mancanza di coraggio e porterebbe ad una stagnazione come nell'ultimo quinquennio del pontefice defunto, ma senza le intuizioni e i gesti coraggiosi di Giovanni Paolo II".

    Nel frattempo il cardinal Martini, alle congregazioni cardinalizie, mostra grandi espressioni di stima per il suo successore a Milano, Dionigi Tettamanzi. Un'indicazione evidente per concentrare su di lui voti riformisti. Cresce anche la candidatura del cardinale di Vienna, Schoenborn, considerato da molti l'uomo giusto per riannodare i rapporti con gli ortodossi di Mosca e salutato con favore dal Jerusalem Post per i suoi rapporti con l'ebraismo.

    Alla nona assemblea cardinalizia le carte si stanno rimescolando. Ieri nuovo rabbuffo di Ratzinger sul segreto da mantenere con la stampa. Poi interventi di prima linea. Il cardinale Sepe ha parlato di evangelizzazione e missionarietà. Il cardinale Danneels di bioetica e dei rischi di disumanizzazione, ma anche di fede e morale nella società contemporanea. Di collegialità hanno discusso Re e Pompedda.

    Grande attesa c'era per l'intervento di due papabili, Tettamanzi e Scola. Ma, almeno tra i cardinali non italiani, si è prodotta abbastanza delusione perché i due porporati hanno volato in spazi iperuranei. Tettamanzi ha toccato l'annuncio del Cristo e Scola la relazione tra fede e cultura. Uscendo dalla congregazione il cardinale portoghese Saraiva Martins si è detto convinto che il conclave sarà breve. "Lo Spirito Santo lavora in fretta", ha scherzato. Ma cominciano a sorgere dubbi su un conclave-lampo. Da domenica sono in corso cene cardinalizie a ripetizione per trovare convergenze.

    Una forte difesa della Curia e del suo ruolo è emersa nell'omelia, pronunciata dal Sostituto monsignor Leonardo Sandri durante la messa in San Pietro nel pomeriggio. Alla Curia, ha scandito, spetta in primo luogo il compito di "custodire e fruttificare" l'eredità di un papato straordinario. Come stelle polari Sandri ha indicato il Concilio e la lettera apostolica di Wojtyla "Novo millennio ineunte", scritta dopo il giubileo del 2000.

    Altre indicazioni di linea vengono dal discorso indirizzato dal cardinale Ratzinger al corpo diplomatico venuto per le condoglianze. Il porporato ha messo in risalto l'impegno continuo di Giovanni Paolo II per il dialogo e la ricerca di soluzioni pacifiche. L'opera di papa Wojtyla, ha sottolineato il porporato, impegna tutti "al servizio della pace e della solidarietà tra le persone e tra i popoli, al servizio degli uomini di tutti i contenenti".

    E intanto esplodono, a margine dei negoziati sul successore, i fenomeni di colore. Per "Ratzinger Papa" sono mobilitati ben tre siti web. L'ultimo (ratzingerpapa. splinder. com) propone preghiere congiunte ad un'ora stabilita per convincere Dio ad "ascoltare la nostra richiesta". Più caserecci alcuni fedeli belgi, tifosi di Danneels. Hanno srotolato in piazza San Pietro uno striscione "Godfried for Pope".

    (14 aprile 2005)

    Fonte: Repubblica

  9. #19
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    La costituzione apostolica Universi Dominici Gregis
    ha previsto con esattezza tutte le fasi dello scrutinio

    Rettangolare con frase in latino
    è la scheda per eleggere il Papa


    Sul cartoncino la scritta "Eligo in Summum Pontificem"

    CITTA' DEL VATICANO - Rettangolare, con una scritta stampata sopra, realizzata in modo che possa essere piegata in due: sarà così la scheda "elettorale" per il conclave, che i 115 cardinali che lunedì entreranno nella cappella Sistina useranno per eleggere il successore di Giovanni Paolo II. La costituzione apostolica Universi Dominici Gregis ha previsto con esattezza tutte le fasi dello scrutinio, con precise disposizioni che devono essere seguite.

    In particolare, "la scheda deve avere la forma rettangolare, e recare scritte nella metà superiore, possibilmente a stampa, le parole: Eligo in Summum Pontificem, mentre nella metà inferiore si dovrà lasciare il posto per scrivere il nome dell'eletto; pertanto la scheda è fatta in modo da poter essere piegata in due".

    La compilazione delle schede deve essere fatta "segretamente da ciascun Cardinale elettore", il quale scriverà "chiaramente, con grafia quanto più possibile non riconoscibile, il nome di chi elegge". Naturalmente, si deve evitare di scrivere più nomi, "giacchè in tal caso il voto sarebbe nullo e piegando e ripiegando poi la scheda".

    Durante le votazioni, i Cardinali elettori dovranno rimanere nella Cappella Sistina "soli" e perciò, subito dopo la distribuzione delle schede e prima che gli elettori incomincino a scrivere, il Segretario del Collegio dei Cardinali, il Maestro delle Celebrazioni Liturgiche Pontificie ed i Cerimonieri devono uscire dall'aula; dopo la loro uscita, l'ultimo Cardinale Diacono chiuda la porta, aprendola e richiudendola tutte le volte che sarà necessario, come ad esempio quando gli Infirmarii (tre cardinali estratti a sorte) escono per raccogliere i voti degli infermi e fanno ritorno in Cappella.

    La seconda fase, detta scrutinio vero e proprio, comprende: la deposizione delle schede nell'apposita urna; il mescolamento ed il conteggio delle stesse; lo spoglio dei voti.

    Ciascun Cardinale elettore, in ordine di precedenza, dopo aver scritto e piegato la scheda, tenendola sollevata in modo che sia visibile, la porta all'altare, presso il quale stanno gli Scrutatori e sul quale è posto un recipiente coperto da un piatto per raccogliere le schede.

    Davanti all'urna, il Cardinale elettore pronuncia ad alta voce la seguente formula di giuramento: "Chiamo a testimone Cristo Signore, il quale mi giudicherà, che il mio voto è dato a colui che, secondo Dio, ritengo debba essere eletto".

    Depone, quindi, la scheda nel piatto e con questo la introduce nel recipiente. Eseguito ciò, fa inchino all'altare e torna al suo posto.

    (17 aprile 2005)

    Fonte: Repubblica

  10. #20
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    Predefinito Curiosità storiche sul Conclave

    Regole antichissime sottoposte a innumerevoli modifiche
    L'unica rimasta sempre è che il Papa deve essere maschio e battezzato

    "Cum clave" o senza, così nei secoli
    sono stati eletti 264 successori di Pietro


    Di volta in volta, i cardinali vennero imprigionati, affamati
    e persino privati del tetto perché non si decidevano a scegliere

    CITTA' DEL VATICANO - Il papa che verrà eletto dal prossimo conclave sarà il 264/mo successore di San Pietro, ossia, il 265/mo vescovo di Roma. Aggiungendovi le elezioni illegittime (quelle degli antipapi) si arriva a quasi trecento, nel corso dei circa duemila anni di storia della Chiesa.

    In questo lunghissimo periodo, la scelta del nuovo papa non è sempre avvenuta nei modi che oggi conosciamo, con i cardinali chiusi in conclave e le norme che lo regolano. Nei primi secoli, anzi, non era strano che un papa indicasse il suo successore (come si dice abbia fatto San Pietro), ma non sempre la sua indicazione fu seguita. Anzi, nel corso dei secoli ci sono stati molti cambiamenti, sia nel 'corpo elettorale', cioè in coloro che scelgono il papa, che nel sistema di elezione, che infine nelle qualità per essere fatto vescovo di Roma. Ciò che è rimasto invariato è che per diventare papa bisogna essere maschio e battezzato. Tutto il resto, compresa l'ordinazione sacerdotale, si può fare dopo l'elezione.

    Insomma, la procedura per la scelta del capo della Chiesa cattolica, che sembra immutabile, in realtà è stata modificata decine di volte, per rispondere alle esigenze prodotte dai cambiamenti della società e della Chiesa stessa ed anche per resistere a ordini e pressioni di re e imperatori. Ma il primo che si 'intromise' nell'elezione di un papa, l'imperatore Onorio, lo fece nel 419 per evitare uno scisma, essendo stati eletti due papi. Anzi, per evitare che la cosa si ripetesse in futuro, da allora un rappresentante dell'imperatore partecipò alle elezioni papali, e qualche volta lo impose. Un sistema che piacque anche agli imperatori del Sacro romano impero. Il più invasivo fu Ottone I, che nel 964 si fece attribuire da Leone VIII il diritto di nominare il papa.

    Le stesse norme che verranno applicate nel prossimo conclave, saranno usate per la prima volta. Sono infatti recentissime: risalgono al 22 febbraio 1996, alla Costituzione apostolica Universi dominici gregis emanata da Giovanni Paolo II. Per l'elezione del quale, nel 1978, si usarono norme ugualmente applicate per la prima volta ed allora ancora più recenti: erano di appena tre anni prima, promulgate da Paolo VI nel 1975.

    Sono servite soltanto per i due conclavi del 1978. Per i quali, secondo Jean Guitton, Paolo VI aveva lasciato un 'codice segreto di accordo' perchè si scegliesse solo tra due candidati importanti. Ma i consigli o i candidati del papa morto, raramente hanno avuto seguito, anche se in molti, quando fu eletto papa Luciani ricordarono che tempo prima Paolo VI gli aveva posto sulle spalle la sua mantellina da papa.

    Lo stesso 'conclave' in senso tecnico è, se si tiene conto della lunghezza della storia della Chiesa, relativamente recente. La sua istituzione formale è del 1274: molto meno della metà della vita del papato. Nei primi dodici secoli di storia della Chiesa, infatti, il conclave non esisteva, anche se riunioni elettorali a porte chiuse c'erano già state in almeno cinque occasioni.

    Prima, all'inizio della storia della Chiesa, a parte Pietro che, sembra, indicò il suo successore, il nuovo vescovo di Roma, come ogni altro vescovo, veniva scelto da tutta la comunità cristiana (quindi in maggioranza da laici). Si racconta che durante una di queste assemblee, nel 236, mentre si discuteva su chi eleggere, una colomba si posò su Fabiano: fu considerata segno della volontà di Dio e Fabiano divenne papa.

    I primi cambiamenti rispetto alla Chiesa primitiva riguardarono gli elettori che furono prima solo i membri del clero e, dal 769 (ma con delle eccezioni), soltanto i diaconi e i presbiteri 'cardinali' (ossia 'cardini', responsabili di uno dei 25 titoli o chiese quasi parrocchiali di Roma, dei 7 - poi 14 - diaconi regionali e 6 diaconi palatini e dei 7 - dal secolo XII 6 - vescovi suburbicari). A partire dal 1059 sono gli elettori esclusivi del papa: tale facoltà fu ristretta dapprima ai soli cardinali vescovi poi di nuovo anche ai cardinali preti e diaconi.

    I cardinali, pure oggi suddivisi negli ordini dei vescovi, dei preti e dei diaconi (le differenze sostanziali sono ora del tutto marginali) sono ancora il corpo elettorale e per conservare il loro legame col clero romano, al quale spettava la scelta del nuovo papa (fin dal XII secolo incominciarono ad essere nominati cardinali anche prelati residenti fuori Roma), ancora oggi la porpora cardinalizia è accompagnata dalla titolarità di una chiesa della città di Roma o di una delle antiche diocesi del suburbio.

    La maggioranza richiesta, a parte alcuni periodi, è dei due terzi dei votanti, secondo quanto codificato nel 1179, col decreto del terzo Conclio lateranense dal significativo titolo 'De evitanda discordia'. La maggioranza a volte è stata modificata in due terzi più uno, perchè non avesse peso il voto che l'eletto avesse eventualmente dato a se stesso.

    Anche lunedì, solo i cardinali, dunque, entreranno in conclave, dovranno cioè restare "chiusi a chiave", dalle parole latine 'cum' e 'clavis', finchè non sceglieranno il successore di Pietro, secondo una regola scritta dopo la lunga assemblea elettiva di Viterbo, durata oltre 33 mesi (dal 29 novembre 1268 al primo settembre 1271), che è il più lungo periodo di sede vacante della storia.

    Ma già in precedenza c'erano stati episodi clamorosi, come il conclave del 1241 che vide i dieci cardinali partecipanti letteralmente chiusi da fuori, per spingerli a decidersi: restarono due mesi in quello che un cronista dell'epoca definì 'carcerari ergastulo'.

    Dell'assemblea di Viterbo, invece, si ricorda sempre che la popolazione esasperata scoperchiò il tetto dell'aula gotica del palazzo papale, in modo che, lasciati all'addiaccio, i 19 porporati (due morirono durante il conclave) lì riuniti si decidessero a scegliere il successore di Clemente IV, che era morto quasi tre anni prima. Lo scoperchiamento in effetti ci fu, ma solo per un periodo. L'eletto di allora, Gregorio X, nel concilio di Lione del 1274 istituì formalmente il conclave (ossia un luogo che si potesse chiudere a chiave) come mezzo per l'elezione del papa e pose una serie di restrizioni che evitassero tempi troppo lunghi.

    Così dopo 3 giorni ai cardinali si passava solo un pasto al giorno e dopo altri 5 erano messi a pane e acqua e le loro rendite per tutta la durata del conclave erano devolute al futuro papa. Il conclave successivo durò un solo giorno, il 21 gennaio 1276.

    Le regole di Gregorio X, che furono poi sospese e rimesse in vigore e di nuovo sospese, avevano avuto un importante precedente nel 1198, quando i cardinali avevano deciso di chiudersi in un edificio di Roma per decidere "in modo più libero e sicuro". E' ritenuto il primo vero conclave della storia: fra l'altro ci su una votazione per iscritto e dei cardinali che fecero gli scrutatori.

    Dopo Viterbo, i conclavi si sono tenuti quasi sempre a Roma, soprattutto in Vaticano e dal 1492 nella cappella Sistina, esclusi cinque tenuti nel palazzo del Quirinale, 16 svoltisi in altre città italiane e sette avvenuti in Francia.

    Ai cardinali, inoltre, è vietato anche "contrattare, mentre il Pontefice è in vita e senza averlo consultato, circa l'elezione del suo successore, o promettere voti, o prendere decisioni a questo riguardo in conventicole private". Regola antichissima, codificata per la prima volta il primo marzo 499 da papa Simmaco. E mai rispettata.

    Un cambiamento di antiche regole del conclave ci fu nel 1903. Alla morte di Leone XIII, 'rischiava' di esser eletto il suo segretario di Stato, card. Mariano Rampolla del Tindaro, ma l'imperatore d'Austria fece pronunciare all'arcivescovo di Cracovia, Jan Buzyna il suo "veto di esclusione", richiamandosi ad un diritto dei monarchi cattolici, che dal 1590, con Filippo II di Spagna, lo avevano esercitato di frequente. I cardinali in conclave lo respinsero, ma ad essere eletto fu il patriarca di Venezia, il trevigiano Giuseppe Sarto, Pio X.

    Lo stesso papa, pochi mesi dopo, nel 1904, con un suo documento, imponeva ai futuri elettori di non accettare mai più alcun "veto".

    La novità più sostanziale dei tempi moderni al corpo elettorale la portò però, nel 1970, Paolo VI che col Motu proprio 'Ingravescentem aetatem', escluse dal Conclave i porporati che avessero compiuto gli 80 anni. Così, alla sua morte, avvenuta il 6 agosto del 1978, così come in questi giorni, gli ultraottantenni, partecipano con gli altri cardinali alle discussioni in sede di Congregazione generale, nelle quali si ha anche un orientamento sulla scelta del successore, ma furono, e saranno, esclusi dall'assemblea elettiva. Lo stesso accadde due mesi dopo, quando si trattò di dare un successore a Giovanni Paolo I, papa per 33 giorni.

    La riforma di Giovanni Paolo II, poi, nel confermare il (contestato) limite del compimento degli 80 anni per entrare in conclave, lo ha anticipato, seppure di poco: la 'Romano pontifici eligendo' (sulla elezione del Romano pontefice) di Paolo VI poneva il limite all'inizio del conclave, Giovanni Paolo II lo ha portato al momento della morte del papa. In concreto a 15-20 giorni prima. In concreto, però, non è cambiato nulla, in quanto il cardinale più vicino agli 80 anni, il patriarca emerito di Venezia, Marco Cè, li compirà a luglio.

    Quanto alle modalità, le elezioni dei papi si sono svolte nei modi più vari: a furor di popolo o con decisione di pochi cardinali; furono imposte da qualche potente (come gli imperatori di Bisanzio o del Sacro Romano Impero) o con piena libertà degli elettori. Elettori che fino al XV secolo ordinariamente non erano più di 30 e che Sisto V nel 1586 portò a 70: 6 cardinali vescovi, 50 cardinali preti, 14 cardinali diaconi. Derogato da Giovanni XXII, il loro numero è stato fissato a 120 'elettori' da Paolo VI. In conclave il record era stato toccato nei due del 1978, con 111 porporati, ma sarà battuto da quello che comincerà il 18, che dovrebbe avere 115 presenti.

    Nel tempo si sono visti Papi eletti all'unanimità da conclavi brevi e pacifici, ma anche scelte tumultuose imposte con le armi: la mattina del 31 luglio 768 i longobardi fecero elegger papa tal prete Filippo, che la sera si dimise. Fu la folla in tumulto, invece, ad imporsi nell'aprile 1378. Era il primo conclave dopo il ritorno dei papi da Avignone, e il popolo pretese che dopo una serie di sette papi francesi: "romano, romano lo volemo, o almanco italiano". Oggi, almeno in parte, non lo potrebbe pretendere: in conclave non ci saranno cardinali nati a Roma.

    Interventi esterni di imperatori, popolo e assassini caratterizzarono soprattutto i secoli tra il decimo e il dodicesimo, quelli degli antipapi. Nel solo decimo secolo ci furono una trentina di papi e antipapi, per la metà morti ammazzati. E' significativamente di quel periodo la leggenda della papessa Giovanna, ma è storia che ci fu chi divenne papa a 18 anni (Giovanni XII) e chi a 20 (Giovanni XI), chi fece assassinare i suoi due predecessori (Sergio III). E al sinodo di Sutri (1046) l'imperatore Enrico III fece deporre tre papi ed eleggerne uno nuovo.

    (17 aprile 2005)

    Fonte: Repubblica

 

 
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